WineWebNews: sette giorni di notizie sul vino pescate su Internet (siti e blog)

Nuova uscita delle WineWebNews, la rassegna stampa settimanale delle notizie più interessanti su vino ed enologia apparse negli ultimi sette giorni sul Web (siti Internet e wine blog).
Nel numero del 23 luglio, pubblicato qui sul sito Internet dell’A.I.S. e diffuso via news letter inviata gratuitamente ad un indirizzario di oltre 20 mila iscritti (se volete riceverla anche voi, lasciate i vostri dati qui, in questa pagina) molte le cose a mio avviso interessanti, l’emergenza idrica nel Chianti Classico, avvocati del diavolo, pompieri, giustificazionisti sempre in azione a Montalcino, la Franciacorta che va bene ma non deve strafare, i vini “marginali” baluardi contro l’omologazione del gusto secondo Eric Asimov, perplessità sulla possibilità del tappo a vite (screwcap) di salvaguardare la freschezza dei vini e poi, per un pizzico di eno-gossip, David Beckham che regala una tenuta in Napa Valley alla moglie Victoria (la Posh Spice Girl), ecc.
La cosa più interessante, quella che invita a riflettere, credo sia il post tratto dall’eccellente blog I numeri del vino dove l’autore Marco Baccaglio, dimostra con chiarezza, con parole e diagrammi, che il mondo del vino si sta orientando verso una produzione dove Chardonnay, Pinot Noir, Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah e Sauvignon fanno la parte del leone, lasciando alle altre varietà locali le briciole. In Nuova Zelanda queste poche cultivar internazionali totalizzano il 79%, il 71% in Australia, rispettivamente il 65 ed il 62% in Cile e California, il 46% in Sud Africa.
In Italia la quota è “solo” del 9 per cento, ma a furia di piantare anche qui i soliti vitigni ”migliorativi” resterà spazio per i nostri autoctoni ? Buona lettura delle WineWebNews!

0 pensieri su “WineWebNews: sette giorni di notizie sul vino pescate su Internet (siti e blog)

  1. ricevo questa Mail dal titolo “collaborazione” che ritengo interessante sia di pubblico dominio. Ho eliminato per sicurezza i dati dell’azienda che ha inviato la mail.
    Meditate, meditate tutti…

  2. Da tre generazioni ci occupiamo della produzione dei prodotti della terra ai quali gli uomini di famiglia dedicano notevoli attenzioni.
    Da circa 20 anni l’azienda agricola dei X.XXX XXXXXX VINCENZO e XXXXXX ha affiancato all’attività di produzione, la commercializzazione di questi prodotti specializzandosi nella selezione di uve di qualità in particolare dei vigneti : TROIA,SANGIOVESE,MONTEPULCIANO,LAMBRUSCO,MERLOT,CABERNET,CILIEGIUOLO,MALVASIA LECCESE,TREBBIANO,GARGANICA.
    A seconda delle esigenze dei nostri clienti , possiamo sistemare le uve in cassettine di pvc da 20Kg o in legno 17Kg circa su pedane, oppure alla rinfusa in cassoni, risparmiando così l’imballo.
    Sempre a vs. disposizione per eventuali proposte, distintamente Vi salutiamo

  3. Buonasera.
    Beh, ha ragione il signor Tommasi: Chardonnay, Cabernet, Merlot, Syrah, Pinot Noir sono vitigni autoctoni francesi (o lo sono comunque in virtù di adozione pluri secolare). Non credo che California, Nuova Zelanda, Australia o Sud Africa abbiano (o abbiano saputo conservare) vitigni autoctoni………… Dove, invece, ne abbiamo di validi (Italia e Spagna), come si vede, attecchiscono poco.
    Anche perchè i francesi (non i neo-mondisti) quei vitigni li usano (abbastanza) meglio di noi…….
    Tornando un attimo sull’analisi della situazione italiana, storicamente le coltivazioni di Merlot e Cabernet sono concentrate al Nord dove non eccellenti condizioni meteo costrinsero (complice la lunga dominazione francese) alla coltivazione di vitigni alloctoni.
    Quello che turba oggi è vedere coltivare Merlot e Cabernet dalla costa toscana fino a Marsala……… (e c’è chi dice che è buono, mah!?)
    Buon pomeriggio.

