Così parlò Renzo Cotarella, parte seconda: un Petit Verdot che non è Sangiovese…

M’era rimasto un dubbio al termine della conversazione telefonica di ieri con il direttore generale della Marchesi Antinori, nonché affermato enologo Renzo Cotarella, che ha accettato, con grande disponibilità e cortesia, di parlare della “questione Brunello”.
Ma se tutto era (ed è) in regola, se il loro Brunello Pian delle Vigne è risultato alle analisi essere totalmente base Sangiovese e immune da qualsivoglia contaminazione con altre uve, come diavolo ha potuto accadere che le autorità, la Procura di Siena decidessero un provvedimento di sequestro del Brunello di Montalcino 2003 di casa Antinori? Nei vigneti iscritti a Brunello non c’era forse una piccola parte che invece che a Sangiovese era destinata ad altre varietà?
Per togliermi questo “sfizio” ed esaudire la mia curiosità ho interpellato nuovamente, trovandolo ancora una volta disponibilissimo (è incredibile come in questa fase si sia inaugurata nei miei confronti, nonostante a Montalcino qualche idiota mi definisca “il “regista” dell’”attacco al Brunello”, una strategia dell’attenzione e del dialogo…) Renzo Cotarella e le sue risposte sono state esaurienti.
“Ora le spiego l’arcano – ha esordito il baffuto fratello del Michel Rolland “de noantri”, il re del Merlot Riccardo – A Montalcino la Marchesi Antinori dispone di 62 ettari vitati, 31 dei quali iscritti a Sangiovese da Brunello, il resto a Sant’Antimo, anche se sinora non abbiamo mai rivendicato questa Doc.
Queste uve, di varietà a bacca rossa diverse, sono da noi destinate al Villa Antinori Rosso Igt Toscana, come una parte di Sangiovese che arriva dalla zona di Monteregio”.
L’errore, “una superficialità, dovuta ad una cauta volontà di mantenere riservata la presenza di questa varietà a Montalcino, anche se trattasi di cultivar prevista e autorizzata, è stato l’aver iscritto come Sangiovese da Sant’Antimo 3,2 ettari che erano invece e sono a Petit Verdot”.
Un oggettivo “errore formale che ha indotto gli inquirenti a pensare che quell’uva potesse essere finita nel Brunello di Montalcino, anche se poi le analisi, non mi stanco di ripeterlo, hanno dimostrato che nel nostro Brunello c’è solo Sangiovese. Di Montalcino”.
Così, senza particolari ulteriori “segreti” stanno le cose secondo l’ammissione del direttore generale della celeberrima azienda toscana. Per Cotarella “nessuno di noi dipendenti e collaboratori della Marchesi Antinori ha la delega per fare lo scemo o comportarsi in maniera poco meno che corretta a Montalcino ed in tutte le nostre altre tenute.
Anche nel 2005, quando la scarsità dell’annata avrebbe potuto magari indurci ad una pratica di “vasi comunicanti” tra uve provenienti da altre tenute toscane, a Montalcino abbiamo preferito acquistare Sangiovese da Brunello regolarmente iscritto all’albo”.
Non potevo poi perdere l’occasione, non avendolo fatto espressamente ieri, di chiedere all’enologo Cotarella se esistano veramente motivazioni di ordine tecnico-enologico che possano giustificare un eventuale disciplinare a doppio registro, che preveda che si possa continuare a produrre Brunello di Montalcino à l’ancienne, ovvero solo con Sangiovese, ma introduca, per chi vuole, la possibilità di “interpretarlo” e modellarlo diversamente con una quota, da stabilire, di altre uve. Cotarella mi ha rimandato a quanto affermato ieri, ovvero che “Montalcino sia uno dei pochi posti, insieme a qualche zona ristretta nell’area del Chianti Classico, dove si debba lavorare sul Sangiovese in purezza”.
Per lui un vino, il Brunello in particolare, “deve avere uno stile costante e riconoscibile e fare come nel Chianti Classico, dove il Sangiovese può accompagnarsi ad un 20% – a mio avviso eccessivo – di altre uve sarebbe un errore, perché un 10-15% di Cabernet su un Merlot o viceversa non cambia molto le cose, ma le cambia tantissimo quando il 15-20% di uve francesi viene aggiunto ad un Sangiovese”.
Pensare ad un “disciplinare duttile, che fissi ad esempio una percentuale del 10% di altre uve: quali?, e ne preveda l’uso in annate difficili come 1992 o 2002 è molto complesso”.
Meglio sarebbe, “se i meccanismi commerciali lo consentissero, rinunciare alla produzione di Brunello e saltare l’annata in annate in cui il Sangiovese presentasse dei problemi di maturazione o di altro tipo, ma questo è francamente impensabile”.
Secondo Cotarella si deve pertanto rimanere nell’ambito del Sangiovese 100%, “prevedendo un piccolo margine di sicurezza, del 2-3% non di più, per eventuali rischi dovuti ad errori dei vivaisti o ad incidenti di cantina” e non cambiare le carte in tavola né tantomeno il disciplinare”. Posizione ragionevolissima, la sua, soprattutto in questa “situazione pazzesca dove il Brunello è stato messo sulla graticola. Occorre mantenere i piedi ben saldi, con grande fermezza e responsabilità e magari ricordare, come amo fare, un detto umbro che dice “abbassa  sarcastra fino a che la piena passa”, ovvero flettere quel tanto che basta per evitare di venire spazzati via e spezzati dalla forza degli eventi”. Questo perché, come direbbero a Napoli, per lo scandalo del Brunello ancora “ha da passà a nuttata”…  

