Briscola (senza smile) getta la spugna: un addio o un arrivederci?

L’attacco è di quelli che non lasciano dubbi: l’ottima Briscola, che ci ha accompagnato con interventi geniali, divertenti, surreali, sempre originali e mai banali in questi mesi, getta la spugna, alza bandiera bianca, ci saluta e tirà giò la clèr come direbbe Jannacci.
I motivi, comprensibilissimi, li spiega benissimo lei e non ci sarebbe nulla da aggiungere, se non, forse, imitare il suo esempio e fare altrettanto…
Ad ogni modo, perché alla collaborazione di Briscola tengo molto e penso altrettanto ci tengano i lettori di questo blog a continuare a leggere i suoi apologhi sul vino, cercherò di convincere l’amica, una brava giornalista che si è occupata anche di uffici stampa di Consorzi, a ritornare sulle sue decisioni.
Ho ancora un’idea” ha scritto in chiusura. Non è tanto, ma è sempre un’apertura, una speranza, uno spiraglio lasciato aperto per un ripensamento… Ad ogni modo, se non dovesse ripensarci, grazie, di cuore, per i suoi scritti, preziosi per intelligenza e ironia e per il loro stile inimitabile… f.z.

L’annuncio è ufficiale e, seppur non ne possa fregar de meno, va dato: Briscola getta la spugna. Basta con le parole del vino, si cambia. Non a caso, Briscola è rimasta in silenzio per vari mesi. Per pensare, per capire. Ha pensato, non ha capito. Ma è risultata illuminante la frase di un’amica che, seppur ben avviata sulla strada della comunicazione, un giorno ha detto: “Preferisco litigare con un pollo”. Intendeva un vero e proprio pollo, s’è infilata in una cucina e ora fa ciò che desiderava. Briscola ha fatto ben poco altro nella sua vita oltre a scrivere e a tenere nel portafogli un tesserino color vinaccia che testimonia ciò che è. Ma è una testimonianza irrilevante: in Italia, siamo tutti giornalisti.
Le tecniche? Ridicolaggini. Vedere la notizia? Ma no, che c’entra. Scriverla??? Nemmeno a parlarne. In Italia siamo tutti giornalisti, chi nel bar sottocasa chi davanti a un computer. Perché in Italia non esiste quella cosa che si chiama “informazione”, esiste soltanto quella cosa chiamata “commento”.
Se un tizio ne ammazza un altro, la notizia come tale si esaurisce in sei parole, sulle quali intervengono il sociologo, il consulente di problemi di copia, il parroco, il direttore del circolo didattico, il sindaco, un paio d’assessori, il messo comunale e una velina.
Se Caio propone una legge in Parlamento e la legge passa (questa la notizia), occorre poi sentire che ne pensa Caio (che l’ha presentata, quindi qualcosa avrà pur pensato prima di presentarla), il quale, in modo inaspettato, dichiara: “Sono soddisfatto”. Ma non lo è Sempronio, che la pensa diversamente, e Tazio, che la pensa giusta a metà.
Sul vino, il paradigma si ripete. Non basta dare la notizia, occorre darla “ragionandola”. Del resto, il meccanismo delle guide si basa o non si basa su questo? Fino a che punto le guide sono – oggi – la voce di chi se ne intende e non, piuttosto, lo spioncino attraverso il quale sapere che ne pensa Pinco e che ne pensa Pallo? Personalizzazioni della notizia, che spersonalizzano la notizia.
Ma non perché sia l’autorevolezza a parlare, ma perché a parlare è il vip. Sono certa che se un tronista scrivesse una guida, La Guida di “Uomini e donne” (con tutto il rispetto per una trasmissione di cui ho seguito totalmente 7 minuti in 3 anni, comprendendo nemmeno un terzo del meccanismo… sorvolo sui 2 terzi capiti), diventerebbe un cult.
Noi giornalisti (ho ancora il tesserino color vinaccia in tasca) abbiamo la grande responsabilità di aver mitizzato il nulla, di aver confuso le idee, di aver attribuito definizioni di “Lady” a povere ragazzotte di chiara inconsistenza e di “Mister” a emblemi di ciò che non si dovrebbe essere. E abbiamo contribuito a rendere mitologico il vino – anzi, i vini – che spesso di mitologico avevano la pretesa di essere considerati passabili. Meglio sarebbe stato dire al produttore: “Amico mio, non sai farlo. Riprova”.
Ma non è stato così. Per opportunismo, per buonismo, per qualunquismo. Non per giornalismo, sicuramente. Di fronte a un mercato in crisi, e quello del vino in Italia – in molte zone d’Italia, per varie ragioni – è certamente un mercato in crisi, dignità deontologica vorrebbe che ci ponessimo domande sulle nostre esagerazioni, sui nostri commenti, sulla finta informazione, sui publiredazionali passati come notizie, sulle “perversioni” del vino che diventa buono per una bella etichetta, che è sicuramente ottimo perché abbinato a una linea di moda griffata, che  è straordinario perché lo beve l’attore di telenovela ospite di un talk show domenicale.
Il vino, in tutto ciò, dove sta? Forse nella presunzione dell’agronomo o del vignaiolo che s’inventa “giornalista – comunicatore – esperto di marketing”? E perché no? Non è forse quello che lasciamo fare spensieratamente all’agronomo e al vignaiolo, per opportunismo, per buonismo, per qualunquismo? Fate un giro in rete, visitate i siti aziendali di 30 cantine, scelte a caso e giudicateli con istintiva sincerità. Dopo aver visto i soliti vigneti (non sembrerà vero, ma l’uva nasce in tutto il mondo dalle vigne e le vigne in genere sono composte da viti, pali, tiranti e filari), le solite colline (stupore!!!), le solite descrizioni di storie famigliari che risalgono un attimo dopo l’increscioso episodio di Noè ubriaco e magari dopo esservi imbattuti in assordanti rock di sottofondo o in elegiache melodie ottocentesche, in cartoon ammiccanti e in immaginifici animali tropicali, ne concluderete che in Italia circolano almeno 20 su 30 web master completamente fuori di testa e altrettanti copy writer sulla soglia dell’analfabetismo.
Ma io sono convinta che dietro a ogni web master e copy writer si nasconda (si fa per dire) uno che fa un altro lavoro, magari il vino, perché no, ma che dice la sua e, pagando, la sua diventa legge.
Bisognerebbe (bisognava?) dire no e fermarsi prima di scrivere certe scempiaggini sul retro delle etichette, prima ancora di scrivere “nasce dall’amore per la terra”, giacché difficilmente un vino nasce dall’odio per una terra che dà da vivere ai suoi proprietari, prima del “racchiude in sé il territorio”, che fa pensare a sabbia e ghiaia sul fondo della bottiglia.
E se a un agronomo salta il guizzo di chiamare un vino come il 78° figlio di Giove, bisognerebbe scrivere che fa ridere il mondo, non che è un’idea mirabolante. Ma tutto questo, ahimé, non accadrà, come non è accaduto. E, visto che le regole sono queste, mi chiamo fuori, alzo bandiera bianca.
Ma ho un’idea, ho ancora un’idea (l’ultima idea di Briscola).
Many Kisses! Briscola (senza smile)

