Librandi: sentirsi (ed essere) vignerons in terra di Calabria

Credo di essere sufficientemente rigoroso e dotato di una buona dose di onestà intellettuale da non farmi condizionare dall’amicizia, antica, profonda, saldissima con la famiglia Librandi, titolare della più bella casa vinicola cirotana e calabrese e una delle migliori di tutto il Sud Italia, da potere tranquillamente affermare che con quest’anno, con le produzioni attualmente in commercio, l’azienda, che pure ci aveva abituato negli anni a standard importanti, ha toccato vertici qualitativi straordinari e mai raggiunti, con così tanta evidenza, in passato.
Quello che mi ha sorpreso, nei giorni – bellissimi – passati la scorsa settimana a Cirò marina, degustando tecnicamente i vini, ma soprattutto mettendoli ripetutamente alla “prova del nove”, quella che taglia la testa al toro, ovvero la verifica del loro funzionamento a tavola, in abbinamento ai piatti dell’appetitosa, saporita, colorata cucina locale, e girando per i vigneti – uno spettacolo – situati negli areali di Cirò, Crucoli, Strongoli, Casabona in Val di Neto, e discutendo di tante cose con gli amici Tonino e Nicodemo Librandi e con i figli di quest’ultimo Raffaele e Paolo, perfettamente inseriti in azienda e impegnatissimi, perché quando si hanno 240 ettari vitati e si producono circa due milioni di bottiglie, c’è da tirarsi su le maniche e da correre, è la assoluta consequenzialità di un percorso operativo.
Un lavoro che parte dalle vigne, dalla loro concezione e gestione e cura minuziosa, sia che si tratti si vigne di proprietà sia di vigne di conferenti, con alcuni dei quali è stato creato un rapporto di collaborazione e di co-gestione votata alla qualità di stampo trentin-altoatesino, si trasferisce in cantina e finisce, secondo una logica di assoluta imprenditorialità, che prevede la giusta promozione del prodotto, il collocamento sui vari mercati, nella bottiglia.
Contenitore il cui valore intrinseco si carica di ulteriori legati alla valorizzazione, e posso dirlo?, al “riscatto” di un territorio splendido ma che gira ancora a tre marce su cinque a disposizione, ad iniziative di comunicazione e progetti di tipo culturale, ad operazioni coraggiose che richiedono tempo e pazienza per essere non solo condotte in porto, ma capite nella loro giusta portata.
Bene, tutta questa serie di cose, una ricerca e una sperimentazione assidua condotta nel vigneto, centro di tutto il pensiero e dell’azione della famiglia Librandi, e giustissima pertanto la recente assegnazione del Premio Veronelli a Nicodemo, viticoltore nel sangue e vigneron di tempra langhetta o borgognona – con la collaborazione di ricercatori universitari ed esperti al massimo livello, lavoro che si è tradotto in diversi convegni organizzati negli anni e in uno splendido libro curato dal professor Mario Fregoni, Gaglioppo e i suoi fratelli, che fa egregiamente il punto su tutto quanto è stato fatto nel corso di quindici anni, ed un concetto di qualità cui offre un contributo fondamentale la consulenza tecnica del più serio dei nostri enologi, Donato Lanati, con il formidabile staff dei suoi collaboratori, costituirebbe un “bluff” o qualcosa di gratuito se poi non si traducesse in vini veri che sanno esprimere la verità e l’unicità di questa autentica Enotria tellus.
