Franco Biondi Santi: no ad un Brunello a doppio binario! Ma sul Rosso…

Non c’era da dubitare che prima o poi il “Signore del Brunello”, ovvero Franco Biondi Santi, discendente della famiglia che ha letteralmente “inventato” il celebre vino di Montalcino, come tante altre volte in passato sarebbe sceso in campo, per l’ennesima volta, a difesa del “suo” vino.
L’ha fatto, con un’intervista di cui danno conto ampiamente oggi le pagine di Siena della Nazione, nonché il sito Internet Valdelsa.net dicendo, a chiare lettere, che “il Brunello deve essere rispettato”, e affermando di essere del tutto contrario alla proposta, avanzata ad esempio da Angelo Gaja, di “modificare il disciplinare del Brunello o addirittura di fare due Brunelli, uno tradizionale con il solo Sangiovese, e uno più moderno anche con altri vitigni, perché così se ne perderebbe l’identità, che nasce dall’incontro tra un particolare clone di Sangiovese, il Brunello appunto, e il territorio di Montalcino”. Peccato che in questa intervista, la cui epoca di pubblicazione fa chiaramente capire come da parte di alcuni, i soliti noti, stiano ricominciando le manovre a Montalcino, e come si miri chiaramente a modificare il disciplinare, a “modernizzare” e adeguare (a cosa?) il Brunello, a cambiare le carte in tavola e le regole (si spera proprio non con effetto retroattivo e stile sanatoria o condono tombale…), il Signore del Greppo finisca con il fare, oggettivamente, il gioco di persone dalla cui parte dovrebbe provare qualche imbarazzo a trovarsi.
Ovvero quelli che in passato hanno fatto vini diciamo così “creativi”, lontani anni luce dal Brunello canonico di casa Biondi Santi (padre, ça va sans dire…), e quelli che vorrebbero continuare a farli, ma questa volta con le carte in regola e le leggi benedicenti, anche in futuro.
Franco Biondi Santi nell’intervista citata sostiene che “sarebbe da ripensare” il disciplinare di produzione “del Rosso di Montalcino Doc: non più un Sangiovese in purezza, ma un mix con altri vitigni coltivati a Montalcino, possibilmente pochi, in percentuali da studiare e da stabilire con chiarezza, che esprimerebbe comunque la tipicità del territorio, valorizzando anche quelle aziende i cui terreni non sono particolarmente vocati per il Sangiovese, ma che comunque possono incontrare il gusto di una parte del mercato globale.
Questa deve essere una possibilità da sfruttare, non una situazione da subire. Il Rosso di Montalcino va visto non più come un “fratello minore” ma come un “gemello diverso” del Brunello”.
Secondo Biondi Santi “bisogna invece trovare un nuovo ruolo al Rosso di Montalcino, aprendone il disciplinare, valorizzando così sia il Brunello con la sua origine storica, sia il Rosso, che potrebbe esprimere altre tipicità e altre potenzialità di Montalcino, che comunque rimane un nome importante anche non legato al solo Sangiovese”.
Non ho alcun motivo di dubitare della buona fede  e dell’onestà intellettuale di Biondi Santi, che sicuramente pensa che questo eventuale nuovo status del secondo vino di Montalcino, il Rosso (di vini a Montalcino ce ne sono anche altri, ma chi se li fila?) costituisca il minore dei mali, la soluzione più indolore alla situazione di impasse e di imbarazzo che attanaglia il mondo produttivo ilcinese.
Sono però convinto che il semplice gesto di aprire uno spiraglio, con una modifica del disciplinare del Rosso, finirebbe con lo spalancare, al di là della volontà di Franco, una finestra e una porta addirittura, creando un pericoloso precedente, un punto di partenza per una radicale modifica anche dell’identità storica del Brunello, sinonimo di Sangiovese in purezza, celebrazione massima della grandezza del Sangiovese toscano, che travolgerebbe ogni cosa.
Dare inoltre, con l’autorevole, prestigioso avallo del suo nome, argomenti ai fautori del cambiamento, a coloro che hanno dimostrato in tanti modi di non volere bene al Brunello, ma semplicemente di volerlo cavalcare sfruttandone la notorietà planetaria, è un errore, strategico, che il buon Franco Biondi Santi avrebbe, e glielo dico con profondo rispetto e affetto, dovuto attentamente evitare.
Come spiegare difatti al mondo che occorre mantenere bloccato e legato al dogma Sangiovese (di Montalcino) in purezza il Brunello, quando persino “il signore del Greppo” dice che sul Rosso si può cambiare? Peccato Franco, anzi, Darmagi!
n.b. ecco qui di seguito il link all’articolo della Nazione

0 pensieri su “Franco Biondi Santi: no ad un Brunello a doppio binario! Ma sul Rosso…

  1. Io non capisco, cosa c’entra il Rosso di Montalcino con i 2000 ettari iscritti a Brunello? Biondi Santi vorrebbe che parte di essi venissero convertiti a Rosso? Perché solo così ha senso il suo discorso, non condivisibile ma comprensibile. Il problema sta lì, in quegli ettari che non sono in grado di esaltare il carattere del sangiovese, ma che al momento sono destinati a questo scopo. La proposta di Biondi Santi prevede di ridurre drasticamente il numero di bottiglie di Brunello a vantaggio di un Rosso “di fantasia”?
    E con quelle aziende che non hanno un solo ettaro che sia in grado di produrre Brunello senza qualche “aiutino” cosa intendono fare? Finta di niente e continuare a sfruttare il marchio noto in tutto il mondo?
    Insomma, cosa cambia modificando il disciplinare del Rosso se gli ettari iscritti a Brunello non diminuiscono?

