Angelo Gaja parla ai brunellisti: questo disciplinare s’ha da cambiare!

Se siete stati colpiti dai toni dell’intervista che Angelo Gaja, ovvero “le roi” (del Barbaresco e del Langhe Nebbiolo, oltre che produttore a Bolgheri e a Montalcino), ha rilasciato sabato 23 agosto a Marisa Fumagalli del Corriere della Sera, (leggi qui) intervista significativamente intitolata “Controlli per scoprire chi bara ma sul Brunello cambiamo le regole” e dove si leggono uscite tipo “Occorre essere creativi, riconoscendo a chi continua la tradizione di essere identificabili sul mercato, con forte visibilità rispetto agli altri. In sintesi: largo agli interpreti e alle interpretazioni, nella massima trasparenza”, allora non vi sorprenderà ma vi parrà una logica e coerente conseguenza questo testo che Gaja mi ha inviato tramite la sua collaboratrice Sonia Franco (“Egregio signor Ziliani, le invio da parte del signor Angelo Gaja copia di un pezzo da lui scritto sul caso Brunello di Montalcino. Cordiali saluti, Sonia Franco”) e che ho prontamente pubblicato sul sito Internet dell’A.I.S. (leggete qui).
Ai colleghi brunellisti Gaja parla con la consueta chiarezza, questa volta ancora più chiara del solito, arrivando a dire, papale papale “a mio avviso è invece arrivato il momento di pensare seriamente al dopo cominciando dalla modifica del disciplinare; essa richiede coraggio, tolleranza e rispetto reciproco da parte dei produttori. Occorre individuare una formula che consenta agli artigiani di esprimere nei loro vini la straordinaria dignità del Sangiovese e di poterla dichiarare in etichetta rendendo così riconoscibile la loro fedeltà al 100% della varietà, ed ai produttori di grandi volumi di poter operare con maggiore elasticità: e tutti e due i vini debbono potersi fregiare del nome Brunello di Montalcino”.
Bene, prendiamo atto di queste parole, ma vogliamo cominciare a discuterne, a dire anche noi come la pensiamo, se, come dice Gaja, questo disciplinare s’ha da cambiare o se deve invece rimanere com’è, lasciando liberi coloro che si sentono stretti dal “vincolo” del Sangiovese in purezza che regola il Brunello di trovare ospitalità nella Doc Sant’Antimo o tra le braccia delle Igt e dei Super Tuscan o come diavolo vogliamo chiamarli?

0 pensieri su “Angelo Gaja parla ai brunellisti: questo disciplinare s’ha da cambiare!

  1. Va bene, Gaja parla di modifiche al disciplinare del Brunello, ma come la mettiamo con la nuova OCM vino che andrà in vigore da agosto 2009 e che vede sparire doc e docg a favore di assai più ristrette dop e igp?
    Se, come molti presumono, rimarrà solo la Dop Brunello di Montalcino, mentre saranno costrette a sparire Rosso di Montalcino e Sant’Antimo (quest’ultima non è certo una grave perdita…), a cosa serve discutere sulle possibili modifiche di un disciplinare che comunque andrà rivisto in alcune sue parti, quando il problema è ben più vasto e di difficile soluzione?

  2. Sarebbe giusto, a mio avviso, indicare in etichetta la denominazione Montalcino per tutti i vini fatti con i vitigni idonei in quella zona e lasciare la dicitura Brunello solo per quello fatto con il sangiovese grosso al 100%, sempre, ovviamente a Montalcino., nei terreni veramente vocati e con tutti i crismi che il disciplinare richiede

  3. Niente di nuovo sotto il fronte. Sua Maesta’ a suo tempo si era adoperato per modificare anche il disciplinare del Barbaresco in quel senso e poi dato che non era stato fatto se ne era dovuto uscire con un vino non Barbaresco…
    Pur rispettando le opinioni dei produttori di sitanta fama e lasciando a Vignadelmar difendere il suo idolo non posso concordo con Gaia. Per me la grandezza del Brunello, del Barbaresco del Barolo (o del Taurasi) sta nella purezza di un vitigno autoctono e la sua interazione con un terroir. Adoro le ruvidita’ di quei vini e sarei anche per la limitazione di pratiche di cantina dal microboulage all’uso di lieviti troppo “selezionati” distanti dalla identita’ del vino e del territorio… ( yeah right keep dreaming Paolo).

  4. Grazie Franco per attirare l’attenzione su questa lettera di Angelo Gaja. data la statura del personaggio si deve prestare attenzione non solo all’input finale della modifica del disciplinare ma anche agli argomenti utilizzati nella lettera che mi hanno colpito in modo particolare (e che mi hanno ispirato un post nel mio blog brussellese).