Invece, e mai come quest’anno, quando mi sono trovato di fronte ad una qualità complessiva altissima, ad una gamma compatta dove ogni vino ha una precisa identità e non cannibalizza nessun un altro proponendosi come doppione, da questo lavoro serissimo quasi “matto e disperato” per dirla in termini leopardiani, esce un’idea di vino, cirotano, calabrese, meridionale, mediterraneo, italiano che ti fa capire, ad ogni sorso, in ogni circostanza di servizio, come quel vino non sia casuale, ma finalizzazione (come lo è un grande gol dopo una veloce azione in linea, condotta secondo schemi ed estro e tecnica), di un sentimento, di una coscienza viticola, vinicola, enologica di assoluto rigore e grande anima. Troppo facile parlarvi dei “gioielli” di casa Librandi, di quel collaudatissimo Gravello, mirabile sintesi-dialogo di Gaglioppo e Cabernet Sauvignon, elegantissimo, morbido, avvolgente nella sua versione 2006 (prodotta in centomila esemplari), oppure di uno dei miei prediletti, il Magno Megonio la cui annata 2006, ancora scalpitante, bisognosa di tempo in bottiglia, imponente e dotato già ora di quel timbro che lo rende unico ed inimitabile, promette mirabilie.
Provate invece a misurarvi, con una versione 2005 da standing ovation per eleganza, morbidezza, perfetta sintesi di struttura tannica (e che tannini signori!) e dolcezza calibrata del frutto, con il vino simbolo dei Librandi, con il Cirò riserva Duca San Felice, quintessenza di Gaglioppo, dimostrazione della grandezza e della duttilità di quest’uva cirotana per antonomasia (che solo gli ingenui possono pensare possa dare il proprio meglio sui rosati e non vinificata in rosso), e ricordarvi che di questo capolavoro sono disponibili qualcosa come 180 mila esemplari, oppure rimanere di sasso di fronte all’equilibrio assoluto, alla piacevolezza contagiosa, al nitore del frutto, ad un carattere “nordico e piemontese” che ricorda quasi un grande Dolcetto, raggiunto dal Melissa Doc Asylia rosso 2007 (80 mila esemplari), alla perfetta sintesi di corpo, solarità, giusta maturità di frutto, tannino presente ma levigato, carattere leggermente e piacevolmente selvatico ma elegante raggiunta da un Cirò rosso 2007 (diverse centinaia di migliaia di pezzi) mai così diretto, compiuto, sinuoso nel suo modo di porsi!
E poi, che dire – solo un miope e uno stolto può mettere in dubbio che rappresentino, e di gran lunga, il meglio della produzione regionale per questa particolare tipologia (e preferir loro vini sulla cui qualità preferisco tacere…) – dei due rosati, il Cirò Doc e l’Igt Val di Neto Terre lontane che con l’edizione 2007 (e posso dirlo visto che li bevo e li seguo da almeno 10-12 anni) raggiungono la loro definitiva consacrazione? Cerasuolo corallo rubino smagliante il primo, naso profumato di lampone, ribes, rosa, succoso, ben polputo, eppure freschissimo, mirabilmente equilibrato e sapido il primo, un’enfatizzazione del rosato importante il secondo, tornato ad essere Gaglioppo in purezza dopo aver accolto per anni una quota di Cabernet franc (i Librandi stanno sensibilmente riducendo la quota dei vitigni internazionali a bacca rossa presenti in vigna), vino succulento e perdonatemi la metafora, sensuale e malioso come una bella moracciona calabrese con tutte le curve, un bel 90-60-90, al punto giusto e una terza abbondante che ti fa prendere dalla vertigine quando hai la faccia di tolla di scrutare nella sua scollatura!
