Cambiare il disciplinare del Brunello: come dare ragione e assolvere i taroccatori


Riflessioni sul faccia a faccia con Rivella (e Fiore) di venerdì a Siena

Non so come la pensiate voi che avete assistito al dibattito o potete farlo anche oggi vedendo il filmato registrato della discussione sul sito Internet dell’Associazione Vinarius, ma io, che questo “faccia a faccia sul Brunello”, ho pensato e fortemente voluto sono piuttosto soddisfatto per come siano andate le cose venerdì pomeriggio nella cornice, seriosissima, dell’Aula Magna storica dell’Università a Siena.
All’incontro, nonostante a Montalcino fosse passata la parola d’ordine di ignorare il dibattito, come non esistesse (un vero capolavoro di stupidità il comportamento di un sito Internet con sede a Montalcino, che non ha dato la notizia nonostante fosse coinvolto un personaggio amico del sito come Rivella, dimostrando quale sia il concetto di “completezza dell’informazione” che lo anima), ci sono state tantissime persone, tanto che la sala era gremita e diverse hanno dovuto restare in piedi fuori dall’aula.
Hanno partecipato svariati giornalisti, anche venuti da lontano (da Bologna come Andrea Dal Cero, da Roma come Roberto Giuliani e Giancarlo Panarella), tanti appassionati del vino e curiosi, ma anche parecchi produttori (ne cito due su tutti: Donatella Cinelli Colombini e Caterina Carli) di Montalcino, dimostrando buon senso (in fondo si parlava del loro vino e del suo futuro, no?) e una lontananza da quell’atteggiamento pilatesco che ha caratterizzato il mondo produttivo ilcinese in questi mesi.
Magari qualcuno di loro, anche produttori dei cui vini ho sempre parlato bene, hanno avuto qualche timore a farsi vedere a rivolgermi la parola e stringermi la mano, come se in questo modo potessi contagiarli o “comprometterli”, ma vivaddio, visto che Siena dista solo cinquanta chilometri da Montalcino, averli visti in sala è stato un grande piacere.
E un piacere è stato vedere schierato un po’ tutto il management di Castello Banfi, compreso anche un avvocato dell’azienda, ovviamente per rendere omaggio al proprio ex amministratore delegato, dimostrazione che la Banfi (ricordiamolo, una delle quattro aziende finite nel mirino della magistratura) aveva capito come questo “faccia a faccia” non fosse una barzelletta, oppure un “duello picaresco per tricoteuses” come l’aveva definito qualche personaggio la cui intelligenza e correttezza preferisco non definire, ma una seria occasione di dialogo tra idee profondamente diverse.
Sono soddisfatto dell’andamento di questo dibattito, e colgo l’occasione per ringraziare l’amico Francesco Bonfio, presidente di Vinarius (qui a destra nella foto), per averlo resto possibile insieme ai suoi collaboratori più stretti (cito tra tutti la vice presidente Patrizia Signorini) e l’amico Baldo Cappellano (vedi foto qui sotto) per aver accettato la mia proposta di essere al mio fianco a difendere le ragioni del vino vero, e l’identità storica dei grandi vini italiani, sostenendo, con la consueta intelligenza e la pacatezza che lo contraddistinguono, le nostre ragioni, perché credo che questo dibattito abbia definitivamente messo a nudo l’inconsistenza delle “ragioni” di chi vorrebbe cambiare le regole del gioco. A partita in corso.
Attraverso l’atteggiamento spiccio, spesso indisponente, talvolta arrogante, da vero “padrun de la melunera” tenuto da Rivella che, come recita il comunicato stampa ufficiale del faccia a faccia, da lui approvato, invitando reiteratamente a cambiare il disciplinare del Brunello, anzi dando questa soluzione come ineluttabile o già realizzata ha tra l’altro detto “sono convinto che il primo requisito per un vino è essere buono e se il Brunello “taroccato” ha avuto così grande successo a livello internazionale, perché continuare a produrre solo Sangiovese?”, è apparso chiaro a tutti che a persone come lui, e agli altri (non molti ma pericolosi) che a Montalcino la pensano come a lui, del Brunello, della sua storia, della sua identità, della sua immagine, del suo essere unico e inimitabile e in quanto tale straordinario, non gliene può fregare di meno.
Loro, Rivella l’ha più e più volte detto, non amano il Sangiovese, lo considerano una buona uva e niente più, sono persuasi che “non si possano produrre grandi vini a Montalcino usando solo il Sangiovese” (e cosa diavolo hanno fatto allora in questi anni?
