Masnaghetti: alcune proposte per uscire dal “caso Brunello”

Il mio amico Alessandro Masnaghetti, alias Mr. Enogea, mi ha inviato (e sono ben lieto di poterlo ospitare) questo intervento, pacato, riflessivo e ragionevole, com’è nel suo stile, sul “caso Brunello”.
Si tratta di alcune “modeste proposte” per uscire dall’impasse in cui il celebre vino di Montalcino si è cacciato, da una situazione che apparentemente sembra senza via d’uscita (io continuo a pensare che basti far rispettare le leggi e punire severamente chi le ha ripetutamente trasgredite, ma forse questo diventa un approccio “giustizialista” che mi trasforma – orrore! – in una sorta di Di Pietro del giornalismo del vino…), ma dalla quale occorre uscire, e bene, al più presto.
Lascio a voi lettori di Vino al Vino il piacere di replicare alle argomentazioni del Masna. Io mi permetto solo di replicare subito ad una sola sua affermazione, quando sostiene, con piena ragione, che “i vari Sant’Antimo (o Langhe rosso) sono quasi sempre delle palle al piede per le aziende o, bene che vada, dei vini di contorno di cui molti produttori potrebbero privarsi senza particolari problemi”.
Ho capito Masna, non sono mai andato in brodo di giuggiole per questi vini, anzi, ma vogliamo riflettere attentamente sul perché sono stati creati, su chi li ha voluti, a chi sono serviti, e quali ben riconoscibili aziende hanno fatto sì, e parlo soprattutto della Sant’Antimo Doc, che nascessero? Quali “problemini” e “scheletri nell’armadio” dovevano mai coprire?
f.z.

“Caro Franco, premetto che il tuo blog è un appuntamento ormai quotidiano ma devo anche ammettere che non tutti i post/commenti li leggo dalla prima all’ultima parola, per cui è probabile che alcune cose che scriverò siano già state dette o abbozzate (mentre su altre, vedi Biondi Santi, non ho avuto ancora modo di riflettere a sufficienza).
Altra premessa importante (onde fugare ogni dubbio): come ho già avuto modo di scrivere sulla mia rivista, è chiaro che ogni irregolarità fin qui commessa, se appurata con certezza, dovrà essere sanzionata con altrettanta certezza.
Detto ciò, credo che il peccato originale di tutta questa faccenda sia da ricercare nella decisione, ormai datata, di introdurre su territori importanti come Montalcino (o la Langa) di denominazioni ibride come Sant’Antimo o Langhe.
Un peccato sul quale è inutile stare a recriminare o spiegare col senno di poi, ma a cui senza dubbio dobbiamo cercare di porre rimedio. E i rimedi sono molti, ma nessuno di facile attuazione.
Provo comunque a fare alcune proposte, partendo dal presupposto che il Brunello debba essere fatto solo con sangiovese (a meno che i produttori di comune accordo non decidano altrimenti, ma questo è un altro discorso) e dal dato di fatto che i vari Sant’Antimo (o Langhe rosso) sono quasi sempre delle palle al piede per le aziende o, bene che vada, dei vini di contorno di cui molti produttori potrebbero privarsi senza particolari problemi. Stando così le cose ci si potrebbe muovere in questo modo.
1) Chi ha vigne di altri vitigni, ed è disposto a rinunciarci, le spianta/levende/le sovrainnesta (e non potrebbe nemmeno acquistare uve, salvo specifici controlli in fase di vendemmia).
2) Chi ha vigne di altri vitigni e non vuole rinunciarci avrebbe invece due opzioni:
a) costruire una cantina fuori dai confini comunali per vinificare i vitigni rossi diversi dal sangiovese (anche se questo non impedirebbe del tutto certi spostamenti alla luce della luna…);
b) sottoporsi – ed è la soluzione che prediligo – per 1-2-3 anni (quanto serve, insomma) ad una serie di microvinificazioni  con relative analisi condotte da un laboratorio superpartes (penso a San Michele all’Adige) per stabilire il profilo analitico di massima del proprio sangiovese.
Una volta archiviato presso il Ministero questo profilo, aggiornabile periodicamente su richiesta del produttore e su controllo del Consorzio, servirebbe poi come riferimento per valutare il prodotto in bottiglia e stabilirne la veridicità. Controllo che potrebbe essere fatto annualmente oppure a campione.
Un’altra opzione, simile a quella di Gaja, e che ho proposto un paio di mesi fa ai miei lettori, sarebbe invece quella di mantenere il punto 1 e sostituire il 2 con il seguente:
1) Chi ha vigne di altri vitigni e non vuole rinunciarci avrebbe dovrebbe munire le proprie bottiglie, sia di Rosso che di Brunello, di una retroetichetta che segnali in modo inequivocabile l’uso o l’eventuale uso di altri vitigni. A quel punto le cose sarebbero molto più snelle e la risposta toccherebbe al mercato.
Se al mercato piacerà, bene per il produttore, se non piacerà sarà il produttore a pagarne in prima persona le conseguenze con un minore successo e quindi un minore introito.
Senza dimenticare che non so quanti produttori siano disposti a dichiararsi così apertamente e non preferiscano invece “tornare all’ovile” snellendo così anche quel lavoro di microvinificazione/analisi di cui ho parlato in precedenza”.
Alessandro Masnaghetti

