Chianti Classico Monteraponi 2006

E’ da tempo che avevo in animo di parlarvene, da quando l’avevo scoperto in febbraio a Firenze, alla Stazione Leopolda, in occasione dell’Anteprima del Chianti Classico e ancora più quando di recente, lo scorso 16 settembre, nell’ambito di una Serata Sangiovese condotta per l’A.I.S. di Lecco, dove l’avevo inserito in degustazione accanto a vini tipo i Chianti Classico di Rocca di Montegrossi e di San Giusto di Rentennano, il Fontalloro ed il Flaccianello della Pieve, il Rosso di Montalcino di Gianni Brunelli e altri grossi calibri, aveva fatto un autentico figurone, inducendo più di un partecipante ad eleggerlo come il vino più intrigante tra quelli proposti.
Sto parlando del Chianti Classico dell’azienda agricola Monteraponi di Radda in Chianti, uno di quei Chianti veri, che profumano di Chianti e di Sangiovese, che quando li incontri ti riconciliano con questa terra bellissima dove volontà strane e soprattutto grossi interessi hanno reso questo vino celeberrimo nel mondo il più “pirandelliano” dei vini italiani, ovvero “uno nessuno e centomila”, tante e tali sono le possibili sue interpretazioni, solo Sangiovese, con altri vitigni autoctoni, con vitigni internazionali (diciamo pure che circolano anche dei vini dove il Sangiovese è solo un’ombra…), che circolano.
Questo dell’azienda oggi condotta dal giovane e tenace Michele Braganti, azienda che fu in comodato dal 1973 al 1977, poi passò a Michele, che fino al 2002 si limitò a produrre uve e a venderle senza vinificarle direttamente, esordendo infine sul mercato con l’annata 2003, è un vino schiettamente chiantigiano, che nasce da cinque ettari di vigneti, più altri quattro e mezzo nuovi o che entreranno progressivamente in produzione, dove a far compagnia a Messer Sangiovese sono esclusivamente piccole quote di Canaiolo, Colorino e Ciliegiolo. Nessun “imbastardimento” dunque con i soliti Merlot, Cabernet, Syrah e chi più ne ha più li mette…
Affidandosi ai consigli e alla saggezza infinita  di un grande tecnico e conoscitore di Sangiovese al mondo come Maurizio Castelli, Braganti produce un Chianti Classico “annata” e una riserva, ottenuta solo dalle vigne più vecchie (35-40 anni), che definiremmo quasi “di montagna” (le vigne vanno dai 450 ai 550 metri), dotato di tutta la finezza aromatica e l’eleganza che può avere il Sangiovese di Radda.
Vino vinificato in cemento, con malolattica svolta nello stesso contenitore, e affinamento prevalentemente in botte grande (16, 20 e 30 ettolitri) di rovere di Slavonia e solo parzialmente, un terzo, in barrique non nuove. Buonissima, impegnativa, più ambiziosa e corposa la riserva, oggi in commercio il 2005, colore rubino brillante luminoso, con bella densità e succosità del frutto e nitidi accenni floreali di viola e macchia mediterranea, dotato di una materia viva e carnosa di grande energia, di un tannino saldo, lungo e saporito al palato, ma a me piace particolarmente il Chianti base o annata 2006 (figlio di vigne più giovani, impiantate anche nel 2000), che descriverei come colore rubino squillante e luminoso, dotato di un bouquet fresco, elegante, vivo che richiama il lampone, il ribes, la ciliegia, sapido e dalla nitida vena minerale e croccante, nervoso, di salda tessitura, articolato, ricco, energico molto lungo al palato, pieno di sapore e dalla freschezza, dalla nitidezza, dalla piacevolezza (merito anche di un’acidità perfettamente calibrata) davvero contagiose.
Ecco il vero Chianti Classico profumato di Toscana, di macchia, di terra e di fiori, fruttato quanto basta ma soprattutto salato, pieno di nerbo, godibilissimo che ci piacerebbe trovare molto più spesso di quanto non accada nei nostri bicchieri! Segnatevi questo nome e tenete conto che si tratta di vini dal rapporto prezzo-qualità (intorno agli 8 euro più Iva per l’annata e ai 13 più Iva per il riserva) molto vantaggioso, visto il loro valore.