Si sono accontentati di ottenere vini abbastanza buoni, ma non grandi, seguendo il dettato del disciplinare, oppure si sono arrangiati e l’hanno interpretato in maniera “creativa”?), credono che a Montalcino poco conti se si lavori con il Sangiovese oppure con altre uve, perché nel (presunto) nome del terroir ritengono che sia il valore Montalcino a fare la differenza. Balle di fra Luca!
Con il pretesto del “mercato”, parola di cui si riempiono la bocca perché sono soprattutto mercanti, commercianti, gente che bada al business, ai soldi, e ben poco alla poesia e alla cultura del vino (temi che Cappellano ed io abbiamo sottolineato), parlando di “disciplinari elastici” che sono invece disciplinari capestro, loro vorrebbero normalizzare i grandi vini italiani, banalizzarli, castrarli, privarli di quella capacità di essere unici e diversi dagli altri che li rende, soprattutto sui mercati internazionali, appealing. 
Sono indifferenti a regole e disciplinari, vogliono mano totalmente libera per fare quello che aggrada loro, quello che è loro più conveniente, economicamente più vantaggioso e se poi per fare il loro Brunello, quello da centinaia di migliaia di pezzi (che poi magari viene sotterraneamente svenduto sottocosto in Germania a 7 euro…), si rende necessario aggiungere, per ora, un quindici per cento di altre uve, ovvero le solite, le uve che diversi produttori a Montalcino già da parecchi anni usano per taroccare spudoratamente i loro vini (e magari essere poi anche premiati e portati in palmo di mano), loro non ci pensano due volte e blaterano di cambiamento, di adeguamento necessario e inevitabile.
Sono contento dell’andamento del dibattito perché attraverso la franchezza, brutale, disarmante, ma chiarissima, del cavalier Rivella è emersa anche la tattica di chi dipinge scenari terrificanti e da tregenda e parla oggi di un Brunello messo in ginocchio per colpa della Magistratura, che sta facendo egregiamente il proprio dovere, e di quei pochi giornalisti, quorum ego, di un Brunello che non si vende più, che nessuno vuole, di un’economia, quella di Montalcino, basata sul Brunello, sull’orlo del baratro.
A parte che queste difficoltà non le hanno create la Procura di Siena e la stampa, bensì i disonesti ed i pavidi che a Montalcino queste palesi disonestà le tollerano in silenzio, da conigli oggettivamente complici da troppo tempo, non è affatto vero che lo scenario sia quello a fosche tinte sapientemente dipinto da Rivella.
La gente, nel mondo, non ha smesso di chiedere e bere Brunello di Montalcino: esige solo garanzie, chiarezza, onestà, la certezza che quando compra Brunello e lo paga fior di soldi compra un vino prodotto esclusivamente con uve Sangiovese di Montalcino, come prevede il disciplinare vigente, e non con chissà quali altre uve provenienti da chissà dove.
E questo atteggiamento, da parte del consumatore, da parte di chi paga, è legittimo e sacrosanto. Queste, in breve, le prime riflessioni, che emergono, a bocce ferme, e mente serena, ripensando alle tre ore abbondanti trascorse venerdì pomeriggio a Siena.
Le loro ragioni sono irragionevoli, senza fondamento, e proporre di cambiare il disciplinare del Brunello e ammettere un 15% di altre uve finisce oggettivamente per dare ragione e assolvere i taroccatori, che questa pratica di aggiungere altre uve usano già da tempo.
Cambiare il disciplinare significa proclamare un procedimento di indulto nei confronti di chi ha frodato, significa cambiare assurdamente le regole del gioco a partita in corso, derubricare quello che rimane un reato, dire, dopo chi si è rubato, che rubare non è più reato e istituzionalizzare il furto. Questo è assurdo, vergognoso, cialtronesco.
Ed è per questo, e per il momento chiudo, che sono ben felice di come siano andate le cose, che ci sia stato questo pubblico dibattito, che ognuno abbia potuto liberamente dire come la pensa.
Ora tocca ai produttori di Montalcino, che finalmente in questi giorni si stanno muovendo, che hanno deciso di adottare, insieme, misure a difesa del loro vino, trarne le debite conclusioni e tenere giù le zampe da chi vorrebbe fare strame del loro nobile nettare.
A quelli, che vagheggiano di una new wave brunellesca “corretta” a suon di Merlot, Cabernet e chissà che, di Montalcino e del Brunello non interessa nulla. Vogliono solo usare il nome magico “Brunello di Montalcino” in etichetta, per i loro affari, per compiacere, come dicono loro, “il mercato” (ma quale mercato?) e soprattutto fare business, perché per loro comunque venga fatta, con qualsiasi mezzo, pecunia non olet…    