Vino ricchissimo, imponente nelle dimensioni, nella ricchezza di polpa, nell’avvolgente rotondità carnosa da seno non rifatto, pieno di tutto quel che vorresti un rosato, anche se tutto lascerebbe pensare, dal colore cerasuolo corallo acceso – rubino trionfante, alla sinfonia fruttosa dei profumi, alla loro densità, alla materia quasi masticabile, golosa, alla lunghissima persistenza, con un tannino presente ma non aggressivo, trattarsi di un rosso.
Un rosato per estimatori “con gli attributi”, che ho iscritto d’imperio al club ristretto dei super rosati, il Montepulciano Cerasuolo Pié delle Vigne di Cataldi Madonna, Il Magilda di Barsento, il Campo di Mare Duca Guarini, il Montepulciano Cerasuolo Cerano di Pietrantonj, talvolta il Rogito di Cantine del Notaio, il Montepulciano Cerasuolo Villa Gemma del povero Gianni Masciarelli, che mi fanno letteralmente “pazziare” con i loro proclamati eccessi.
E poi che dire, se non che degustati alla cieca faticheresti a pensare che siano nati in Calabria, tanto sono eleganti nello stile, tecnicamente ineccepibili, freschi, vivaci (anche se bevuti dopo due o tre anni dalla vendemmia), dei bianchi, dal più impegnato e impegnativo Efeso base Mantonico, il cui 2007, del nitore cristallino e dal naso petroso, profumato di muschio e frutta esotica ha solo bisogno di almeno 7-8 mesi in bottiglia per emergere con la sua sorprendente personalità ai due Greco, Cirò bianco e Asylia bianco, dotati di una piacevolezza di beva, di una sapidità, di una facilità di accompagnare i cibi che lascia senza parole? “Filosoficamente” m’interessa meno, con la sua composizione base Chardonnay e Sauvignon, ma come non negare che con le sue 350 mila bottiglie prodotte (che puntualmente si esauriscono e creano problemi di assegnazione all’azienda) il Val di Neto Critone, è una perfetta case history, un esempio di vino moderno, ma fatto con cuore e sensibilità, in terra meridionale?
Come non dire sì, si stappi e si beva con piacere, evviva!, di fronte al suo giallo paglierino scintillante e multiriflesso, al naso svettante di gelsomino e agrumi e mandorla, al gusto ricco, vivo, sapido, di grande ampiezza, ad una magnifica acidità che tempera la materia succosa del frutto?
Troppo generose e amicali le mie osservazioni? Niente affatto! Chiunque abbia occhi, naso e cuore ed intelligenza per capire e relazionare il tutto al particolare contesto potrebbe cogliere la particolarità ed il fascino innegabile della realtà Librandi, farsi coinvolgere ed emozionare, percorrendo con lo sguardo la tenuta Rosaneti (nelle prime tre foto), che visitai per la prima volta quando non era ancora stata piantata una sola vite e che oggi è un giardino vitato, toccando con mano quello che questa famiglia ed i suoi collaboratori (un team ricco di giovani motivati da un vero e proprio orgoglio aziendale) anno dopo anno realizzano.
Ci saranno, com’è abitudine e gusto di casa Librandi, ulteriori sviluppi e addirittura sorprese (su cui mi è obbligo tacere, ma che mi paiono in prospettiva straordinarie e che mi hanno già dato in nuce testimonianza del loro significato) e nuovi prodotti verranno ad arricchire una gamma già articolata e vivace.
Novità tutte attentamente meditate, studiate in ogni dettaglio, con tutto il tempo necessario a disposizione perché arrivino a giusta maturazione e al grado di espressione ottimale per renderle delle scommesse ben calcolate e vinte e non degli inutili azzardi. Il giusto tempo per tutto, in questo universo dominato dalla luce, in questo oceano di vigneti dove in fondo, all’orizzonte… riluce e ti richiama il mare…

