Sangiovese, un “animalaccio” da capire e servire: verticale di Brunello (e Rosso) di Salvioni

Non è solo il regno dei “furbetti del vigneto e della cantina” Montalcino, il luogo che nell’ultimo decennio ha visto diffondersi e imporsi una discutibilissima “filosofia” dell’interpretazione libera e “creativa” del disciplinare di produzione del Brunello che prevede ancora, sino a prova contraria e cambiamenti approvati a maggioranza, esclusivamente l’uso del Sangiovese.
Anche se qualcuno ha “scambiato” il Brunello per un Super Tuscan e ha spacciato una disinvolta e un po’ cialtronesca via alla modernità “brunellesca”, un buon numero di produttori, soprattutto piccole e medie aziende agricole, hanno continuato imperterriti, solo leggermente indispettiti e offesi da quanto stava accadendo intorno, a rendere omaggio con spirito di servizio ad un’idea di Brunello autentica e pura, che vede il Sangiovese, Montalcino ed il Brunello come elementi di un legame naturale e indissolubile.
Tra questi produttori, uno dei più piccoli, per numeri di bottiglie prodotte, ma sicuramente dei più prestigiosi è sicuramente Giulio Salvioni, con la sua piccola “boutique winery” La Cerbaiola che conta su quattro ettari vitati e su poco più di vent’anni di storia, con un’esordio, fulminante e al fulmicotone, nel 1985, con un Brunello che ancora degustato oggi fa sognare.
Gran bel personaggio Giulio, simpatico, ironico, spiritoso, sempre pronto alla battuta anche graffiante, come ha dimostrato, ai primi di giugno, in quel di Mogliano Veneto, conducendo da par suo una splendida verticale (le fotografie delle bottiglie sono di Claudio Sacco di Altissimo Ceto che ringrazio per la cortese disponibilità) organizzata da Balan di sei annate dei suoi vini, Brunello ma anche Rosso, dal 1997 al 2003, di cui ho scritto, solo ora, una cronaca dettagliata, leggi qui, pubblicata nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S.
Una vera celebrazione del Sangiovese di Montalcino, un’uva magnifica e difficile che per dirla con Michele Satta, presente a sua volta alla verticale, “va conosciuta, amata e trattata con devozione” e solo così facendo ti ripaga regalandoti testimonianza della sua grandezza, di un’eleganza senza pari.

0 pensieri su “Sangiovese, un “animalaccio” da capire e servire: verticale di Brunello (e Rosso) di Salvioni

  1. Uno dei grandi!!!! In particolare assaggiando il 2003 non si può fare a meno di emozionarsi. Non è la sua migliore annata, ma la differenza con la stragrande maggioranza degli altri Brunelli è ampia. Un’annata calda dove molti mostri sacri hanno scricchilato o deciso di non uscire con le riserve. Il Salvioni 2003 ha invece un frutto integro e carnoso; emozionante!
    Un vero punto di riferimento in questo periodo di meste discussioni. Gutta cavat lapidem; io ci credo!

  2. Credo che ci sia una svista nella parte della cronaca che riguarda i numeri: la resa prevista dal disciplinare della Docg Brunello è di 80 q. uva/Ha, corrispondenti a hl 54,4 di vino (alla resa max fissata dal disciplinare, pari al 68%).
    Per fare 4.000 bottiglie (da 0,75 l.) a ettaro, pari a 30 Hl, Salvioni potrebbe per esempio produrre 50 q. uva/Ha (non hl, come dice attualmente il testo) e vinificare con una resa del 60%.
    Se la mia ipotesi è giusta, spero che sia ancora in tempo per apportare una piccola correzione sul sito AIS.
    Saluti

  3. Vendemmia della terra di Lecce: trinomio territorio, cultura e comunicazione
    di Antonio Bruno
    Il vino
    è il condensato di un territorio,
    di una cultura,
    di uno stile di vita.
    (E. Hemingway)

    La Vendemmia della terra di Lecce: trinomio territorio, cultura e comunicazione

    Il vino
    è il condensato di un territorio,
    di una cultura,
    di uno stile di vita.
    (E. Hemingway)

    Settembre ovvero il tempo della vendemmia. Ieri sera al venticinquesimo di matrimonio del mio amico Giuseppe, suo padre Cosimino, un agricoltore più che settantenne, mi ha rivelato la gioia di un suo vicino che ha un bel vigneto, la gioia dell’attesa della raccolta dell’uva, ma la raccolta dell’uva si chiama com’è noto a tutti vendemmia. Mi diceva che la pianta della vite presenta in questi giorni un ottimo stato vegetativo e il grappolo d’uva si può ammirare perché sano e con un buon grado zuccherino.
    Ma come ogni agricoltore che conosce la regola che il risultato del suo lavoro è subordinato, si ferma perché l’entusiasmo gli aveva preso la mano.
    Ogni agricoltore sa che il titolare della terra non è lui, ma il “Che tempo fa” e cioè la situazione meteorologica, ecco perché dopo la pausa saggia Cosimino aggiungeva che tutto questo presagio di buon raccolto e, di conseguenza, di buon vino, è subordinato all’andamento climatico di quest’ultimo periodo.
    Già! Perché l’attività in campagna è così! Ricordo ancora il mio amico Raffaele che si era avventurato nella produzione di meloni di una varietà appena ottenuta dalla ricerca assolutamente precoce che, dopo la prima raccolta e la conseguente vendita a prezzi stratosferici, vide tutto distrutto da una grandinata e con quella dovette anche mandare in soffitta i suoi sogni di guadagni milionari.
    Adesso invece succede questo, a scriverlo è un prof. di chimica deluso e arrabbiatissimo http://ascuoladibugie.blogosfere.it/200 … imico.html : “dopo aver ripetuto circa 55 volte la differenza tra elementi e composti (gli elementi sono quelli della Tavola Periodica, non ci si può sbagliare), qualcuno è stato capace di scrivere nel compito in classe che il vino è un elemento. Con buona pace di Mendeleev, che in tanti anni di ricerche non si accorse che nella sua Tavola mancava il vino, simbolo atomico Vi. Io aggiungerei anche il tarallo, simbolo Ta. Perché la scuola ormai è questo: qualcosa che finisce (e comincia) a tarallucci e vino.”
    Il prof. di Chimica però forse non ha messo nel computo che i ragazzi sanno che il vino si ottiene anche dall’uva così come lo sapeva G.D., 74 anni imprenditore che nella struttura di Cutrofiano in contrada ‘Difese’ aveva attrezzature e materiali utilizzati per la sofisticazione http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Pu … 2451613530 .
    Il mondo del vino è una realtà sotto gli occhi di tutti e nella nostra memoria possiamo ancora oggi scorgere i forti elementi della nostra tradizione territoriale, i carri trainati dai cavalli pieni d’uva che si recano al palmento (il palmento è il luogo dove l’uva viene trasformata in mosto e quindi in vino) per la pigiatura che avveniva anche con le donne e i bambini che saltellavano nella botte piena d’uva e la successiva fermentazione alcolica. Ma questa forte tradizione è contrapposta paradossalmente al processo continuo di innovazione e sviluppo globale di cui è protagonista il vino e l’uva.
    Il vino che beviamo oggi non ha nulla in comune con quello dell’antichità dei babilonesi, ebrei, greci e romani e nemmeno con quello che era servito nelle nostre “Putee te mieru” dove ci entravano solo gli uomini e si poteva giocare a scopa, briscola e stoppa e al mai dimenticato tressette e ci si divertiva a lasciare a secco “all’urmu” il nostro amico antipatico nel famoso “patrunu e sutta” (Padrone e Fattore) con possibilità di estensione alla “fimmena prena” (donna incinta). Erano gli artigiani, barbieri, carrozzieri, calzolai e operai che frequentavano “la putea” e si tracannavano “nu mienzu quintu te vinu” e alcuni di essi potevano anche precipitare nell’ubriachezza che però poteva essere molesta ma mai omicida poiché i nostri ubriachi della “putea te mieru” per tornare a casa usavano i loro piedi e non le automobili.
    Io da ragazzo andavo li, con la bottiglia già colorata di un viola che non andava via, per prendere il vino per casa, quello che andava sulla tavola (da qui il detto “vino da tavola”). Ricordo ancora che costava 150 lire al litro e allora (era il 1964) la benzina costava 110 lire al litro.
    Il trinomio territorio, cultura e comunicazione, è alla base del prodotto che proviene dalla terra, ed ecco perché sarebbe necessario per chi intendesse avventurarsi in questo settore lo studio, l’analisi e la comparazione di dati reali, per avere un chiaro quadro della situazione del mercato del vino e delle sue prospettive poiché bisogna avere un quadro globale del mercato del vino, e soprattutto avere chiaro sia lo scenario mondiale che il mercato italiano.
    C’è necessità di conoscere le nuove abitudini dei consumatori e l’evoluzione delle normative regolatrici ma soprattutto c’è da avere una stella polare, se davvero ci si vuole avventurare nel mondo del vino, che è rappresentata dal valore del territorio che è alla base dello sviluppo futuro del mercato.
    Il legame con il territorio, l’evoluzione tecnica e l’ecocompatibilità, sono i valori che hanno costituito il sistema in continua sinergia tra innovazione e tradizione, che veicola una strategia di sviluppo culturale ed economico che trova come sbocco naturale il Movimento Turismo del Vino Puglia 70121 Bari – Via Cardassi, 6 tel. 080 5233038 fax 080 5275510 puglia@movimentoturismovino.it C.F.:93211340729 http://www.mtvpuglia.it/ .
    I valori di riferimento essenziali, di un percorso agricolo per la nostra terra di Lecce sono il territorio e i prodotti autoctoni. Intraprendere questa strada significa conoscere questa porzione di Territorio, la terra di Lecce, sia dal punto di vista economico e della comunicazione perché la promozione del territorio è una strategia essenziale per la valorizzazione e sviluppo non solo del territorio in sé, ma di tutto il settore vino.
    Ma per essere più precisi cosa comunichiamo noi con il nostro territorio? Il barocco, le città d’arte e le risorse naturali della costa ma anche le antiche Masserie che sono sempre più oggetto di visita da parte degli stranieri.
    La comunicazione di un territorio vivace che dovrebbe avere nel suo tessuto la realtà degli artigiani delle “putee te mieru” insieme alla proposta di una enogastronomia che preveda la rappresentazione di quella tavola imbandita che ha avuto fortuna in quel periodo delle “putee te mieru” che potrebbe essere la carta vincente da accompagnare a prodotti sicuramente di qualità. Il Movimento Turismo del Vino è la struttura più adatta per favorire la creazione e la pubblicizzazione delle “putee te li mieru” ovvero i Wine Bar della terra di Lecce.
    Forse quei ragazzi studenti di chimica considerano il Vino un elemento perché come bevanda consumano la birra nelle bottiglie di ¾ di litro in un modo tutto americano di intendere l’alimentazione e le bevande, birra al posto del vino e patatine al posto dei piatti dei pezzetti e delle uova lesse della “putea te mieru” .
    Le tendenze arrivano dalle nuove generazioni. I giovani oggi vanno nei pub e bevono birra. Spetta ai figli dei produttori di vino imporre “le putee te mieru” e il vino.

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