  2. e aggiungo: chi si prende la briga di stabilire cosa deve diventare Rosso invece che Brunello? Lo lasciamo al libero arbitrio dei produttori? Mi sembra che i problemi siano molto più profondi. Prima stabilissero seriamente quali terreni sono in grado di garantire un buon Brunello e quali no, si riducano i 2000 ettari ad un quantitativo più realistico, poi si potrà discutere su cosa fare del Rosso.

  3. Roberto vuoi vedere che al Brunello e alla sua salvaguardia ci teniamo più noi che non siamo nativi di Montalcino e non abbiamo alcun tipo di interesse, né commerciale, né editoriale, né produttivo in loco?

  4. Caro Franco, lungi da me dare risposte a questo problema, non ne ho la competenza, provo però a fare un paragone cinematografico:
    Montalcino ed i suoi disciplinari come Kagemusha (Kurosawa), il celebre personaggio morente che raccomanda ai propri eredi in caso di guerra di non attaccare, di non rispondere, di non muoversi per cinque anni (“rimanete immobili come la montagna”), pena la distruzione del Clan.
    Nel film un erede sciocco muove battaglia e tutti vengono uccisi.
    Anche per Montalcino l’unica salvezza è nel non muoversi, nel rimanere “immobili come la montagna”???

    Ciao

  5. Guardi Sig.Ziliani che in quello che dice Biondi Santi non credo sia tutto da buttare,per poter avere un grande Brunello,ora,il segreto è solo un Rosso di Montalcino che conquisti una fetta di mercato importante e permetta a tutti piccoli e “grandi” di produrre un Brunello di alta qualità senza cercare scappatoie alle regole,cioè se le grandi investissero sul marketing alternativo al Brunello forse a tutti tornerebbe la voglia di dare ascolto alla natura aspettando il Sangiovese e non i quattrini che potrebbero in parte già arrivare con l’altro vino,anzi credo che la mancanza più grave del passato sia stata quella di far scendere vertiginosamente i prezzi del Rosso “obbligando”chi non poteva fare poesia a produrre Brunello sempre e comunque, lei mi conosce e sa che con questo non voglio assolutamente giustificare nessuno,ma riflettiamoci!!

  6. caro vm (a proposito lei potrebbe anche intervenire sull’altro tema in dibattito da ieri, i prezzi del vino al ristorante, mi piacerebbe conoscere il suo punto di vista di bravo e capace operatore e oste) riflettiamoci, ma ho paura che questa apertura di Franco Biondi Santi, intellettualmente onestà, verrà cavalcata e strumentalizzata da persone che oneste non sono proprio. E lo dimostrano i vini che hanno “combinato” in questi anni…

  7. Interessante e molto onesto l’intervento di vm. Chissà se gli inquisiti sono in grado di “dare ascolto alla natura”; c’è da augurarselo, almeno per il futuro, perché nel recente passato sono stati solo capaci di “aspettare i quattrini” che il nome Brunello ha garantito fino ad avant’ieri.
    E’ curiosa questa uscita di FBS sul disciplinare; un uomo notoriamente non di ‘sinistra’, ma tenuto in grande considerazione anche a sinistra. Speriamo che non lo si voglia USARE, e che non si voglia usare la sua reputazione personale – magari pressandolo, a causa di lievi presunte ‘irregolarità’ della sua azienda – per sistemare le irregolarità vere (quelle che hanno scatenato questo putiferio, per intenderci); magari facendo passare l’idea che “se uno come il discendente del grande padre del Brunello apre alle modifiche del disciplinare, cosa possono mai aver da dire tutti gli altri?!”.
    Se così fosse, sarebbe una vera porcata. Da stroncare.

  8. carissima Giorgia, conoscendo una certa aria – viziata – che gira a Montalcino, non mi stupirei proprio di un’accorta strumentalizzazione del pensiero, intellettualmente onesto, del grande Franco Biondi Santi…

  9. stanno depauperando, distruggendo un patrimonio storico, che non è solo loro,
    non è solo Regionale ne Nazionale, ma come si fa a non capire il male che si
    fanno! o sono dei masochisti? se non fosse perché di vitigni stiamo parlando,
    sarebbe materia per l’Unesco od il Fai. Quanta miseria c’è nella mente umana.
    Ed il bello è che tutti sostengono che chi ha sbagliato deve pagare! ma come
    si fa a sostenere una cosa e al momento stesso il contrario della stessa,solo
    perché hanno i numeri dalla loro, allora brindate pure allo sterco del Diavolo.
    Sento solo tanta rabbia,e miseria. Montalcino non sarà più lo stesso.

