Tavel Château de Manissy, quando i rosati durano 4 anni, non solo quattro mesi…

Ho molto riflettuto sulla “chiamata di correo”, pronunciata da Mattia Vezzola enologo in Franciacorta ma anche produttore gardesano, verso troppi Chiaretto del Garda “fatti per vivere pochi mesi”, concettualmente pensati per cantare una sola estate, e magari nemmeno a voce tanto sicura.
Sono persuaso che anche se il rosato è una particolare tipologia di vino che offre il suo meglio da giovane, con la freschezza e l’esuberanza aromatica della sua gioventù, il suo variegato bouquet di profumi, il nerbo sapido del gusto, molti rosati italiani possano benissimo, grazie alle uve utilizzate, essere tranquillamente bevuti e apprezzati, forse addirittura con più gusto, nel secondo anno d’età  e addirittura oltre.
Per fare un grande rosato, e so bene che sto per pronunciare una lapalissiana ovvietà, ci vogliono grandi uve, dei terroir importanti, un attento savoir faire ed un pizzico di coraggio e di “ardimento” da parte del produttore, che abbia l’ambizione di ottenere non un prodotto qualsiasi, “alla moda”, ma un vino vero, di grande carattere e personalità.
Insomma, quando si è in possesso di tutti questi elementi e la fortuna ed il caso aiutano, si possono produrre vini che non durino, quando va bene, quattro mesi, ma addirittura quattro anni.
Non ho detto casualmente quattro anni piuttosto che tre o cinque, perché una bottiglia di rosato, pardon, di rosé, ritrovata in cantina sabato pomeriggio e aperta la sera stessa mi ha confermato questa evidenza e fatto tornare in mente una bella esperienza dell’estate 2004.
Era agosto e con la famiglia (fu ultimo anno che nostra figlia Valentina, classe 1985, accettò di venire in vacanza con noi) eravamo andati in Francia, in Provence, nella zona tra Avignon, Carpentras, il mitico Mont Ventoux e le Dentelles de Montmirail.
La meta era una table d’hôte, l’Aube Safran, nella deliziosa località di Le Barroux, un piccolo paradiso, poche camere arredate con gusto, una piscina, intorno i profumi della garrigue, della lavanda, degli alberi da frutto e la scoperta che i proprietari, Marie e François, parigini, avevano scelto questo posto da sogno per ricreare un’antica tradizione che si era persa nel tempo, la coltura del crocus sativus per la produzione di zafferano.
Talmente bello quel posto e affascinante la scommessa da tornarci poi a fine ottobre, con Fredi Marcarini, geniale fotografo, per la raccolta dei fiori e le fasi di produzione di safran destinate ad un articolo poi pubblicato su Spirito di vino.
Bene, nel corso della nostra settimana à l’Aube, tra succulente colazioni a base di succo d’albicocca e confetture varie, arance, pere, ovviamente con zafferano, cenette preparate da Marie e giuste bottiglie, scelte con expertise da François, oltre ai consueti giri turistici in questa zona meravigliosa il sottoscritto, che anche in vacanza non si dimentica di essere un cronista del vino, non mancò, con immaginabile “gioia” di moglie e figlia, di fare qualche puntata a vinose località.
Così me ne andai nell’amatissima
Châteauneuf-du-Pape a fare una ricca degustazione un paio di giorni dopo che analoga cosa aveva fatto Robert Parker, e quindi rimandando a fine ottobre due visite con degustazioni nei territori delle AOC Côtes du Ventoux e Vacqueyras, trascorsi una bellissima mattina proprio nella capitale dei rosati francesi, Tavel, dove grazie alla preziosa collaborazione del Syndicat dell’unica A.O.C. interamente in rosé di Francia, il 23 agosto ebbi modo di fare una fantastica degustazione di una trentina di Tavel documentata in questo articolo pubblicato su WineReport.
Per me che ero e sono un rosatista “antemarcia” (ne ho scritto sin dai primissimi anni Novanta), non come certi “colleghi” che si sono buttati e hanno “scoperto” il rosato ora che è diventato trendy e di moda, fu un’autentica goduria, la scoperta di un terroir, quasi mille ettari con tre diverse composizioni del terreno a determinare almeno tre micro-terroir, d’eccezione, di una cultura, di una consapevolezza e di un orgoglio del rosé di cui non trovo ancora traccia in Italia.
Se si fa eccezione per il progetto, cui si sta lavorando sottotraccia e di cui si parla poco, di arrivare in Abruzzo, una delle due capitali riconosciute del rosato italiano, ad una Doc Cerasuolo d’Abruzzo scorporata dall’attuale Doc Montepulciano d’Abruzzo di cui il Cerasuolo è una particolare, splendida modalità.
Bene, questa “goduria”, abbinata alla gioia di trovare confermate quelle sensazioni e convinzioni che avevo maturato a Tavel, l’ho avuta sabato sera quando dopo aver avvistato in cantina, in uno spazio particolare dove conservo delle bottiglie “cavia” che dimentico apposta per verificare come si evolvano nel tempo, una bottiglia del Tavel 2004 dello Château de Manissy (uvaggio molto variegato dove accanto a Grenache e Carignan figurano quote minori di Clairette de Cinsault, di Bourboulenc, di Picpoul provenienti da un vigneto di almeno 40 anni d’età, e averla portata a casa la sera l’abbiamo (mia moglie ed io) testata e messa alla prova.
Chapeau Messieurs!, quattro anni ed il vino non solo si è mostrato in perfetta forma, ma si è mostrato godibilissimo, pieno di quel carattere, che è sintesi di frutto-terra-pietra-sole, che rende i rosé di Tavel “I” rosati di riferimento per chiunque ami le vin en rosé.
Colore cerasuolo corallo vivo con una leggera unghia rubino granata luminosissima, naso succoso, compatto, avvolgente profumato di frutta (cassis, lampone, fragola), ma fresco e vivo, con le sue note leggermente dolci di confetto e mandorla ed una nitida vena salata.
Grande polpa carnosa in bocca, vino che si dispone largo e goloso sul palato, pieno di sapore, energia, consistenza, vinosità molto pronunciata eppure quanta sapidità, quanta vita, che bella acidità a temperare i 13 gradi e mezzo di alcol e a rendere il vino, con la sua veneranda età, ancora bilanciatissimo, piacevole, très agréable.
C’è poco da dire: quando i rosati hanno attributi, personalità e storia durano quattro anni, non solo quattro mesi…

0 pensieri su “Tavel Château de Manissy, quando i rosati durano 4 anni, non solo quattro mesi…

  1. Ma che ci sia uno dei tuoi “colleghi” che ha scritto o partecipato ad Italia in rosa che ti dica qualcosa!?Adesso si documentano,poi scriveranno,come fossero gli “scopritori” se non i consiglieri dei produttori,nelle fattezze dei vini di Tavel.Tra qualche mese naturalmente.Non ne avresti un’altra???

  2. beh, qualcuno si é fatto vivo, magari chiedendomi delle indicazioni “taveliane”… Si é fatto vivo anche il curatore della manifestazione, Bruno Donati, che si riservato di analizzare con attenzione le mie critiche e proposte in un momento di maggior serenità, al rientro dalla vacanze.

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