  4. Scrivo dall’Inghilterra, dove ho appena acquistato una copia di Decanter Magazine che riporta una degustazione di circa 120 vini della toscana, incluso molti della costa. Si parla di Ornellaia, Sassicaia, Terriccio, ecc.. Molti di questi vini hanno riportato 5 stelle in questa degustazione, ovvero il Decanter Award, il massimo punteggio. Così come molti Chianti, Brunelli, Nobile di Montepulciano, ecc. Ma davvero c’e’ bisogno di una contrapposizione tra vitigni “autoctoni” e “alloctoni” (che poi dipende solo da quando si comincia a “contare” la loro presenza)?
    Per come la vedo io se un territorio ha adottato certi vitigni e i risultati sono buoni, a volte ottimi, si può dire che è stato fatto un danno? E col 9% di presenza in Italia, la polemica autoctoni vs alloctoni, non sembra una cosa praticamente inutile?
    Se a qualcuno venisse in mente di pensare che, siccome ho detto questo, allora penso che vada bene taroccare i disciplinari di produzione, si rassicuri subito: questo non c’entra nulla.

  5. @Gianpaolo
    permettimi di farti notare che il tuo discorso non tiene conto di alcuni fattori fondamentali.
    Il problema non è la contrapposizione tra autoctoni e alloctoni, ma l’uso strumentale e puramente commerciale che si fa di un vitigno. Questo succedeva in passato, quando venivano soppiantati vitigni poco produttivi con altri più redditizi ma di minor qualità (non si può avere tutto), come accade ora, dove si crede che basti mettere merlot e cabernet e fare un vino di un certo tipo per ottenere premi e riconoscimenti.
    Si può fare un sangiovese barricatissimo e malfatto come un cabernet di ottimo livello. E’ la testa che manca in molti, le mode che fanno male, il voler correre subito al successo in qualunque modo senza fare progetti concreti, ricerca, zonazioni ecc.
    Se a Bolgheri scoprissero che in alcune aree il vitigno che dà i migliori risultati è il tempranillo, va benissimo, quello che non va bene è standardizzare tutto, fare sì che tutti usino stesse uve e stessi metodi solo perché qualcuno ha avuto fortuna o ha trovato le zone migliori.
    Succede anche a Montalcino, la cui area vitata si è estesa a dismisura, con risultati sempre più discutibili. Ecco perché poi si ricorre a trucchi e imbrogli.
    Se è la fame di denaro a stabilire le regole, non c’è autoctono o alloctono che tenga.

  6. @ Gianpaolo: Francamente non riesco a comprendere quale sia la ragione che spinge molte persone a vedere in ogni tentativo di tutela dell’identità e della varietà una chiusura totale e preconcetta nei confronti dei vitigni alloctoni. Affermare la propria contrarietà all’utilizzo di vitigni “migliorativi” nell’ambito di un disciplinare è cosa ben diversa da chiederne il divieto di impianto o addirittura, come qualcuno ha sostenuto fosse nelle nostre intenzioni, l’espianto. Tanto per farle un esempio concreto, io sono un convinto barolista eppure trovo che il Bricco Appiani di Roddolo (cabernet sauvignon in purezza prodotto a Monforte: un’eresia) sia un vino straordinariamente pulito e affascinante. Credo allo stesso modo che molti esperimenti in giro per la penisola siano decisamente ben riusciti. Sono invece in netto disaccordo quando la scelta di mettere a dimora un alloctono viene fatta senza tenere in considerazione criteri di sostenibilità ambientale o senza effettuare studi preliminari nell’ambito di progetti come quelli a cui si riferisce sopra Roberto Giuliani. In altre parole: il problema non è quantitativo ma qualitativo, non sta in quel 9% ma nel modo in cui viene utilizzato.

  7. dall’ultimo numero di wine spectator,,,
    best valeus segnala l’italiana azienda Feudo Arancio con il sicilianissimo PINOT NOIR IGT SICILIA 2006

    “delicate aromas of flowers and plum, whit a hint of strawberry. Medium bodies, whit fine tannins and a clean, focused finish” firmato j.s. (alias giacomino suckling)
    …………..
    …………..