  10. Premesso che non ho affatto le idee chiare in materia, la butto lì: e se si riducesse il tempo di affinamento minimo del Brunello, SENZA APPORRE ALCUNA ULTERIORE MODIFICA nè al disciplinare del Brunello, nè a quello del Rosso, nè al Sant’Antimo?

    Forse le Aziende con vigne a Brunello meno vocate produrrebbero un vino più buono e di minor prezzo, e i vari Soldera non sarebbero in alcun modo lesi.

  11. Un caro amico, acuto osservatore e conoscitore del mondo del vino mi ha mandato, in forma riservata, preferendo non apparire con il suo nom,e questo lucidissimo commento a proposito della proposta di Franco Biondi Santi:
    “Detta fra me e te è una soluzione di compromesso che accontenterebbe tanti, forse tutti meno te, me e qualcun altro che nei valori crede in modo assoluto e non transige. Ma siamo in pochi. Bisogna peraltro realisticamente considerare che:
    – siamo stati delusi da coloro che noi pensavamo ingenuamente fossero dalla parte nostra. Invece sono nella migliore delle ipotesi silenti e aspettano…;
    – i poteri sono schierati, sia pur con qualche distinguo, a favore di una soluzione politica;
    – la battaglia e la guerra si fanno con le armi e gli uomini a disposizione e saremmo votati alla sconfitta se pensassimo di avere più uomini e più armi;
    – la battaglia che stiamo portando avanti deve tendere al nostro successo o, laddove sia impossibile ottenerlo, a limitare il più possibile i danni;
    – occorre continuare a batterci in modo intransigente perché così non diamo segni di cedimento.
    Detto questo, aggiungo che:
    a) ritengo che commercialmente sul mercato internazionale il nome Brunello sia molto più importante del nome Montalcino;
    b) credo che la proposta di Biondi Santi non sarà accettata da Banfi & Co. perché i costi per lanciare un nuovo concetto di Rosso di Montalcino di fascia alta sono sproporzionati al vantaggio;
    c) la proposta non risolve il problema di fondo: i terreni non vocati non sono tali solo per il Sangiovese. Non vorremmo mica continuare a credere che l’infrazione sia di avere piantato vitigni internazionali a Montalcino e di mescolare le uve? Le cisterne da fuori (Montalcino, Siena, Toscana, Italia) sono la vera frode. E la soluzione Biondi Santi non prevede di certo che siano aperte le infiltrazioni”.

  12. Caro Franco non prendiamoci in giro tanto l’immagine e la credibilita’ del Brunello negli Stati Uniti e’ stata gia’ molto
    intaccata da questa inchiesta,i consumatori che prima ordinavano bottiglie di Brunello al ristorante senza neanche chiedere adesso cominciano a pensarci,cominciano a fare domande e credimi in tanti casi non bevono piu’ Brunello.
    Il problema non e’ cambiare o meno il disciplinare,ma come sempre succede in Italia come si potra’ avere un controllo reale sulle cantine,per fermare il fenomeno delle cisterne e altro…….Un cambiameneto del disciplinare secondo la mia modesta opinione non va ad intaccare i produttori di Montacino che hanno fatto e faranno sempre il vino secondo tradizione.L’esempio piu lampante lo abbiamo visto a BENVENUTO BRUNELLO A NY quest’anno alla presentazione dell’annata 2003,dove tantissimi operatori,consumatori,collezionisti e appassionati del Brunello concordavano che con tutte le problematiche dell’annata 2003 comunque i tradizionalisti avevano fatto un ottimo vino che veniva fuori dalla massa.Franco ai collezionisti,ai consumatori eruditi e agli appassionati non interessa SE CAMBIANO O MENO IL DISCIPLINARE,MA CHE VINO CI SARA’IN BOTTIGLIA NELLE ANNATE FUTURE.Si dice dalle mie parti IL VINO BUONO SI VENDE SENZA FRASCA.
    un saluto dalla GRANDE MELA