 

12 pensieri su “Così parlò Renzo Cotarella, parte seconda: un Petit Verdot che non è Sangiovese…

  1. Hai parlato con un ragazzo che si e’ fatto le ossa al Castello della Sala, che abitava in una casetta vicino ai calanchi, che e’ stato capace di fare dei bianchi stupendi dov’e’ piu’ difficile per un enologo, che ho avuto il piacere di incontrare una volta a pranzo alla Grotta del Funaro di Orvieto ospiti dell’amministrazione provinciale il 2 ottobre del 1980 a fianco di Piero Antinori che lo ha sostenuto fin da ragazzo e che da allora seguo da lontano soltanto nei vini che fa, ma che mi piacciono un casino e che gli fanno onore. Da allora mi e’ sempre piaciuto per l’apertura mentale e per la sincerita’, cosa che vedo non gli mancano nemmeno adesso. Vedrai, Franco carissimo, che il suo mondo e’ rivolto al futuro ma e’ ancora grato al passato e ti auguro di avere con lui un rapporto come sai instaurare bene tu con chi non gioca a nascondino. Santoni mi disse che era di buon ceppo e Scaffei lo stimava molto. Sono stati due padri del vino buono che non potro’ mai dimenticare e sono certo che non sbagliavano nel giudizio. Prosegui con queste telefonate e magari vai anche a trovarlo. Farai certamente ancora del bene al vino italiano, seminerai ancora buone idee, troverai terreno fertile anche in Renzo, che non e’ un arrivista, ma un figlio di contadini che lo hanno educato bene e con tanti sacrifici all’amore per la sua terra. E dai un pugno sul naso a chi ti definisce il regista dell’attacco al Brunello da parte mia, in attesa che possa darglielo anch’io di persona. L’attacco al Brunello e’ venuto da oltreoceano ed e’ stato condotto dagli americani sbarcati una trentina di anni fa a cavalcare la tigre, cioe’ il successo, del grande lavoro precedente dei Biondi-Santi per fare affari d’oro soggiogando il territorio ai loro capricci, come capimmo fin da subito, nonostante le chiacchiere di Rivella che colse al balzo l’occasione per fargli da scudiero. Coraggio, amico mio, che la battaglia e’ appena cominciata, durera’ per molti anni, ma la vinceremo. Con noi ci sono anche i commercianti seri, gli esportatori in gamba, come Franco di Casalpusterlengo con cui discutemmo della questione Brunello prima della dichiarazione dell’Ambasciata d’Italia a Varsavia, necessaria per tranquillizzare la clientela che cominciava a rifiutare vino italiano, il quale poi mi scrisse molte belle cose tra cui questa:
    “Ritengo che c’e’ sempre di mezzo l’uomo che puo’ esercitare la sua professione o con onesta’ oppure in modo disonesto. Fra i due modi di lavorare non puo’ che esserci una netta linea di demarcazione. L’ultima volta che ci siamo visti la mia posizione ti ha dato l’impressione che ti sembravo molto integralista, ma sono sempre piu’ convinto che fra i due modi di operare non ci possono essere punti di contatto, anche quando certe pratiche vengono giustificate con l’alibi di migliorare il prodotto per renderlo piu’ accettabile e piacevole al palato del consumatore; spesso sono le stesse persone che dopo parlano di terroir, di frutto, di autoctono…”
    Con te ci sono piu’ persone di quello che credi e di quelle che conosci, te lo garantisco. Ognuna delle piu’ di 1.000 firme che abbiamo messo all’appello di Marco Arturi e di Sandro Sangiorgi porta con se’ una marea di altre persone che magari non hanno voglia di scrivere e impegnarsi in polemica, ma che le idee chiare ce l’hanno e non permetteranno di fare del mondo del vino lo straccetto da bide’ degli “scemi” dal portafoglio sempre pieno, come dice bene Renzo. Al tuo fianco siamo molti di piu’ di quelli che credi. Ti mando un abbraccio.