    Andrea

  8. @Roberto. Permettimi di non essere d’accordo con te. Il vino si fa per commerciarlo, così è sempre stato in agricoltura per ogni prodotto, altrimenti si chiama hobby. Quindi dal mio punto di vista, che sicuramente ci separa, è perfettamente sensato tenere presente la logica commerciale nella scelta di un vitigno. Il che vuol dire, per es., che secondo me la logica commerciale oggi, più che mai, dice: Brunello di Montalcino = Sangiovese 100%. In altre zone può essere vincente provare altre strade.
    Per il resto continuo a non capire la logica di fare una battaglia sul nome dei vitigni, come se questi fossero la cosa più importante per il successo di un vino e non invece il territorio. Ma questo non c’entra, lo ripeto, con l’eventuale taroccamento dei disciplinari.
    @ Marco Arturi. Infatti io non sostengo che si debbano usare vitigni “migliorativi” nei disciplinari. Non sono neanche d’accordo con questo termine. A bordeaux per es qual’e’ il “migliorativo” tra cabernet, merlot, petit verdot? E’ l’equilibrio che fa grande un vino, non le ricette. In quanto a sostenibilità ambientale, permettimi di chiederti: qual’e’ più sostenibile per l’ambiente, un nebbiolo o un cabernet? Perché francamente io non posso trovare una risposta plausibile e razionale. Tendo comunque a pensare che all’ambiente in quanto tale, questa questione risulti indifferente.

  9. @Gianpaolo,
    che non siamo d’accordo va benissimo, ci mancherebbe. Ma che tu cerchi di liquidare quanto ho scritto con la parola “hobby”, non mi sta bene, semplicemente perché io ho parlato degli eccessi che comporta una mentalità orientata solo a fare soldi. E’ molto lontano dal filosofeggiare sulle passioni, mi spiace che tu non voglia riflettere su questo.
    Inoltre che in agricoltura si produca solo per vendere lo dici tu. Ogni essere umano fa delle scelte in base al suo carattere e al suo modo di pensare, ai mezzi che ha a disposizione e ai propri interessi, non esiste una regola a priori. Gli hobby sono uno svago del tutto personale, non sono necessariamente remunerativi e non riguardano altro che noi stessi.
    Qui stiamo parlando di ben altro. Tu parli convinto che chiunque vende sia solo un commerciante: produco per vendere.
    Per fortuna non è così, o per lo meno non lo è per tutti. La ragione per cui si sceglie di fare il medico può essere quella di voler curare la gente, ma può essere anche quella di voler fare soldi e carriera per comprarsi la villa e l’auto di lusso. Questo vale anche nel vino, ovviamente. e la differenza si vede, sempre.
    Ma più gente ragionerà così e più il mondo si impoverirà, e non ci sarà denaro che potrà riempire simili vuoti.
    Fare un mestiere per passione non c’entra nulla con l’hobby.
    Si può avere un forte attaccamento alla terra e alla propria storia, e si può voler fare un vino semplicemente perché appassiona l’idea di dare vita a qualcosa di buono grazie ai nostri sforzi. Il denaro può essere un mezzo per riuscire a portare avanti ciò che si ama, non un fine.
    Tu gli attribuisci, invece, il valore primario, ma ti consiglio di non generalizzare, ti assicuro che non la pensano tutti così, anche nel tuo stesso ambiente, per fortuna.
    Sono invece d’accordo sulla questione vitigni-territorio. O meglio, sono d’accordo sul fatto che fissarsi sui vitigni non ha senso. Ha senso, come ho già detto, imparare a conoscere un territorio, sperimentare (se possibile, visto che non è gratis), valutare cosa dà i migliori risultati, ma questo non in una logica commerciale, bensì sulla base delle nostre aspettative e del nostro gusto.
    E su Montalcino ti stupirò: la logica commerciale dice Brunello di Montalcino= sangiovese 100%. Benissimo, allora perché si possa fare del Brunello di Montalcino tutto sangiovese (grosso), bisogna rivedere l’intero territorio, altrimenti sarà inevitabile il taroccamento. Il Brunello di Montalcino=sangiovese funziona commercialmente, ma non funziona nella pratica se non nei territori più vocati, che sono una stretta minoranza rispetto agli oltre 2000 ettari attuali. Sai benissimo che il sangiovese è un vitigno molto difficile ed esigente, pertanto, per fare un Brunello di Montalcino, che nel mondo è uguale a “grande vino”, lo si può fare solo nei terreni realmente vocati, altrimenti i trucchi di cantina dovranno inventarselo.