0 pensieri su “Masnaghetti: alcune proposte per uscire dal “caso Brunello”

  1. Mah, se ho ben capito questa proposta mi sembra veramente difficile da praticare. premetto che sono da sempre a favore del BDM di solo sangiovese, che dei vari sant’antimo non mi possa fregare di meno…ma come si fa a far costruire cantine fuori dal comune? che si fa, ne costruiamo una ventina a Cinigiano, e in quanto tempo, visto che per avere i vari permessi passano anche due anni? mah, a dir poco mi sembra una proposta molto fantasiosa e…dispendiosa…e nel fratempo di quele uve che faccio?
    allora meglio vietare nel comune l’impianto di vitigni alloctoni…ma ci sono i diritti acquisiti…e questo risponde anche alla prima proposta…le microvinificazioni…e chi paga per il solo fatto di avere legittimamente impiantato vitigni consentiti? francamente queste proposte mi sembrano un invito a chiudere bottega tanto mi paiono impraticabili…ed il fatto di dichiarare in etichetta se si possiedono altri vitigni? e perchè mai dovrei farlo, il solo fatto di possederli non significa automaticamente utilizzarli per il BDM, cosa che è vietata. allo stato attuale se lo facessi non potrei neppure chiamare i miei vini rosso e brunello. Sono per la difesa del brunello tradizionale ma qui altro che di pietro. a me picae il BDM, fronte tradizionalista, tanto per intenderci, ma posso apprezzare benissimo un Olmaia, perchè Col d’Orcia non lo dovrebbe più fare per legge?
    cordiali saluti a tutti

  2. E’ chiaro che se vogliono risolvere il problema alla radice devono far scomparire le DOC che non c’entrano con il Sangiovese, in questo caso il Sant’Antimo. Non credo che sarebbe un grosso sacrificio, visto il “tiro” che ha il Brunello e vista la possibilità della ricaduta “Rosso di Montalcino”. Quello sarebbe un segnale di chiarezza e sarebbe tutto sommato abbastanza facile reinnestare i vigneti a sangiovese. Le altre cose suggerite dal buon Masna mi sembrano effettivamente più complicate e meno fattibili.

