Quelli che… campano di solo Brunello di Montalcino. Intervista a Carlo Vittori

Roger Sesto intervista Carlo Vittori

Ho ricevuto da Roger Sesto, già collaboratore di Luigi Veronelli e oggi di Food & Beverage, questa interessante intervista a Carlo Vittori, patron del Molino di Sant’Antimo, azienda agricola produttrice di Brunello di Montalcino.
Considerando questa “vibranti e disincantate esternazioni a ruota libera” di Vittori, non solo acute e pienamente condivisibili, ma molto stimolanti e soprattutto utili a stimolare un dibattito serio e articolato su quello che è accaduto a Montalcino, ma soprattutto su un deficit di cultura, programmazione, strategie, che c’è stato in questi anni e che appare sempre più chiaro, abbinato ad un incredibile successo scoppiato in mano quando a questo successo non si era assolutamente preparati, ho pensato bene, ringraziando Sesto per avermi offerto questa opportunità, di sottoporla all’attenta considerazione dei lettori di Vino al Vino.
f.z.

“A proposito di vino, territorio, cultura, formazione, comunicazione, onestà intellettuale, condivisione di valori e strategie comuni, filosofia dell’acqua fredda e dell’acqua calda… In una battuta: “ma è ‘solo’ questione di buon senso”!
Dopo quel che è accaduto negli ultimi mesi al Brunello, fattacci tutti italiani, che ancora una volta ci hanno messi alla berlina (ed in difficoltà) in campo internazionale ed hanno evidenziato quanto siamo distanti anni luce dalla ruffiana sapienza (e potenza) comunicativa dei francesi, abbiamo pensato di raccogliere le riflessioni di uno che a Montalcino ci lavora e che con il Sangiovese Grosso… ci campa.
Sì perché tutta questa vicenda, e i danni economici e di immagine che ne derivano, com’è ovvio non colpisce solo chi eventualmente non si è comportato secondo le regole, ma ricade a pioggia anche e soprattutto sui piccoli produttori che hanno scrupolosamente osservato tutte le normative, e che non hanno la possibilità di diversificare altrove, su altri territori, con altri vini la loro produzione.
Sentiamo allora le esternazioni di Carlo Vittori, patron di Molino di Sant’Antimo. Uomo appassionato e schivo, che vive e respira la terra, ed il cui unico scopo è di produrre dei vini sinceri, capaci di esaltare un territorio e una tradizione, vivendo su questa mission.
“Roger Sesto (RS): Lo sai. Montalcino e il suo Brunello da qualche mese sono sotto i riflettori, ma è una cattiva luce a rifrangerli. Che adombra tutti i produttori, anche i più piccoli che con questo vino ci campano… Cosa ti passa per la mente, come pensi di reagire?
Carlo Vittori (CV): A dire la verità… Parrà strano, ma mi sto dando al “giardinaggio”. Alla cura dei dettagli in azienda, nei vigneti, in cantina. Mi occupo della cura dell’orto, degli animali da cortile, della legna per il camino dell’agriturismo e per il forno. Robe pratiche, con cui ci si sporca le unghie di terra, vengono i calli alle mani, ci si inzacchera gli scarponi del fango, si puzza di sudore.
Nient’altro che la tradizione ilcinese, ma che dico: nient’altro che la tradizione rurale tutta ci ha insegnato sino ad una quarantina di anni fa, quando tutte queste semplici attività costituivano il vero, unico fulcro dell’economia locale. Diciamo che sto in allenamento…”.
RS: Devo intenderla come una provocazione questa tua risposta? O si tratta di un autentico, non soltanto metaforico “ritorno al futuro”…
CV: Ma figuriamoci. Ho ben altro a cui pensare. Non m’ interessa provocare. Fra l’altro, mi pare non ce ne sia bisogno. Semplicemente dico quel che penso – e mi comporto di conseguenza – in base a delle semplici constatazioni. Gli ilcinesi di 30-40 anni forse non hanno nemmeno avuto l’opportunità di ereditare un bagaglio storico-culturale fatto di tradizioni e di legame con il territorio, o comunque gli è scivolato addosso di sfuggita e lo hanno rapidamente rimosso.
Ma noi cinquantenni l’opportunità di far nostro tale patrimonio l’abbiamo avuta. Eppure pare che lo abbiamo dimenticato anche noi, complice un ventennio, fra gli anni Settanta e Ottanta, che ci ha fatto credere che tutto ciò che era legato alla terra fosse superato, inutile, antiquato, e ciò è molto grave. Può portare a pensare che la valorizzazione e l’esaltazione del territorio non sia più un aspetto cruciale.
Una memoria storica che invece non possiamo permetterci di perdere, altrimenti… altrimenti succede quel che succede, e non voglio addentrarmi in argomenti di cui ormai si parla anche troppo, e a sproposito.