0 pensieri su “Briscola (senza smile) getta la spugna: un addio o un arrivederci?

  1. Supponendo che, come probabile, “l’ultima idea di Briscola” sia dello stesso livello dei suoi scritti, c’è speranza di rileggerla.
    Un talento comunicativo così vivo, e quest’ultimo scritto, a mio giudizio, ne è un formidabile esempio, non deve limitarsi a “litigare con un pollo”.

  2. Siamo nuovamente a quanto detto e ridetto,almeno da me!Il vino è diventato lo strumento che permette a molti,che non ne producono,di arricchirsi e farsi “belli” sulla base del nulla.In questi personaggi non trovi l’amore per il vino,la passione,la voglia di approfondire e fare cultura con un informazione umile ed intelligente.Trovi invece arroganza,supponenza e superbia,in personaggi assolutamente discutibili,che messi alla prova mostrano lacune grandi quanto il mondo,ma il loro ruolo,mescolato ad un conflitto d’interessi gigantesco,li fa sentire dei fenomeni.”Giornalisti”come detto,che appena accusati da produttori o da persone che in questo mondo ci vivono ogni istante,si permettono di censurarli,abusando del loro “potere”,com’è successo in un blog dedicato ad un vino Veneto,qualche giorno fa.Mi spiace per Briscola,brava e umile interprete informativa del vino.Ma ti prego,non mollare,possiamo rompere le palle a questi millantatori,sempre che le abbiano!Adesso proviamo a dare notizia alle associazioni dei consumatori,di questi personaggi(sono molto interessate alla cosa).Chissà che magari si possa fare pulizia di questi personaggi,e che a te torni la fiducia in ciò che hai sempre fatto con onestà e professionalità.