  3. In questi giorni abbiamo assistito ad una presenza massiccia Webbistica di Masnaghetti. Prima (o dopo???)rilascia un’intervista video su Altissimo Ceto, poi (o prima???) manda un post a Gentili e Rizzari da pubblicare sul blog Vino ed infine (o sarebbe meglio dire fino alla prossima puntata???) manda un intervento al padrone di casa di questo blog dicendo cose che più o meno sono state dette nell’intervista video. Come potremmo interpretare questo comportamento? Come un eccesso di EGO da parte di Masnaghetti che vuole ritornare ad essere “considerato” dopo la parentesi dell’Espresso ed il successivo biennio sabbatico, al di fuori dei suoi lettori della rivista oppure sta’ sondando il terreno internettiano per valutare le condizioni di un ennesimo sbarco sulla piattaforma mediatica della rete con un altro blog dedicato al vino? Questo indipendentemente dalla qualità ottima dei suoi interventi….

    Cordiali saluti,
    Tatiana.

  4. LEGGO QUESTI COMMENTI (E GLI ALTRI), LEGGO LE PROPOSTE, CON GRANDE ATTENZIONE, E NON POSSO FARE A MENO DI PENSARE CHE:
    A PAGARE PER QUESTO DISASTRO NON SARANNO I SOSPETTATI O I RESPONSABILI DI IRREGOLARITA’ O DI ALTRE TRASGRESSIONI; PAGHERANNO SOLO E UNICAMENTE QUELLI CHE SI SONO COMPORTATI SEMPRE DA PERSONE PERBENE, ONESTE, OBBEDIENTI A LEGGI E REGOLAMENTI, RISPETTOSE DI UN DISCIPLINARE CHE E’ ALL’ORIGINE DEL SUCCESSO DEL BRUNELLO; PERSONE CHE NON HANNO MAI PENSATO DI APPROFITTARE DEL SUCCESSO PER ARRICCHIRSI FULMINEAMENTE.
    CONSENTITEMI UN PO’ DI AMAREZZA, CONSTATANDO CHE IN ITALIA NON ESISTE LA LEGALITA’, E CHI VI SI ATTIENE VIENE PUNITO.
    DAVVERO L’AVIDITA’ NON HA COLORE POLITICO. DAVVERO!

  5. NOn è che voglia fare il difensore d’ufficio, non ne ha bisogno, ma parlare di Masnaghetti come una persona egocentrica vuol dire non conoscerlo per null. Se c’e’ una persona che ha fatto della riservatezza e della discrezione uno dei suoi marchi è proprio Alessandro Masnaghetti.
    Ed io che lo volevo incoraggiare a farsi un suo blog. Dopo questo commento il povero Masna starà lontano dalla rete altri tre anni (io spero proprio di no).

  6. @gianpaolo
    Mi consenta…io purtroppo non ho l’onore di conoscerlo quanto lei, ma tra gli internettiani siamo in molti a trovarci nella mia stessa situazione e dovrebbe quanto meno ammettere che questa sua presenza in questo periodo non è da ritenersi normale, soprattutto se a farlo è una persona che in questi anni ci ha proprio abituati alla riservatezza e alla discrezione. Vogliamo parlare della sua serietà nel tenere separato dal “suo” lavoro il legame con la moglie Cristina Geminiani???
    Non ci resta che attendere le prossime puntate oppure attendere una risposta di prima persona. Visto che, se mai un giorno gestirà un blog, dovrà abituarsi a farlo giornalmente. Anche per rispondere a critiche più cattive della mia…