Azienda agricola Monteraponi

Radda in Chianti SI

Tel. 0577 738208 – tel. 055 352601

e-mail

sito Internet (anche dell’agriturismo)

0 pensieri su “Chianti Classico Monteraponi 2006

  1. Un grandissimo complimento al mio amico Michele. Non dimenticherei anche la sua compagna che lo aiuta in questa impresa…
    Il Chianti Classico a mio parere è un vino spesso sottovalutato da molti, un pò perché i commercianti in questo territorio hanno una parte da leone, un pò perché in passato il Chianti in genere non era considerato, né fatto, come un grande vino;
    però esistono vigne e molti produttori capaci nel Chianti Classico, come Monteraponi, che possono dare vini fantastici e originali, più di tanti vini blasonati magari dieci volte più costosi.
    A Radda in Chianti, in particolare, si produce in genere vini Chianti Classico fini e molto longevi. Provare per credere.

  2. Sono d’accordo, Monteraponi è uno dei migliori esempi di Chianti Classico fine ed elegante, ad un ottimo prezzo. Pur imbottigliando da pochi anni, Michele ha saputo fare delle scelte che valorizzassero al meglio il terroir raddese, rispecchiandone intelligentemente l’identità. Oltre alla validissima Caparsa di Cianferoni, vorrei ricordare il modello di eccellenza rappresentato da Montevertine, e tra gli esempi di tipicità citerei anche altri produttori come Val delle Corti e Poggerino.
    Peccato che altre aziende della zona puntino invece su uno stile meno “territoriale”, in cui le caratteristiche di florealità, sapidità e acidità che caratterizzano i migliori vini locali vengono stemperate in prodotti più morbidi ed anonimi. Sembra che negli ultimi tempi, nel consumo degli appassionati, l’ondata internazionale stia perdendo vigore: se chi si è abbandonato ad essa rischia di rimpiangere le proprie scelte, ci si può augurare che i produttori che hanno tenuto saldo il timone vedano premiata la loro ammirevole costanza. Il crescente successo di Monteraponi su blog e forum è già un ottimo segnale 🙂

  3. bravi Michele e Celine. avevamo visto bene qualche anno fà, ti ricordi Michele ? etichette, tappi e capsule. Bottiglie pesanti, bordolesi, ma alla fine il prodotto che è vincente. Come dire che l’abito non fà il prete. Congratulazioni e buon bere !
    Maurizio

  4. Le sensazioni avute dal Chianti Classico 2006, giovanissimo, sono state eccellenti; il giorno dopo ancora meglio.
    Sono veramente contento per l’ amico Michele (e Celine che non conosco). Un azienda veramente valida, che merita.

  5. ma alle fate(guide)..ci credete..? IO NO!…Lo so,lo so che loro usano la ”bacchetta magica”e tutto potrebbe diventare bello(e buono)..Certo è che per fargliela alzare la bacchetta,ad alcune,..”ce ne vuole”…

  6. Ad Andrea Gori
    Mi sembra che in una degustazione coperta non sia andato oltre 85/100, un buon risultato che spingerà il bravo e giovane produttore a migliorarsi, ma che ancora non è arrivato nell’Olimpo degli Dei. Quindi direi che le Guide in questo caso hanno visto giusto.
    Ciao

  7. che ne penso? che le guide vanno prese cum grano salis, non dico che servono come catalogo di pagine gialle, ma insomma.. il vino va assaggiato ed ognuno poi ha maturato il suo gusto personale. è chiaro che, se mi recensiscono un vino con determinati riferimneti anche culturali (es. è un chianti alla montevertine) la mia attenzione viene più o meno solleticata a seconda che il mio gusto sia più o meno vicino a quello.

