Ne ero già convinto, ma ora ho avuto la prova del nove, che in terra di Soave possono nascere grandi vini, in grado non solo di onorare il nome di questa denominazione e di mostrarne tutta la nobilitate ma di proporsi, all’attenzione del mondo e senza complessi di inferiorità, come testimonianza di una grande ars italiana del vino anche nel campo, che solitamente si pensa sia appannaggio di francesi e tedeschi, dei vini bianchi.
Una magnifica verticale di dieci annate (2005-2004-2003-2002-2001-1999-1998-1997-1996-1993) del Soave classico superiore Contrada Salvarenza Vecchie Vigne che l’amico Sandro Gini mi ha regalato e di cui voglio dirgli pubblicamente grazie per la magnifica esperienza che mi ha concesso é stata l’occasione non solo per cogliere la misura del lavoro di una famiglia che onora il vino veronese ed il mondo, molto ampio e variegato, del Soave, lo stile e la continuità produttiva, attraverso una dozzina d’anni, di un vino, ma di capire come lavorando in un certo modo, avendo la fortuna di disporre di un grande terroir e di un vigneto speciale, sul modello delle Vieilles Vignes di quella Borgogna che Sandro tanto ama e conosce, si possano produrre anche in terra veneta e italiana vini bianchi importanti e complessi, il che vuol dire vini di grande personalità in grado di evolvere splendidamente nel tempo e di mostrarsi vivi, piacevolissimi, ricchi di sfumature aromatiche e del gusto, anche se bevuti (non solo degustati) dopo dieci e più anni.
Merito di una grande uva italiana, la Garganega e di una zona, quella del Soave, che merita di essere conosciuta ed esplorata con grande attenzione e indagata in tutte le sue sfaccettature dovute alla diversa origine geologica, alla conformazione dei terreni, alle esposizioni e ai microclimi.
Aspetti che rendono quella della del Soave in assoluto una delle zone più affascinanti dell’universo del vino bianco italiano.
Conto di scrivere presto, in sede da decidersi, in italiano ed in inglese, di questa che considero una delle più belle ed esaltanti degustazioni verticali relative a vini bianchi italiani che io abbia mai avuto la fortuna di fare in oltre vent’anni di attività.
Per il momento volevo solo rendere pubblica testimonianza ai Gini, a Sandro, a suo fratello Claudio e ai suoi genitori, per lo splendido lavoro fatto. Che si estrinseca e si esalta in un bianco, posso dirlo?, supremo come il Soave classico superiore Contrada Salvarenza Vecchie Vigne, ma si estende, oltre che ai due mitici Recioto di Soave (che assaggeremo la prossima volta, Sandro), anche ad un incredibile Pinot nero, il Campo delle More.
Gustato ieri a pranzo (in un ottimo locale di cui vi parlerò presto, il Baba Yaga di Montecchia di Crosara), dopo un metodo classico millesimato 1996 di grande complessità e freschezza, oltre ad un buon 1999, un fantastico Campo delle More 1998, succoso, polputo, elegante, pieno di energia e materia, dalla riconoscibilità varietale incredibile, integro, godibilissimo eppure ancora giovane e con possibilità di evoluzione davanti a sé. Domanda semplice semplice: di quanti Pinot nero italiani (anche di quelli che si affermano in concorsi che vorrebbero essere la vetrina di questa grande varietà in Italia e che dovrebbero invece riprendere lo spirito delle origini, che mi sembra essersi perso per strada..) si può dire altrettanto?
Quanti possono essere stappati e bevuti con piacere dopo 10 anni facendo pensare che anche se la Borgogna resta un altro mondo beh, qualcuno in Italia onora con intelligenza e personalità questa difficile varietà? Credo davvero pochini e di questi non so quanti con la forza, l’integrità, la classe, la polpa ed il carattere di questo magnifico Campo delle More 1998…
Chapeau bas siore e siori, il grande Pinot nero italiano parla anche veneto e non solo, come pretenderebbero, trentino o sud-tirolese o oltrepadano…
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Ero in commissione di degustazione all’Istituto Lainburg, ma il Campo delle more non era nell’elenco, peccato.
Rimedierò per conto mio.
A proposito di pinot neri, sciùr Franco, ha mai assaggiato quelli di Philippe Pacalet ?
Di Sandro abbiamo tanti ricordi, e uno a noi carissimo ci riporta al vigneto del Campo alle More, adagiato ad una collina a doppio sbalzo, sulla cui cima svettavano le poiane, ai cui bordi profumavano le rose. Un silenzio incantato e una armonia di incomparabile bellezza. Il regalo per il mio compleanno? Un pInot nero del 1993, commovente. Tutto questo mondo è racchiuso nel suo Pinot Nero, sempre più grande col passare degli anni; altrettanta magia nei suoi Salvarenza, Froscà o nel Muffato Renobilis, di cui abbiamo avuto il privilegio di degustare recentemente 1990, 1994, 1995 e via dicendo, confermando cosa significa emozionarsi davanti ad un bicchiere. Sandro e tutta la sua famiglia sono veri protagonisti del vino. Una fortuna conoscerli e un onore parlare di loro. Ferdinando e Patrizia
il pinot nero del campo alle more e anche lo spumante da lei citato son davvero ad un livello non solo extraregionale ma europeo.
perfettamente d’accordo anche sul Salvarenza di Gini: un “signor” vino prodotto da un vero signore…
Claudia