  2. La risposta di Cotarella, che formalmente e dialetticamente non fa una piega, dimostra per l’ennesima volta quanto sia sbagliato imbastire processi mediatici preventivi e, viceversa, quanto in questo momento storico sia necessario attendere i risultati dell’inchiesta in corso. Può anche darsi che la “leggerezza” dei 3.2 ha a Petit Verdot in quota Sant’Antimo, e iscritti come Sangiovese, abbia indotto la magistratura in errore, convincendo gli inquirenti che anche gli altri 58.8 ha, inclusi i 31 accatastati a Brunello, potessero contenere varietà diverse da quelle dichiarate. Se non vero, è verosimile.
    Resta il fatto che una piccola irregolarità c’è, come probabilmente esistono molte altre grandi o piccole irregolarità in numerose altre vigne o cantine montalcinesi (direi anzi ovunque, in Italia o all’estero), indagate o meno.
    Il problema nasce quando qualcuna di queste irregolarità finisce nel mirino di un controllore. Il quale, giustamente, facendo il suo mestiere trova la grana, apre un’inchiesta e, scavando, come è successo scopre non solo il poco o il tanto che cercava, ma mille altre magagne di ogni natura e misura incrociate per caso e inevitabilmente sanzionate, sollevando panico e putiferio via via che il cerchio degli indagati e delle contestazioni si allarga. Più la questione va avanti e più mi convinco quindi che la storia dei vigneti irregolari abbia origini e motivazioni diverse da quella, più ampia, del Brunello che sa di Merlot e piace tanto agli americani e a certi critici, della modifica o meno del disciplinare, etc.
    Come ebbi a scrivere già mesi fa: prudenza e cautela da parte della stampa, trasparenza e disponibilità da parte dei produttori.
    In questo senso, nel rispetto dei reciproci ruoli e responsabilità, l’atteggiamento di Renzo Cotarella mi pare esemplare.
    Al posto del ministro Zaia avvierei “alla francese”, partendo cioè dal basso, con discrezione, una silenziosa ma inesorabile campagna di sensibilizzazione preventiva verso il mondo dei produttori, inducendoli a individuare e a sanare volontariamente le irregolarità prima che altre istituzioni ci mettano il naso, con le conseguenze che adesso possiamo vedere a Montalcino.

  3. tutto bene Stefano e sottoscrivo, come al solito, quello che scrivi. Con una sola, piccola ma sostanziale eccezione, ovvero laddove parli di “processi mediatici preventivi”. Carissimo, qui “processi mediatici preventivi” non ci sono stati, né le congiure mediatiche di cui cianciavano al Consorzio nei primi momenti dello scandalo, cercando pateticamente di negare un’evidenza che più evidente non poteva essere. Antinori é uscita bene, con classe, da questa vicenda, ma a Montalcino i vini taroccati, non conformi al disciplinare, paradossali e falsi lo sai bene anche tu che c’erano e ci sono tuttora (le bottiglie sono in circolazione, soprattutto di annate precedenti alla 2003). Quindi era ora che qualche controllore indagasse, promuovesse un’inchiesta, facesse il proprio dovere (cosa che avrebbe dovuto fare il Consorzio…), volesse vedere esattamente le cose, chi aveva rispettato le leggi, la dignità ed il buon senso e chi no. Quindi, come ho più volte scritto, oportet ut scandala eveniant, benvenuti, anche se hanno creato problemi al tranquillo e disinvolto business di Montalcino, gli scandali e le operazioni vigne e cantine pulite!

  4. Caro Franco,
    forse mi sono spiegato male. Volevo dire che è inutile e dannoso, anche da parte di noi giornalisti, cercare di arguire verità o fare ipotesi senza avere in mano tutte le carte e le informazioni necessarie. Solo gli inquirenti, che le hanno, possono a questo punto accertare i fatti. Il caso di Antinori, per il quale, secondo quanto dice Renzo Cotarella, emerge ora una verità diversa, alla quale nessuno aveva pensato, lo dimostra.
    Sai bene cosa penso, perchè l’ho scritto pubblicamente, della risibile accusa di “congiura mediatica” di cui ci gratificano e della poca onestà intellettuale di chi, in malafede o perchè stupido, la sbandiera. Ma devo anche richiamare all’ordine i colleghi che, per faciloneria o fretta di arrivare alle conclusioni, tranciando giudizi e basandosi su prove che non ci sono, la alimentano (spero involontariamente).
    Ripeto: mi riferisco al solo caso dei vigneti.
    Perchè, come ho detto anche prima, il caso del Brunello taroccato con il Merlot è mio parere ben più ampio e diverso da quello dei vigneti irregolari. Un caso al quale non è impossibile che la magistratura arrivi, o sia già arrivata (così come a molte altre magagne non direttamente connesse a quel caso), proprio indagando sull’affaire vigneti.
    Hai ragione: oportet ut scandala eveniant. Ma se non avvenissero, in quanto qualcuno saggiamente, prima dello scoppio, interviene sanzionando gli irregolari o facendo sanare le irregolarità, nonchè ponendo le basi affinchè le stesse non possano ripetersi, non sarebbe meglio per tutti?
    In fondo è esattamente quello per cui gli organismi di controllo – chiamali consorzi, commissioni, gruppi di saggi, ministeri – esistono, no? La magistratura è solo lo stadio successivo. Uno stadio dal quale non si torna indietro.
    Ciao,