  10. @Roberto. Immaginavo che mi avresti risposto così. Fare un mestiere con passione non vuol dire non accettarne la realtà commerciale. Anche chi fa un mestiere per passione, che sia un avvocato od un medico, giustamente chiede un controvalore per la sua prestazione. Chi fa il vino per passione, ma alla fine lo vende sul mercato, fa anche il commerciante. Io, francamente, non vedo il problema ad accettare questa realtà. Se uno fa vino e lo regala, allora non fa il commerciante, ma lo fa per hobby, beato lui.

    Il fatto che ci sia del denaro coinvolto nel commercio non ne fa necessariamente una cosa sporca, o addirittura vergognosa. Il commercio è un arte nobile, è il pagamento di un controvalore è un contratto che lega le due parti a degli obblighi morali e commerciali che sono quelli che stanno alla base della civiltà come noi la conosciamo.

    In quale epoca dell’uomo ti risulta sia mai esistita agricoltura (o altra attività) senza commercio e senza che questo rappresentasse un aspetto fondamentale per la sua esistenza e sussistenza?

    Le passioni sono attinenti alla sfera del personale. Possono essere lecite, illecite, disgustose, virtuose, a volte sono tenute discretamente nascoste, a volte sono sbandierate a mò di marchio di fabbrica. Spesso sono vere, a volte sono di convenienza. Lasciamo che ognuno abbia le sue, senza mettere in discussione quelle degli altri, né in qualità, né in forza. Il commercio invece è legato ai fatti, che devono essere trasparenti, verificabili, e risponde a delle esigenze naturali dell’uomo, ed è connaturato in lui.

    Esiste il commerciante disonesto? Certamente, così come il medico incompetente, l’avvocato intrallazone, e il produttore di vino che tarocca.

    Tu mi parli di Montalcino, e dici delle cose condivisibili. E io ti dico che, per te sarà un paradosso, sarà proprio il mercato a dirigere le scelte dei viticoltori, ed è l’arbitro più giusto ed imparziale, perchè il mercato siamo noi, sono quelli che comprano il vino, lo bevono e sopratutto lo pagano. E chi paga, e qui rientra in ballo il vil denaro, ha tutti i diritti, e sopratutto quello di decidere di non comprare più i vini taroccati ed indirizzare la produzione verso scelte di maggior qualità e trasparenza.

    Ci sarebbe invece da aprire un capitolo su quelli che il vino lo fanno “per passione”, cioè senza necessità commerciali reali, gettando letteralmente milioni di euro in progetti insensati che poi si traducono sempre in turbative per il mercato. Il contadino, figura retorica che sono convinto ti sia più vicina di quella dell’industrialotto con ambizioni da gentleman of leisure, si è sempre mosso con maggior saggezza e prudenza, perché sa che ci deve campare con quello che produce. E qui si potrebbero fare esempi e discussioni interessanti, ma non mettiamo troppa carne al fuoco.
    Con rispetto, Gianpaolo.