0 pensieri su “Librandi: sentirsi (ed essere) vignerons in terra di Calabria

  1. tutti impegnati a discutere di comunismo, nazionalismo russo, consumismo americano causa il post sulla morte di Solgenitsin, ma possibile che nessuno abbia niente da commentare su questo post pieno di luce e allegria che a me personalmente fa venire una gran voglia di partire per Cirò marina, percorrere quei vigneti e gustare quei vini?

  2. …e “Gaglioppo e i suoi Fratelli” è un libro che fa trasalire, tale è la voglia di CONDIVIDERE LA CONOSCENZA che ci viene da ogni pagina.
    Un libro che ha molto da dire a tutti quelli che – pur avendo capito che il libro (in generale) serve eccome – si ostinano a fare, nei retrobottega, le loro brave impaginazioni al computer (serve a quello, no?) di testi bastachesia, da passare al bravo tipografo. Tanto si vive in un paese che si ritrae dalla conoscenza – così scomoda! -, si sta con la testa nella sabbia, si ascoltano ‘quelli importanti’, i soliti noti, e si seguono le regole dettate dall’omertà. Amaro moralismo?
    Non commento la luce che illumina i post, per pura invidia.

  3. No Andrea, non c’é mai stato Chioccioli e aggiungerei io, per fortuna! Da una decina d’anni, dopo il lungo sodalizio con Severino Garofano, i Librandi collaborano con grande soddisfazione con Donato Lanati. Ma nell’area del Cirò, questa azienda a parte, sono presenti parecchi titolati enologi consulenti, da Bernabei a Ciufoli a Riccardo Cotarella. Peccato che curino meno la parte viticola-agronomica, basta visitare i vigneti, di quanto sia invece necessario e pensino di fare “miracoli” in cantina…

  4. Si, Franco, hai ragione, mi sono confuso con un’altra entità.
    Sono felice per i Librandi e se passo da quelle parti sarà un onore per me andarli a trovare.
    Di loro se ne sente parlare solo bene, intanto mi procurerò qualche loro vino.

  5. La mia preferenza va al Duca Sanfelice, ottimo esempio di cirò. Ho qualche problema in più con Gravello e Magno Megonio (anche con l’Efeso, trovato sempre troppo vanigliato).
    Da quelle parti trovo sempre ottime cose da Ippolito, in fatto di cirò, senza nulla togliere ai Librandi.

  6. Chiantigiano, non far casino nè con le parole, nè con le persone.
    Fai torto al padrone di casa, al suo palato e all’azienda in questione, che è seria, qui si parla di vigneti pettinati e curati come non hai idea…

  7. @andrea pagliantini: oh come sono d’accordo con il suo commento a ‘chiantigiano’.
    si dovrebbe cercare di ‘non svaccare’ tutto. credo che il difetto supremo dei toscani sia proprio il sarcasmo.
    non mi permetto di dare consigli, ma un commento sì, me lo concedo.
    com’è bella (e utile) l’ironia, di cui essi toscani – anche in ciò emblema dell’intero paesaggio italiano – scarseggiano; per non parlare dell’AUTOIRONIA, totalmente assente. Mi tocca aggiungere, però, che quando (raramente)i toscani sono autoironici, diventano insuperabili, come quando (!) fanno appassionatamente i loro vini.
    Ma che c’entra tutto ciò con i vigneti pettinati dei Librandi? C’entra, c’entra, perché il profondo sud ha questa marcia in più: sa sorridere (anche amaramente, talvolta) di sé, sa ancora ridere, sa…
    Eppoi, questi Librandi: se è vero che “nomina sunt numina”…eh, una marcia in più ce la devono avere già nel dna.

  8. girolamo o girolamo, molto volentieri! Pensa che per vedere se esistono alternative serie a Librandi mi sto facendo organizzare (spero si possa fare) una megadegustazione di tutti i vini di tutte le aziende, una ventina, aderenti al Consorzio del Cirò! Certo che se giudico dai vini che conosco e da un paio di cose, abbastanza nefande, che mi é toccato bere durante la mia ultima trasferta cirotana, penso che i Librandi possano dormire sonni tranquillissimi…

  9. Il sottoscritto non vuole offendere nessuno e meno ancora ”il padrone di casa”(non credo che gli piacerà tale menzione o gli si attribuisca,visto la sua ”immensa ”generosità ad accogliere ogni tipo di commento,anche quelli che ”’svaccano”'[o povero me!]).La mia era soltanto una semplice domanda la cui eventuale risposta poteva in parte aiutarmi a capire il motivo dei tanti gradi alcolici che quasi tutti ”riescano a tirare fuori” dalle ”nostre”parti,anche in annate sfavorevoli o evidenziare un eventuale commercio di uve..Sicuramente non è il caso dell’azienda in questione ..ma non ci sarebbe niente di strano se qualcun’altra lo facesse..è businnes ,per loro,…

  10. @ Chiantigiano, la tua domanda era chiara e non voleva offendere nessuno, questo è chiaro.
    I gradi alcolici si spiegano in molti modi: vini da taglio, osmosi inversa che estrae acqua dai mosti, mosto concentrato e non aggiungo altro.
    Poi ti ho già detto che la Calabria è un pò fuori mano e ci sono altre zone “più vocate”.

    @ Giorgia
    il sarcasmo è pesantemente toscano.
    Bisognerebbe indirizzarlo anche verso noi stessi e non avere la superbia di guardare solo gli altri per mascherare le nostre fallanze .
    Ci si crede superiori, ci si crede rinascimentali, ci si crede sempre migliori.
    Ma poi, per restare al vino, si vede dei casini che siamo capaci di fare.
    Comunque non tutto è fumo in questo mondo, ci sono tante e poi tante realtà serie, e proprio perchè serie faticano a farsi conoscere ed imporsi con i loro prodotti.
    Perchè mentre questi si dedicano alla vigna, altri, “si dedicano solo alla cantina”.

  11. @andrea pagliantini. Insisto. E’ vero: il sarcasmo è un connotato tipico dei toscani, contrariamente all’ironia (e all’autoironia). Il sarcasmo rivolto verso di sé è pesante e qualche volta disfattista.
    Ciò detto, ri-insisto e sottolineo: quando i toscani sono ironici sono formidabili, come i vini che essi fanno quando ci mettono anima e passione (e ovviamente il meglio dei saperi).
    Per il resto mi taccio: non so molto di vino/i (invece conosco BENE la differenza tra un toscano sarcastico, un toscano ironico e…un antico toscano)…
    Certo che Librarsi … non è da tutti.

  12. maremma maiala! Quanto ‘sti “maledetti toscani” come li chiamava Malaparte, si mettono a filosofeggiare e discutere della loro natura e delle loro differenze, le questioni di lana caprina o le elucubrazioni sul sesso degli angeli diventano una cosa semplice al confronto!

  13. Buongiorno.
    “Ci si crede superiori, ci si crede rinascimentali, ci si crede sempre migliori”: sono gli altri che lo credono, noi, semplicemente, lo siamo………

  14. @ Ag,
    mi dispiace, ma io in quella definizione non mi ci vedo per niente, preferisco essere quello che sono: un ribelle discretamente bischero.
    Un mi si verrà mica a dire che la civiltà scorre solo nei torrenti dell’ex Granducato?

  15. mille incanti davvero Andrea, e se scenderai a Cirò te ne accorgerai. Ed é per quello che fa letteralmente incazzare (scusate il francesismo) vedere che questi posti splendidi, popolati da gente che é generosa e quando vuole ha un’operosità e una voglia di fare di stampo longobardo, sono insozzati da una delinquenza indegna e codarda, e frenati da un potere politico-amministrativo non proprio all’altezza della situazione. Potrebbe essere, la zona di Cirò, una zona magnifica per un turismo non di massa, ma intelligente e curioso, invece gli alberghi sono pochi, lo scenario visto dall’alto delle colline é dominato da una marea di case cominciate e non finite, di costruzioni abusive che sono bloccate da decenni e nessuno si sogna o di distruggere (visto che sono abusive) o di sequestrare destinandole ad un uso pubblico. Quante cose che non ci dovrebbero essere e che ci sono e quante che mancano! Se si pensa che il collegamento aereo con Crotone é legato ad una piccola compagnia aerea che parte da Milano Linate, Brescia Montichiari e Roma, compagnia che non si che spalle forti abbia e possibilità di svilupparsi, si resta un po’ basiti… E poi, l’ho detto anche ad un simpatico giovane assessore che ho conosciuto in spiaggia, quando scopri che vorrebbero creare un insediamento turistico non nel retroterra della zona di Punta Alice, ma nella zona denominata “il feudo” ovvero il cuore dei vigneti storici di Gaglioppo di Cirò, ti verrebbe voglia di dire se sono matti o che altro! Ecco perché ammiro e di cuore i Librandi, perché so bene, sono 15 anni che frequento Cirò e la loro azienda, quanto sia difficile essere imprenditori seri come lo sono loro in questa zona bella e difficile!

  16. Caro Pagliantini,
    a parte le battute, tu, come io, come altri in questa regione, abbiamo la fortuna di essere nati in uno dei posti più belli del mondo, per di più abbellito da illuminati, ricchi e, perchè no, sbruffoni predecessori di un patrimonio artistico senza pari. Io, purtroppo, ho la presunzione (e ne sono orgoglioso) di ritenermi tra i pochi a saperlo e a saperlo apprezzare.

  17. Caro Ag,
    il Granducato di Toscana ai suoi tempi, è stato il primo stato al mondo a eliminare la pena di morte dal suo ordinamento, e c’è da andarne fieri.
    So bene la bellezza dei paesaggi e la ricchezze storiche e culturali, basta fare due passi ovunque, per rendersene conto.
    Ma per stare all’oggi, io vedo troppe vaccate dal punto di vista edilizio, morale, etico, quindi dire che siamo i migliori mi pare un azzardo.
    Ma solo per stare sul vino, le furbetterie di Montalcino ce le siamo già dimenticate? E’ o non è Toscana anche quella?
    E le vaccate di case coloniche dalle mie parti ridotte a ville holliwodiane, è o non è Toscana?
    E poi qui si deve parlare di Calabria ed il post qua sopra di Franco è la dimostrazione di quanto quella terra sia bella si, ma piena di marasmi che rendono la vita dura a chi tenta di fare qualcosa dal punto di vista imprenditoriale. Serio.

  18. allora parliamo di Calabria e di vini calabresi in questo post ed in quello pubblicato oggi. Di vizi, virtù, splendori e miserie, luci e ombre della Toscana (e non solo quella del vino) parliamo altrove, magari in un apposito post che se necessario proverò ad aprire!

  19. Caro Franco, caro Andrea,
    Vero è che qui siamo in argomento Calabria, una terra che mi dicono terribile nei suoi contrasti ma che non conoscendo affatto mi sono astenuto dal commentare. Con mia colpa sono intervenuto fuori tema ma le due battute (spero ironiche) erano su un paragone sollevato da altri. Ne aggiungo una e, giustamente, chiudo l’argomento: quelli ai quali ti riferisci tu sono appunto coloro che non sanno dove vivono (ignoranti) e soprattuto, malnati, non hanno l’umiltà per apprezzarlo. E di questi malnati è pieno il mondo.

  20. Pingback: Andrea Pagliantini » Blog Archive » Foto: Il mare colore del vino

  21. Il solito problema di chi grazie al potere dei media e delle riviste specializzate riesce a fare notizia.Vivo al nord e conosco bene la realtà cirotana, tanto di cappello alla cantina Librandi, ma vi assicuro che esistono delle realtà vitivinicole in quel di Cirò che pur meno conosciute,presentano vini eccezionali.Magia del marketing e di chi ottiene soldi per farlo.A volte nel panorama enologico nazionale, e non solo, conta fare il vino per i giornalisti e per le riviste di settore, a discapito di chi il vino lo fa sul serio, prodotto in vigna e non da pratiche enologiche esasperate.Cotarella,Ciufoli, Bernabei,Lanati………….come lo fanno il vino per alcune cantine del cirotano, via fax oppure camminando per tempi lunghi nei vigneti cirotani a stretto contatto con gli agronomi del posto?Opterei di certo per la via tecnologica.Sono confuso,non riesco a capire se alla gente interessa il vino vero o il vino che porta la firma del solito volto famoso o del solito giornalista esperto che porta nel cuore il vino che invece del mosto ha il profumo dei soldi.

  22. Alberto commento molto “originale” il suo, secondo il quale un’azienda come Librandi dovrebbe il suo successo “al potere dei media e delle riviste specializzate” O “o del solito giornalista esperto che porta nel cuore il vino che invece del mosto ha il profumo dei soldi”. A parte l’offensività stupida, mi consenta, di questa bassa e squallida allusione, che respingo al mittente, sarebbe così gentile, il mio indirizzo di posta elettronica é qui ben presente su questo blog (francoziliani@yahoo.it) di segnalarmi, consigliarmi, propormi i grandi vini cirotani di cui in 15 anni che frequento Cirò e dintorni non mi sono ancora accorto? Sa, ero distratto dal “profumo dei soldi”… Resto in attesa delle sue cortesi segnalazioni, grazie!…

  23. Egr.Signor Ziliani,
    non ci siamo capiti.La società odierna corre troppo,cosi pure i giornalisti di settore,che pretendono di conoscere un territorio di produzione con rapide apparizioni, quasi fulminee.
    Tanto di cappello alla cantina Librandi,lo ripeto, che è forse la vera e unica realtà vitivinicola calabrese che si conosce al di fuori dei limiti regionali,ma io mi voglio soffermare sul fatto che, in generale e non solo nel cirotano, esistono tante altre realtà vitivinicole che non vengono “pompate” dai media,ma che allo stesso tempo hanno dei prodotti altrettanto buoni,e che per mancanza di grazia ricevuta non hanno la forza di farsi conoscere.Di certo la colpa non è sua.
    Io da appassionato, faccio fatica a volte,a riconoscere che i vini blasonati della zona, abbiano il vero profumo del Cirò.
    Perchè io quando vado in Calabria,voglio bere un Cirò e non vini che di Cirò hanno solo il nome in etichetta,o vini di cantine che hanno vigneti in tutt’altre zone,che nulla hanno a che fare con il Cirò.
    Fermo restando che, nutro il pieno rispetto per le considerazioni altrui.Inoltre,le consiglio un Ronco dei Quattroventi,un Donna Madda,un Liber Pater,Un Pian delle Fate,visitando magari anche i vigneti di produzione.
    Deve sapere,Caro Ziliani,che non vi è cosa più triste,quando un esperto di vini in pochi istanti,viene in un territorio di produzione,prova i vini e sputa sentenze(condizionate),il tutto lo ripeto in un baleno.Non mi riferisco a lei perchè non la conosco,però di solito cosi accade.

  24. Alberto, intanto io é dal 1994 che scendo regolarmente a Cirò e giro vigneti e posso farmi un’idea su chi conduca le vigne con intenti qualitativi e chi invece no, non arrivo faccio un blitz, tra un bagno e l’altro nello splendido mare di Punta Alice e me ne vado… I vini che mi segnala li conosco, pensi che in quell’azienda, quando aveva altra proprietà, ci sono stato proprio a metà anni Novanta… Comunque se la rassicura la informo che per avere un’idea più ampia della produzione cirotana ho proposto al Consorzio di organizzarmi una degustazione di tutti i vini delle aziende consorziate (una ventina) e una visita a diverse aziende. Dopo un’iniziale consenso, non ho più avuto notizie circa la possibilità di esaudire questo desiderio che manifesta una chiara volontà di capire e documentare. Vedremo se sarà possibile fare questo, nell’interesse mio sicuramente, ma anche del Consorzio, perché non penso ci sia la fila di giornalisti che scendono a Cirò marina e chiedono di degustare i vini delle aziende associate…

  25. Capisco, purtroppo ancora mi trovo in quel di Torino per lavoro,ma se io dovessi fare dei wine taste, prima di tutto selezionerei le cantine in virtù di chi ha i vigneti in agro cirotano,per il smplice motivo che tempo addietro i migliori vini definiti tali dalle riviste di settore e dai giornalisti,non avevano nemmeno un ettaro coltivato in terra cirotana.Lo scopo è quello di provare vini del territorio o meglio quelli che esprimono una determinata zona.Le ripeto, se decidessi di andare in vacanza a Cirò,vorrei provare vini che rappresentano la vera realtà del luogo da me prescelto,quindi non vini camuffati,anche se altrettanto buoni. Il solito discorso dei vini autentici, che tranquillamente pottrebbe estendersi a tutte le zone viticole italiane.E a tal riguardo, a volte le riviste specializzate distolgono dalla realtà l’opinione del consumatore finale.
    A parte tutto è compito dei produttori cirotani fare dei vini buoni e successivamente farli conoscerli con apposite e mirate strategie di marketing.

  26. Sicuro di fare cosa gradita a Girolamo e Alberto, faccio pubblicità a un discreto opuscolo pubblicato dalla camera di commercio di Crotone (KR) con il contributo dell’Unione Europea, della Regione e del Comune. Si tratta dell’Atlante delle Etichette della provincia di Crotone. Riporta esattamente 40 cantine diverse crotonesi (includendo anche DOC ancora meno note del Cirò, come Melissa e S. Anna di Isola Capo Rizzuto, assieme alle IGT Calabria, Val di Neto e Lipudi). In realtà c’è anche un breve addendum con un pugno di altre cantine site altrove nella stessa regione. Tra tutte le proposte dell’atlante, il curioso troverà sicuramente prodotti che non sfigurano rispetto al marchio preferito dal padrone di casa, sia vini semplici, da contadino più che da enologo, che non hanno nulla a che vedere con il gravello, ma che forse qualcuno ricerca ancora. Infatti, i pochi produttori con centinaia di ettari vitati sono inseriti in un gruppo più nutrito di vignaioli piccoli e piccolissimi (fino a estensioni inferiori a 1 Ha).

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