    Stefano

  5. OK Stefano, se qualcuno prima dello scoppio dello scandalo avesse “sanzionato gli irregolari o fatto sanare le irregolarità”, lo scandalo, di cui nessuno é felice, ma ora che é scoppiato appare un male necessario, non sarebbe scoppiato… Nemmeno a me piace il “tintinnio di manette” che immediatamente mi fa pensare ad un tribuno demagogo che oggi arringa le folle e si spaccia come personaggio di riferimento dell’opposizione (povera opposizione!), ma credo che un po’ di pulizia faccia bene. Personalmente non avevo mai sentito un Renzo Cotarella parlare con tanta chiarezza e forza come ha fatto con me in questi giorni. Se lo scandalo aiuta a riscoprire l’equazione Brunello=Sangiovese di Montalcino ed il legame strettissimo e inscindibile tra i due, evviva lo scandalo…
    Chiudo questa chiosa, ringraziando Craig Camp, uno dei più seguiti wine blogger negli States, che nel suo blog WineCamp blog, http://www.winecampblog.com/ in un post intitolato Italy Guarantees Brunello – vedi http://www.winecampblog.com/journal/2008/7/9/italy-guarantees-brunello.html dedicato all’apparente conclusione dei problemi relativi all’importazione di Brunello negli States e al ruolo avuto dall’informazione, anche quella fatta via Web, nella vicenda dello scandalo del Brunello, citando questo blog, e poi VinoWire.com e altri, osserva testualmente: “Blogs like these really show how the Internet is changing the way you get information. If you follow these blogs and others like them the wine news you get from traditional print media will be old news by the time it arrives in your mailbox”. E scusate se é poco…

  6. Cito testualmente, abbastanza allibita, quel che scrivi su come ti definiscono: “il “regista” dell’”attacco al Brunello”.
    Franco, ma se hai il potere di imbastire un “casino” come questo del brunello, allora DEVI candidarti. Ti vogliamo Presidente della Repubblica!

  7. io una sola cosa non riesco proprio a capire o forse mi son perso qualche passaggio..

    Cotarella parla di ANALISI che hanno incofutabilmente accertato la presenza di solo sangiovese al 100% …ma allora se in un precedente articolo si diceva che tale analisi non è ancora realizzabile anche perchè in caso contrario sarebbe stata la miaglior risposta agli americani.. un analisi a corredo dell’ordine di brunello e non la pagliacciata della conforimtà sancita da un timbro ministeriale da parte dell’organo di repressione frodi…

    insomma di qualche analisi parla COTARELLA??????????

  8. Buonasera.
    Caro Claudio, potrebbe forse anche essere il caso che la balla dell’attendibilità (o meglio dell’inaffidabilità) delle analisi sia stata diffusa perchè, in realtà, nessun produttore voleva (o poteva?) farle? Poi, guarda caso, spunta Antinori e le analisi sono attendibili……. e tutti gli altri fanno l’ennesima, meravigliosa, figura……….
    Buon pomeriggio.

  9. La difficoltà di gestire il “mondovino” secondo me poi nasce dalla troppa burocratizzazione che gli stessi organi rappresentanti dei viticoltori e commercianti propongono. Disciplinari, fatti spesso solo a tavolino magari da chi fa marketing, che se applicati alla lettera sono impraticabili. Non faccio quì i numerosi esempi che si possono fare. Ma bisognerebbe spostare più controllori nei campi… a lavorare, oppure far lavorare nei campi chi decide di fare le regole… e poi alla fine tutti a fare finalmente, eticamente, quel che si è deciso.

  10. sarebbe intressante vedere l’attecchimento dei vari vini francesi in italia,mi sembra che a volte i risultati siano superiori.Saluti

  11. Pingback: Un Petit Verdot del Lazio: cui prodest? | Blog di Vino al Vino

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