    Mi sembra che giustificare una modifica del disciplinare additando come giustificazione il fatto che l’estensione degli ettari vitati a Brunello sia stata effettuata in aree poco consone a produrre un buon sangiovese (ma a quanto pare più consone a “camuffarlo” con un mediocre merlot o syrah) sia una pura follia. Sembra quasi che si voglia modificare le regole del gioco per “compensare” coloro che hanno voluto produrre brunello a tutti i costi approfittando della cresciuta popolarità rispetto a quelli che, per proprietà di famiglia o preveggenza settantina (non “settantottina”), in anni non sospetti si sono ostinati a produrre in maniera “artigianale” e tradizionale un uvaggio non facile ma eccezionale.

    Il meglio sarebbe che costoro producessero uve più consone alla zona usando altre denominazioni (magari una futura “Montalcino”).

    Mi meraviglia ancor più la proposta di un Brunello di prima classe “artigianale” e di un Brunello “generico” destinato forse a riempire i supermercati a dieci euro.

    Questa si sarebbe una ben magra fine per il nostro brunello.

  5. La riforma OCM e’ un grossissimo problema.
    Sbagliero’ ma mettera’ in crisi molti addetti al settore e non e soprattutto il consumatore.

  6. Gaja sarà un grande uomo, ma stavolta mi pare abbia lievemente toppato. Che senso ha chiamare tutti e due i vini, il “tradizionale” e il “moderno”, Brunello? Mi sembra davvero una contraddizione (siccome sono una signora modero i termini..).
    Ben venga, come scrive Paolo B., la dicitura Montalcino. Se da Montalcino provengono le uve…
    Oh insomma, il ragù si può fare anche con il tofu al posto della pancetta, ma se lo si usa per le lasagne alla bolognese poi non le si può più chiamare “lasagne alla bolognese”!!!!!

  7. I produttori fedeli al disciplinare e alla tradizione (nonché alle leggi vigenti) ringraziano Sua Eminenza Angelo Gaja per aver concesso loro, nella sua mirabilante ipotesi, di poter continuare a usufruire della denominazione “Brunello di Montalcino”.

    Spero che adesso sia chiaro a tutti quali erano le preoccupazioni all’origine dell’Appello in difesa dell’identità del vino italiano. Spero che chi non lo ha ancora firmato, specie tra i produttori, si decida a farlo.

  8. Perché a Bordeaux fanno il vino come vogliono con i “loro vitigni”, e noi non facciamo, come vogliamo, un Brunello o un Montalcino, con i “nostri vitigni”?
    Perché a Bordeaux non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di scimiottare il Brunello, mentre a Montalcino ci tengono così tanto a scimiottare un Bordeaux?

    Alvaro Pavan

  9. Tempo fà non è ingiustamente riuscito a variare il disciplinare del Barbaresco, ora ci prova sempre giustamente col Brunello.
    Per carità, per carità…se questa è la griffe che tutto il mondo ci invidia …

  10. Su una cosa concordo con il Sua Santita’ del vino italiano Gaia. Nella sua “enciclica” dice che: “Oggi a Montalcino c’è una minoranza di produttori che gode di un doppio privilegio: di avere vigneti iscritti all’albo ed in più di possedere vigneti di Sangiovese altamente vocati capaci di esprimere vini di eccellenza. E poi esiste una maggioranza di produttori che gode a pieno titolo soltanto del primo privilegio. Sia dagli uni che dagli altri i consumatori si attendono un Brunello di Montalcino di elevata qualità.”
    Traduzione/ punto di vista del produttore : il Brunello vero lo possono (sanno?) fare pochi; ma tutti vorrebbero venderlo a quei prezzi… La soluzione (che aveva proposto anche per il Barbaresco) si sintetizza alla Verdone … “o’ famo strano”… a me non va. Penso che il terroir dovrebbe essere messo in evidenza, tracciato… ci sono grand crus e premiers crus insomma creare finalmente una mappatura di Montalcino (che in fondo esiste gia’). Da li se ne possono essere grandi vini gli altri buoni si (forse) ma non allo stesso livello… E se non e’ 100% Sangiovese in Montalcino non puo’ fregiarsi della dicitura di Brunello. Senno’ e’ come tentare di vendere un Ape al prezzo di una Ferrari solo perche’ e’ Made in Italy…

  11. Qualche domanda sorge spontanea, ma il Brunello, è diventato Brunello nel mondo con il sangiovese o con i vitigni “internazionali”?
    I Supertuscans, non nacquero proprio per evitare, LEGALMENTE, i limiti imposti dai disciplinari?
    La grandezza del Brunello nel mondo l’anno creata i “puristi artigianali” o i GRANDI PRODUTTORI che hanno piantato anche nei balconi di casa propria solo x sfruttare il fenomeno commerciale?
    Se “le roi” si degnerà di rispondere a qualcuno di questi interrogativi in maniera razionale, sarò ben lieto di aderire alle sue, chiamiamole così, posizioni.
    Se l’effetto che l’età fa è quello per cui VALE TUTTO, spero sinceramente di invecchiare diversamente. Franco, scusami l’ineleganza alla MOURINHO – RANIERI, ma qualche volta girano anche al calmo e serafico Beniamino…..

