11 settembre: sette anni dopo, per non dimenticare

Sono trascorsi già sette anni da quel giorno orribile, da quell’evento terrificante che ci portò a dichiarare, in pieno dolore che non poteva non investire con forza chiunque avesse un briciolo di umanità, we will never forget, non potremo mai dimenticare.
Eppure a poco più di un lustro dall’attacco alle Torri Gemelle di New York, all’attentato, all’America, a New York e al mondo, dell’11 settembre 2001, prende piede uno strano oblio, una strana e ingiustificabile voglia di dimenticare, di occuparsi d’altro, di consegnare all’archivio della storia quanto invece é palpitante attualità, sudore, sangue e lacrime.
Perché gli attentati successivi di Madrid e di Londra ce l’hanno insegnato il terrorismo fanatico e vile é sempre vivo e non va mai in letargo.
Ecco perché, per ricordare, ho pensato di proporvi un articolo perfetto, misurato nei toni, e giusto, che Giuseppe De Bellis ha pubblicato oggi, con il titolo L’11 settembre sotto silenzio, sul quotidiano Il Giornale.
Parole per non dimenticare, per non abbassare la guardia, per rendere  omaggio alle quasi tremila vittime innocenti di quel gesto vigliacco, di quell’espressione di matta bestialità che ancora oggi ci ferisce e offende la nostra coscienza. f.z.

“È troppo facile dimenticare. L’11 settembre 2001 è un ricordo sbiadito, una memoria residua, una rievocazione appannata. Dov’è finito il «siamo tutti americani» del giorno dopo? Non c’è: è sparito così in fretta da non lasciare più spazio nemmeno alla retorica. Ci saranno due fasci di luce a simboleggiare le torri gemelle e poco altro. Ci sarà una cerimonia poco globale, perché il mondo non si sente più parte di questa storia.
La montagna di speciali tv e di dibattici politici internazionali, si è già esaurita. Neppure la campagna elettorale per le presidenziali americane tocca l’argomento, se non per la tangente. Il ricordo non è più collettivo, ma personale. Sette anni sono pochi per ridurre solo a una data il momento che ha cambiato la storia, eppure non c’è un altro fatto che sia diventato passato con la stessa velocità.
Sembra che l’Occidente abbia un pudore tutto suo ad alimentare la memoria e a piangere i suoi morti: qualcosa che assomiglia alla paura di dare fastidio all’islam e alla vergogna per essersi sentiti tutti colpiti al cuore. Abbiamo visto due aerei schiantarsi su New York, abbiamo contato tremila vittime, abbiamo visto cadere le persone in cerca di scampo dalle fiamme del World Trade Center, abbiamo pulito la polvere che ricopriva ground zero. Ci siamo promessi che nulla sarebbe stato come prima, che nessuno avrebbe considerato quello un attacco solo all’America.
E ora? Ricordare l’11 settembre non è più chic. La rimozione è un gioco perverso perché appiattisce le emozioni. Le lacrime, il terrore, la certezza che tutti noi, in quei giorni, potevamo essere vittime della vigliaccheria terroristica non ci sono più, masticati e digeriti dalla rielaborazione buonista e autolesionista dell’11 settembre.
Abbiamo dimenticato che c’è stata una dichiarazione di guerra globale e a dichiararla non è stato l’Occidente. Tutto quello che è successo dopo ha scavalcato quella tragedia: la guerra in Irak, reputata sbagliata e illegittima a scoppio ritardato, ha alimentato il sentimento antiamericano che è cresciuto in Europa e persino in una parte degli Stati Uniti; le centinaia di notizie sul carcere di Guantanamo hanno portato nell’oblio i morti innocenti nell’attentato alle torri gemelle per dare dignità solo alle storie dei reclusi in tuta arancione.
La paura di giustificare la reazione considerata sproporzionata ha fatto prendere le distanze: l’Europa ha progressivamente abbandonato il sentimento di vicinanza con l’America e ha cominciato a fare dei distinguo. Siamo passati dal «siamo stati colpiti», al «sono stati colpiti». Siamo passati dall’attacco alla civiltà occidentale, all’attacco agli Stati Uniti, quindi all’impero, quindi a Bush, quindi al cattivo.
Ci manca solo che qualcuno dica che hanno fatto bene, quelli di Al Qaida. Certo, perché dimentichiamo che la campagna del terrorismo islamico ha colpito anche in Spagna, in Turchia, in Inghilterra, in Marocco e in tutti i paesi arabi che non si vogliono piegare all’islam radicale. Questo in sette anni è stato cancellato, incredibilmente spodestato dal senso di colpa per tutto quello che l’11 settembre ha provocato.
Nessuno sente più la puzza della morte provocata dai kamikaze di Al Qaida e invece aumentano quelli che sentono puzza di qualcosa di strano attorno agli attentati. Così è cresciuta l’onda dei negazionisti, è montato il complottismo: oggi, fuori dall’America una persona su due crede alle teorie della cospirazione. Un’enormità.
E tra quelli che non credono alle piste alternative monta la «cordata» di chi è convinto che in fondo gli americani quantomeno se la siano cercata. Si alimenta il secondo revisionismo, quello di chi crede che l’11 settembre sia stato solo un pretesto per dare più potere ai potenti, per rendere schiavi i cittadini, per farli vivere nel terrore e governarli meglio. È vero, da quel giorno è cambiato tutto.
Da allora ci hanno blindato gli aeroporti, non possiamo entrare più liberi nei musei, nelle stazioni, oppure salire tranquilli sui tram e nelle metropolitane. L’Occidente si difende, si protegge, si barrica. Ma è colpa sua o di chi lo vuole attaccare? Ci siamo dimenticati che noi siamo le vittime. E siamo i parenti dei tremila morti dell’11 settembre 2001″ Giuseppe De Bellis  

