Non c’é pace per le Docg toscane: una filosofia da ripensare

La vicenda, che vedremo come si risolverà e come andrà a finire del minacciato blocco delle importazioni, già annunciato rispettivamente sulla versione online di Wine Spectator e sul wine blog WinoWire, e confermato nei giorni scorsi da un dispaccio dell’agenzia Reuter (vedi qui la versione inglese e qui la versione italiana) del Vino Nobile di Montepulciano, bloccato dal TTB americano, che intende verificare la corrispondenza tra quello che viene dichiarato in etichetta e quello che è effettivamente contenuto nelle bottiglie della celebre Docg poliziana, insegna molte cose.
Innanzitutto, come nel caso del Brunello di Montalcino, che non è una questione di sicurezza, ma di etichetta, e che poi per “non sapere né leggere né scrivere” e per non correre rischi, nonostante le dichiarazioni del presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, Federico Carletti “le aziende (coinvolte) hanno risolto tutti i loro problemi: probabilmente c’e stato un taglio con uve non consentite”, e “in relazione alle notizie giunte dagli Stati Uniti, essendo in contatto con il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Luca Zaia, posso affermare che il Ministro stesso, in stretta collaborazione con gli uffici governativi e l’ambasciata italiana in Usa, si sta adoperando per comprendere e risolvere la questione”, il TTB nel dubbio non ci pensa su tanto e decide tranquillamente di bloccare cautelativamente le importazioni di Vino Nobile.
Proprio come ha fatto, spostandosi sul fronte francese, con i Saint Emilion, ma per una ragione diversa, effetto della contestazione fatta da un tribunale di Bordeaux alla classificazione del Grand Clu Classe del 2006 e del Premier Cru Classe, dicendo che non rispettavano i criteri previsti e non ad episodi di arrangiamento e aggiustamento furbesco dei vini.
Molto probabilmente, anche in questo caso, si troverà rapidamente una soluzione ed in una dichiarazione presente sul sito Internet delle Politiche Agricole e Forestali il ministro Zaia ha affermato testualmente “Sono già al lavoro per il Nobile di Montepulciano e cercherò di chiarire e risolvere la situazione in tempi brevi. In queste ore sto cercando di contattare gli americani per trovare una situazione immediata e tempestiva a questo nuovo caso dopo quello del Brunello.
Vorrei subito chiarire, però, che non è un caso di sicurezza alimentare. Da fonti statunitensi abbiamo saputo che si tratta di un caso che riguarda una zona circoscritta. Ribadiamo che la qualità del Montepulciano è ottima, ma se qualcuno ha sbagliato pagherà, senza che questo, però, metta a repentaglio il lavoro di quei produttori onesti che rispettano le regole”.
Resta però il fatto, incontrovertibile, come ho osservato in un commento pubblicato nelle news del sito Internet dell’A.I.S. (leggi qui), che o le più note Docg toscane (anche nel Chianti Classico nel recente passato diverse aziende sono finite sotto inchiesta per pratiche di cantina non regolamentari) sono sfortunate e hanno urgente bisogno di “farsi benedire”, oppure c’è qualcosa che non funziona, che è andato fuori controllo, che ha urgente bisogno di essere rivisto, corretto, riportato alla normalità e alla correttezza nel sistema vitivinicolo toscano.
Negli ultimi quindici anni e forse più l’enologia e la produzione vitivinicola toscana per vari motivi, per compiacere determinati mercati, per realizzare prodotti che risultassero più appealing e conformi al gusto e all’idea del vino di influenti wine writer e opinion leader, perché veniva più comodo che lavorare duramente in vigna con il Sangiovese, perché determinati enologi consulenti preferiscono realizzare in questo modo, con collage e patchwork di uve e vini vari, provenienti anche da fuori zona, le loro “creazioni”, perché una consuetudine all’assemblaggio, alla cuvée fa parte, Brunello a parte, della tradizione vitivinicola toscana sin dai tempi del Barone di ferro Bettino Ricasoli e della sua “formula” del Chianti, larga parte del mondo del vino toscano ha giocato, alla Inzaghi, sul limite del fuorigioco, e ha preso disinvoltamente scorciatoie, trattando spesso le Docg come se fossero dei Super Tuscan. In altre parole non ha sempre rispettato le regole, anche se i risultati, commerciali, di immagine, mediatici, hanno talvolta dato ragione a queste scelte spericolate.
Ma non è arrivata finalmente l’ora di finirla con questi sistemi?
Come ha scritto splendidamente un agricoltore e viticoltore chiantigiano, Andrea Pagliantini, animatore del bel blog del Campino del Paiolo, “c’è per forza un modo diverso di fare le cose, un modo etico e morale che dipende soprattutto dai proprietari delle aziende, che pur di vendere si affidano al mago Zurlì di turno pompato dalla stampa, dalle stelle e dai bicchieri. Ed essere onesti, non deve mai più essere sinonimo di essere bischeri, ma una medaglia da appuntarsi sul petto ed andarne fieri ogni giorno della propria vita”.
E dette da un toscano, da un chiantigiano, pardon, sono parole sacrosante, che valgono il doppio…