0 pensieri su “Cambiare il disciplinare del Brunello: come dare ragione e assolvere i taroccatori

  1. Egregio Ziliani, sto guardando ora il “Dibattito sul Brunello” tenutosi Venerdì scorso, apro subito dicendo che in sincerità la avevo sempre considerata un provocatore, uno il cui unico piacere era quello di distruggere agli occhi del mondo il Brunello, ora dopo quello che ho visto e sentito mi sono ricreduto, ho capito che in realtà il “NOSTRO BRUNELLO” è affondato per colpa di gente arrogante come Rivella, una persona falsa e meschina che durante alcuni passi del dibattito ricorda un famoso comico di zelig (Paolo Cevoli) il quale, dicendo e non dicendo, cerca invano di arrampicarsi sugli specchi, spero che ora molti come me abbiano aperto gli occhi e comincino a diffidare da personaggi come questo, mi sorprende solo che un enologo come Fiore, che io credevo una professionista integro, si sia prestato fino a reggere il “moccolo” a Rivella.
    GRAZIE ZILIANI

  2. salve Ziliani,
    ho seguito un po’ a pezzi e bocconi il dibattitto di venerdì ma quello che mi è sembrato chiaro è questo:
    – per Rivella il sangiovese è un problema, anzi il problema
    – è un vitigno che fa più o meno schifo
    – va migliorato con i soliti merlot e cabernet
    – il brunello l’ha imposto praticamente lui sui mercati mondiali quando lavorava alla Banfi
    POi, alla domanda se avesse mai “aggiustato” il suo brunello ha detto decisamente NO (e per forza, sarebbe stato come autodenunciarsi!)
    ora da queste affermazioni di rivella ne consegue logicamente che:
    – quando era alla banfi rivella lavorarava solo con sangiovese di montalcino, con risultati lusinghieri in termini sia di critica che di mercati e non aveva nessuna necessità di tarocare-migliorare il vino
    – altrettanto logicamente ne consegue che non si vede nessuna necessità di migliorare il brunello, ma rivella evidentemente chiede di modificare il disciplinare non pro domo sua ma solo per aiutare chi, purtroppo, non ha avuto la sua fortuna di fare grandi vini con…il solo sangiovese!…diciamo che lo vuole cambiare x democratizzare e rendere accessibile a tutti.
    che nobil’uomo! che abnegazione! che dedizione alla causa!
    ciao
    Francesco

  3. voglio cogliere l’occasione per ringraziare tutte le persone che hanno seguito, a Siena e via Internet, il dibattito e per inviare un ringraziamento particolare a tutti coloro che hanno espresso apprezzamento per quello che ho detto. Ringrazio anche chi ha criticato in buona fede, perché l’esercizio della critica ed il confronto di idee sono fondamentali in questa vischiosa vicenda dello scandalo del Brunello