RS: E che succederà se in qualche modo non si recupera questa memoria storica riavvicinandosi al territorio? Da quel che dici pare un’esigenza insopprimibile!
CV: E lo è, infatti! Oggi constato che vi sono circa 250 uffici marketing ed altrettanti uffici stampa, tanti quanti gli iscritti al Consorzio. Oltre al Consorzio medesimo che, dichiarando un bilancio paragonabile a quello della Regione Toscana, potrebbe da solo far marketing per tutti noi produttori. Regolarmente, ciascuno di noi, chiusa la cantina e parcheggiati gli attrezzi, veste giacca e cravatta e si sposta in ogni dove per promuovere il proprio vino.
E in questo peregrinare non è oltretutto raro inciampare in etichette di Montalcino vendute già a prezzi di saldo. Mi chiedo quindi, con l’immissione nel mercato di un doppio numero di bottiglie, quante volte dovremo assentarci dalla cantina. i chiedo anche chi e come lo potrà fare. E quanto durerà la “cuccagna” di alcuni.
Se poi aggiungiamo tutto il resto, ci troveremo in breve a sgomitare dai vinattieri con coloro che vendono il fiasco impagliato. È ormai palese che la macchina su cui sediamo, più o meno comodi e più o meno consapevoli, non è più all’altezza dei tempi. Tempi che ci stanno riservando “tranelli” da dentro e da fuori il territorio. In altre parole, non vorrei svegliarmi un mattino e ritrovarmi “mezzadro”. Essendo di fatto già registrabile una diffusa “mezzadria finanziaria”, non più di proprietari e famiglie con blasone, ma di Enti ed Entità che ne fanno, ahinoi, le veci. RS: Dunque vuoi significare che sarebbe necessario mutare l’assetto organizzativo e ricalibrare un diverso rapporto con il territorio, recuperandone il valore?
CV: Ma naturalmente! E recuperare il valore del territorio significa riappropriarsi di un patrimonio culturale di inestimabile valore, fatto di comprensione, identificazione e rispetto. Ed è da una diversa visione imprenditoriale che bisogna partire. Fondata non più sul paradigma: “territorio nel vino”, bensì: “vino nel territorio”. Ma per cambiare specularmente un paradigma è necessario cambiare le teste di chi lo formula, ovvero le nostre.
Un esempio banale? Chiedi all’ufficio tecnico del Comune l’iter per autorizzare una piscina nella tua azienda… Poi fatti ospitare nel Castello della Velona e colà affacciati dagli spalti merlati sulla splendida Valle dell’Orcia. Guarda la valle ripetendo più volte ad alta voce: comprensione, identificazione, valorizzazione nel rispetto… E vedrai uno scempio. Mancano solo 2 strutture sopraelevate e ti sembrerà di “ammirare” l’Aquapark di Follonica. E questo solo per stare sul “banale”. Ma così, quanto può durare? Sempre che non sia già arrivata l’ora della resa dei conti senza che noi nemmeno ce ne accorgessimo.
Chi ha la testa sulle spalle e si aggira per Montalcino, non può che inalare una sottile aria di “inadeguatezza”, che pervade un po’ tutti. Tutti tranne gli incoscienti, gli ubriachi o i pazzi, naturalmente. Non parlo solo di problemi di paesaggio, di questioni estetiche. Di pareri ne ho già espressi tanti e in tempi non sospetti. Non vorrei ora fare il paladino delle cause perse o il Savonarola della situazione; per molto meno t’immolano, in Piazza delle Erbe o in Piazza Padella, a tua scelta.
Ma non si può nascondere che alla maggioranza di noi manchino i “fondamentali”. Ci siamo autoeletti manager del territorio, ma forse avremmo fatto meglio a dar retta a qualche vecchio saggio del luogo. Non parliamo poi di quando – anche un po’ pateticamente – finanziamo e deleghiamo personalità dai curricula ben più scarsi dei nostri che capiscono nulla di vino e terroir a gestire il nostro patrimonio rurale…
RS: Aspetta un attimo, mi sto perdendo. Come intenderesti, in concreto, coniugare un diverso assetto organizzativo-imprenditoriale con il recupero del concetto di “valore del territorio” ?
CV: Da me non ti aspettare ricette. Le soluzioni sono frutto di un lavoro di equipe, e arrivano quando si è ben affiatati e si comunica sia all’interno sia verso l’esterno, con un pizzico, non lo si dimentichi, di onestà intellettuale, che non guasta mai.
Ebbene, dove vedi questo gruppo ben amalgamato a Montalcino??? Qui si è tutti “felicemente” isolati, prigionieri delle proprie realtà. Ciascuno considera la sua azienda come una piccola cittadella, una rocca inattaccabile e sicura. Nessuno si sforza di condividere nulla con il proprio vicino, di trovare punti in comune e aspetti condivisibili che sarebbero in realtà molti di più di quel che si immagini.