  7. A prescindere dal dettaglio della proposta di Masnaghetti, che in effetti, alla luce di molte ragioni economiche e pratiche, mi pare di difficile applicazione, come stiamo vedendo tutti i suggerimenti di via di uscita dall’imbuto-Brunello registrati finora (Gaja, FBS, “americani”, russi, pompieri, incendiari, talebani, etc) prevedono invariabilmente che la presenza fisica nel territorio comunale di vitigni diversi dal Sangiovese venga mantenuta. Lo trovo istintivamente negativo, ma logico: pensare di obbligare per legge la gente all’espianto o al reinnesto di vigneti fino a ieri perfettamente leciti (se non accatastati a Brunello, è ovvio) è palesemente impraticabile (oltre che ingiusto). E poi questo è un falso problema, lo sappiamo: inutile vietare i vitigno merlot a Montalcino quando il merlot entra più o meno lecitamente in paese allo stato liquido, cioè come vino in cisterna.
    Bisogna casomai, allora, che il ricorso al merlot o altro venga non solo esplicitamente regolamentato (come in teoria già è), ma soprattutto controllato, sanzionato con rigore finora sconosciuto.
    Insomma, che il vino non di Sangiovese venga indicato in retroetichetta, o venga ammesso nel Rosso ma non nel Brunello, o venga addirittura (speriamo di no) incluso nel disciplinare di quest’ultimo, indietro non si torna. Al punto in cui siamo, la cacciata dei vitigni diversi dal Sangiovese da Montalcino è pura utopia. Me ne rammarico, ma è
    così. Quindi ripeto: prima che vengano prese decisioni peggiori, sarebbe saggio rassegnarsi allo stato di fatto e lottare per la soluzione meno peggio. Cioè a mio parere (con tutti i miglioramenti del caso, ma in termini di principio) quella di FBS: sacrifichiamo la verginità del Rosso per salvare e garantire quella del Brunello.
    Neanche io sarei voluto arrivare a tanto, ma ormai ci siamo.
    Il che caro Franco, bada bene, non significa nè graziare gli eventuali responsabili dei brogli finora avvenuti, nè permettere che controlli e controllori operino nel regime di evidente e forse complice lassismo come è stato finora, nè che qualcuno dei “puristi” (tra i quali mi includo) cali le brache o abiuri o tradisca alcuna causa. Significa solo prendere atto della realtà. Anche perchè alla fine a decidere sul futuro del Brunello non saranno i giornalisti, gli opinionisti, gli enotecari, gli appassionati o i ristoratori, ma i produttori. La maggioranza dei quali, inevitabilmente condizionati dalla ragione economica e dalle pressioni politiche potrebbero finire per prendere le decisioni sbagliate e consentire di fare il Brunello con il merlot, come del resto qualcuno da tempo predica.
    E’ questo che vogliamo?
    Ciao,

    Stefano

  8. Anche se sono tra coloro che hanno firmato la petizione per il Brunello, devo riconoscere che le riflessioni di Stefano Tesi sono ragionate e ragionevoli.
    Non è piacevole doverlo dire, ma sembra proprio che la soluzione “meno peggio possibile” sia oggi quella da sostenere…

  9. @ Tatiana: visto che conosco il Masnaboy da una trentina d’anni, ma non le sue eventuali malefatte, chiedo anche io : “Vogliamo parlare della sua serietà nel tenere separato dal “suo” lavoro il legame con la moglie Cristina Geminiani???”. Parliamone, perché a me, per esempio, non risulta. Ed anzi ogni tanto gli chiedo: “Ma sei ancora sposato con Cristina ?”. Ma visto che non si finisce mai di imparare, attendo di essere ricoperto da una caterva di articoli, veline (anche non cartacee eventualmente) o altro provante gli interventi di Masnaghetti a favore della sua consorte. Questo senza contare che se uno se l’ e´sposata la consorte, qualche grado di approvazione nei rispetti della stessa la avrá pure ( almeno all’inizio) e, se il matrimonio é cosa legittima e nota, anche agli operatori del ramo, come sembra che sia, non trovo nulla di piu´ovvio che uno ogni tanto una mano alla moglie gliela dia. Anche per la buona pace familiare. Ma te lo immagini ? ! :” A Alessa´e che cacchio! mai un 90+, mai una recensione positiva….” Musi lunghi in famiglia, rottura della talamoarmonia, casini senza fine… Ma no: meglio tenere caldo il nido e contentare la moglie. Specie se poi questa produce da anni vini che proprio osceni osceni non sono.
    Insomma quand’anche il Masnaghetti fosse a libro paga come PR de la Zerbina, zerbino non é. O cosi´pare a chi lo conosce. Se hai fatti che depongono del contrario, illuminaci.
    (Per la serie: meglio il nemico noto che quello sconsociuto)