0 pensieri su “Non c’é pace per le Docg toscane: una filosofia da ripensare

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  2. “Da fonti statunitensi abbiamo saputo che si tratta di un caso che riguarda una zona circoscritta. Ribadiamo che la qualità del Montepulciano è ottima, ma se qualcuno ha sbagliato pagherà, senza che questo, però, metta a repentaglio il lavoro di quei produttori onesti che rispettano le regole”.
    Queste sono le parole del ministro Zaia.
    Devono dircelo gli americani che fra noi esiste qualche furbetto?
    O tutti i controlli che si fanno a monte della bottiglia, la repressione frodi, gli erga omnes delle Docg, che ci stanno a fare?
    Lancio una proposta: andate a vedere i colori delle vigne d’autunno.
    Il sangiovese ha colore giallo, verde chiaro, il resto è tutta latra roba!!

  3. Altro lavoro per la Barabino e partners ?

    Se andiamo avanti così via cantinieri,trattoristi,agronomi e sotto con gli addetti alle pubbliche relazioni.

    Attendiamo i giustificazionisti dell’arco costituzionale poiche’, questa volta, e’ stato fatto esplicitamente il nome di una cooperativa…. In fondo e’ stato “bloccato” anche il Saint Emilion…

  4. Salve,
    a proposito dei problemi delle nostre DOCG toscane leggetevi l’editoriale de “Il mio Vino”, e confrontatelo con quanto diceva sul brunello (prima approccio soft sul cambio di disciplinare poi atteggiamento invece hard). Il principio di non contraddizione non sanno nemmeno dove sta di casa…caro Ziliani prevedo tempi duri, la salsiccia avvelenata la stanno preparando piano piano…
    saluti a tutti
    PS una curiosità personale che non so se sia lecito porre, comunque, che ne pensa dei vini di palari?

  5. ..ma chi comanda nei Consorzi?..il ”piano dei controlli(piano,piano ..con i controlli..)è su indicazione del ministero,credo,ma ”l’attuazione”è di competenza ”consortile”e quindi anche su indicazione della ”maggioranza”del C.D.A.,formato secondo statuto,da consiglieri,eletti a sua volta dai soci,i cui ”voti”sono stabiliti in base alla superficie e ”all’imbottigliato”(spesso il più forte, e chi ”fa valere” la sua forza.., vince).POI chissà perchè non riescono quasi mai a controllare i vigneti(o gli oliveti),magari prima della raccoltà?

  6. L’ uovo di Colombo: “Lancio una proposta: andate a vedere i colori delle vigne d’autunno.
    Il sangiovese ha colore giallo, verde chiaro, il resto è tutta latra roba!!” ed un controllo che costa anche poco….

  7. C’era una volta il conflitto d’interessi. Evocato – correttamente – per impedire (?) che chi già ‘governava’ l’opinione pubblica la ri-governasse governandola, non ha avuto corso per evidenti interessi di entrambe le parti in causa (maggioranza e opposizione).
    Ciò che è successo a quel proposito, è (pare) accaduto anche per i controlli consortili. Chi fa il vino deve controllare che lo fa bene (e in questo caso il problema di logica diventa un problema di consecutio).
    Come dire a Pierino – a cui la mamma ha proibito di abboffarsi di cioccolata – di controllare che egli stesso non mangi la cioccolata.
    Con l’aggravante che nei consorzi non c’è l’opposizione (che almeno fa finta di lagnarsi), ma solo i consiglieri espressi dagli interessi di poche aziende (per tacere di Montmorency).
    Forse il conflitto d’interessi – nel nostro Belpaese – è vissuto come un’opportunità.
    Lavoro in un organismo che eroga finanziamenti alle imprese? Allora metto su un’impresa e i finanziamenti li prendo io…insomma colgo l’opportunità, no?!
    E se tornassimo al conflitto d’interessi trattato come una patologia del nostro sistema?
    E se tornassimo TUTTI a lavorare? Uh che parolona.

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