  12. Sono francamente perplesso: sarebbe come dire: “siccome nessuno rispetta il lime di 130kmh, mettiamolo a 150”.
    Brunello è quello: con una sua evoluzione, una storia, ma anche una specificità: poi che ognuno faccia quello che vuole, vini comunque buoni, o addirittura ottimi, ma li chiami come deve, e non nel modo “creativamente” più conveniente.
    E rispettare le regole (e la tradizione che ha reso così valevole certi prodotti) non significa limitarne il miglioramento: solo evitare lo stravolgimento.

  13. Pingback: Vino da Burde - » Brunello 2003 in Deutschland: trotz der Hitze (e trotz Gaja), c’è qualcosa di buono? e le aziende indagate sono solo 4…

  14. ne hai piena e totale facoltà Luciano, purché la tua non sia la consueta celebrazione del tuo idolo che, secondo te, non sbaglia mai! E secondo me quello che propone, con la consueta lucidità e lo stile che lo contraddistinguono, é proprio la ricetta meno adatta per salvare il Brunello…

  15. Come al solito Gaja parla chiaro, e questo in tema di Brunello è già qualcosa. Quello che non capisco (o meglio, capisco benissimo) è come faccia un liberista come lui a proporre l’equivalente enologico del famoso “6 politico”!
    Invece di premiare il merito ed il talento individuale ecco che si allargano le maglie ed alla fine, buoni e cattivi tutti sotto lo stesso nome. E’ si, perchè gira che ti rigira il problema è il nome, o Brand, che fa più figo. A tirare come un mulo sui mercati è infatti il nome Brunello di Montalcino, non la solita desinenza in -aia di molti supertuscans ed è a questo che gli innovatori (?) non vogliono rinunciare, alla sua capacità di penetrazione commerciale sui mercati. Ecco, dimostrino di essere degli innovatori, si scelgano un bel nome si facciano un bel disciplinare magari su taglio bordolese e cerchino di imporlo sul mercato…questo è liberalismo, colgano l’occasione per una vera sfida e lascino ad alri la produzione di un vino vecchio stampo…gaja in fondo l’ha già fatto (in questo onore al merito, l’ho già detto in altri vecchi post) e gli è andata bene, perchè altri non si uniscono a lui? Scendano dalla posizione fortificata che vivono ormai come una prigione e si esprimano sul mercato globale (magari tentando l’ennesima imitazione dei vini francesi)così, senza rete e solo con la meritocrazia del prodotto, come i soloni confindustriali raccomandano ogni giorno a tutti noi, grandi e piccini…mi pare di vederli…..

  16. Il Giove Tonante dell’Enologia Italiana ha come al solito la qualità di esporsi in prima persona e dire chiaramente e pubblicamente quello che pensa.
    Che poi si possa essere in totale disaccordo con ciò che egli propone è un altro discorso. Lui parla da imprenditore, e che imprenditore, confermando quello che alcuni sussurrano e pochi hanno il coraggio di dire: meglio modificare un disciplinare che realmente seguono in pochi piuttosto che truffaldinamente fare finta di rispettarlo.
    Poi trovo da analizzare con serietà la proposta di poter identificare in etichetta il fatto che un determinato brunello sia da 100% sangiovese….non potrebbe essere la quadratura del cerchio??
    Poi una domanda che non vuole essere ne retorica ne polemica: “Se il disciplinare rimanesse così com’è ora ed alcuni importanti produttori dovessero per questo uscire dal disciplinare, il Brunello non ne risulterebbe danneggiato nel mercato ormai globale? Non perderebbe appeal per la mancanza di sinergie commerciali, anche se indirette e non volute, derivanti dal non commercio di tantissime bottiglie di vino sotto quella denominazione??

    Ciao

  17. Sûr que cette idée va intéresser les gros producteurs. Mais avec tout le respect que je dois à M. Gaja, je pense que ce serait introduire encore un peu plus de confusion dans l’esprit des consommateurs déjà passablement désorientés.

    Si l’on veut donner la possibilité aux gros producteurs de faire à leur guise en ce qui concerne les cépages, alors le vin ne peut plus, ne doit plus s’appeller Brunello di Montalcino.

    Pourqoui ne pas instituer une DOC Montalcino tout court? On a bien déjà un Rosso di Montalcino, qui permet de ne pas devoir élever le vin aussi longtemps que pour le Brunello. Ou bien, il y a les IGT.
    Les formules “souples” existent déjà. Mais il ne faut pas confondre souplesse et laxisme.