  10. Quella di Alessandro, come tante altre proposte avanzate, richiedono il presupposto di avere un organo di controllo serio e che sanzioni in modo altrettanto serio per chi commette delle irregolarità.
    Mettiamo il caso che questo organo di controllo esista già e che svolga egregiamente il suo mestiere, non potrebbe funzionare anche con il disciplinare in questione???
    Hanno già fatto dei controlli? Sono stati sequestrati delle partite di vino? Hanno accertato che il vino non era 100% Sangiovese? Bene, una volta accertate anche le responsabilità di chi queste irregolarità le ha commesse, in un paese che si rispetti e che vuole farlo anche agli occhi del mondo intero, dovrebbe scattare la denuncia, la Cantina deve chiudere i battenti e gli stessi responsabili dovrebbero finire in galera!

    Enosaluti,
    Ivano

    P.S.:
    @Tatiana – ci terrei a precisare che sono stato io stesso a contattare Alessandro per proporgli l’intervista video e non viceversa come erroneamente leggo nel suo intervento.

  11. Rispondo a Tatiana, sopra, andando cosí ´fuori tema, perché nonostante i varii interventi qualificati e ben ragionati, ho paura che valga poco rispondere alle varie proposte e continuare il dibattito. Non credo che da Brunellopoli se ne esca, né presto né bene. Perché ? perché nessuno dei produttori sembra avere un vero interesse ad uscirne in modo limpido e netto. Ripeto un concetto giá espresso e quindi la faccio corta: Gaja (ciao Angelo), per esempio, ha tutta la forza morale e materiale per “tuonare” con due righe: “Io il mio Brunello lo produco con 100%sangiovese” e subito spartirebbe le acque, dando forza, conforto e fiducia a tutti gli altri che – quanti ? lo sapremo mai ? – usano solo il sangiovese al 100% per fare il Brunello.
    Invece cosa leggiamo ? uno straccio di autocertificazione ? macché: una cortina fumogena di invito ai lettori di blogs che peró poi devono stare zitti neanche avessero partecipato a riti di iniziazione massonica.
    (Ma ddai…). Ora qualcuno obietterá che Gaja, Biondi Santi etc. sono come la moglie di Cesare al di lá di ogni sospetto e non devono dimostrare nulla a nessuno. Anzi “autocertificandosi” rischierebbero di cadere in una excusatio non petita. Giusto. Vero. Va bene cosi´: continuiamo con i sofismi, i distinguo, i ma io, ma lui.
    Io so solo che i consumatori richiedono solo una cosa : chiarezza. E, sorpresa per molti, lo richiede anche la legge. Tutto il resto, dicevo, é falsa dichiarazione.

  12. Merolli, guarda che Tatiana, che credo possa replicarti da sola e non abbia bisogno di difensori, aveva semplicemente scritto a proposito del Masna “una persona che in questi anni ci ha proprio abituati alla riservatezza e alla discrezione. Vogliamo parlare della sua serietà nel tenere separato dal “suo” lavoro il legame con la moglie Cristina Geminiani???” e non aveva di certo mosso critiche o sospetti rispetto al Masna. Trovo pertanto inutile la tua tirata polemica nei suoi confronti ed il chiederle infine “Se hai fatti che depongono del contrario, illuminaci”. Nessuno può accusare Alessandro di conflitto d’interessi, visto che non ha mai speso pubblicamente una parola, o utilizzato l’amicizia con altri colleghi, a favore dei vini di sua moglie Cristina, produttrice alla Zerbina. Chi dovesse dire il contrario è un pirla e basta e non ci piove.

