Roberto Voerzio, produrre seriamente, ma con ironia

E’ stato un grande piacere tornare domenica 29 nella sacra terra di Langa dopo la breve, ma interessante parentesi di Italia in rosa trascorsa a Moniga. Anche se il caldo soffocante non era certo il miglior viatico alla degustazione di rossi impegnativi e di quel super vino che é il Barolo, si trattava di onorare un piacevole impegno, incontrare, per parlare di Barolo e Barbaresco,tre ricercatori, Giacomo Negro della Durham Business School nel Regno Unito e Michael T. Hannan e Hayagreeva Rao dell’Università di Stanford in California, che stanno lavorando ad un progetto di ricerca sull’innovazione nella produzione di Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino, ovvero un’indagine che mira a comprendere i fattori organizzativi che influenzano la scelta dei produttori di adottare nuove tecniche produttive oppure di continuare ad impiegare tecniche tradizionali, e mi avevano chiesto di incontrarmi per raccogliere le mie riflessioni in materia.
La giornata é stata bellissima e non solo per il pranzo, come sempre squisito, di quel ristorante “del mio privilegio” che é Da Felicin a Monforte d’Alba, dove chi scrive mangia meglio (e beve meglio) e si trova meglio che in qualsiasi altro ristorante di Langa (e non mi fa velo nel giudizio l’amicizia per il patron Nino Rocca e la sua famiglia), per le bottiglie che sono allegramente arrivate sul nostro tavolo (eravamo in cinque con la moglie di Hayagreeva). Un Rias Baixas Albariño e un Renski Riesling della Slovenia 2001 portati da me, tanto per “scaldarci”, quindi l’ottimo Langhe Pinot nero vinificato in bianco annata 2007 di Cavallotto, sorprendente per vivacità e nerbo, quindi siamo passati ai vini seri, nella fattispecie una golosa, succosa Barbera d’Alba Vigna del Cuculo 2004 ancora di Cavallotto (io e Nino, che gioca a pallanuoto con Alfio Cavallotto, abbiamo un debole per questo produttore), e, surprise, surprise, un Barolo moderatamente tradizionale o tradizionalmente moderno, il Vigna Elena di Elvio Cogno, dedicato da Valter Fissore e dalla sua bella moglie Nadia alla loro figlioletta Elena.
1997 l’annata e a differenza da tanti 1997 che qui in Langa, ma anche a Montalcino, mostrano la corda e fanno pensare che aver definito “grande annata” il 1997 sia stata una solenne esagerazione, questo Barolo affinato non in legno piccolo come l’altro Barolo di Cogno, il Ravera, ma in grandi fusti di rovere da 40 ettolitri, ci é apparso in forma smagliante, fresco, vivo, ben polputo, ricco di nerbo, con un corredo aromatico vivo dove dominavano la menta e la terra, una salda struttura tannica ben sottolineata, un perfetto equilibrio tra tutte le componenti e una grande piacevolezza.
Esaurito il piacere – e Nino e lo staff di cucina sono stati veramente bravi in questa loro prova prima di un meritato periodo di chiusura per ferie: ci si risente in agosto – siamo passati al dovere, la continuazione del discorso sul Barolo e le sue diverse sensibilità e interpretazioni che ha portato questi simpatici ricercatori e grand gourmet, gente di grande cultura – professor of Sociology School of Humanities and Sciences e professor of Organizational Behavior and Human Resources – ma molto alla mano, in Europa.
La tappa, giusto il tempo di spostarci da Monforte d’Alba a La Morra, era la cantina di un produttore che solo erroneamente – lui stesso rifiuta questa definizione – si può chiamare “modernista”, ma che é invece un produttore che é partito dalle migliori tradizioni del Barolo, che non rifiuta e ha fatto sue, per arrivare ad una personale sintesi, ad un’idea del tutto originale e sua del Barolo. Il produttore, l’avrete già capito dalle foto che lo ritraggono in vigna ed in cantina mentre parla con gli ospiti californiani, é
Roberto Voerzio.
Non molto il tempo a disposizione – Giacomo, Michael e Hayagreeva dovevano scendere a Barolo per un incontro con Maria Teresa Mascarello, io ero atteso in cantina, a Monchiero, dal mio produttore tradizionale più caro, Mauro Mascarello – ma Roberto, con la sua consueta simpatica ironia, con quel suo modo tanto piacevole di parlare del proprio lavoro – che é sempre fare vino non inventare la penicillina o una cura contro il cancro… – senza prendersi troppo sul serio, ha illustrato a tutti la sua “filosofia”, rigorosa, severa, esasperata, del lavoro in vigna, basata su rese per ceppo bassissime, sulla ricerca di vigneti e cru speciali, su selezioni rigorose, prima di portarci in cantina.
Qui, prima che scoppiasse un temporale che aveva creato qualche preoccupazione, ma che se Bacco vuole é stato solo rumore e un po’ d’acqua, Roberto ci ha fatto assaggiare, à la volée, prelevandoli dai serbatoi d’acciaio dove sostavano, alcuni campioni dei suoi Barolo 2005, Cerequio, La Serra, Sarmassa, Brunate, ed un nuovo vino, mix di due crus lamorresi, che uscirà come riserva solo nel 2015, nonché, dalla barrique, 2006 in divenire dalla consueta corposità e ricchezza, concentrati e fitti, senza mai essere quelle marmellate infarcite di legno e di tostatura che sono spesso i vini dei modernisti. Soprattutto alcuni con vigneti e cantina a La Morra e Monforte d’Alba…
Begli assaggi, che hanno dato la misura di un lavoro serio come pochi altri viticoltori fanno in Langa, di un’idea personale del vino che merita rispetto e che affascina anche me che pur essendo “barolodipendente” dichiarato e buon amico di Roberto, con un rapporto schietto e diretto, difficilmente quando penso ai Barolo dei miei sogni penso ai grandi vini di Voerzio.
Carattere non difetta loro certo, la capacità di esprimere al meglio le sfumature e la voce personale che i grandi vigneti dove opera con tenacia e da cui ricava le sue uve (vigneti che si chiamano Brunate, La Serra, Sarmassa, Cerequio, Rocche dell’Annunziata, Torriglione, Capalot, ecc.) possiedono, é incontestabile, ma é forse la loro imponenza, la loro densità, quella ricchezza di frutta matura e di polpa che mostrano a mettermi, lo confesso, leggermente in difficoltà, a farmi apprezzare, a conti fatti, più l’uomo Roberto Voerzio, che é una bella persona, uno di quegli uomini che saresti contento di conoscere e frequentare anche se non si occupasse di vino, uno spirito libero, più che il produttore.
Questo anche se il suo Barolo Cerequio 2004, aperto appositamente per me, per “sfruculiare” sul fatto che avessi scritto che preferivo altre interpretazioni, più snelle, di questo grande cru (tanto per non fare nomi quella di Batasiolo, ma anche quella di Michele Chiarlo, di cui ho fatto in maggio una verticale, merita rispetto), mi é piaciuto senza esitazioni, forse più equilibrato, incisivo, nervoso, con una terrosità pronunciata, oltre che con una grande materia fruttata ed un tannino salvo, di quanto ricordassi altre annate di questo cru nella lettura di Roberto.
Una gran bella visita anche se breve, ospitata in una nuova e ampia e ariosa sala degustazione che non avevo ancora visto completata e che impreziosisce, con un tocco di originalità e di colore (un grande pannello con decine di foto che ritraggono Roberto e sua moglie dall’inizio della loro attività ad oggi, una grande foto di Roberto con suo figlio, singolari portavasi di cactus d’acciaio, macchie di colore alle pareti e quadri moderni che riproducono dettagli delle sue etichette…),  questa bella e moderna grande cantina di Langa.
E tutto questo, i californiani venuti apposta da lontano, un giornalista arrivato da Bergamo a ritrovare i profumi ed i colori della sua terra promessa, un cinquantacinquenne a cui piace godere la vita e scherzare e non solo “farsi un mazzo così” in vigna ed in cantina, per amore di Bacco, di quel vino che unisce e divide, fa discutere e affascina, come poche altre cose al mondo…

