Identità di vino (alias Paolo Marchi) parla della Brunello’s Sangiovese list

Va bene che, come ben ricorda su Kelablu il buon Massimo Bernardi, in questo divertentissimo post (che magari potrebbe essere più aggiornato alle più recenti e gustose blog-querelles), “le zuffe sono il sale del blog” – anche se così dicendo si rischia di ridurre i blog, wine & food, a semplici “bar sport” o processi del lunedì telematici, cosa che invece non sono – e quindi può accadere che il “nemico”, o meglio l’avversario di oggi, dopodomani o dopo un periodo di tempo indispensabile per decantare e far sbollire le “incazzature” si “trasformi” in una persona con cui puoi tranquillamente finire con il dialogare o confrontarti.
Questo senza ipocriti embrassons nous e falsi buonismi, mantenendo ognuno le proprie idee.
Nonostante questo endemico “turn over” di “blog-zuffe”, questo litigare oggi per poi non litigare domani e poi magari ricominciare a litigare dopo qualche tempo, merita segnalazione il fatto che un collega giornalista, al quale non ho di certo evitato di dire chiaramente come la pensassi su di lui, venendo naturalmente ricambiato (leggi qui) in un recente articolo abbia, sorprendentemente, scritto se non benissimo di certo non negativamente, della mia recente iniziativa di invitare i produttori di Brunello a dichiarare pubblicamente, su questo blog, di lavorare e voler continuare a lavorare con il Sangiovese di Montalcino in purezza.
Il collega di cui parlo è Paolo Marchi redattore de Il Giornale ma anche blogger con Marchi di gola – quello che vorrebbe “farsi toccare” dall’olimpionica di scherma Valentina Vezzali  che mi ha dedicato le sue attenzioni nell’uscita n°46 del 17 settembre della news letter Identità di vino rintracciabile sul sito Internet di Identità golose.
Daccordo con quanto ha scritto Marchi, le sue sono riflessioni del tutto corrette e condivisibili, ma con una piccola correzione, legata ad un piccolo, ma sostanziale, errore in cui Marchi é incorso.
Io non ho affatto, come ha scritto, “sollecitato le aziende di Montalcino a dichiarare in etichetta che nelle loro bottiglie c’é solo Sangiovese di Montalcino“, ho solo chiesto che facessero questa dichiarazione sul mio blog. Non ho alcun potere di chiedere loro di dichiarare in etichetta o retro etichetta (dove magari qualcuno lo fa già) che usano solo Sangiovese. Ho chiesto loro solo un piccolo gesto di “coraggio”, di dichiarare pubblicamente che continuano a pensare che solo il Sangiovese debba essere l’alfa e l’omega, il punto di partenza e di arrivo del loro Brunello. Tutto qui.
Ed il fatto che nonostante il clima di conformismo un po’ “conigliesco” che si respira a Montalcino, undici produttori (a oggi) abbiano accolto l’invito e altri si apprestino a farlo, mentre altri ancora mi hanno scritto “spiegandomi” o quantomeno provandoci perché non l’hanno fatto, fa capire, l’ha detto anche Marchi, come questa mia idea non fosse proprio peregrina…

Ecco, di seguito, il testo di Paolo Marchi.
Da Identità di vino n°46 del 17 settembre 2008
“Certo che se io fossi un produttore di Brunello di Montalcino sarei molto preoccupato perché non è ancora tornato il sereno. Non scorderò mai il sommelier di uno stellato toscano fare finta di non conoscere, con una coppia di americani, una delle più note aziende del posto e nemmeno riesco a vincere la ritrosia a ordinare un Brunello, perché sarà (è) eccezionale ma costa e siamo sicuri che sia sempre Sangiovese in purezza?
La risposta, ovvio, è no perché un conto sono le notizie ufficiali, sovente di parte, e un altro il comune sentire, quelle sensazioni che uno prova sulla pelle e ti portano anche a rischiare se sono brividi felici come a rifiutare una cosa se non sei convinto della sua bontà. Il Brunello è lì, esposto ancora al peggio.
In questi giorni nel web tiene ad esempio banco l’appello di Franco Ziliani che nel suo blog, Vino al vino, ha sollecitato le aziende di Montalcino a dichiarare in etichetta che nelle loro bottiglie c’è solo Sangiovese di Montalcino. La cosa ha avuto un eco notevole, almeno nella blogosfera, con sette produttori (su duecento) che si sono detti pronti a farlo.
A caldo ho applaudito all’idea, poi ho anche pensato che gli stessi sette dovrebbero subito uscire dal consorzio perché è come se accusassero gli altri 193 di essere dei truffatori e con chi bara non ci si mischia. La morale? Semplice: è molto triste rilevare come dei produttori di un vino Docg, non di un vinello da cartone per discount, possano pensare che, per apparire onesti, non basti più appartenere a un consorzio con un disciplinare che prevede l’impiego di una sola uva.
Non dovrebbero esserci dubbi: se brunelli è perché imbottigli un determinato sangiovese, stop. E se bari ci dovrebbe essere chi ti becca, denuncia e condanna. E non dovrebbero essere dei vignaioli attraverso un blog, per quanto lo stesso sia letto. Invece siamo al punto che, per taluni in vigna, la fascetta non è più garanzia di autenticità. A questo punto, perché nel Brunello dovrebbero crederci i consumatori?
Paolo Marchi”.

0 pensieri su “Identità di vino (alias Paolo Marchi) parla della Brunello’s Sangiovese list

  1. Ma che strano processo alle intenzioni (alle opinioni) fa il sciour Marchi:
    perché mai dovrebbe essere così controverso e discutibile il fatto di dichiarare pubblicamente, su un blog, che si crede in un solo Brunello, fatto col Sangiovese?
    Chi sceglie di farlo lo fa, chi non se la sente torna nella conigliera e ciao.

  2. Concordo pienamente con giorgia e con coloro che su altri post hanno espresso concetti simili.
    Il pensiero di Marchi, rispetto a quei pochi (per ora…?) produttori che hanno deciso di essere inseriti nella lista di questo blog, e che “dovrebbero subito uscire dal consorzio perché è come se accusassero gli altri 193 di essere dei truffatori e con chi bara non ci si mischia” mi sembra molto tirato per i capelli…
    Mi sento però di condividere la sua ultima frase. E’ vero che ogni produttore è libero di dichiararsi o meno filo-sangiovese, ma è altrettanto vero che, a questo punto, se voglio togliermi lo sfizio di bere un Brunello, e magari mettere mano a 50-100 Euro, o più, per una bottiglia, preferisco scegliere qualcosa di autodichiarato, visto che ormai è evidente che la fascetta rosa, di per sé, non è una garanzia.

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