  13. Caro Franco,
    sia Roberto Giuliani che il tuo (quasi) anonimo ed acuto amico dicono cose giuste e condivisibili sul piano teorico.
    Della proposta di Biondi Santi credo però debba essere data una lettura in chiave realistica.
    E la realtà è questa:
    1) indietro non si torna: sul fatto che 2000 a Brunello siano frutto di un boom permissivistico che ha consentito di mettere vigne dove una volta nessuno si sarebbe sognato, è un fatto, ma lo è altrettanto che è impensabile penalizzare con provvedimenti (tipo zonazioni) che, diciamolo, nessuno prenderà mai, quei produttori, probabilmente la maggioranza, che hanno le vigne in zone meno vocate.
    2) A prescindere da questo, a una buona fetta del mercato internazionale (un po’ sempliciotta o abilmente ammaestrata nel tempo, ma questo è ininfluente) il Brunello “merlotizzato” piace e di conseguenza esiste una larga fetta di produttori orientata verso questo mercato.
    2) A far giustizia dei vini di minore qualità, vista l’incrinata credibilità del prodotto e la crisi generale, se le cose restano così, sarà fatalmente il mercato: il quale però, come sempre, colpirà i più deboli o piccoli, quelli cioè che non hanno risorse da spendere in marketing diretto e indiretto, mentre è probabile che grosse aziende che fanno cattivo Brunello in cattivi vigneti possano salvare il salvabile (quindi il problema di fondo rimarrebbe).
    3) I poteri sono appunto schierati (nb: sono gli stessi che per tornaconto politico negli anni passati hanno consentito l’abnorme espansione dei vigneti) e quindi l’unica soluzione concretamente praticabile dovrà in qualche modo essere da essi avallata.
    Ciò premesso, la proposta Biondi Santi (o, a mio modesto parere, la proposta di cui una personalità autorevole e al di sopra dei sospetti come FBS è un portavoce e padre putativo, ma in realtà espressione di una più vasta e condivisa corrente di pensiero) va interpretata un po’ trasversalmente, senza pregiudizi ideologici e ricordando bene che la distruzione del sistema Brunello non gioverebbe a nessuno, e che, al tempo stesso, se non si esce dall’impasse, l’implosione è la cosa più probabile.
    A mio parere dunque l’idea di FBS poggia su un solido realismo e, pertanto, propone una formula capace di portare dalla propria tanto i poteri forti che i detentori degli interessi economici.
    FBS non suggerisce infatti di creare un “nuovo” Rosso capace di sussumere le istanze “innovatrici” che adesso distorcono il Brunello (su questo ha ragione l’anonimo, credo che i costi sarebbero troppo grossi e l’impresa troppo difficile), ma, e lo dice esplicitamente, un “gemello diverso” (non escluderei neanche un parziale cambio di nome), capace di intercettare per prezzo e prestigio gli stessi mercati del Brunello e quindi di portare gli stessi margini di guadagno, o poco meno, ai produttori. I quali, in cambio del modesto cambiamento, sarebbero finalmente liberi di immettere nel vino tutte le varietà (immagino sempre le solite note) previste dal nuovo disciplinare e di fare il vino che vogliono, mentre il Brunello rimarrebbe “puro” e continuerebbe a sventolare come bandiera del territorio.
    Fermo restando che tanto, come ho detto, indietro non si torna, se questo è il prezzo da pagare per continuare ad avere un Brunello fatto com il 100% di Sangiovese, mi pare che il gioco valga la candela. E FBS lo ha capito benissimo.
    Perchè la nostra (come vedi mi includo) battaglia romantica e un po’ donchisciottesca per la “purezza” del Brunello, caro Franco (e qui chiudo), è persa in partenza. Anzi, è nata perduta, visto che il male si è insinuato troppo prima di dare sintomi, mentre noi siamo ancora a litigare per trovare la cura. Cosa che, di solito, porta alla morte certa del paziente.
    Ecco, forse in questo caso FBS si propone come “medico impietoso” per evitare che la piaga diventi puzzolente e uccida il malato.
    Ciao,

    Stefano

    PS: l'”anonimo” ha ovviamente ragionissima anche sulla vecchia questione delle cisterne, ma questo non è un problema di disciplinare e, consentimi, nemmeno del solo Brunello.

  14. Il libro dell’americana Kerin O’Keefe (Veronelli Ed.) dedicato a F.B.Santi (che ho avuto modo di presentare e recensire) presenta una persona magnifica, carismatica. Veder crescere il Brunello di Montalcino è la storia…
    Un saluto a Franco Ziliani e a tutti i suoi lettori.
    Stefano Buso

  15. caro Lino@, alcuni stanno DOLOROSAMENTE capendo che da quelle parti c’è un fraintendimento di base, sia per ciò che concerne il criterio di ‘QUALITA”, sia per quanto riguarda l’idea di FUTURO.
    Anche se non si condividesse la fermezza sul disciplinare (e sottolineo ‘anche se’), un sano pragmatismo e un minimo di esperienza delle dinamiche di mercato consiglierebbero di non porsi NEMMENO LONTANAMENTE (per lo meno in questo momento) l’ipotesi del cambiamento di disciplinare; soprattutto non parlarne e non farne parlare.
    Ma TUTTO FA PENSARE che quello che governa le menti (di chi si ostina a maneggiare per ‘aggiustare’, ma non per RISANARE!) sia la sudditanza a modelli superati che non funzionano più, schemi vecchi, ormai rifiutati- da chi ha le stesse simpatie politiche- come obsoleti, o quanto meno non più idonei ad affrontare i tempi attuali.
    L’affaire B è lo stagno in cui un mondo di laboriose creature viventi convive con i propri saprofiti e altri succhiatori di energia. Del resto splendidissimi alberi sono stati uccisi dal vischio, che pure ne traeva nutrimento.
    Il VISCHIO è ottuso e – by definition – vischioso (e stupido). E lì infatti non pare che circolino dei luminari in futurologia, almeno da quello che lasciano uscire sui giornali! Lì pensano che il Mondo sia a loro misura!
    Non se ne esce, o meglio, come dice l’operatore newyorkese@ qui sopra, ne usciranno quelli che procedono con la correttezza che il disciplinare richiede (e relativi risultati), ma senza poter più contare su un mondo che guarda al Brunello come vi ha guardato in un passato che si sta allontanando a velocità stellare.
    Archeologia enologica!