  3. ..il vino ”nasce dall’amore per ”..ma, FORSE,questo è stato trasmesso male..e a volte”muore nella bottiglia del dio quattrino”..

  4. Dispiace leggere simili notizie.
    Il pollo ha lasciato la scena della statistica ed è diventato l’obiettivo dei giornalisti. Desolante.
    Peggio dei “Nighthawkws” di Hopper dipinto il giorno di Pearl Harbour…
    Due a zero, all’inglese, palla al centro. Bisogna tornare alla passione, al fuoco, alle radici. Anche all’odio, se serve a smuovere un briciolo di amor proprio. Forse anche un vino di nome “Odio” sarebbe sempre meglio del nome del 78° figlio di Giove…

    Briscola che ne pensa?

    Gianni “Morgan” Usai

  5. Briscola, nun ce lassà! Dove vai a stare meglio di qui e chi potrebbe coccolarti di più e meglio di noi lettori di Vino al vino? Cosa possiamo fare per farti cambiare idea?

  6. cosa fai Adriano, la inviti tu o dovrei invitarla io? comunque Briscola non abita molto vicino al Garda, anche se si potrebbe organizzare per tentare di convincerla, anche se tiene molto, giustamente, al suo anonimato

  7. mi sembra una giusta scelta, putroppo. Forse meriterebbe parlare non di vino, ma di fantavino. Io lo sto facendo qua e là, tra un racconto di fantascienza e l’altro. Uno l’ho scritto tempo fa su Acquabuona (un vino galattico) ed un altro sta per uscire. Qualcuno anche su Terra dei Vini. Almeno riesco a prendere in giro un mondo di professionisti che si squalifica con le proprie mani e si crede serio solo perchè gestisce un potere di Pulcinella. E senza fare nomi o dare indicazioni … Ti invito a seguire quest’esempio, saresti bravissima e forse ti divertiresti ancora.
    Un abbraccio

  8. caro Adriano, senza entrare in competizione con il lago di Garda,
    sul lago di Como per un pranzo o una cena, si potrebbe aggiungere
    un brindisi per il Vino che non cè. A ricordare Mario Soldati.

  9. Non conosco briscola, ma approvo quello che ha scritto. Approvo anche il suo nome. Spesso molti di noi (giornalisti/giornalai/scribacchini) sono esattamente il due di briscola quando la mano è coppe, perchè non rientriamo nel circuito dei vip, quelli che scrivono le etichette o delle etichette e dei figli del tonitruante. Meglio i polli. Soprattutto morti, ché non starnazzano nemmeno.
    Briscola, se vuoi, metto a disposizione la mia cucina nuova per arrostirlo. Il pollo…
    Ad majora!

  10. MI SENTO STUPIDA A “COMMENTARE” LA DECISIONE DI UNA PERSONA CHE NON NE PUò PIù DI COMMENTI.DICO SOLO CHE MI SENTO FORTUNATA DI AVER CONOSCIUTO VIRTUALMENTE UNA COSì BELLA PERSONA. GRAZIE MARESA

  11. @Briscola,
    carissima, è appena uscito in copertina dell’acquabuona il mio raccontino di fantavino (in vino veritas). Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi e se questa via ti sembra percorribile. Saresti una “ribelle” con i fiocchi in più e non ti faresti sangue marcio … Penso ti divertiresti molto, come sto facendo io …

  12. Au revoir Briscola! A te l’onore delle armi a chi ha combattuto strenuamente, sino all’ultima pallottola-parola ma poi alla fine ha detto (applauso) Basta! Meglio una resa onorevole e un buon pollo (coq au vin?) che lotte alla Don Quizote che nulla hanno di epica ma anzi sono un po’ tristi come le fatiche di Sisifo. Però…. Però la passione che arde in te prima o poi tornerà a farti cadere in tentazione ed errore e allora scriverai ancora. Perché la passione è peggio di una droga, è un fuoco impossibile da estinguere. Allora brindiamo a un tuo futuro ritorno…
    P.S.
    Arricchirsi con il vino?!

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