0 pensieri su “11 settembre: sette anni dopo, per non dimenticare

  1. L’articolo è più sobrio della media di quanto appare sul giornale di famiglia, peccato che poi la propaganda prenda purtroppo e come sempre il sopravvento con frasi tipo questa “la guerra in Irak, reputata sbagliata e illegittima a scoppio ritardato, ha alimentato il sentimento antiamericano che è cresciuto in Europa e persino in una parte degli Stati Uniti”. Ecco, quella guerra, osteggiata ovunque con manifestazioni oceaniche sin da subito, ancor prima che iniziasse (altro che “reputata sbagliata e illegittima a scoppio ritardato”!) non centrava nulla con la lotta al terrorismo, mentre quella afgana aveva messo daccordo tutti questa ha, giustamente, diviso nuovamente il fronte, e non sono stato io a farlo. Questo procedere come un elefante nella cristalleria, guantanamo e via dicendo hanno alienato le simpatie che erano sorte spontaneamente intorno agli usa colpiti.
    Ciao
    PS l’editorialista non dice che la guerra in Irak è infine stata giudicata errata ed illegittima non solo dall’onu (che l’ha subita ed avallata in parte dopo) ma dalle stesse commissioni di inchiesta americane, ve lo ricvordate Powell con la provetta? ecco, lui stesso ha ammesso di essere stato inganato dai suoi….con questo genere di articoli appiattiti si rende un pessimo servizio all’america..

  2. Sottoscrivo in pieno quanto scritto da Francesco. L’articolo non rende un buon servizio agli Stati Uniti in un giorno di ricordo tragico come adesso, e il riferimento alla guerra in Irak è totalmente fuori luogo nei modi, nei toni e nei contenuti. Se si vuol cercare di capire il significato di quella tragedia bisogna uscire dalla ridicola logica filoamericani vs antiamericani. No, Ziliani. Trovo l’articolo di De Bellis artificioso, capzioso e profondamente mendace.

  3. E’ impossibile dimenticare 9/11. Quel giorno è cambiato il mondo, è cambiato il nostro sguardo, il modo di vedere il futuro.
    Ricordo l’unica volta in cui sono salita su una delle due torri, le oscillazioni vistose, le navi in basso, gli elicotteri sotto di me, la sensazione dell’inutilità di quella prospettiva.
    Quando è successo ero collegata con una redazione, la gente gridava, singhiozzava, piangeva, era il primo pomeriggio del primo giorno di un’era nuova, e abbiamo tutti subito capito che niente sarebbe mai più stato come prima.

  4. E’ giusto e doveroso ricordare tutte quelle persone che, incolpevolmente, hanno pagato con la loro vita l’assurda politica americana, anzi l’assurda politica di G.W.Bush.
    Non dimentichiamoci però anche tutte le vittime, altrettanto innocenti e inermi, che la guerriglia americana di questi anni ha provocato e delle quali nulla o poco viene fatto trapelare.
    Mi dispiace doverlo dire, ma ho una pessima considerazione della cultura predominante da quelle parti, a mio giudizio ipocrita e falsamente moralista.

  5. No no caro Farina, sono proprio i distinguo la vera forza del pensiero liberale, non l’unanimismo un po’ ipocrita che ci fa digerire di tutto in nome delle emergenze, alcune vere ma altre, la maggior parte, frutto solo del leviatano..
    francesco

  6. Mah…. Noi le vittime? Sicuri? Non chiuderei, come fa comodamente il giornalista, l’orizzonte al trinagolo 09/11-Guantanamo-Iraq. Le radici sono lontane, antiche, profonde e complesse si vuole non vederle. Mi porrei altre domande se proprio non voglio dimenticare… La nostra politica occidentale rafforza o indebolisce l’estremismo radicale islamico? Veramente si colpiscono alla radici le sue cause? Perché fare di un paese -pardon- di una dittarura laicista (brutale e sanguinaria ma innocente sicuramente inocente circa le Torri Gemelle…) un inferno di focolai interreligiosi? La politica occidentale in Africa negli ultimi 20 anni ha posto un argine o aperto un varco alla penetrazione qaidista? Veramente l’origine della forza (materiale) e follia (ideologica) qaedista sta in Iraq, Palestina, Afghanistan, Iran o non forse nella terra saudita (intoccabile però!)? L’argomento è complesso, difficile e non è con la propaganda de Il Giornale che si risolve. Affrontare le grandi colpe dell’Occidente (in primis il suo arrogante unilateralismo -vedi il recente caso georgiano e il peccato originale kosovaro- che ogni volta ci si ritorce contro)non significa preferire le sofferenze dei reclusi in tuta arancione a quelle degli amici americani. Questa contrapposizione infantile serve a non farci riflettere più profondamente. Vedere i nostri errori per non ripeterli è forse il miglior omaggio ai 3000 innocenti morti a NY. God bless America

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