  16. Caro Stefano (Tesi),
    pur condividendo in gran parte il tuo pensiero, perché è ovvio che bisogna essere realisti, continuo a non trovare una risposta alla mia domanda. Io ho detto questo: se attualmente ci sono produttori che fanno un Brunello di Montalcino diciamo “particolare” (visto che fino a chiusura definitiva del caso è bene non dare nulla per assodato), da una parte perché trova il riscontro di un certo mercato e dall’altra perché altrimenti non “salirebbero sulla cima”, la proposta di FBS cosa gli cambierebbe? Qui non si tratta di fare un gemello del rosso, più libero e ad un prezzo più alto, qui si tratta se quel nome “Brunello”, che è il vero marchio che fino ad ora aveva aperto le porte al successo nel mondo, è ancora possibile utilizzarlo in questa maniera.
    In sintesi, un’azienda che fa il Brunello suddetto, sarebbe disposta a rinunciare a quel vino per produrre un altro rosso dal nome sconosciuto (alla fine l’ennesimo super tuscan), che chiederà certo investimenti e tempo per poter trovare la fiducia del mercato? E a che pro tanto sforzo? Non c’è già Sant’Antimo per fare vini del genere? Il problema è il nome, che identifica un vitigno noto in tutto il mondo; è a quello che nessuno è disposto a rinunciare.
    Infine, se va avanti la questione OCM vino e ad agosto 2009 dovrà sparire sia il Rosso di Montalcino che il Sant’Antimo, a che serve impegnarsi per un nuovo vino che non potrà comunque essere Dop, a meno che non si sostituisca all’attuale Brunello?

  17. Non entro nel merito della questione, dal momento che il mio pensiero è noto e che Roberto Giuliani ha sopra ben esposto la questione. Mi permetto solo di dire a Stefano Tesi che quella relativa alla presunta “battaglia persa in partenza” è una sua opinione, peraltro non condivisa neppure da Angelo Gaja. Figurarsi se posso condividerla io.

  18. Caro Roberto,
    le nostre idee quasi coincidono, ma divergono nella prospettiva. Proprio perchè non avrebbe senso proporre un recupero della sconosciuta e invendibile denominazione Sant’Antimo, nè il lancio di un nuovo rosso dal nome fantasioso (cioè, concordo, un inutile, tardivo, ennesimo supertuscan), FBS propone di fare un “gemello diverso” del Brunello (e non, bada bene, un “gemello del rosso”, che non avrebbe ovviamente ragione di esistere): in pratica un “doppione”, commercialmente ed economicamente parlando, del Brunello, da offrire in pasto a chi, puntando in alto e volendo collocarsi su fasce elevate di prezzo e di prestigio, non sa/non vuole/non può fare vino utilizzando solo Sangiovese 100%. In altre parole, per uscire dall’impasse Biondi Santi propone – almeno io così io ho inteso il suo pensiero, poi magari sarò smentito dall’interessato, che ben conosco e che se mi legge saluto – di rendere lecito e vendibile un “clone” del Brunello che con il Brunello condivida il territorio e il prestigio, ma non l’uvaggio.
    Siccome, e lui lo sa benissimo, non si può tornare indietro, ma sa anche che restare nel guado significa distruggere del tutto il sistema Montalcino e anche quel tanto di buono che c’è e va preservato, suggerisce un compromesso a mio parere brillante e ben argomentato: lasciamo intonso il Brunello, bandiera e puntello del territorio, consentendo però ai produttori che ne abbiano desiderio o necessità commerciale liberi di esprimersi con un vino di pari o quasi prestigio, ma che non si sovrapponga al primo. Cioè un Rosso di Montalcino “riformato”, arricchito, marketingizzato, rilucidato nei toni e nei gusti tanto cari a certi mercati stranieri.
    E’, appunto, un compromesso. Ma l’alternativa qual’è, lasciare, come si rischia fortemente che succeda, che venga ammesso il merlot nel disciplinare o, peggio, continuare a far finta che il merlot escluso dalla porta per legge rientri dalla solita finestra con le cisterne?
    Io credo che questo bubbone, da qualche parte, prima o poi dovesse scoppiare. E’ scoppiato a Montalcino, con le conseguenze che conosciamo. Ora si tratta di uscire dal pantano. E’ chiaro che nulla sarà più come prima. Ma prima era meglio? Tutti noi ci ricordiamo lo stupore di aver assaggiato Brunelli marmellatosi e merlottosi. Almeno, così, si può sperare che il fenomeno sparisca e che chi vuole fare il vino a Montalcino con vitigni diversi dal sangiovese, lo faccia alla luce del sole. Non ti pare?
    Ciao,