  11. @Gianpaolo
    adesso ci siamo. Hai detto “anche”, che non è quello che hai detto all’inizio. La parte commerciale è necessaria, sono il primo a dirlo, ma non può essere il vero motore delle iniziative di un uomo, almeno in certi settori. Altrimenti, caro Gianpaolo, avremo solo musica commerciale, il teatro morirà definitivamente perché non fa cassetta, esisteranno solo (ed è quello che probabilmente avverrà se lo Stato non interviene incentivando l’artigianato) i centri commerciali, e si faranno vini sempre più come tira la corrente, che è una cosa di una tristezza infinita.
    Io ho messo il punto sulla nota negativa del lato commerciale fine a se stesso. Tutti dobbiamo campare, ma c’è modo e modo, esiste un’etica e una volontà o meno di fare qualcosa che serva realmente alla società, che sia musica, cibo, mezzi di trasporto, ecc.
    Anche sullo sport si specula, lo sappiamo bene, e guarda un po’ cosa succede da quando è diventato un business?
    Non si controlla più, dal calcio al ciclismo o alle olimpiadi.
    L’uomo deve ritrovare le vere motivazioni per cui è al mondo, che non sono certo arricchirsi per farsi il Cayenne fottendosene del fatto che inquina 10 volte più di una utilitaria. L’arricchimento, quello vero, è un’altra cosa, e il denaro non te la può dare, mai.

  12. Dice Giampaolo: “sarà proprio il mercato a dirigere le scelte dei viticoltori, ed è l’arbitro più giusto ed imparziale, perchè il mercato siamo noi…”
    Purtroppo non è così. Sarebbe bello fosse così ma non lo è. Questa è una astrazione che va molto di moda, ma il mercato oggi è tutto tranne che giusto e imparziale. Il mercato è soggetto ai giudizi di chi scrive, che spesso non è né giusto né imparziale; alle spinte della pubblicità, che non è né giusta né imparziale; spesso anche alle pressioni politiche e clientelari, che non sono giuste né tantomeno imparziali.
    Dunque, per venire al punto centrale della bella discussione fra Giampaolo e Roberto, è evidente che ogni agricoltore deve necessariamente confrontarsi, e dico confrontarsi, non adeguarsi, con il mercato, per poter vivere. Ma la questione centrale è che non si dovrebbe mai e poi mai fare vini “per” il mercato. Io non farò mai vini per il mercato, vini “commerciali”. Vorrei fare, e vorrei che tutti i miei colleghi facessero, vini che raccontano delle storie, delle passioni, delle persone. E questo non può concludersi o limitarsi in quello che è stato definito asetticamente “pagamento di un controvalore”. Scusatemi ma è proprio da ex-economista che mi rifiuto e mi rifiuterò sempre più di vedere l’economia solo come uno scambio di merci e di valori d’uso. Fino a quando non riusciremo a capire che lo scambio, il commercio, il mercato sono tutt’altro che imparziali ma si caricano di valori passionali, storici, identitari, antropologici, avremo sempre chi sarà tentato di mischiare le carte mettendo un pò di Merlot nel Brunello perché così piace agli americani. Una bottiglia di vino, come qualunque altro bene agricolo, non è e non sarà mai un “controvalore per una prestazione”. Mi spiace ma se ragioniamo in questo modo il futuro è solo la distruzione dei nostri giacimenti eno-gastronomici.

  13. @Roberto. Alla fine dov’e’ che io e te siamo diversi al massimo? Tu pensi che l’intervento debba venire dall’alto (es. le sovvenzioni all’artigianato) perché il denaro corrompe l’uomo e lo rende peggiore. Io penso che il consumatore non è stupido e nel medio e nel lungo periodo sa fare pulizia di quello che è inutile, troppo costoso, falso. E lo dico perchè io sono un consumatore, come credo tutti. Aborro i contributi, specialmente quelli in agricoltura, ma dicasi lo stesso per il commercio, per l’alitalia, e per tutto il carrozzone italico e europeo.
    C’e’ un mercato per i vini che tu probabilmente definiresti “veri”. C’e’, ed ecco che vengono fuori, magari in dieci associazioni diverse una più “vera” dell’altra, ma ci sono. C’e’ un mercato per il tavernello? C’e’, ed ecco che in Italia si vendono 100 milioni di confezioni l’anno.
    Qual’e’ la parola che tira tutto il discorso? E’ il mercato. E il mercato siamo noi, e preferisco che si sia noi a decidere, nel modo più democratico e trasparente che esiste, quello che mi vede spendere, o non spendere, il mio denaro faticosamente guadagnato, a decidere cosa consumare, cosa vedere e cosa ascoltare, piuttosto che un consiglio comunale, o dei ministri, o di altri soloni che si dilettano ad immaginare cosa dovrei volere.
    Il Ciclismo fa schifo? Peggio per loro, la gente non li seguirà più, i soldi verranno meno (ancora i soldi…) e si ricomincerà da capo, con i dilettanti, ecc. ecc.
    La Cayenne inquina troppo? Che la si proibisca allora, e la si faccia finita con questa reazione da lotta sociale. Tanto chi ha i soldi troverà altri sistemi per viaggiare, magari un aereo privato, che inquina così tanto per portare una persona sola. Proibiamolo.
    L’arricchimento, quello vero, temo che sia una cosa diversa da persona a persona, e per fortuna non sei ne tu ne io a deciderlo.

