Montalcino: i “grossi calibri” sinora silenti cominciano a farsi sentire…

Colpiti nell’orgoglio dall’affondo dedicato al loro inspiegabile e molto diplomatico (eufemismo) silenzio, alcuni di quelli che avevo definito “l’argenteria ed i quarti di nobiltà del Brunello, i grossi calibri, i cosiddetti “puristi e pasdaran” del Sangiovese in purezza e del Brunello vero, i bei nomi, quelli che si dice diano lustro e immagine al grande vino di Montalcino”, probabilmente molto impegnati e distratti da mille impegni in questi giorni, oppure immersi in profonde riflessioni sul da farsi, se addurre scuse alla Don Abbondio per cui “il coraggio uno non se lo può dare” se non ce l’ha oppure se fare un gesto semplicissimo che li qualificherà di fronte agli appassionati, cominciano a farsi vivi. Due di loro mi hanno scritto oggi, “motivando” (disemm inscì) il loro non essersi ancora fatti sentire. Di un produttore, storico, aspetto ancora di ottenere l’autorizzazione a rendere pubbliche le riflessioni di cui mi ha fatto, via e-mail, partecipe.
Di un altro – un’azienda che stimo particolarmente e di cui proprio ieri sera sono stato felice di proporre e presentare l’esemplare Brunello di Montalcino 2003 in una splendida Serata Sangiovese che si è svolta (leggete qui il programma, una cronaca seguirà a breve) presso l’Hotel NH Jolly Pontevecchio a Lecco, con l’organizzazione della locale delegazione A.I.S – posso con grande piacere pubblicare qui di seguito il pensiero dell’amico (posso dirlo Fabrizio?) Fabrizio Bindocci (nella foto con il figlio Alessandro, anche lui impegnato in azienda e attivo winery wine bloggervedi qui le dichiarazioni di conformità per il Brunello 2003 ricevute dall’ICQ di Firenze e dal Governo Italiano ), direttore della Tenuta Il Poggione proprietà della famiglia Franceschi.
La stessa famiglia un cui rappresentante, Leopoldo, fu nell’aprile 1967 tra i firmatari dell’atto costitutivo del Consorzio del Brunello e addirittura primo presidente (vice presidente Giovanni Colombini).
Il pensiero di Bindocci, che è stato per anni prezioso collaboratore e allievo di Piero Talenti e oggi ne continua l’opera, è corredato dalla documentazione rilasciata dalla D.N.V.  ITALIA, i cui certificati attestano “la corrispondenza dei prodotti con i disciplinari di produzione cioè 100% Sangiovese prodotto dai vigneti aziendali”.
Vediamo se la presa di posizione di Bindocci indurrà altri “prudenti” ad uscire allo scoperto e fare sentire la propria voce… Forza e coraggio!

Fabrizio Bindocci mi ha scritto
“Carissimo Franco, ci conosciamo ormai da moltissimi anni, ho sempre avuto stima per te e per il tuo palato, hai sempre dato informazioni giuste e veritiere anche se qualche volta esce un po’ fuori dalle righe la vena polemica, ma conoscendo la tua “onestà intellettuale” ci passo sopra.
Ho visto la tua Brunello’s Sangiovese list al momento mi sembra un po’ corta, ma ti posso assicurare forte della mia esperienza di “contadino” in quel di Montalcino dove sono nato e vissuto e lavorato per oltre 30 anni che di produttori DOCG ce ne sono molti molti di più, la stragrande maggioranza, ma che forse non ti scrivono e si allineano con te per problemi caratteriali, forse perché non lo ritengono utile o vai a sapere per quali altre ragioni. Comunque l’importante è che poi sia il vino a parlare, a far capire a chi beve quanto sia ottimo il vino Brunello di Montalcino prodotto con il Sangiovese.
La ns/azienda nell’anno 2006 si è fatta certificare da un ente terzo, la D.N.V.  ITALIA, di cui ti allego i certificati (vedi Rosso certificato e Brunello certificato ), proprio per certificare la corrispondenza dei prodotti con i disciplinari di produzione cioè 100% Sangiovese prodotto dai vigneti aziendali. 500.000 bottiglie tra Brunello Riserva, Brunello Annata e Rosso di Montalcino”. Fabrizio Bindocci direttore Tenuta Il Poggione

0 pensieri su “Montalcino: i “grossi calibri” sinora silenti cominciano a farsi sentire…

  1. Quando ho proposto, nei commenti al tuo post dell’11 settembre, l’idea di una certificazione richiesta dai produttori a laboratori autonomi, non sapevo che il Poggione già lo facesse: mi congratulo con loro e spero che altri produttori intraprendano la stessa strada, riportando certificazioni di enti super partes.
    Una curiosità: sul sito di DNV ho visto che hanno certificato anche Banfi, ma a quanto pare solo per il rispetto dell’ambiente e delle condizioni dei lavoratori – http://www.dnv.it/certificazione/casehistory/sa8000/castello_banfi.asp -. Del rispetto del disciplinare, nelle certificazioni di Banfi, non si parla. Forse non interessava?

  2. Onestamente e fuori di polemica io credo che la certificazione delle produzioni andrebbe per legge affidata ad organi terzi indipendenti, proprio come volontariamente ha fatto l’azienda qui sopra. Indipendenti perchè non stipendiati dai Consorzi o da altri rappresentanti della filiera. E anche indipendenti dallo Stato e dagli inefficenti organi pubblici (un esempio su tutti, le inutili Commissioni di Degustazione delle CCIAA). Gia’ oggi tutti i produttori sono obbligati a pagare salatissimi contributi per il piano dei controlli, che con un mezzo pasticcio di legge sono stati affidati ad alcuni Consorzi di Tutela. Basterebbe scegliere di pagare un altro ente, come ad es. questo DNV, ma ce ne sono millanta. Quindi sarebbe una riforma a costo zero.

    Allora i Consorzi non servirebbero a nulla? Tutt’altro, avrebbero il compito importantissimo di dettare le regole, di concerto con la maggioranza dei produttori, e di promuovere i prodotti in un mercato sempre più difficile e esigente.

    E’ una soluzione semplicissima, ma non si è adottata perchè i Consorzi sono spesso dei potentati dove chi comanda, e sempre per la legge di cui sopra, sono le aziende più grosse che hanno interesse a tenere le leve del comando su ogni aspetto. Sopratutto quando si tratta di controllare gli altri produttori (anche in non soci del Consorzio). Chiaro che in questo paese la parola conflitto d’interesse fa sorridere e alzare le sopracciglia ai più smaliziati, ma provate a pensare cosa sarebbe stato l’affaire Montalcino (ma non solo) se le cose fossero state diverse?

  3. bella iniziativa che mi fa pensare che già due anni fa si sapeva che questo casino sarebbe scoppiato molto prima che poi.
    altra considerazione è che mi fa piacere che i vini della Tenuta il Poggione allo scorso benvenuto brunello erano davvero buoni, moscadello compreso! bravi

  4. guardate che, con tutto il rispetto, non è tutto oro quel che luccica. Non voglio assolutamente entrare nel merito di questa singola e specifica certificazione ma lavoro nel settore e, come sanno tutti quelli come me, anche qui non siamo al riparo di affuffigni vari. IL DNV è uno degli enti più seri (forse il più serio e severo) e tale è anche l’azienda in questione, i cui vini mi sono peraltro sempre piaciuti, ma anche qui si crea una spirale che a volte può essere perversa, perchè paradossalmente il costo della certificazione lo paga…il cliente stesso. Il certificatore pertanto è più portato a “chiudere un occhio” quando ha di fronte un’azienda che gli garantisce poi 10-15 mila euro l’anno con le varie certificazioni (ex 9000, 14000, la nuova 22000 BRC, IFS etc) e questo è tanto più vero per le aziende agroalimentari, che sono tra quele più certificate per la natura stesa della filiera. Per uno come banfi, che vende in GD e GDO (le certificazioni SA8000 sono esplose grazie alla COOP ITalia che si è certificata e a cascata ha investito i fornitori ed in Toscana grazie anche agli incentivi regionali sia a fondo perduto cyhe poi in Credito i imposta per l’irap), ed esporta molto è normale certificarsi per il rispetto ambientale e quello sociale, la certificazione è su base volontaria e ognuno fa quella che ritiene a lui più utile. Banfi è, che piaccia a noi o meno, un brand, quindi paradossalemnte …”garantisce” lui stesso il prodotto agli occhi del consumatore, specie quello americano. Poi, che a me il suo vino non piaccia e che invece apprezzi ed abbia in cantina, che so, diversi cartoni del gorrelli (il rosso è anche meglio del brunello!) non centra nulla con la proiezione che, sul mercato, hanno i due nomi citati. Detto questo, lo ribadisco, avere queste certificazioni è una ulteriore garanzia, ma non è la panacea di tutti i mali. Paradossalmente la soluzione migliore, cioè qualla che metterebe in “conflitto” il certificatore e l’azienda sarebbe quella di far pagare il certificatore dallo stato e di fare le visiste ispettive solo a sorpresa! ma in questo modo si perderebbe il senso delle terzietà, la volontarietà etc. ed insomma sarebbe come avere un’ispezione dei nas o dell’ispettorato del lavoro.
    Insomma, averle è cosa buona e giusta (e anche utile, se ben fatte e applicate) ma non sono la soluzione di tutti i mali
    ciao
    francesco

  5. La soluzione l’ha data lei, e mi sembra abbastanza scontata. Il fatto che già oggi, vorrei che fosse chiaro, le aziende vinicole pagano ogni anno migliaia di euro per il piano dei controlli obbligatorio, nel mio caso si parla di una cifra intorno ai 15.000 euro l’anno, non certo noccioline e io non sono certo classificabile come grande azienda. E’ chiaro che, come oggi non scelgo di pagare io al mio Consorzio (di cui non sono più socio ma sono obbligato a pagare egualmente), domani non dovrei essere io a pagarmi l’ente certificatore direttamente, ma sempre tramite ad es. le Camere di Commercio. E’ anche ovvio che un ente certificatore deve essere soggetto a verifica della bontà del suo lavoro. Per es., un ente certificatore che avesse agito nella zona del Brunello dietro preciso incarico, sarebbe probabilmente oggi uno dei maggiori responsabili dei disguidi di cui tutti parlano e gliene si potrebbere chiedere giustamente conto, anche in termini di risarcimento danni.
    In tutto il mondo le cose di questo genere si risolvono così, solo in Italia, che io sappia, si tende a far coincidere il controllato con il controllore.

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