    Stefano

  19. @ Stefano Tesi
    Mi sembra che lei abbia interpretato nella maniera giusta il pensiero saggio e lungimirante di FBS : importante è che tutto ciò venga scritto a chiare lettere nelle etichette dei BM, che usciranno nei prossimi anni dalle cantine.
    Con cordialità
    Nicola

  20. Caro Arturi,
    io mi limito a commentare i fatti e a prenderne atto. Che la battaglia per la granitica purezza del Brunello fosse perduta in partenza, visti gli interessi in gioco e il tempo che è stato necessario perchè almeno ci si accorgesse della guerra in corso, lo dimostrano appunto i fatti, mica lo affermo io. Prima che la questione nascesse, il sistema si era da un bel pezzo consolidato, produttivamente e soprattutto commercialmente, su un certo modello di vino. Pensare che oggi questo complesso intreccio di pratiche, interessi e strategie possa dissolversi senza trascinare con con sè, nell’acqua sporca, anche il bambino è, credo, impensabile. Da qui la lungimirante proposta di FBS. Della quale, lo sottoline ancora, mi pongo qui come modesto interprete e non come portavoce nè condivisore.
    Resto dell’opinione, più in generale, che le grandi questioni di principio, quelle che cioè, se applicate, comportino esiti “rivoluzionari”, debbanno essere tenute attentamente distinte da quelle pratiche, quale il caso Brunello, con le sue implicazioni economiche, rimane. Si rischia sennò di parlarsi addosso e di confondere i due piani.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  21. Caro Stefano, non ti riconosco più e resto sempre più basito di fronte ai tuoi interventi sul tema Brunello! Prima mi tiri in ballo la storiella che “il disciplinare ammette una certa percentuale di mcr (il 6%? Vado a memoria), che potrebbe essere frutto (legittimo) di uve diverse dal Sangiovese” e mi sembrano le giustificazioni “addotte” da svariati produttori, anche qualche amico tuo, o da qualche celebre guidaiolo. Oggi parli di “lungimirante proposta di FBS”… Non vorrei che la prossima volta che intervieni tu finissi per dare ragione a Gaja e Rivella o per trovare scuse, che non hanno affatto, per i taroccatori che sono i principali colpevoli, poi ce ne sono parecchi altri, tra Consorzio, produttori, giornalisti cialtroni, di questa situazione sgradevole e triste che sta vivendo da mesi Montalcino. Ma non se ne esce proprio cambiando le regole del gioco, ma facendo rispettare, con chiarezza e durezza, le regole vigenti. E chi ha sbagliato paghi, senza attenuanti, perdoni, condoni, soluzioni “politiche”!

  22. Franco, non ti ci mettere anche tu a confondere le battaglie ideologiche con le questioni pratiche. Sulla prima sai come la penso e non cambio certo idea. Sulla seconda, mi sono limitato a dire che, dal punto di vista pratico del produttore “non inquinato”, la proposta di FBS è, sì, acuta e lungimirante, perchè individua un percorso e una via d’uscita logici, articolati
    e ragionevolmente coerenti con lo stato di grave deterioramento della situazione. Sulla stato di coma della quale, almeno spero, siamo tutti d’accordo.
    E non mettermi in bocca cosa che non ho detto: la citazione dell’MC era fatta a proposito dei commenti sulla notizia di cronaca, e sulle relative quanto giornalisticamente affrettate conclusioni di “colpevolezza”, riguardante le analisi compiute dal laboratorio di Asti su alcuni campioni di Brunello inquisiti. Giudiziariamente parlando, nel corso di un procedimento, l’argomento dell’MC può essere da prendere in considerazione come possibile indizio di innocenza (ricordo che in uno stato di diritto questa è sempre presunta fino a sentenza definitiva). Fuori sal procedimento, invece, non è accettabile come elemento dialettico “a discarico” per giustificare gli eventuali tagli e infatti lo rifiuto.
    Spero di essere stato chiaro, perchè la differenza è enorme.
    Stiamo ben attenti, ripeto (è una tendenza alla quale anche tu non sei immune, te lo dico con amicizia), a non scadere in discorsi semplicistici in cui si confondono e si sovrappongono pratica e teoria, principi e applicazione concreta, casi di scuola e quotidianità concreta.
    Che c’entrano col mio discorso, scusa, Rivella o Gaja?
    Quanto alle soluzioni politiche, non l’hai capito che – dal loro punto di vista anche giustamente, visto che i produttori di vino ci vivono e ci prosperano, mica lo fanno per beneficenza – le vogliono quasi tutti, e anche presto, perchè sono l’unico modo di salvare il salvabile di una gallina comunque dalle uova d’oro come il Brunello?
    Il punto dunque non è evitare soluzioni politiche (ti pare che finora la storia sia stata gestita in modo poco “politico”?), perchè quelle arriveranno sicuramente, ma di evitare soluzioni politiche peggiori di altre. Quella proposta da FBS mi sembra tra le migliori fin qui ascoltate: “sacrifica” il Rosso per salvare il Brunello. Io, in teoria, la penso diversamente. Ma faccio il giornalista, non l’utopista. Le cose le vedo e le tocco, non posso limitarmi a immaginare come le vorrei: devo prenere anche atto di come le cose sono. E le cose sono così. Cos’altro deve accadere perchè lo si capisca?
    E nemmeno capisco in che siano incompatibili l’esigenza di punire i taroccatori e quella di uscire dall’impasse. Al contrario, mi paiono esigenze parallele, non alternative.
    Francamente non capisco.