  13. Davvero fuori luogo,il commento di Tatiana, d’altra parte la realtà dei blog è anche questa. Il Masna credo abbia, e non sta certo a me dirlo, tutti i numeri per autorevolmente e con cognizione di causa esprimersi su internet, eccome!
    Detto questo mi permetto di sommessamente esprimere la mia opinione su una soluzione per uscire da questa situazione nel Brunello. Innanzi tutto, andiamo per ordine, credo sia necessario fare una premessa. La questione del Brunello si è sviluppata essenzialmente per un fattore determinante ossia la totale impossibilità della verifica sull’effettiva applicazione del disciplinare di produzione: i produttori avrebbero presentato vini non conformi, con un ‘escalation sempre più clamorosa nel tempo e la Camera di Commercio, con il benestare della commissione di assaggio hanno approvato vini che solo ora pare non fossero conformi. Questo è un fatto gravissimo che potenzialmente fa apparire la CCIAA colpevole di favoreggiamento. Se l’organo preposto alla verifica dei vini atti a divenire Brunello avesse avuto gli strumenti atti a verificare l’applicazione del disciplinare e questo è assolutamente inoppugnabile, non si sarebbe mai arrivati al punto di oggi. In questa ottica vedo come attenuante, per i produttori, proprio l’obbligatorietà di sottoporre a degustazione i vini “atti a divenire” e quindi in qualche modo la CCIAA si è implicitamente assunto una responsabilità che sarebbe dovuta essere totalmente a carico dei taroccatori e che invece in questo modo oggettivamente non puo esserlo al 100%.
    Detto questo, l’elemento più importante da considerare è il fatto che, a quanto pare, è stato individuato un metodo analitico riconosciuto per determinare la purezza di un varietale in un vino, con una precisione oggi, se non sbaglio, che allo stato attuale potrebbe avere un’approssimazione piuttosto lassa del 15%, ma con il tempo, e con l’acquisizione di una banca dati, sempre più completa, pare possa diventare alquanto più precisa. Qui sta la soluzione a tutta la vicenda proprio per la possibilità, finalmente, di vedere applicato e VERIFICATO, per la prima volta il disciplinare, perché ora rinunciare ad applicare un disciplinare che potrebbe essere finalmente verificato? Se il disciplinare fosse modificato per permettere la presenza d’altri vitigni, si commetterebbe un errore madornale e si perderebbe questa magnifica opportunità perché anche solo permettere la presenza di altri varietali, di fatto significherebbe autorizzare la presenza di quantità indiscriminate degli stessi, mancando poi la possibilità di determinarne analiticamente l’entità nei vini aldilà delle basi ampelografiche dei vigneti, ma vogliamo capire che permettere un 10%, o 15% di vitigni complementari sarebbe assolutamente aleatorio e minerebbe un nuovo disciplinare nelle fondamenta fin dall’inizi, i disciplinari così concepiti saranno quelli meno verificabili e anche meno sostenibili proprio perché non dimostrabili in questa ottica.
    Quindi secondo me, non andrebbe modificato proprio un bel nulla dei disciplinari attuali ma solo eliminate, dall’albo del Brunello, le particelle non conformi lasciandole iscritte come S.Antimo DOC con la possibilità di reiscriverle all’albo del Brunello entro,che ne so 7 anni, previa correzione della base ampelografica mediante sovvrainnesto o reimpianto.
    In questo modo, la denominazione sarebbe riportata lentamente sui binari raccordando efficacemente il passato ed il presente rendendo il disciplinare VERIFICABILE,oggi vero tallone d’achille di ogni disciplinare,e finalmente atto a soddisfare le aspettative di chi giustamente ne pretenda l’applicazione reale e non rimanga una specie di strumento di marketing il più delle volte disatteso (ed inattendibile) in mano a lobby di potere atto a truffare l’ignaro consumatore.

  14. vado subito al sodo e dico, per quanto possa valere, che la soluzione di cristiano è semplice ed efficace (e toglie un po’ di fronzoli alla mia): lasciamo il disciplinare come è, avviamo la creazione di una banca dati analitica azienda per azienda e da questo iniziamo i controlli incorciati (a campione o non), lasciando la pura e semplice degustazione alla camera di commercio. Ci vogliono tanti soldi? Un po’ di sicuro, ma non una cifra esorbitante per una denominazione come il Brunello, che del resto qualcosa dovrà pure investire per uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciata.

  15. bene Alessandro, prendiamo nota anche delle idee tue e di Cristiano. Conclusione: se ci fossero un Consorzio serio, un gruppo di produttori coesi e interessati a fare bene e ad uscire dal gua(n)do, e se una società di comunicazione che sta prendendo una barca di soldi giustificasse con il proprio operato il ricco compenso, tutte queste proposte, quelle espresse su questo blog e magari anche qualcuna espressa altrove, diciamo sul forum del sito del Gambero rosso, verrebbero attentamente vagliate, fatte oggetto di serrato dibattito, discusse. Invece niente, solo il silenzio greve, soffocante, sciroccoso e triste che si respira a Montalcino e dintorni, dove il semplice fatto che ci siano persone, appassionati, cronisti, commentatori che si interessano dei destini del loro vino e mostrano di averlo a cuore, dà molto fastidio… Che gran pena!

  16. Sulla teoria siamo tutti d’accordo, mi pare, come sul fatto che una realtà ricca come quella del Brunello dovrà pure valutare di fare un investimento serio, per quanto oneroso, pur di risolvere il problema. Che il sistema sia disposto a contribuire alla creazione di una (pur auspicabile) rete di controlli esterna e indipendente, ho molti dubbi in più. Di fronte a una tale prospettiva, non vorrei che i produttori scegliesserro la via più breve, quella della sanatoria indiretta di uno stato di fatto già oggettivo: l’ammissione in disciplinare di vitigni diversi dal Sangiovese.
    E così le cose, come i nostri discorsi, tornano al punto di partenza: se la soluzione ideale esiste, ma proprio perchè esiste non la si vuole adottare, è meglio la massima scorciatoria o un compromessao che salvi il salvabile?
    Saluti,

    Stefano Tesi

  17. Io rimango dell’idea che se si permette legalmente l’ingresso in cantina di uve altre dal Sangiovese, per es. per mezzo della DOC Sant’Antimo, si crea di fatto la possibilità di “confusione”, chiamiamola così. O tentazione.
    E’ vero che il merlot può giungere allo stato liquido, ma è molto più difficile nascondere una vasca che non è Sangiovese se in una cantina solo il Sangiovese è ammesso. Mentre invece oggi si può sempre dire che sta lì perché c’e’ il Sant’Antimo.
    Sono sicuro che se si permettesse ai produttori di trasformare in vigne a Brunello, tramite reinnesto, tutto quello che oggi è impiantato a Cabernet, Merlot, ecc., nessuno farebbe la faccia storta, anzi farebbero le corse nel vedersi trasformare un vigneto che vale 100.000 euro ad ettaro in uno che ne vale 500.000.
    Ovviamente questa è una decisione che devono prendere loro, ma è di gran lunga quella più semplice, netta, sicura. Sapete cosa ci mette una squadra di innestini francesi (che poi sono messicani) a sovrainnestare un ettaro? Un giorno. Senza contare che è facile che possano prendere anche dei contributi dell’OCM per il rinnovo dei vigneti, se lo fanno.
    Per quanto attiene alla commissioni di assaggio della CCIAA posso dire che sono a dir poco inutili, quando non addirittura dannose? Investiamo i soldi che queste costano, e non sono pochi, nelle analisi chimico-fisiche più all’avanguardia che ci sono, sono sicuro che saranno meglio spesi.

  18. @ Gianpaolo
    A parte che mi piacerebbe sapere quale produttore avrebbe piantato merlot in zone vocate per il Brunello, ti dico: ne vogliamo piantare ancora, di sangiovese? Perfetto: però poi nessuno pianga, nessuno cerchi di giustificare i produttori che avranno scelto di agire così e poi non saranno in grado di realizzare un Brunello di Montalcino degno di questo nome. Perché, anche se nessuno sembra avere il coraggio di ammetterlo (quello che ci è andato più vicino è stato Angelo Gaja), questa gente sta cercando di snaturare il Brunello per porre rimedio a scelte imprenditoriali e investimenti palesemente sbagliati. Credevano di poter fare il vino perfetto a prescindere dal territorio: errore. Poi hanno pensato che una doc “di riparazione” potesse salvare tutto, chè tanto basta omologare e sperare nelle magie del “terroir internazionale” (sic)della Toscana: errore. Adesso dicono che non va bene così, che erano le regole ad essere sbagliate, che era il territorio a essere “sbagliato”: orrore.
    Vedo tanta gente impegnata a scervellarsi per fornire a questi produttori la via d’uscita giusta. Ma io voglio metterla così: il libero mercato, la concorrenza e il rischio di impresa (concetti con i quali io non ho molto a che spartire) dove sono finiti cari signori? Cosa dovrebbe dire adesso un produttore che ha sempre agito nelle regole potendo contare su vigneti vocati? Se faccio un investimento sbagliato me lo deve pagare la collettività? Eccolo, il solito mercato all’italiana, libero soltanto a parole e soltanto per chi può, sempre con una bella sanatoria a portata di mano.

  19. Proposta, sicuramente non geniale ma forse pratica. E vediamo se ne comincia ad uscire. Qui su questo blog
    Franco Ziliani apre uno spazio per una lista. Che non sará di proscrizione, né avrá valore legale, ne´metterá in cattiva luce chi non c’é. Una lista che avrá la sola funzione di comunicazione e guida verso i famigerati venticinque lettori di questo blog e per gli altri venticinque che desiderassero informarsi. Una lista aperta ai produttori che volessero comunicare con nome cognome indirizzo e, se vogliono, produzione media annua:
    “Il mio Brunello di Montalcino viene prodotto con 100% di uve sangiovese grosso.”

    Non ce ne sarebbe bisogno, ma visto i tempi e le indagine che corrono………

  20. proposta che appoggio Carlo e che sarà oggetto di un post domani (oggi non ce la faccio, sto per andare a Milano per una degustazione di Rioja old style della Bodega Lopez de Heredia). Ma scommettiamo che l’invito resterà lettera morta e che saranno ben pochi i produttori che accetteranno di fare questa semplice chiara comunicazione inserendo il loro nome in questa lista?

  21. Ma che bell’idea @Carlo Merolli, semplice e diretta. Spero che a nessuno venga in mente di intimare di non rispondere (in Italia non si sa mai).
    Se fossi un produttore avrei già aderito…….

  22. E se non ce ne fossero di Brunelli fatti con il 100% di sangiovese ? La mia è ovviamente una provocazione (non lo credo) e come tale va presa però sto cominciando a pensare che occorre guardare avanti e non indietro perchè altrimenti la apparente paralisi che affligge i produttori di Brunello li porterà alla morte…ma dico io ,perlomeno sui vini approvati regolarmente dalle commissioni di degustazioni della Camera di Commercio e presumibilmente già in commercio si stenda un pietoso velo purchè si salvaguardi l’attuale disciplinare. Occorre, ripeto, guardare avanti, la verificabilità oggettiva di un disciplinare,che è oggi a portata di mano, sarebbe una esclusiva credo planetaria con evidente ritorno mediatico ma, anche se non potrebbe evidentemente avere effetto retroattivo, ho l’impressione che la tentazione di modificare il disciplinare con percentuali anche basse di “complementari” sarebbe semplicemente un tentativo di gettare fumo negli occhi di una altrimenti eccessiva verificabilità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *