L’Extra Brut Ruggeri: un “Prosecco”- non Prosecco stile metodo classico

E’ notorio che per quanti sforzi faccia, quel nobile vino veneto e di grande successo, popolarità e immediato appeal che è il Prosecco Doc di Conegliano Valdobbiadene di cui  qualche abile industriale del vino vorrebbe allargare, adducendo motivi storici e lanciando incredibili “allarmi”, l’area di produzione, non riesce ad entrarmi nelle corde.
Ne bevo pochissimo, nemmeno una bottiglia in un anno, e nonostante trovi la zona storica di produzione splendida e rispetti profondamente il savoir faire di parecchie aziende, alcune delle quali sono delle benemerite del vino italiano, è un vino che non riesce a convincermi, con il quale non riesco a stabilire un feeling.
Nonostante questo dialogo difficile, e non per cattiva volontà, c’è un produttore che da alcuni anni si è preso l’impegno di farmi venire dei dubbi, di mettere in crisi la mia refrattarietà al Prosecco, di invitarmi a rivedere le mie posizioni, sotto forma di una campionatura di sei bottiglie che puntualmente mi invia a metà luglio.
Questo produttore-“missionario”, serio e ammirevole nella sua caparbietà, corrisponde al nome di Paolo Bisol, patron di quell’azienda, Ruggeri a Valdobbiadene, che fa parte della crème de la crème prosecchistica ed è un personaggio che sicuramente non ama la routine ma preferisce mettersi continuamente alla prova e tentare nuove sfide. Non solo tentare di convertire alla causa del Prosecco quel testardo ”infedele” del sottoscritto, ma soprattutto provare ad interpretare ancora con più fedeltà il territorio di Valdobbiadene e le potenzialità dell’uva Prosecco, le possibilità offerte da ogni annata che Dio e Bacco mandano in terra.
Lo scorso anno – ne ho scritto qui, leggi – ha cominciato a sgretolare le mie ritrosie prossechiane con un eccellente Prosecco Vecchie Viti che definii “quintessenza della “prosecchità”, sintesi di uve Prosecco al 90%, Verdiso (6%), Bianchetta e Perera (2 per cento per ognuna), ma anche qualcosa di più e di diverso, visto che si tratta di un Prosecco Vecchie Viti non solo nel nome e nell’etichetta che raffigura un vecchio tralcio nodoso, ma perché nasce da uve provenienti da piante, selezionate in collaborazione con un gruppo di 24 viticoltori proprietari dei più bei vigneti di San Pietro, Santo Stefano, Cartizze, Guia e Saccol, che hanno un’età variante tra gli 80 e i 100 anni”.
Quest’anno, consapevole che “l’annata 2007 è stata caratterizzata dallo straordinario anticipo di tutte le fasi di sviluppo e maturazione, tanto che si è giunti alla vendemmia quasi un mese prima del consueto”, con inizio raccolta già al 25 agosto, Paolo Bisol ne ha tentata un’altra ancora più originale e ambiziosa, produrre un Prosecco – Non Prosecco, operando in una tipologia, l’Extra Brut, non consentita dal disciplinare di produzione del Prosecco Doc, e tirando fuori, da uve poste nell’area di collinare della storica frazione di San Pietro di Barbozza, qualcosa di speciale.
Qualcosa che ha convinto pienamente ed è piaciuto, tanto, anche a chi, come me, preferisce trovare nelle bollicine non una vena leggermente dolce-amabile, ma un carattere asciutto, deciso e maschio.
Come ha scritto lui, presentandomi questa prova (pienamente riuscita) “abbiamo voluto provare a spingerci fin dove ci è parso possibile sulla via del secco”, con un vino spumante “contenente soltanto 4,5 grammi per litro di zucchero residuo”.
Il risultato, come mia moglie (altra “non prosecchista”) ed io abbiamo constatato, “seccando” la bottiglia in due sedute, è ottimo, con un vino che anche non si fregia dell’appellativo di Prosecco Doc che onora gli altri vini di Ruggeri (di cui ricordo anche il delicato Extra Dry Giustino B.), si propone con un bel perlage sottile e continuo, un colore paglierino brillante luminoso vivacissimo, un naso sottile, preciso, incisivo, nervoso, con una bella interazione tra gli aspetti floreali (netti il mughetto ed il fior d’arancio e più sfumato il gelsomino) e le note sapido-minerali e la leggermente dolce (ma appena accennata!) nota aromatica.
In bocca il vino conferma la propria dimensione salata, incisiva, asciutta, ben secca, diretta, la sua verticalità esaltata e scandita da un’acidità vibrante, la sua elegante piacevolezza, il nerbo preciso quasi da metodo classico, la grande pulizia e l’assoluta piacevolezza, il suo carattere “croccante” e alieno da ogni ruffianeria, un “Prosecco” non Prosecco, anti-ruffiano, essenziale, secco, perfetto per tutti coloro che, come me, da una bottiglia di bollicine si attendono più “schiaffi” che carezze e coccole.
Piacevolissime, ma che dopo un po’ vengono a noia e ti fanno chiedere, tra te e te, ma allora, quando passiamo… “al sodo”? Sto ancora parlando di vino e di Prosecco, ovviamente…

0 pensieri su “L’Extra Brut Ruggeri: un “Prosecco”- non Prosecco stile metodo classico

  1. Ci sono tanti presunti grandi vini che non fanno nemmeno un baffo al Giustino…il senso e’ che molte volte non sento affatto l’ esigenza di passare al sodo.

  2. Ciao Franco. Anch’io non sono per niente amante del prosecco. Abituato a bere bolle “secche” nel vero senso del termine, chiaro che da un vitigno semi-aromatico come il prosecco è difficile cavarne fuori un brut o un extra-brut.
    Eppure li stanno facendo, contengono chiaramente meno gr/l di zuccheri, ma alla fine sempre si sente, naso-bocca.
    In piu’ aggiungo,che commercialmente quello alla fine tira tantissimo e che piace alle donne (la cosa che piu’ importa…) è l’extra-dry, bello dolcino e ruffianello……

  3. Egregio Ziliani,
    seguo sempre con interesse il suo Blog e sono lieto che per la seconda volta Lei consideri il territorio dove vivo ed il suo vino, pur ammettendo, con correttezza e lealtà nei confronti di chi la legge, che tale vino non rientra tra quelli che Lei preferisce.
    Forse, proprio per il fatto che a Lei questo vino non piace, fatica a coglierne le evoluzioni ed i mutamenti: la produzione di brut con dosaggi minori di 4,5 di zucchero residuo è una realtà antecedente il 2007 di Ruggeri, anzi alcune cantine (minori) nel 2007 hanno prodotto spumanti con residuo zuccherino di 3 grammi litro, proprio per la particolarità dell’annata.
    Ma sembra che la stampa specializzata non voglia accorgersi delle cantine minori e di ciò che fanno: molto più semplice parlare del “fantastico” spumante che l’industriale del vino produce (ben al di fuori della zona DOC e con la scritta Prosecco bella grande), tanto con 25 grammi zucchero fai contenti tutti e magari porti a casa pure una pagina di pubblicità per il giornale per tutti i numeri dell’anno…
    Meglio parlare bene del Cartizze, che è addirittura Dry (qui la colpa, va ammesso, è soprattutto dei produttori) e che sicuramente piacerà al pubblico di massa, piuttosto che avventurarsi nello scoprire l’incredibile mineralità e l’insospettabile acidità del Prosecco tranquillo prodotto in quelle zone vocate che si chiamano Colbertaldo, Soprapiana, Scandolera: dovresti fare anche la fatica di spiegare ai lettori che esiste un prosecco “diverso” ed avventurarti in cantine che soldi in pubblicità non possono spenderne…
    Lei è sicuramente più informato di me: qualche suo collega ha mai descritto il vero prosecco, quello con “il fondo” (vino che in Francia avrebbero glorificato come prodotto unico ed esclusivo, donandogli le stimmate di Metodo Ancestrale alla faccia del quasi artificiale Blanquette) oppure, vista l’impossibilità di industrializzare questo tipologia, preferiscono raccontare la gioia provata nel visitare il nuovo agriturismo, con piscina e vista amena, che la cantina PincoPalla ha appena inaugurato?
    Non sono produttore, agricoltore, commerciante di vino, solo un semplice appassionato, quindi non ho interessi, ma se Lei che è giornalista onesto vuole dare una mano ad un vino che pur non le piace venga a scoprire il vero prosecco: l’accompagno volentieri.

  4. Gentile sig.Ziliani,

    desidero sapere la definizione esatta o meglio cosa si intende per “metodo ancestrale”.

    Grazie e a presto.

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