    Stefano

  23. Caro Stefano,
    continua a mancare un pezzo al mosaico. La questione, a mio avviso, vista proprio dal lato pratico, non è affatto facile. Se, ipotizziamo, nascesse un nuovo vino, che sarebbe logicamente un rosso a base sangiovese in blend con altre uve, quale utilità commerciale avrebbe se non portasse con sé il marchio Brunello?
    Inoltre, come ho già scritto, vorrei focalizzare l’attenzione sul fatto che, se non succede qualcosa di forte da parte del nostro governo, l’anno prossimo non ci sarà più il Rosso di Montalcino né il Sant’Antimo, questo vorrà dire che o cambierà il nome della Docg, passando da Brunello di Montalcino a semplice Montalcino, o l’ipotesi di fare un secondo vino non sarà applicabile.
    In questo contesto, non riesco a capire il senso della proposta di FBS, che per essere applicata richiede comunque tempi non brevissimi.
    Sono due, quindi, le questioni da chiarire, che al momento sono comunque in contrapposizione.
    Rimane il fatto che non ho idea di come si potrebbe gestire la presenza di un doppio vino con caratteristiche diverse all’interno dello stesso territorio, tenendo conto che chi ha lavorato fino ad ora in un certo modo, cioè aggirando le regole, lo ha fatto per fini squisitamnte commerciali. Quanti, di coloro che hanno vigne di basso profilo, saranno davvero disposti a rinunciare (perché di questo si tratta) ad avere in azienda il Brunello di Montalcino in cambio di un vino tutto da promuovere e, in qualche modo, testimone di una potenzialità comunque inferiore, altrimenti non sarebbe stato necessario generarlo?
    Insomma, secondo me la soluzione proposta da Biondi Santi è piuttosto semplicistica e non risolve il problema qualitativo. E’ vero che certi Brunello che sappiamo hanno avuto un riscontro positivo dal mercato, ma sappiamo anche che questo riscontro è frutto anche di una forte spinta premiante proprio in qualità di Brunello. Anche i Sant’Antimo vengono premiati, eppure questo non basta a produrre interesse commerciale rilevante.
    Chi convincerà e in che modo che il nuovo Rosso è affiancabile e merita lo stesso successo dell’attuale Brunello? A me sembra la classica soluzione all’italiana che porterà più danni che vantaggi.
    Sulla questione punitiva, di cui giustamente parla Franco, direi che c’è poco da dire, sappiamo benissimo tutti quanti come una severa punizione agli eventuali malfattori sia quantomeno improbabile, sia perché è molto difficile individuarli tutti dalle sole analisi, sia perché è in gioco una grossa fetta economica del settore agroalimentare.