  4. E soprattutto, possiamo dedurre dalle “nobili” e “rassicuranti” parole di Rivella, che i SuperBrunelli premiati e tanto acclamati dalla critica mondiale erano tutti Sangiovese 100%, quindi, perchè allora, visti i lodevoli risultati dei suoi straordinari vini che rispondevano alla lettera il disciplinare, cambiare quest’ultimo e permettere il taglio con vitigni alloctoni?
    E inoltre, se è tanto orgoglioso di aver dato il via alla D.O.C. Sant’Antimo, perchè ha sprecato tempo nella selezione clonale del Sangiovese, tanto il clone BBS è una schifezza e gli altri non sono da meno, concludo esprimendo un sentito “ma mi faccia il piacere”.
    P.S. a proposito, da Sommelier non amo il Morellino, ma almeno lo rispetto, come rispetto tutti coloro che lo producono e lo consumano, far finta di non ricordarsi il nome di un vino che tra l’altro è da poco diventato D.O.C.G.,non dimostra rispetto nei confronti ne di chi lo produce, tantomeno del vino, e chi non rispetta il vino e il suo territorio compresi i produttori, , come può permettersi portavoce di un provvedimento tanto iumportante come lo è quello del cambiamento del disciplinare di uno dei vini più importanti d’Italia e del mondo?
    Massimiliano

  5. Ricordo che “Brunello” non e’ un nome di fantasia, non identifica un areale di produzione (a far quello ci pensa la specifica “di Montalcino”, ovviamente), non e’ il modo di chiamare uno stile. Brunello era il nome del clone (o dei cloni, forse meglio dire) locali di sangiovese grosso. Ammesso e non concesso che tale clone, o gruppo di cloni, lasci a desirare e che il vino a Montalcino sia meglio farlo con altre uve…. ebbene significa, ipso facto, che a Montalcino e’ meglio produrre altro che non Brunello. Punto.
    Il problema di Rivella e soci, ovviamente, e’ un altro. E’ quello che lui stesso ha ricordato venerdi’: da una storiella da centomila bottiglie o giu’ di li’, il BdM e’ diventato un bestione da poco meno che dieci milioni di bottiglie. Oltre al fatto che e’ assolutamente evidente che NON puo’ trattarsi di due cose uguali, ne consegue anche che con il sangiovese di Montalcino NON puo’ proprio andare. O si ammette che il BdM sia fatto con sangiovese proveniente da altre aree, o si ammette che esso possa essere fatto con uve meno problematiche, o si accetta che detto BdM possa anche essere una ciofeca.
    Quindi, cari signori, cerchiamo di essere tutti conseguenti e non ipocriti: se vogliamo il BdM fatto di uva brunello coltivata a Montalcino E vogliamo che esso continui ad essere un vino “top”, sara’ necessario dare una bella sfoltita alla produzione e far tornare questo prodotto nella nicchia dove prima stava ottimamente. Siamo pronti a veder contrarsi PAUROSAMENTE la torta di denaro chiamata “brunellodimontalcino”? Questo e’ il punto, ineludibile.

  6. Siamo in un tempi in cui si esasperano troppo e ad arte i criteri di valutazione del gusto dei consumatori. Bravo è divenuto chi ha creato una moda e che ha assecondato la massa: tanti consumatori, quindi più bottiglie vendute, quindi produttori più felici. Il vino è veicolo di piacere intimamento connesso ad un potenziale economico che lo rende strumento importante, mezzo e fonte di potere. Il Rivella pensiero ha dominato la scena italiana per decenni, e ha fatto proseliti: mi sembra evidente che le teorie del vino merlottone, ciccione e morbidone hanno spopolato. In termini numerici, fino a che funziona l’occupazione di mercati “vergini” è facile capire perchè si voglia a tutti i costi disarmare il Sangiovese a favore di blend più compiacenti. Ma se si riflette sul futuro, forse c’è da chiedersi se, rispetto al taroccamento, non sarebbe assai meglio puntare in modo netto sulla tipicità e sull’originalità del Brunello conquistando milioni di palati intelligenti, cosa che peraltro già avviene con successo e in misura rilevante. La protervia con cui invece si mira a stravolgerne l’identità è figlia di una mentalità vecchia, e non nuova e moderna come si tenta di far credere. Il mercato è saturo ovunque; fare Sangiovese a Montalcino oggi è un elemento di forza, non di debolezza e gli sforzi profusi negli anni da tutti i marchi per accreditarsi nell’immaginario mondiale sarebbero vanificati proprio se si cambiassero i termini dell’unicità del Sangiovese. Il nuovo, il futuro stanno nella intelligente intransigenza con cui si deve difendere l’unicità del vino di Montalcino. E questo varrà erga omnes, senza dubbio.
    “Conquista ciò che hai ereditato dai padri per possederlo veramente” (Goethe)