  14. Buonasera.
    Mi permetto di intervenire nell’argomento. A dire la verità, spesso e volentieri questi “Dialoghi sui (due) massimi sistemi” avvengono tra persone che si ritengono un po’ troppo perfette: io che perfetto non sono ammetto che vendere a me piace. Piace in un senso che vedo il profitto come la contropartita per la condivisione di tutto quello di personale (storia, cultura, intelligenza, capacità imprenditoriale, le mie partite a basket, una boa in regata con 25 nodi di vento……. IO in una parola) che io metto per modificare una materia prima.
    In tutto quel “pontificare” sopra, quello che mi fa inc……..re nessuno ha mai citato la variabile “capacità imprenditoriale”. E’ un dato di fatto che il mio lavoro lo debba saper fare e che, come in ogni campo, ci sia chi è più bravo di me. E’ da quelle prove tipiche dei ragazzini (non le cito per decenza) che noi tutti avremmo dovuto imparare che arriva il bel giorno dove si trova uno più bravo di noi. Io non nutro invidia (al contrario di quello che sento serpeggiare qua e là in qualche post sopra……..) per chi è più bravo, semplicemente abbasso il cappello e gli rendo omaggio, dopo aver fatto tutto quello è eticamente lecito per non farmi battere e, soprattutto, spero, non prima di aver imparato dai suoi meriti e dai miei errori. Questo si chiama competizione. Questo per me si chiama crescere.
    Trovo molto bello in merito, il verbo inglese che traduce la situazione: to improve (secondo me rende molto bene anche foneticamente).
    Ora poi, potremmo passare ore e ore ad analizzare i fattori e i difetti di moltissime realtà economiche, ma anche qui nessuno ha citato sopra quello che realmente conta oggi, le realtà distributive. Forse non esistono? Non si possono fare le cose a metà, è finito quel tempo. Il solo coltivare le viti (male) basta giusto giusto per vivere male rodendosi nell’invidia, altro che 911 (il Cayenne, lo comprate voi) o Panda (che io possiedo)……..
    Buonasera

  15. Il mercato non è giusto nè imparziale, altrimenti non ci sarebbero 2/3 della popolazione del mondo che soffre la fame.
    Il mercato lo fanno poche nazioni in un’ottica strettamente di profitto.
    L’etica di una produzione, in particolare quella vitivinicola, non può seguire il mercato, altrimenti tutti farebbero la stessa cosa, come la cocacola, il Philadelfia, ecc..
    Un saluto,

  16. @Corrado. E’ questione di intendersi con le parole. A me pare piuttosto evidente che tu faccia i vini per un mercato. Che non sara’ il mio, necessariamente, o quello di altri vini, ma il tuo, quello di chi vede il vino e lo interpreta come te. Veramente non vedo come mai sia cosi’ difficile accettare questa realta’ cosi’ semplice e naturale. Nessuno fa dei vini, o altri prodotti se per questo, sperando di non venderli, mi pare chiaro.
    Il mercato, il tuo mercato, non e’ un soggetto astratto. Sono persone come te, e come me, che pensano, ragionano, scelgono. Mi interdice il fatto che ci siano produttori o giornalisti che abbiano una visione cosi’ bassa del mecato, perche’ il mercato sono i loro clienti, i loro lettori.
    Fare un prodotto per il “mercato” significa sopratutto rispetto. Rispetto per le persone che, nella loro liberta di indvidui, e non di massa informa, possono decidere o non decidere di acquistare un prodotto.
    Il che non vuol affatto dire che si puo’ mettere il merlot nel sangiovese.
    Mi saro’ spiegato?

  17. @Corrado

    “.. avremo sempre chi sarà tentato di mischiare le carte mettendo un pò di Merlot nel Brunello perché così piace agli americani”

    A me pare che agli “Amerikani” (aggiungiamoci pure brutti sporchi e cattivi) siano girate abbastanza le pelotas per questo scherzetto.
    Forse a Montalcino (e non solo lì) non hanno capito nulla sugli Americani e le regole (perché il mercato HA regole) del mercato!

    Luk

  18. vorrei tornare un istante sul discorso “scelta dei vitigni”.

    quando nel ’98 ho impiantato il mio vigneto in maremma, personalmente non ne ho fatto una questione di appartenenza. iniziando un’attività e una passione che fino ad allora non avevo mai toccato con mano ho voluto sperimentare sul campo il comportamento dei diversi vitigni in un determinato territorio scoprendone direttamente (e toccando con mano) i punti di forza e quelli critici.

    ho potuto constatare così per es. come syrah e cabernet fossero soggetti a forti attacchi di ragnetto rosso, ma molto resistenti alla peronospora e oidio. viceversa il sangiovese, più delicato verso i funghi, si è rilevato completamente “indigesto” al ragnetto. e ancora il sangiovese pure troppo vigoroso (ma questo dipende soprattutto dal portinnesto) rispetto agli alloctoni che non richiedono grosse cure in fase di sfeminellamento e diradamento. fino a qui in vigna poi in cantina le altre sorprese che sicuramente conoscete.

    in sostanza è con la voglia di sperimentare (come ha detto qualcuno, a proprie spese) che oggi arrivo a conoscere con una certa familiarità il mio territorio e quindi il mio vino. se fossi partito da una scelta “ideologica” probabilmente non avrei avuto gli stessi elementi conoscitivi per poter migliorare ed evolvere il mio prodotto.

    che poi questo vada a soddisfare più l’aspetto passionale o esigenze di mercato poco cambia. chi fa questo lavoro, come altri, lo deve amare ma rimane cmq un “artigiano” che deve trovare un proprio equilibrio tra il mercato e la propria etica. va da se che trattandosi di piccoli produttori non finiremo di certo noi a inquinare le regole di un mercato gestito da giganti.

    un saluto, vincenzo ciaceri

  19. @ Gianpaolo
    L’arbitro imparziale sicuramente non è, non può essere, il mercato. Almeno non questo mercato.

    Credo di essere abbastanza chiaro, ma se vuoi possiamo aprire l’ennesimo (a questo punto però forse un po’ noioso) dibattito sulle guide, sulla stampa asservita, su trucchi e trucchetti, sull’establishment, sui critici che abitano a casa dei produttori, sulle riviste che pubblicano le pubblicità dei produttori e poi giudicano i loro vini, sul modo in cui si cerca di condizionare gusti e scelte dei consumatori, sulle regole e le consuetudini della distribuzione, sull’effettiva possibilità lasciata “agli individui e non alla massa informa” di decidere di acquistare o meno un prodotto…

    Il mercato, questo mercato, è realmente libero? E quindi: può essere davvero arbitro imparziale?

  20. Credo che questo dibattito non possa andare da nessuna parte. Come sempre sarebbe molto meglio discuterne a tavola davanti ad un buon bicchiere di vino, magari del Morellino di Giampaolo che mi dicono fantastico.
    Ma il punto è proprio quanto ha scritto Giampaolo: “…secondo me la logica commerciale oggi, più che mai, dice: Brunello di Montalcino = Sangiovese 100%”. Questo è il punto del mio discorso (e credo di quanto sostenuto da Roberto): l’equazione Brunello=sangiovese non deve essere tale perché lo dice la logica commerciale! E se domani la logica commerciale dicesse un’altra cosa? Il mercato non siamo noi, non sono i consumatori, non sono gli “individui liberi” ma è un insieme multiforme di istituzioni, di gruppi di pressione, di aziende, di regole, di individui, di operatori, ecc. Per loro definizione, e giustamente, le logiche commerciali non sono controllabili e si evolvono continuamente. Il mercato, con le sue complessità, muta. Qui sta la differenza quando dico “non faccio vini per il mercato”: anche a me piace vendere e valorizzare ciò che faccio. Ma nel farlo non seguo il mercato, non seguo i gusti, non seguo il consumatore, fosse anche il mio più caro amico. Faccio il vino che voglio fare io, che mi dà gusto fare, che ho in mente e che credo rispetti al massimo la storia e la tradizione del mio territorio. Ma il mio non è un hobby. Ci devo campare e mantenere una famiglia. Esporto in tutto il mondo. Ma ciò non toglie che se volessi fare vini “per” il mercato dovrei fare una Lacrima di Morro d’Alba, dovrei fare un Montepulciano in purezza, dovrei fare un Verdicchio addomesticato, dovrei fare un passito dolce. Questo mi hanno chiesto e mi chiedono molti di coloro ai quali ho venduto e vendo i miei vini. Se avessi voluto comprarmi il Cayenne magari l’avrei fatto. Invece mi ostino a fare del Sangiovese, a fare macerazioni sui bianchi, a fare i vini che voglio fare. E giro con un pick up del 1988. Si chiama passione, forse. O per altri è solo stupidità. Ma questo è il senso, credo, di quanto diceva Roberto Giuliani. Il mercato non dovrebbe decidere le nostre vite. Chi siamo o chi vorremmo essere. E soprattutto non dovrebbe decidere la qualità della nostra agricoltura.
    Aggiungo un’ultima considerazione a quanto scritto da Giampaolo. Non è vero che l’agricoltura storicamente è sempre stata basata sul commercio. E’ vero esattamente il contrario. Per la grandissima parte della storia dell’uomo, l’agricoltura è stata essenzialmente autoconsumo, produzione famigliare per il consumo in loco. Una minima parte veniva destinata al commercio. Se fosse una cosa positiva in assoluto, non lo so. Ma certamente quel tipo di sistema, che prescindeva dal Mercato, è un sistema che aveva due grossi punti a suo favore: sovranità alimentare e bio-diversità. Per quanto mi riguarda il fatto, citato sopra, che il Tavernello abbia un mercato, lo considero una sconfitta per la nostra civiltà. E non è un fatto accaduto per caso o per l’infallibilità del mercato: è un fatto voluto, pianificato e costruito da un sistema economico che ha portato la gran parte degli italiani che un tempo acquistavano direttamente dai contadini ottimi e sani vini sfusi a prezzi bassi a comprare al supermercato a prezzi altrettanto bassi simil-vino in bric. Poiché ciò sta accadendo in ogni settore agricolo mi pare evidente come sotto attacco ci siano esattamente quella sovranità alimentare e quella bio-diversità di cui sopra. Con molto rispetto per il Mercato fatto di liberi individui.

  21. mi limito a leggere, con grande interesse, i vostri commenti, compiaciuto che anche a fine luglio trovate tempo, voglia ed energie per dibattere di massimi sistemi. A me, dopo un po’ di giorni di sano ozio cirotano, la voglia deve ancora tornare. Comunque grazie per i vostri contributi, appassionati e puntuali

  22. E’ effettivamente una bella discussione quella che si è creata in questo spazio di Ziliani. E sopratutto direi, civile, il ché non è una notazione formale, ma sostanziale, poiché solo argomentando civilmente, pur nella dialettica a volte anche diametralmente contrapposta, che si possono avere delle discussioni interessanti e non futili.
    Sarebbe bello, un giorno, trovarsi insieme a parlare di queste cose in pubblico, in una sorta di tavola rotonda, perché il blog non ha tra le sue virtù quella di poter contenere una discussione troppo a lungo su un argomento.

  23. bella proposta Paglia, molto meglio delle discussioni e degli incontri tra wine (& food) blog che sinora, mi sembra, non abbiano fornito grandi risultati… (troppo individualisti e diversi tra loro e gelosi delle loro “diversità” i vari personaggi, me per primo…)

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