  24. Mah, caro Roberto, le tue osservazioni sono pertinenti e i problemi che poni non mi sfuggono (non credo, sinceramente, che sfuggano nemmeno a FBS), ma appunto siamo alla fase delle proposte e non delle soluzioni già trovate.
    Ti chiedi: “chi convincerà e in che modo che il nuovo Rosso è affiancabile e merita lo stesso successo dell’attuale Brunello?”. E’ un problema dei produttori. I quali però, ne sono convinto, sospinti dal comune interesse e/o dalla necessità di non perdere capra e cavoli, se l’indirizzo sarà quello un aggiustamento lo troveranno. Certo, costerà qualche sacrificio. Sempre meglio però che vedere il Brunello e il suo patrimonio commerciale ed economico andare a picco come sta andando adesso, senza direzione, senza guida, senza strategia. Solo un ingenuo del resto può credere che, con quello che è successo, basti aspettare che passi ‘a nuttata” e che tutto torni come prima. Un provvedimento va preso, una strada va imboccata.
    Il Rosso “riformato” nel modo proposto da FBS avrebbe la forza del nome Montalcino (inferiore per appeal a quello del Brunello, ma ancora ben spendibile) e la spinta di un investimento massiccio in termini finanziari e promozionali effettuato da tutti i produttori concordi (o rassegnati) sulla necessità di lanciare un vino “parallelo” al Brunello per salvare il sistema.
    Come giustamente notavi, nella sostanza sarà forse l’ennesimo supertuscan, ma saranno diverse (anzi, opposte) le circostanze e il contesto in cui esso nasce.
    Io non sottovaluterei (e FBS certamente non ha sottovalutato) il formidabile potere che il fronte unito dei produttori potrebbe esercitare, soprattutto se affiancato dal potere politico, nel prendere decisioni. Il cammino da fare è lungo? Vabbene, ma strade migliori (io in pratica non ne vedo, almeno) non ce ne sono.
    Ripeto ancora che io non sto cercando di sostenere a priori la proposta di Biondi Santi come fosse il toccasana, sto solo cercando di capire e di spiegare quali siano i presupposti logici che stanno alla base della proposta medesima. Presupposti, a mio parere, tutt’altro che irragionevoli nell’ottica del reperimento di una soluzione concreta della vicenda.
    Poi, sono certo che sulla teoria e sulla necessità ideologica di procedere per linee rette anzichè traverse io, te, Franco e tanti altri frequentatori del blog siamo d’accordo. Ma nessuno di noi tre è un produttore.
    Ciao e a presto,

    Stefano

  25. Pensando che oggi è l’8 settembre e quindi ricorre l’anniversario dell’armistizio del 1943, rileggendo parte di tutto quello che è stato scritto sul Brunello aggiustato, cercando di comprendere quello che vuole dire Biondi Santi, penso: anche questa volta hanno vinto gli americani.

  26. grazie a Maraf per aver fatto notare la coincidenza temporale con una delle pagine più tristi e vergognose della storia italiana. E non aggiungo altro per carità di patria…
    Temo che alla fine avrà ragione lui, ovvero che vinceranno… “gli americani” (e ho detto tutto) e questo senza nessun disprezzo verso le tante forze vive, le persone competenti e di cultura, anche del vino, che operano negli States e tra le quali mi onoro di avere svariati amici e colleghi che stimo

  27. Caro Franco, scusa l’argomento off topic, ma la barrique è un problema grave quanto le contaminazioni di Merlot e Cabernet Sauvignon & c. A differenza delle suddette aggiunte è legale.
    Ma è possibile che non se parli mai? A mio avviso un vino che è stato due anni in una barrique (se poi c’è stato davvero) ha la stessa tipicità di di un sangiovese tagliato al 50% con qualsiasi altro uvaggio, soprattutto è capace di mascherare, tutti quegli aromi derivanti dai non sangiovesi, metossipirazina compresa. Il problema del brunello barriccato è stato messo in disparte dal recente scandalo, ma, credimi è un reale problema. Se ci dovesse essere una revisione del disciplinare, che per solo questo argomento mi auguro in senso integralista, la barrique dovrà essere seriemente regolamentata se non bandita.

  28. Carlo, come forse saprà non sono un amante della barrique (eufemismo) e credo anch’io che su vini come il Brunello di Montalcino faccia a cazzotti o non ci azzecchi per niente contribuendo a cambiare sensibilmente le caratteristiche del vino. Ma pur essendo da una vita un dichiarato non fan della barrique penso che quanto propone sia una battaglia già persa in partenza, perché anche se a Montalcino sono ancora molti, deo gratias, ad usare botti grandi, le barriques sono ampiamente diffuse. E pensare anche solo di “regolamentarne” l’uso (ma come?) o addirittura di “bandirle” é pura utopia…

  29. invito tutti a vedere quanto sia attivo, loquace, partecipe in questa discussione che avevo aperto io prima di ferragosto, il dottor Daniele Cernilli co-direttore della Guida Vini d’Italia edita da Gambero rosso e Slow Food. La discussione, interessante tutta, ma particolarmente significativa dalla pagina 25 in avanti, appare sul forum del sito del Gambero rosso, vedi qui:
    http://www.gamberorosso.it/grforum/viewtopic.php?t=40392&postdays=0&postorder=asc&start=375
    leggere con attenzione come trattando del Brunello finisca con il parlare di grandi Bourgogne che non sarebbero monovarietali e di grandi Barolo con un pizzico di Barbera dentro. Questo anche se poi, con grande attenzione, dice di volere che il Brunello sia prodotto solo con Sangiovese (di Montalcino) 100%. Come grande perla, come capolavoro del biennio 2008-2009, quello che in passato chiamavo il “Robert Parker der Tufello” arriva testualmente a dichiarare: “a me non risulta affatto che Gaja volesse un’apertura su vitigni alloctoni. Queste sono leggende metropolitane“! Si resta stupefatti di fronti a simili uscite… Meditate lettori meditate… E’ l’ennesima dimostrazione, prima Rivella, poi Gaja, poi Biondi Santi, ora Cernilli, che sono partite le Grandi Manovre sul Brunello…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *