Barbaresco Rabajà Castello di Verduno, ovvero eleganza, armonia e classe

Ne avevo già cantato le lodi quasi un anno fa, (leggi qui) in queste riflessioni scritte a caldo dopo una magnifica degustazione di 48 Barbaresco 2004 fatta a Londra nella redazione di The World of Fine Wine.
Torno a celebrarne ora la grandezza non solo perché nella sua edizione 2009 la guida dell’Espresso
ha inserito il 2004 tra i suoi “vini dell’eccellenza”, ma perché in coincidenza della pubblicazione (leggi qui l’articolo in file pdf allegato – Barbaresco 2004 WFW wine tasting ) sul numero 21 della splendida rivista britannica di tutta la degustazione, con le note d’assaggio ed i punteggi miei, di Nicolas Belfrage e di Simon Larkin, wine tasting che ne vide l’affermazione, a pari merito con il Serraboella di Cigliuti ed il Canova di Ressia, posso nuovamente dire che il Barbaresco Rabajà del Castello di Verduno rappresenta uno degli assoluti punti di riferimento di tutta la denominazione, un capolavoro di eleganza, armonia e classe.
Ho parlato dello splendido vino di
Franco Bianco e Gabriella Burlotto – dati tecnici che parlano di una superficie vitata globale di 1.23,00 ettari interamente coltivata a vitigno Nebbiolo e di un vigneto, posto sui 300 metri d’altezza,  situato nel comune di Barbaresco, (foglio di Mappa V°, particelle n. 317 (impiantata nel 1974), 320p (impiantata nel 1975), 408 e 409p, entrambe impiantate nel 1990) con un suolo formato di terra bianca, a spiccata composizione calcareo-argillosa, con esposizione che guarda a Sud-Ovest – in un ampio articolo, pubblicato nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S. che testimonia una degustazione verticale di più annate, 2005, 2004, 2003, 2002, 2001, 2000, 1999, 1998 e 1989, che ho avuto il privilegio di fare qualche tempo fa in cantina a Verduno.
Un’esperienza straordinaria, che racconto, con dettagli e note d’assaggio, in questo articolo, leggete qui.
Domanda da barolista: cosa ha mai da invidiare ad un grande Barolo un
Barbaresco del genere e perché a Barbaresco, Treiso e Neive ci sono produttori che continuano a percorrere testardamente, con tenacia degna di miglior causa, la strada della potenza, dell’opulenza, della concentrazione, ottenuta più in cantina che in vigna, invece che la strada maestra, magnificamente illustrata da questo Rabajà, dell’eleganza, della misura, dell’esaltazione dell’inimitabile identità nebbiolesca?

8 pensieri su “Barbaresco Rabajà Castello di Verduno, ovvero eleganza, armonia e classe

  1. Egregio Ziliani, un uccellino mi ha suggerito di andare a sguardare il sito del prode ministro delle politiche agricole.
    Ora capisco perché si dice “faso tuto mì”…
    Che cosa stiamo a bloggare: c’è lui!

  2. Caro sig. Ziliani
    aspettavo da tempo di leggere le note di assaggio con i relativi punteggi del Barbaresco 2004 wfw wine tasting perché presumevo ci sarebbero state non poche chiamiamole “diversità di vedute” riguardo ai vini in degustazione. Colpisce in particolare la ampia forchetta che divide i suoi giudizi e punteggi da quelli del suo autorevole collega Larkin. A partire proprio dal Rabajà del Castello di Verduno (Larkin gli appioppa un bel 13/20), proseguendo con il Ugo Lequio Gallina – 18,5 (Larkin) – , con il Cascina delle Rose -13 (Larkin), così come per il Ceretto Bricco Asili, oppure il Pajorè Suran di Rizzi, nonché il Piero Busso Borghese, il Rivella Montestefano, il Michele Talliano, il Rissi Boito, il Produttori del Barbaresco, il Bricco di Dante Rivetti e via discorrendo.
    Ora, essendo che io conosco parecchi di questi produttori ed i loro vini e trovandomi sostanzialmente d’accordo con lei circa le valutazioni espresse le chiedo una sua opinione circa l’ idea che si è fatta del nebbiolo il sig. Larkin e che cosa egli si aspetti dai barbareschi.
    In ultimo – e concludo – le chiedo come mai ha valutato con un 10/20 il Rabajà di B.Rocca, avendone parlato molto bene in un suo post del 23/5/2007.
    Con cordialità
    Mario B.

  3. Caro Franco, proprio di recente ci è capitato di bere il 2003 “base” che abbiamo trovato godibilissimo, senza nessuna esagerazione cromatica, marmellatosa, di viscosità ecc ecc. Anzi, mostrava una certa finezza, malgrado l’annata non proprio fortunata. E’ stato l’abbinamento ideale ad una zuppa autunnale in cui erano presenti funghi porcini.

  4. Caro Berardo, I’m speechless! Queste incongruenze purtroppo si verificano spesso nel caso di degustazioni, anche le più serie e rigorose come queste organizzate da The World of Fine Wine, dove a degustare sono più teste e più palati ed i vini da degustare numerosi. Per quanto ci si sforzi di creare un panel il più coeso e coerente possibile, e nel caso dei Barbaresco 2004 sostanzialmente lo era (anche se con ogni probabilità Larkin conosce molto meglio e si trova molto più a suo agio con i Bourgogne che con i Barbaresco…), possono capitare discordanze e giudizi che sembrano fare “a pugni” tra loro.
    Questo é capitato anche due settimane fa, quando sempre Nicolas Belfrage, io e un altro wine writer inglese Roy Richards abbiamo degustato in redazione a Londra 55 Barolo 2004. Ed é capitato a me, questa volta, dare punteggi bassi a Barolo che di solito mi piacciono tantissimo, con grande dispiacere mio e del produttore, quando leggerà l’articolo… Eppure, le assicuro, ci si sforza di degustare con la massima attenzione e concentrazione, dando ad ogni vino il tempo necessario, non andando di corsa… Ma queste sono i blind tasting, le degustazioni alla cieca e occorre rispettarli e adattarsi, senza considerarli oro colato, i loro responsi. Quanto al Rabajà di Bruno Rocca, é vero che, come ricorda, ne avevo parlato sostanzialmente bene dopo le degustazioni di Barbaresco 2004 di Alba Wines Exhibition, anche se era stato un episodio, perché l’interpretazione di quel sommo vigneto data da quel produttore non l’ho mai capita (eufemismo). Riassaggiato, ancora alla cieca, mesi dopo, quel vino non mi é assolutamente piaciuto ed ecco spiegati, pertanto, punteggio e valutazioni molto negative.

  5. Caro sig. Franco, le sue risposte sono oneste e le fanno, come al solito, onore. Rimane il fatto che differenze così palesi hanno un effetto quantomeno spiazzante su chi pensa di ricavare un’ indicazione, un suggerimento dalla lettura del wine tasting redatto da così autorevoli esperti. Infine, riconoscerà, qui non si sta dibattendo di un paio di valutazioni diverse tra la sua ed il sig.Larkin, ma pressoché della totalità e in numerosi casi con una forbice ampia, troppo ampia. Cordialmente
    Mario Berardo

  6. Sig. Berardo, le differenze che Lei giustamente rileva ritengo siano “parte del gioco” e dimostrano che le degustazioni, le guide etc. vanno sempre prese con “a pinch of salt” o meglio, sono da tenere in considerazione per farsi un’idea, avere uno stimolo a cercare un vino, farsene ricordare uno che si era dimenticato e così via. Non so se lei sia appassionato, come lo sono io, di musica rock; bene, circolano decine di pubblicazioni sui 100 dischi da isola deserta, i 500 migliori del mondo e via dicendo. dopo anni e anni di ascolti ho le mie idee (non me ne voglia Ziliani, ma i coldplay, a parte parachute, mi dicono ben poco..)ho individutao le firme (dopo parecchi dischi comprati solo leggendo la recensione..e poi dimenticati) con le quali ho maggiore “assonanza” e su quello, sugli amici, sul passaparola e soprattutto sul mio gusto faccio poi le mie scelte di acquisto. Ne più ne meno con il vino, Ziliani come Giuliani, Macchi o anche Gentili e altri sono “nelle mie corde” tanto per rimanere in musica mentre che so, Parker per esempio, che per molti è una specie di idolo, per me, che ormai so cosa cerca nel vino ed il 95% delle volte non è quello che cerco io, dei suoi..”consigli per gli acquisti” sinceramente mi curo pochino, per usare u eufemismo, e lo stesso vale per le guide, sono sempre da “tarare”..
    cordiali saluti
    francesco
    PS speechless Ziliani, si dice I’m speechless
    PS Parker inoltre degusta vini che io posso vedere solo con il telescopio o se faccio una rapina in banca, e con i tempi che corrono…

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