  7. Buongiorno.
    Credo che, per la prima volta, sono d’accordo con il signor Cintolesi. “la torta di denaro chiamata “brunellodimontalcino” DEVE essere ridotta. Quantomeno il numero delle bottiglie deve essere ridotto. Non è più possibile rimandare o farne a meno. Tra le varie soluzioni, la più immediata e facile è la riduzione della resa x ha, poi ci sarebbero modi più sicuri e drastici ma lì mi attirerei strali (anche virtuali) in numero e potenza tali da non riuscire a trovare neanche la cenere…….
    Buona giornata

  8. In effetti è un gran bell’articolo. Rivella andrebbe avvisato, non mi pare si sia accorto della sua lontananza dalla realtà, dell’evoluzione che sta avendo il tanto decantato mercato. E non si è accorto neanche che il “consumatore” non consuma più, al contrario sceglie, medita, si informa, pretende che quello che beve non sia una porcheria spacciata per meraviglia, non è più ignorante, almeno in questo le guide (involontariamente), le riviste, ma soprattutto internet sono stati un formidabile mezzo per imparare a capire che l’etichetta, da sola, non garantisce nulla, né la vincita di un premio, né il prezzo esorbitante. I miti fanno solo danni, sempre. Bisogna tornare al vino come compagno del cibo, come elemento che allieta e stimola la convivialità, non come simbolo, culto, oggetto irraggiungibile e desiderabile. I bisogni si sa, sono furbetti, si fingono veri. Torniamo con i piedi per terra, che il vino torni ad essere vino, semplicemente, invece di ricominciare a fare quantità spacciandola per qualità.

  9. Letto l’articolo di Pignataro. Finalmente. Finalmente qualcuno dice esattamente come stanno le cose: non c’è un gruppo di idealisti un pò radical chic che difendono vini e vigne antiquati opposti alla Modernità del Mercato e della Enologia. Ci sono migliaia di piccole e medie aziende, quelle insultate da Rivella quando ha ironizzato sulle 10.000 bottiglie prodotte da Cappellano, che riescono a vendere sui mercati nazionali e internazionali quei vini che gli altri ora faticano a vendere. E migliaia di piccoli fanno il fatturato di qualche grande. Il problema è semmai l’impossibilità dei piccoli di condizionare i poteri e i potenti, cosa che invece fanno benissimo i cavalieri dell’enologia. Ma la modernità ed il futuro stanno tutti da una parte. E non è quella dei taroccatori.

  10. Pingback: Ziliani vs. Rivella: i commenti dalla rete : Vino24

  11. @Corrado Dottori
    non credo che il problema sia condizionare i grandi produttori da parte dei piccoli, quanto il fatto che i grandi produttori hanno grandi numeri da vendere, centinaia di migliaia di bottiglie ogni anno, prodotte su terreni che ovviamente non possono essere tutti grandi cru, anzi! Ecco perché per loro fare un vino onesto, corretto, ma in grado di vincere premi e riconoscimenti all’estero è praticamente impossibile senza aggirare qualche regola. Ed ecco perché la loro filosofia è perdente e NON VA ASSOLUTAMENTE EMULATA O ASSECONDATA DAI PICCOLI. Ed ecco perché a Montalcino era ed è ancora fondamentale che quei numerosi produttori che lavorano il sangiovese nele loro vigne FACCIANO SENTIRE LA LORO VOCE, non nelle riunioni a porte chiuse, ma qui, sulla strada, nei talk show, ovunque sia possibile e ci sia un pubblico che può ascoltare o partecipare.

  12. L’amico Giuliani ha perfettamente ragione.

    I piccoli produttori devono assolutamente uscire allo scoperto con il loro malcontento.

    Purtroppo anche le associazioni di categoria ci mettono del proprio facendo da tappo/filtro alle istanze dal basso.

    Tornare alla Carboneria…?

    In terra di Siena però ce n’è già un’altra di carboneria…

    Per cui i fuori-casta dovranno andare all’attacco della Casta attuale se vogliono evitare l’effetto Borse/Unicredit…

    Gianni “Morgan” Usai

  13. Non dimentichiamoci che il Brunello, oltre ad essere un pezzo di storia e di tradizioni del nostro Paese, è anche pur sempre un prodotto da vendere, un oggetto commerciale.
    Le qualità di questo vino sono una realtà non da dieci anni, ma da tempo ben maggiore, anzi forse (o sicuramente) qualche decennio fa anche migliori di oggi.
    Oggi però il Brunello è richiesto e costa, anche parecchio, ma non perché è più buono di prima, ma forse perché una serie di fatti e circostanze lo hanno reso più visibile. La legge basilare del commercio, quella della domanda e dell’offerta, oltre alla pubblicità, ha fatto sì che oggi i terreni a MOntalcino valgono una fortuna.
    Quanto appena accennato da Gianni “Morgan” è un rischio concreto, ma non certo per i consumatori come quello delle Borse. Se la bolla che ha gonfiato finora l’immagine del Brunello si sgonfiasse, i primi a finire a gambe all’aria sarebbero di sicuro molti produttori. Il guaio è che, in questo caso, ci andrebbero di mezzo un po’ tutti, seri e meno seri. Anche se i più seri, nel senso di fedeltà al disciplinare, avrebbero la loro parte di responsabilità: l’ignavia, per non dire peggio, non è una virtù da Paradiso.
    Comunque vada a finire questa vicenda, mi permetto però di dare un piccolo suggerimento a Ziliani e ai wine-writers in generale: la difesa dei disciplinari è sacrosanta, ma è ltrettanto doverosa la difesa della nostra storia in senso più ampio. Il nostro Paese ha la fortuna (non sempre ce ne rendiamo conto) di avere una tale varietà di vini e vitigni da fare invidia a chiunque, e la maggior parte di questi sono stati oggetto, negli ultimi anni, di sforzi compiuti con l’intento di migliorarne gli aspetti più spigolosi e renderli apprezzabili al mercato. Se a Montalcino non vogliono capire l’aria che tira, allora è meglio non perdere tempo e occuparsi giustamente di altro e di altri vini, che sono e spero rimangano un patrimonio da tutelare e valorizzare.
    Vedranno poi cosa succede quando i riflettori del palcoscenico si spengono, o addirittura salgono alla ribalta protagonsti più seri e meritevoli…

  14. @Roberto Giuliani.
    Forse non mi sono spiegato. Succede. Commentando il pezzo di Pignataro non intendevo dire che i piccoli o medi produttori dovrebbero emulare o assecondare qualcuno. Intendevo solo ribaltare il luogo comune per cui il buon marketing e la giusta efficienza competitiva stia oggi nelle grandi aziende con brand altisonanti. Non è più così. E per questo sostengo che, forti del proprio essere moderni e competitivi, pur nella tradizione, i piccoli e medi produttori devono compattarsi per sostenere le proprie ragioni. Un piccolo produttore, solo, può far poco. Ma un grande movimento potrebbe davvero sostenere questa battaglia. Inoltre non ridurrei la questione sempre e solo al territorio di Montalcino poiché la posta in gioco riguarda l’intero sistema delle denominazioni.

  15. Il mio non e’ assolutamente un intervento polemico, pero’ mi sarebbe piaciuto
    che al tavolo ci fossero stati anche i vari referenti delle guide che in questi anni hanno premiato i vini, a prescindere dal ripsetto del disciplinare, almeno per spiegare il perche’ di certe scelte, o per lo meno di avere la forza morale di fare una scelta fino in fondo o disconoscerla in pubblico. Non so se sono stati invitati, ma almeno sarebbe stata una prova da fare per vedere la reazione ufficiale del terzo e non meno importante protagonista del mondo del vino (produttore, guide, consumatori)

  16. @Corrado Dottori
    il mio era semplicemente un “cambio di visuale” non una divergenza. Sono convinto che abbiamo una visione molto simile della questione. Come io stesso ho scritto a caratteri maiuscoli i “piccoli” e corretti, avrebbero dovuto unirsi e dichiarare apertamente la loro opposizione a certi metodi. I grandi non possono fare altro che dire quello che dice anche Rivella, semplicemente perché hanno dei numeri che vanno ben oltre il lecito per un vino che dovrebbe essere ottenuto dai migliori vigneti e con le migliori uve sangiovese grosso.
    Il guaio è che, invece, si è verificato il processo inverso. Sulla scia dei successi di alcune aziende importanti, altri hanno acquistato in zone non qualitativamente eccelse nella speranza di poter, in un modo o nell’altro, arrivare al successo economico, grazie alla rassicurante spinta mediatica.
    Ora, tornare indietro? Improbabile, 2000 ettari sono tanti, troppi, ma nessuno è disposto a rinunciare all’etichetta “Brunello di Montalcino”, perché non c’è altro vino che possa garantire ricchi premi e cotillon, almeno fino ad ora.

  17. @Giuseppe Mennella

    I curatori delle guide non erano presenti per il fatto che non ci sarebbero stati posti sufficienti al tavolo dei relatori.Non si puo’ pretendere che i “referenti” si dichiarino pubblicamente degli incompetenti o dei sottoposti a liberta’ vigilata.Poiche’, come Lei sa, una nota guida dichiara che il massimo riconoscimento e’ elargito solo da un’apposita commissione e mai da un solo assaggiatore (si fa per dire) poteva sorgere il dubbio che in quelle riunioni, in luogo di assaggiare e giudicare i vini, si discutesse amabilmente in merito alla diminuzione dell’audience dell’Isola dei Famosi, al fatto che Ranieri fosse o meno l’allenatore “giusto” per la Juventus o sulle divergenze politiche tra Alessandra Mussolini e Daniela Santanche’.
    Comunque niente paura! Come dice un’altro noto guidaiolo
    avanti col frutto !

  18. Salve Ziliani,
    sono convinto che il dibattito sia stato molto esaustivo, soprattutto per mettere in evidenza che la posizione di Rivella e & è dettata da intenti molto meno nobili di quanto vogliono far credere all’opinione pubblica.
    Questo voler sostenere con ostinazione che il Sangiovese non riesce a dare buoni risultati è dovuto, a mio parere, al fatto che è stato impiantato, per aumentare a dismisura la produzione, in molti terreni che per secoli sono stati esclusivamente coltivati a cereali. E ci credo che poi necessiti dell’aggiunta di vitigni migliorativi.
    A conferma di ciò che dico, ci sono anche dei commenti di persone che erano sedute dietro di me, che non conosco, le quali esprimevano disappunto e la speranza che il disciplinare non fosse aggiustato, cosa che penalizzerebbe in maniere evidente i piccoli produttori.
    Io, nella mia attività di sommelier, sto notando che nel consumatore c’è una forte tendenza a tornare ai vini scarichi di colore e dai profumi tipici. Questa convinzione sta crescendo man mano che la gente della strada comincia a capire sempre più di vino. Mi sento anche di dire che questa moda dei Supertuscans e conseguentemente dei Superbrunelli e dei Superchianti si stia avviando verso il viale del tramonto. Perfino oltreoceano stanno cominciando ad emergere queste convinzioni e anche i supervotati da Winespectator vengono guardati con qualche diffidenza.
    Quindi, da “gambelliano” quale mi ritengo, invito alla resistenza, affinchè non prevalgano le posizioni dei “merlottai” che stravolgerebbero il Brunello in modo irreversibile.

  19. @ Paolo Boldrini.

    Concordo in pieno con la ricerca di nuovi vini e temi…

    Se il metro di valore è il banale denaro allora a Montalcino hanno vinto tutti.

    Però qualcuno, prima o poi, gli sbatterà in faccia il fatto che bisogna cercare con il satellite una libreria…

    Forse Dante nella sua esistenza ha incontrato i pellerossa…

    Chissà che tra una secchia rapita ed una Divina Comoedia non gli abbiano parlato del loro grandissimo proverbio che recita: Non si vende la terra dove è sepolto tuo padre..!

    Gianni “Morgan” Usai

  20. Buonasera a tutti.
    Giuseppe Mennella si domanda se i referenti delle guide siano stati invitati all’incontro di Siena. Oltre alla risposta ironica di cantabruna vorrei rispondere che la Vinarius ha diramato il comunicato stampa a circa 23000 nominativi. L’incontro era pubblico e pertanto chiunque avrebbe potuto partecipare. Se invece il signor Mennella intende chiedere se i referenti delle guide siano stati invitati come attori della sfida rispondo “certochennò”. Infatti questo evento era all’inizio una sfida lanciata da Franco Ziliani ad Ezio Rivella che l’ha accettata. In un secondo tempo i due contendenti hanno concordato di avere un padrino a testa ed ecco Fiore e Cappellano in questa veste. Non avrebbe nessun senso invitare a dibattere anche i referenti delle guide perchè lo scontro doveva essere Ziliani vs Rivella.
    Se invece fosse stato organizzato un convegno, ma in quel momento e, debbo dire, anche ora, ciò non era nelle intenzioni della Vinarius, allora sì che si sarebbe potuto invitare i referenti delle guide come altrettanto e forse più interessanti ancora i rappresentanti dei sommelier e delle stesse enoteche. Mi sia consentito infine di esprimere perplessità sul fatto che i referenti delle guide possano costituire il “terzo e non meno importante protagonista del mondo del vino” con i produttori e i consumatori.
    Francesco Bonfio

  21. Caro Presidente Bonfio,
    mi aggiungo – per quel che valgo – alle sue perplessità sul cosiddetto terzo polo/estensori guide.

    Anche i Vangeli hanno il loro contraltare con quelli Apocrifi…

    Le guide sono una semplice istantanea del momento.

    Sinora non ho visto alcun “amanuense” delle guide farsi promotore di un qualsiasi faccia-a-faccia…

    Si vocifera di probabili vis-a-vis nel prossimo Salone del Gusto, ma per ora…

    Sipario!

    Gianni “Morgan” Usai

  22. @Bonfio-Usai
    credo che per “terzo polo” si intendesse l’influenza che alcune guide hanno oggettivamente avuto su produttori e consumatori. In questo senso, ma non certo in questa occasione, hanno la loro responsabilità diretta o indiretta che sia. E’ vero che per quanto riguarda Montalcino, visto il mercato principale a cui puntano i produttori, hanno avuto maggior peso Parker e Wine Spectator, ma le nostre guide hanno comunque contribuito confermando in gran parte gli stessi giudizi proprio per quei vini che oggi sono oggetto di indagini.

  23. @ Giuliani.

    Caro Roberto, dopo la bastonata che Wine Spectator ha preso quest’estate, mi riservo l’arroganza dell’umiltà… di dire che non è questo grande faro di riferimento…

    Nessuna guida? Tutti guide…!

    Peppino Turani di Repubblica che al lunedi su Affari e Finanza discetta di vini, sciure e damazze, ha lo stesso valore del mio compagno di scuola, rimasto semi-analfabeta, Gavino Pettenadu da Sassari che non distingue il Cannonau dalla benzina agricola…!

    Ma Turani e Pettenadu sono il terzo polo del vino…?

    Gianni “Morgan” Usai

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