Vedo scarsissimo spirito di aggregazione e una penosa mancanza di comunicazione. E tutto ciò porta inevitabilmente ad un globale deterioramento culturale, sociale, ma anche produttivo e dunque ad una minor competitività. Una sorta di gigante con i piedi d’argilla. Anche se per la verità vi sono alcuni “fortunati” che piedi d’argilla non li hanno e possono permettersi di muoversi di conseguenza, anche a scapito di tutti gli altri…
In tale scenario è tanto facile cadere nella tentazione di delegare quanto pericoloso. E magari avocando a noi il solo diritto di critica e di polemica. Un po’ come il “diritto al mugugno” che si concedeva alla “ciurma” nella Repubblica Marinara di Genova…
RS: Sai che non ho ancora capito se sei un pragmatico o un idealista? Oscilli di continuo tra indicazioni pratiche ed allusioni che sanno di idealismo…
CV: Parliamoci chiaro. Non sono nato ieri e so bene che l’idealismo ‘l’ultimo lusso che ci possiamo permettere da giovani’. Ma un poco di sana attenzione anche verso chi e cosa ci circonda potrebbe rivelarsi il vero valore aggiunto per i nostri prodotti e per questa terra. Molto di ciò che penso non lo iscrivo affatto a questioni ideali, anzi, ne vedo i riscontri molto pratici. Seppur ampiamente intesi.
Allora penso per esempio ad una struttura consortile moderna ed efficiente, composta da uno staff tecnico, un ufficio legale permanente, un ufficio stampa, anch’esso fisso. Tutti organi scelti con spirito di condivisione, nell’ambito di un’ampia rosa di professionisti sottoposti a pubblico giudizio, e che, pur provenienti da fuori, vivano però sul territorio, evitando il tanto in voga outsourcing.
Mi piacerebbe fosse posto in essere un Piano Programmatico e Strategico, triennale o quinquennale, sufficientemente dettagliato e che trovi corrispondenza nei fondi da noi versati alla nostra Associazione di Tutela, con relazione finale sull’impatto avuto e sugli obiettivi raggiunti rispetto a quelli prefissati, con puntuale analisi degli scostamenti.
Trovo che si dovrebbero strutturare momenti di aggregazione e di discussione che non si limitino alle assemblee del Consorzio Produttori, soprattutto nel modo con cui sono condotte oggi. Andrebbe sviluppato un nuovo organo di stampa, locale ma “extra-istituzionale”. E già vi sono esempi di “penne” che scrivono del territorio conoscendolo a fondo. Talvolta – pensa te – prendendo pure rimbrotti dalle stesse istituzioni, che invece ne dovrebbero andar fiere.
Penso ad una rivitalizzazione culturale e professionale del nostro territorio che passi, per esempio, dall’istituzione in loco, e sottolineo: “in loco”, di master in lingue straniere, agronomia, enologia, marketing e quant’altro sia più utile ai giovani di quest’area.
In questo modo si creerebbero dei poli di attrazione che indurrebbero una sorta di “rimpatrio” di cervelli, dopo anni di fughe… Vincendo apatia, qualunquismo, mentalità miopi, e persino degrado mentale! In altri contesti sociali, per esempio nei paesi nordici e a tratti in quelli anglosassoni, tutto ciò si chiama – si badi bene – filantropia e non idealismo.
Definire queste strategie ed obiettivi da me proposti come un qualcosa di semplicemente idealistico vuol dire svuotarli di significato, non aver colto la loro reale portata, renderli per definizione irrealizzabili.
È probabile che chi ha paura o non ha interesse al cambiamento, tacci in modo strumentale questa mia visione di essere fanciullescamente idealista, ma chi possiede un briciolo di onestà intellettuale vi vedrà invece il germe di una possibile rinascita culturale, prima che tecnico-commerciale, di Montalcino in generale e del suo Brunello in particolare.
RS: Ma dove è finita la nota lungimiranza, se vuoi – in senso buono – anche furbizia, toscana? La vostra capacità di trasmettere – amplificate – le vibrazioni di un territorio, che vi ha fatto conoscere al mondo, e primariamente proprio a quello anglosassone?
CV: Probabilmente alle ortiche… La verità che il successo della seconda metà degli anni Ottanta e di tutti gli anni Novanta ci ha probabilmente dato alla testa, ci ha indotto un pericoloso delirio di onnipotenza tale per cui ci siamo convinti che avremmo potuto spaccare il mondo… “a prescindere”… A prescindere dalla valorizzazione del territorio, dalle tradizioni, dalla storia, dalla cultura, dalla formazione!
E parliamo proprio di formazione. Ma è mai possibile che la Provincia di Siena detenga probabilmente il primato italiano dell’area a maggior vocazione ed espressione viti-vinicola in Italia, e che tale espressione produttiva e culturale si estrinsechi, a livello formativo, nel solo Istituto Agrario di Siena che, oltretutto, rispetto alle potenzialità di un tempo, oggi è solo in grado di regalare “diplomini” sì e no utili per guidare un trattore? La cultura, in particolare quella specialistica, è quanto fa la differenza tra un “colonizzato” ed un “colonizzatore”, chiunque essi siano…
Eppoi, cerchiamo di essere anche più sobri, di recuperare un profilo più basso e professionale, anche se forse questo non è un modus operandi propriamente nel DNA dei toscani. Cerchiamo di limitare le cafonate, o di pensare che basti organizzare qualche concertino jazz estivo per sanare il nostro ormai completamente sbilanciato rapporto col territorio e con il Comune di Montalcino che lo rappresenta, per saldare un pesante debito che abbiamo verso noi stessi, verso i nostri padri ed i nostri figli.
RS: Meno male che non ti sentivi in grado di snocciolare ricette. Mi pare invece che di indicazioni tu ne abbia date a iosa. E tutti interessanti e concrete. Fossi membro del Consorzio, ti proporrei immantinente come consulente dello stesso…
CV: Ma per carità, lasciamo perdere… Sono solo un vignaiolo di buona volontà e di buon senso, non uno stratega, né tanto meno un politico. Di questi ultimi ce ne sono già fin troppi. La verità è che le leve su cui agire sono così tante e così facilmente identificabili. Tante per quanto è il tempo che abbiamo perso grazie al nostro stupido e miope immobilismo! Stando strettamente sul vino, a ben vedere la vera ricetta è di ritornare alle origini; si riparta da Biondi Santi! Si riprendano le redini dai tempi (anni ’60) in cui la Regina d’Inghilterra bevve ad una cena nel corso di una sua visita in Vaticano il Brunello, ma a Roma non sapevano dove fosse Montalcino. Si emulino quei vignaioli apparsi nel documentario Mondovino (contadini con le palle che si sono opposti ai politicanti locali francesi, non così dissimili – i politicanti intendo – da quelli nostrani) che si rifiutarono di far piantare da Mondavi.
Insomma, vorrei che ci ricordassimo che noi tutti qui a Montalcino, ma anche nel Chianti Classico e a Montepulciano, siamo figli del Sangiovese. Una grande, difficile uva, che – se correttamente gestita – insieme al terroir diventa un formidabile elemento di distinzione dall’omologazione internazionale.
E pregherei coloro che ancora credono a questa innegabile verità, che l’affermassero apertamente. D’altro canto chi invece ritiene di poter entrare nella grande distribuzione e di confrontarsi direttamente e sul loro stesso piano, senza averne il reale potenziale, con i grandi produttori mondiali di vini omologati e globalizzati, faccia altrettanto, ovvero dichiarino con coraggio e senza vergogna la propria pazzia e spirito autolesionistico…
Il vero problema in realtà, e motivo per me di grande preoccupazione, sono quelli che non credono a nulla, che seguono l’onda, i danteschi ignavi, reali mine vaganti utili solo a far perdere le tracce dell’identità ilcinese.
RS: Come dicono i “bravi” intervistatori, un po’ “marzullianamente”… Dammi una battuta finale a chiusura di questa lunga chiacchierata!
CV: Questa volta la domanda la pongo io: mi consenti una citazione di alta filosofia?
RS: Ma “la” prego! Per me “può” anche citare Linus o Star Trek, non ho pregiudizi intellettuali…
CV: Preferisco Marco Aurelio… Che scrisse, qualche annetto fa (Meditazioni, 4:3): “L’universo è cambiamento e la nostra vita è il risultato dei nostri pensieri”. Dal canto mio, molto più modestamente aggiungerei che quel che siamo oggi deriva dal nostro pensare di ieri, e quanto pensiamo adesso edifica la nostra vita di domani. Ovvero la filosofia dell’acqua fredda e dell’acqua calda. …Non vorrei che avessimo perduto anche questa banale capacità di discernimento.”
Montalcino, Giugno 2008 intervista a cura di Roger Sesto

0 pensieri su “Quelli che… campano di solo Brunello di Montalcino. Intervista a Carlo Vittori

  1. Riflessioni condivisibili, sottolineo che uno dei ‘mali’ nasce dalla chiusura mentale degli ilcinesi, a cui non puoi sottoporre alcunché senza sentirti dire “sì, l’ho pensato anch’io”. Gente con una formidabile capacità di banalizzare a priori progetti (non importa se di grande o piccolo valore)o idee. E totalmente ignara di ciò che muove bisogni e desideri nel mondo, là dove si beve (perché si sogna) il loro vino. Gente che sta facendo di tutto per farci svegliare dal sogno (e farci smettere di bere).

  2. bella intervista,analisi lucida,realista ed autoriflessiva,un bello spaccato ilcinese degli ultimi 20 anni,quando si dovevano allargare le vedute e le conoscenze si allargavano le vigne,quando si doveva investire in vigna si è pensato solo a costruire cantine e dare mandato libero agli enologi,poi succede il patatrac e si pensa solo alle cause che fanno comodo.
    Quello che mi fa incazzare è che qualcuno che pensa c’è,soli o in compagnia bisogna uscire dal coro

  3. caro vm, mi fa estremamente piacere che il suo commento arrivi da un posto come quello, regno di una persona che stimo, cui voglio bene e cui sono vicino con tanto affetto. Io sono due mesi che cerco, con ripetuti tentativi, di indurre ad un’unità di intenti e di comportamenti, ad una “sacra unione” in difesa del Brunello e di Montalcino, tutti quei produttori che vogliono uscire dal coro, che hanno idee, voglia di fare, passione e non accettano che il loro vino, il loro lavoro, il loro paese, noto in tutto il mondo, venga mandato a remengo. Continuo a ripeterlo, ad ogni interlocutore, ma mi sembra di scontrarmi con un muro di gomma, con tanti (troppi) timori, con tanta paura. Forza popolo del Brunello, tessuto connettivo di un vino che é grande e per essere considerato come tale deve essere sempre più trasparente, unitevi e fatevi sentire, date manifestazione della vostra unità e della vostra voglia di agire insieme: non c’é più tempo da perdere!!!

  4. Esatto, Franco, non c’è più tempo da perdere. Le chiacchiere sono terminate.
    Bellissima intervista di Roger Sesto e grande intelligenza e sensibilità di Vittori, davvero ammirevole. Lo capisco molto bene anche perché sono della stessa fascia di età.

  5. Buon pomeriggio.
    Tra quello che si legge e quello che si intuisce, in questa intervista c’è veramente quasi tutto, e riportato in modo ben equilibrato (io sarei stato più “impulsivo”). Finalmente, signor Vittori, “Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti, Dai boschi, dall’arse fucine stridenti, Dai solchi bagnati di servo sudor, Un volgo disperso repente si desta; Intende l’orecchio, solleva la testa Percosso da novo crescente romor. Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti, Qual raggio di sole da nuvoli folti, Traluce de’ padri la fiera virtù….” . Troppo?

  6. Grandi le riflessioni di Vittori. Aggiungo che anche nel teritorio del Chianti Classico stiamo assistendo negli ultimi anni a una modifica culturale dove molto ormai è solo marketing, niente è stato investito nei giovani locali che si sono allontanati dalla ruralità e le speculazioni finanziarie hanno modificato la schiettezza del territorio; un mondo molto artificiale e poco vero. Naturalmente non mancano molte eccezioni, e da qui occorre ripartire, prima che sia troppo tardi.

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