    A mon sens, le Brunello, qu’on l’aime ou qu’on ne l’aime pas, doit rester le Brunello.

    Changer les règles maintenant serait comme donner une prime aux tricheurs, de surcroît!

    Au fait, Gaja est présent en Toscane, dans la Maremma, mais aussi à Montalcino. Il peut choisir de faire du vin avec les cépages qu’il veut, mais pas à Montalcino, s’il veut rester dans l’Appellation Brunello di Montalcino

  18. @Vignadelmar
    il discorso dell’imprenditore va bene, è prevedibile, ma il consumatore, colui che esborsa i soldi, è d’accordo con questa filisofia? Bada che è la stessa delle speculazioni edilizie e di tante altre belle cose di cui possiamo andare orgogliosi. A cosa serve fare delle regole se poi ogni volta debbono essere trasgredite e, molto probabilmente, impunite?
    Fare un Brunello di serie A e uno di serie B non garantisce neanche che si faccia onestamente, perché se si vuole barare non si bara solo sui vitigni. E’ un sistema che non sta in piedi.

  19. vignademar……quello che scrivi sembra ricalcare la fiabetta del corpo sciolto……..qui dici che e’ giusto modificare un disciplinare che in pochi seguono…..sul forum del gambero rosso…. seguendo con devozione le linee guida garantiste dell’esimio TUO direttore……sposi la tesi e affermi non ci sono prove a Montalcino tutti sono bravi buoni e belli…..nessuno non rispetta il disciplinare…..ci mancherebbe!!!!!
    Sposa una linea….o per voi di sinistra e’ cosi’ difficile…….?????

  20. Ho ricevuto anch’io la mail inviata per conto di Angelo Gaja e ho avuto modo di rispondergli direttamente.

    Mi chiedo, quando scrive “Occorre individuare una formula che consenta agli artigiani di esprimere nei loro vini la straordinaria dignità del Sangiovese e di poterla dichiarare in etichetta rendendo così riconoscibile la loro fedeltà al 100% della varietà, ed ai produttori di grandi volumi di poter operare con maggiore elasticità: e tutti e due i vini debbono potersi fregiare del nome Brunello di Montalcino”, la formula adatta per i primi potrebbe essere la menzione “Classico”? O addirittura passare ad una classificazione tipo Cru?

    Guardando le cose a distanza come osservatore neutrale, mi chiedo se invece non si potrebbe lavorare sul nome Montalcino e su una revisione del Rosso, consentendo la creazione di vini a DOC con una percentuale consentita di altri vitigni (lasciando al Sangiovese un 70% circa), al caso cambiando il periodo di affinamento.
    Mi pare che la DOC Sant’Antimo sia fallita o, perlomeno, non abbia raggiunto l’obiettivo dichiarato di creare dei vini più internazionali che facessero da contraltare al Brunello e facessero conoscere Montalcino anche come patria di grandi rossi “moderni” (uso un termine su cui si potrebbe discutere a lungo). Al più ha consentito di completare l’offerta delle aziende con un Merlot o un Syrah, ma non molto di più.

    Certo, la spada di Damocle della nuova OCM incombe. Al momento non è ancora chiaro cosa significherà, se effettivamente le DOC verranno stravolte, se ne spariranno molte, inglobate da DOP o IGP.
    Come già precedentemente scritto, anche a Montalcino potrebbero cambiare molte cose, anche in modo radicale. Ad es., nel momento in cui venisse creata la DOP Montalcino ne andrebbe scritto il disciplinare: e se fosse in quella occasione la maggioranza dei produttori decidesse di consentire una percentuale di altri vitigni, ricevendo il placet da Bruxelles?

  21. Caro Michele, io non seguo linee diverse nei vari ambiti telematici nei quali scrivo.
    Come non ho mai detto che sia giusto modificare il disciplinare. Ho riproposto quello che Gaja propone. Non ho mai espresso la mia idea ma ho fatto domande. Quindi prima di criticarmi prova ha capire il senso di quello che scrivo o almeno se scrivo in prima persona o riporto il pensiero di altri.
    In ogni caso modificare un disciplinare non è illegale. Può essere enologicamente, sensorialmente, commercialmente, giusto o sbagliato, ma non illegale.

    Ciao

  22. Ovviamente non mi è possibile fare a meno che dissentire. Con molta umiltà, visto il livello del personaggio. Per ragioni varie ma tutte riconducibili ad una questione costitutiva. Per Gaja, così come per l’estalishment del vino italiano, Ministri inclusi, le denominazioni di origine sono dei marchi commerciali. Dunque sono manipolabili, privatizzabili, flessibili. Hanno un valore economico prima che storico-culturale. Secondo tale visione il valore aggiunto di un vino avviene nel processo di comunicazione e vendita, e la denominazione di origine è solo uno strumento commerciale. In questo senso Banfi e “gli industriali” di Montalcino sono coloro che hanno creato il fenomeno e, dunque, il vero valore aggiunto. Di conseguenza devono potersi fregiarse del titolo anche se hanno vigneti meno vocati. Anche se non sanno o non possono fare il Brunello col solo Sangiovese. Non fa una grinza.
    Il discorso di Gaja è riformista e moderno. E’ rivolto al mercato. E’ cerchiobottista.
    Peccato che. Peccato che le parole sono importanti. E, se anche fosse vero che i disciplinari non hanno mai tenuto conto delle zonazioni, il Barolo è Nebbiolo, Vosne-Romanée è Pinot Nero, Brunello di Montalcino è Sangiovese, Hermitage è Syrah. Non perché lo dica un disciplinare o il sottoscritto o Angelo Gaja. Ma perché lo dice la Storia.
    Peccato che se alcuni vigneti non sono in grado di produrre grandi vini perché inadatti al Brunello forse debbano essere declassati. Pratica certamente meno remunerativa, ma ben più etica, rispetto all’inserire vitigni alloctoni e poi fregiarsi della stessa denominazione di chi ha i vigneti vocati o, semplicemente, sa fare meglio il vino; magari perchè in vigneto ci va sul serio a lavorare, anziché star seduto dietro un computer al di là dell’Oceano decidendo quale azienda toscana o francese o californiana acquistare.
    Peccato che. Peccato che le denominazioni non siano marchi commerciali ma beni comuni. Beni che non appartengono a nessuno e però a tutti, consumatori inclusi. Beni collettivi che identificano un territorio; uno o più vitigni, secondo la tradizione; pratiche agricole consolidate; una geografia umana e sociale prima ancora che una economia; un concetto qualitativo di natura complessa come il “terroir”, che corrisponde a diverse scienze naturali e sociali. Questo apparentemente sfugge a Gaja, sfugge a molti in Toscana e in tutta Italia, sfugge ai molti legislatori italiani ed europei che stanno discutendo di vino e di denominazioni. O forse non sfugge affatto a costoro, anzi. Proprio perché ben a conoscenza di tutto ciò, e dunque spaventati dalla figura del vignaiolo-artigiano, fedele traduttore del terroir, avanguardia di quell’attore “glocal” in grado di rispondere in modo moderno alle sollecitazioni della globalizzazione, proprio per questo i grandi consorzi, i monopoli, i poteri pubblici e privati tentano in ogni modo di portare l’ultimo attacco, definitivo, irreversibile, all’idea di Origine dei prodotti agricoli.
    Per tutto ciò non posso che rinnovare l’invito a firmare l’appello in difesa dell’identità del vino italiano di Sangiorgi e Arturi.

  23. Vignadelmar,
    i disciplinari non sono la bibbia, anzi, a seconda delle ytraduzioni e aggiornamenti pure quella cambia, ma qui quello che è in discussione è il rispetto di regole che I PRODUTTORI SI SONO AUTOIMPOSTI SAPENDO BENISSIMO QUELLO CHE FACEVANO. Poi, se i medesimi ritengono di doverle cambiare metteranno in pratica i vari passaggi formali previsti per farlo. Ma a gioco fermo, non ora, altrimenti è come giocare a calcio ed una squadra, poichè non riesce a segnare, fa allargare la porta avversaria, via…
    quanto a gaja personalmente lo rispetto, è un gran venditore e dice chiaramente quello che pensa e soprattutto, se non ottine la maggioranza, se ne esce da solo e gli va anche molto bene…mi chiedo perchè blasonate case vinicole non seguano il suo esempio ma forse lo so già: le cantine sono piene di supertuscan che arrancano ormai sempre più, mentre il nome brunello tira, tutto qui..business as usual

  24. Caro vignadelmar, perdonami, ma anche il semplice riproporre quanto proposto da Gaja ha dato la netta senzazione che tu condividessi, se così non è spiegati più chiaramente, visto che a quanto pare siamo in tanti ad aver frainteso.
    Il fatto che qualcuno come lui abbia il coraggio di esprimere francamente il proprio pensiero non lo mette su un piano diverso rispetto agli altri, tutti quelli che frequentano o scrivono su questo blog, che dicono altrettanto chiaramente la propria non pretendono di essere depositari della verità.
    Quello che dice il GIOVE TONANTE ha una sua logica, ma totalmente ed esclusivamente commerciale.
    I grandi produttori, invece di trovare scorciatoie avrebbero potuto da anni proporre legali modifiche al disciplinare, seguendo le regole ed oggi probabilmente avrebbero risolto il problema senza passare per procure e giornalacci, invece la verità, caro mio è un’altra, era molto fashion mostrare agli americani le vigne antiche del barone, era solleticante per l’ego sentirsi chiedere “ma come riuscite ad addomesticare così un vitigno difficile come il sangiovese.” La proposta fatta dal magister non è per nulla originale, è tipicamente “all’italiana” e da una persona come lui ci si attenderebbe certamente qualcosa di più e di diverso. Te lo dice un produttore, di capacità assai più modeste del rispettabilissimo e monumentale Gaja (rispetto vero e non ironico), ma che tanto modesto non è in altri rami imprenditoriali in cui si potrebbero cambiare le regole del gioco in corsa, ma non si fa, per rispetto a chi è piccolo e lavora rispettando quelle regole, non avendo la forza politica ed economica per modificarle.

  25. Ai molti che hanno mi frainteso rispondo che prima di attaccare chi scrive è sempre bene rileggere attentamente lo scritto incriminato. Altrimenti per il solo fatto che Ziliani ha riproposto l’intero scritto di Gaja automaticamente lo rende colpevole di correità.
    Andatevi a rileggere i miei post e cercate bene un mio giudizio a favore o contrario al tema che dibattiamo. Ho posto problemi, fatte riflessioni, fatte domande ma mai ho espresso una mia idea.
    Dico questo perchè un’idea chiara ancora non me la sono fatta. O meglio a me il Brunello buono (soggettivamente buono) piace moltissimo….ultimo esempio uno Schiena d’Asino di Mastroianni vecchiotto e MONUMENTALE !!!
    Mentre su altre questioni inerenti Gaja ho combattuto volentieri battaglie dialettiche lunghe e “sanguinose” su questa questione ancora devo formarmi compiutamente un’idea precisa.

    Ciao

  26. ma scusatemi ma allora gli oltre 100 produttori praticamente fuori dal disciplinare attuale per colpa (alla fine) del consorzio che cosa dovrebbero fare? Declassare tutto il loro vino e venderlo alla metà del prezzo? (ammesso che ci riescano…) SEcondo me i buoi sono ben lontani dalla stalla e la soluzione delineata da Gaja non è certamente la migliore ma l’unica (in Italia) possibile.

  27. Diciamo che l’amore per Gaja ha causato al comunque simpaticissimo Vignadelmar una “giornataccia web”, dato che anche sul forum del GR i suoi commenti non sono stati accolti in maniera entusiastica. Ma averne gente così, che scrive e dice come pensa, anche a costo di non trovare tutti per forza d’accordo… E poi al cuore non si comanda.

  28. bravo Gori ci mancavi solo tu a dare sostegno a questa soluzione oggettivamente assurda! Buono a sapersi, anche se nel tuo caso non si tratta più di sorprese, ma di logiche conseguenze e di comportamenti tutt’altro che casuali, ma attentamente calcolati…

  29. @Corrado Dottori: un applauso al suo intervento.
    Un applauso quintuplo alle ultime 15 righe del suo intervento: ha messo il dito nel delicatissimo, piagato, dolente, bene comune e universale.

  30. Ringrazio Marco Arturi per il simpaticissimo.
    Sai sono un Oste per passione enologica, bevo ed ho bevuto molto e credo anche benino. Ho le mie idee formatesi in anni di Osterie e ristoranti come cliente prima, come gestore poi. Ho conosciuto molti uomini e donne del vino ospitati in serate a loro dedicate. Poi rispetto all’andare contro corrente divertendomi sappi che ci sono abituato.
    Quando tutti erano del PCI io ero di DP, un eretico, un Compagno che sbaglia. E così senza assumere posizioni pretestuose, normalmente, in un dibattito, qualsiasi dibattito, sono al 99% in netta minoranza, quasi fosse una vocazione al minoritarismo.
    Beh, così è la vita, preferisco seguir virtù e conoscenza che accodarmi al pensiero unico, facile e dominante….da bruti.

    Ciao

  31. e bravo Vignadelmar, siamo distanti anni luce politicamente ma rispetto e rendo omaggio, sentendola anche mia, alla tua indipendenza di pensiero e nel non accodarmi in maniera pecoreccia al pensiero dominante e alle maggioranze furbesche

  32. L’analisi di Dottori è davvero azzeccata e non scevra da una certa emozione, nella quale mi ritrovo in pieno. Mi sembra una lotta impari, il mondo ormai ragiona a compartimenti stagni, il lato commerciale, la produttività, sono argomenti sempre presenti quale che sia il governo. Nessuno o quasi si pone la domanda se sia ora di voltare pagina e, invece che vedere nella Cina una nuova fonte di investimenti, pensare alla terra bruciata che lasciamo al nostro passaggio, sia sul piano morale che geografico.

  33. lo so franco come mi consideri ma ti ricordo che quando uscì valandraud e i vari vin de garage non è stata la fine di st emlion, anzi adesso cheval blanc e ausone valgono più di prima….

  34. Vignadelmar, aveva davvero ragione l’amico Franco, quando ci ha presentati a radici, sei comunista dentro e quindi all’opposizione “a prescindere”. Peccato che spesso la storia abbia detto altro. Fatti non foste a viver come bruti…..e noi non lo siamo.

  35. “Ad ostacolare la modifica del disciplinare è il conflitto di sempre tra i produttori artigiani ed i produttori di grandi volumi, ispirati come sono a filosofie di produzione e a strategie di vendita diverse.
    Se si guarda però allo strepitoso successo del Brunello di Montalcino, occorre riconoscere che è nato dall’azione sinergica degli uni e degli altri, che gli uni e gli altri sono stati preziosi nel procurarlo e consolidarlo.”(tratto dalla lettera di Gaja)

    Non condivido quasi nulla della lettera del Sig. Gaja ma, in particolare quest’affermazione che ho virgolettato qui sopra. Che grandi aziende come Banfi, abbiano aiutato a consolidare il nome del Brunello nel mondo è verissimo ma, che con questo siano state d’aiuto ai produttori “artigiani”, quelli veri, rispettosi del disciplinare e con le vigne di sangiovese grosso posizionate in zone vocate, su questo mi trova in pieno disaccordo…Perchè? Perchè la quantità di prodotto massificata e posta sul mercato con una grande forza di penetrazione, dovuta al marketing che i piccoli produttori non possono permettersi, è quella che purtroppo crea l’imprinting del gusto del vino sul consumatore. Ciò significa che è molto più facile che il Brunello sia associato allo stile Banfi (visto il nr di bottiglie in circolazione) che allo stile Biondi Santi o Soldera, e secondo Lei, Sig Gaja, i produttori “artigiani” come li ha chiamati, sono stati aiutati dai colossi del Brunello? In un confronto di degustazione cieca, gli artigiani verrebbero senza dubbio penalizzati perchè non abbastanza muscolosi, scarichi di colore e magari anche troppo “freschi” rispetto a quello che il mercato ha identificato come campione standard di Brunello di Montalcino…Gentile Gaja, l’omologazione del gusto e la massificazione non aiuta mai nessuno, così come non aiuta vendere un marchio se dietro a quel marchio non è riconoscibile e trasparente la qualità e l’eccezionalità del prodotto stesso. Soldera e Biondi Santi (per citarne due ma sono tanti per fortuna gli artigiani seri) non hanno avuto bisogno e non hanno tratto nessun vantaggio dalla commercializzazione eccessiva e spesso non di alta qualità del vino che in comune con quello che producono loro ha solo il nome!

    ps: carina l’idea del meeting dei blogger nella sua azienda a Barbaresco ma, visto che lei chiede di non riportare nei blog il dibattito, non vedo il motivo per esserci…Mi scusi ma io appartengo alla categoria dei “più arrabbiati” come ci ha definito lei e anche alla categoria delle persone che credono che il dibattito più è allargato più è costruttivo.

  36. il mio ragionamento fumoso dice che all’interno di un disciplinare col tempo e con il discuterne e parlarbe su evidenziano alla distanza i vini che sono vini di terroir e i vini che non lo sono e che sono frutto di mode e di pratiche enologiche più o meno efferrate.
    Perciò dato che mì sembra economicamente impossibile togliere dal mercato tutto il brunello fatto non solo con il sangiovese, direi che ci tocca cambiare il disciplinare e “legalizzare” le aziende che utilizzano altri vitigni oltre il sangiovese. Chi usa solo sangiovese ed ha uve e vigneti adatti dovrebbe essere premiato dal mercato se i divulgatori fanno corretta e appassionata informazione.

  37. non si può prendere sul serio chi fa un’affermazione così allucinante come questa: “Perciò dato che mi sembra economicamente impossibile togliere dal mercato tutto il brunello fatto non solo con il sangiovese, direi che ci tocca cambiare il disciplinare e “legalizzare” le aziende che utilizzano altri vitigni oltre il sangiovese”. Al toscano (ma lo é davvero?) che ha detto questo farei notare che “il brunello fatto non solo con il sangiovese” non é Brunello di Montalcino e non ha alcun diritto, essendo fuorilegge, di essere definito in etichetta e commercializzato come tale. Se poi a lui piace legalizzare l’illegalità sono affari suoi, ma a me discutere con chi la pensa in tal modo non interessa. Una volta di più, come ho già detto al diretto interessato, tempo perso, come quello che ho perso qui per replicare alle sue lunari divagazioni…

  38. “Perciò dato che mi sembra economicamente impossibile togliere dal mercato tutto il brunello fatto non solo con il sangiovese, direi che ci tocca cambiare il disciplinare e “legalizzare” le aziende che utilizzano altri vitigni oltre il sangiovese”.

    Ottimo. Vorrei invitare a cena questo signore. Spero mi porti un brunello “fatto non solo con il sangiovese”. gli farò delle melanzane alla parmigiana con melanzane ogm, regianito, mozzarella di bufala alla diossina e pomodoro cinese.
    Legalizziamo tutto, Vignadelmar sarà contento…

  39. vabbè comunque su questo punto non riusciamo a discuterne. in ogni caso “l’illegalità legalizzata” è quanto è stato fatto a montalcino almeno da 10 anni facendo passare dalla commissioni d’assaggio vini che non potevano essere 100% sangiovese e facendo passare a zone adatte a Sangiovese per Brunello zone che in realtà non lo erano. E queste sono certo state una mia idea! Dico che visto che così si è operato, mi pare parecchio difficile (anche se sarebbe coraggioso e rispettoso nei confronti dei consumatori) continuare in maniera radicalmente diversa.

  40. Sono veramente sorpreso che anche un giovane preparato, come l’amico Andrea Gori, possa sposare il deprecato stile tutto italiano dei condoni e delle sanatorie.
    Difficile individuare una soluzione indolore per salvare capra e cavoli, ma non riesco proprio ad accettare che si continui a percorrere in ogni campo questa strada immorale, solo apparentemente più corta e comoda.
    Purtroppo questo è solo l’ultimo esempio, e nemmeno il peggiore, di una lunga serie di cui non si riesce ad intravvedere la fine.

  41. caro Andrea Toselli, “sorpreso” di cosa? l’ultima uscita del giovane Gori é solo la conseguenza “logica” di una serie di comportamenti. Anche lui é entrato nel club della “illegalità legalizzata” che conta parecchi giornalisti, wine blogger, pseudo opinion leader. La parola d’ordine stare dalla parte dei forti e dei potenti, per essere riconosciuti e ammessi nel club di quelli che loro sì che hanno capito tutto…

  42. continuo a non spiegarmi, io non sto dicendo che la soluzione di cui parlo sia quello giusta, è semplicemente il modo in cui andrà a finire, quindi direi che conviene preparci a questa prospettiva e lavorare di conseguenza. Io intanto nella mia carta dei vini i Brunelli li ho già separati…

  43. Franco Ziliani, lei che ha, nell’altro 3d, detto che le piace la mia idea ma che, ahimè, potrebbe non piacere a parecchi produttori se la sente, COMUNQUE, di far partire un iniziativa di protesta dal suo blog da tenersi in Montalcino quest’autunno, magari a ridosso della vendemmia ?

    Tanti le danno ragione e io, su questo argomento, pure, ma se la reazione è andarsi a fare un cicchetto da Gaja, o di berlusconeggiare, anche per il timore dei produttori, non cambierà mai nulla.

    Non sto esortando allo sbaraglio ma il cervello fino non ce l’ha solo Gaja …

  44. sulle proposte di Gaja segnalo la chiara presa di posizione, in francese, del mio amico e collega Hervé Lalau, segretario della Fijev, sul suo blog Chroniques vineuses.
    http://hlalau.skynetblogs.be/post/6188540/ou-lon-reparle-du-brunello
    Inutile dire che sottoscrivo quanto scrive Hervé, con un piccolo errore, laddove sostiene che Gaja non produca vini a Montalcino. Ebbene sì, nella sua bella tenuta di Pieve di Santa Restituta, che confina (cosa incredibile!) con quella di Soldera. Due mondi completamente diversi, anzi, agli antipodi…
    p.s. una domandina semplice semplice. Gaja a Montalcino possiede, nella tenuta Pieve di Santa Restituta, 16 ettari, secondo i dati della guida dei vini Veronelli. Possibile che faccia tutto sto can can e mostri tanto interessamento per le sorti del Brunello per un’estensione così piccola? Non é che magari noi non lo sappiamo, MAGARI Angelo ha comprato un’altra azienda e altri ettari, MAGARI in una zona non vocatissima, dove tra un po’ di anni, con il nuovo Ocm, una volta spariti gli albi e le quote
    vigneto, il vino si potrà fare più liberamente? Ricordatevi, Gaja non fa mai niente per niente, garantito!

  45. Concordo con il Signor Franco: qualcosa bolle in pentola qualcosa di grosso, l’uomo e’ un giocatore di scacchi potente ed un unicomunicatore (nel senso che comunica solo lui se ascolti ti prostri e dici si) formidabile. Mi sbagliero’ ma tutto gira attorno alla rforma OCM con riflessi non solo per Montalcino ma ben piu’ vasti! Su con le orecchie diceva mio nonno…

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