0 pensieri su “Roberto Voerzio, produrre seriamente, ma con ironia

  1. Buongiorno.
    Mi è capitato una volta, qualche anno fa, grazie a un amico,di essere invitato a una cena abbastanza “importante”: a metà cena uno dei commensali con fare sornione ha preso una bottiglia con etichetta nascosta, ce l’ha stappata e, una volta versata, ho visto i presenti (tutti grandi produttori) irrigidirsi sulla sedia, come bloccarsi……….. quel vino che si stava aprendo nei nostri bicchieri era assolutamente straordinario, unico. Colore rubino intenso, naso straordinario di frutta e un’elegantissima viola che ancora ricordo e tengo a paradigma, in bocca una massa enorme di tannino PERFETTAMENTE APPUNTITO, pieno di frutto e con un finale infinito che addirittura ricordava per la sua freschezza, la pera matura. Nessuno di loro, nè io, nella nostra squisita eleganza toscana che cerca il difetto ne “La Nascita di Venere” del Botticelli, riuscimmo a dire niente. Ovviamente, fui io da semplice appassionato (e non produttore come gli altri), a chiedere per primo cosa fosse quel vino che riusciva a essere così elegante con una massa tannica allo stesso tempo enorme e lunghissima, assolutamente perfetto nel suo equilibrio. Era il Brunate 1997 di Roberto Voerzio. Ecco, quello, ad oggi, io ricordo come il vino perfetto. Per cui voglio cogliere, ed era tanto che aspettavo, questa occasione di ringraziare Roberto Voerzio di aver tradotto in pratica enoica un pezzo di perfezione.
    Ho assaggiato altre sue annate e altri cru (sempre eccellenti), ma la perfezione di quel Brunate 1997 rimane per me irraggiungibile.
    Con una bella vena di polemica, suggerisco ai nudi e puri (perchè tale è Roberto Voerzio, come conferma sopra il nostro ospite) delle nostre parti che farebbero produrre 3 kg di uva a una vite e che “non si sottosta alle regole di ristoranti e wine bar”, di assaggiarlo. So già che storcerebbero il naso e, con un po’ di disgusto, direbbero: “non è un vino delle nostre parti”. E io citerei loro un grande napoletano…………..

  2. Io rimasi analogamente affascinato in una serata dedicata ad importanti Barolo, dal Barbera Pozzo dell’Annunziata annata 1998 di Voerzio.
    Presente lui ed altri produttori di Barolo, volle personalmente far degustare quel particolare magnum di barbera, che fu quasi ignorato da molti degustatori, tranne 5/6 di noi che sequestrammo poi letteralmente la bottiglia.
    Ed io sono solitamente restio ad accostarmi a vini della tradizione passati in barrique tant’è che tra i vari signor Barolo, quelli di Roberto Voerzio non sono i miei preferiti.

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