  8. E noi consumatori appassionati alle guide rinunciamo volentieri (anche perché per capirci qualcosa bisognerebbe acquistarne un tot.

  9. Mi permetto un breve intervento, dal momento in cui di questa azienda ( che seguiamo con attenzione da un paio di stagioni a questa parte,e parlo dell’Espresso) così come di Castellinuzza e Piuca ( altra cantina chiantigiana che produce vini “artisan sentimentali” quali quelli di Monteraponi)ne parlavamo giustappunto pochi giorni fa con Franco Traversi, accanito sostenitore di questi vini e di queste cantine. Intanto, per la precisione, il loro Chianti Classico 2006 ha 15/20 in Guida e non meno di 15/20; e pure il Riserva sta da quelle parti(15,5). I risultati sono quindi più che buoni, degni assolutamente di menzione. I vini sono nelle corde di chi ama il Chianti dagli accenti aulici e tradizionali, perdipiù -vivaddio – ad alta vocazione gaastronomica.
    Mi ripeto, la strada intrapresa è quella giusta e fa bene Franco (Ziliani stavolta) a segnalarne la validità. Da lì poi a dire che questi sono vini di valore assoluto (come parrebbe sottintendere chi giustamente si lamenta della loro assenza dalla quasi totalità delle Guide), quantomeno da queste prime uscite non ne sono così sicuro. Vorrei fortemente lo fossero ( la sensibilità interpretativa c’è e mi intriga molto)ma mi frenano alla meraviglia la sostanziale semplicità d’impianto e il fatto che la prova all’aria ( sistematicamente effettuata su tutti i Chianti Classico assaggiati quest’estate) non deponga a favor di “complessizzazioni” e longevità. Però sono sostanzialmente d’accordo con le suggestioni che Franco ha dedotto da quei bicchieri. Sono anche le mie. Non so poi se lui le tradurrebbe, forzandolo a dare un punteggio, in “vino dell’eccellenza”. Se così fosse, una ragione in più per seguire ‘sti vini con una attenzione ancora maggiore.
    Fernando Pardini

  10. Le guide sono come alcuni sommelier, tanto fumo e poco arrosto, condivido ciò che scrive Enrico, uno che probabilmente conosce molto bene Radda in Chianti.

  11. Monteraponi è nelle corde del suo territorio, che non produce vini morbidoni, ma vini che ben si sposano con la cucina e con la tavola.
    Quando l’azienda aveva i vigneti in affitto, io ho vinificato quelle uve e se adesso c’è una cosa da dire ad onore di Michele e dell’azienda, è che da allora è stato migliorato tantissimo il livello di qualità e di attenzione nelle vigne, tanto da far si che ne escano vini molto buoni e che fanno onore al Chianti Classico.
    La strada è quella giusta ed è in continuo miglioramento, nell’ambito di un prodotto legato al territorio che poi per forza di cose non deve sempre piacere alle guide o a chi le scrive.

  12. Probabilmente Enrico ha ragione nel sostenere che l’ondata “internazionale”, almeno nel consumo degli appassionati, batta un pò di fiacca. Non sono del tutto convinto però che questo disinteresse si traduca poi in un vantaggio per i vini con stili più “territoriali”. Specie se questa territorialità resta un concetto “fumoso” e relegato nell’immaginario letterario. La realtà di molti Chianti è tradotta in vini con ingresso al palato contraddistinti da acidità “croccanti”, frutto non proprio esplosivo e finali dominati da tannini sull’invadente per non dire aggressivo, e penso che questo stile non incontri il favore dei consumatori. Se gli “internazionali” battono la fiacca, certo i “rustici” non possono cantare vittoria. Territorio? Certo, ma a patto che l’identità sia riconoscibile. Io penso che oggi si contino sulle dita di una mano monca le aree italiane in grado di trasmettere tutto ciò in un bicchiere: Piemonte,Bolgheri, Collio, per le mie modeste conoscenze. Le sorpese che possono riservare molte degustazioni alla cieca, dimostrano quanto ci sia ancora da fare per fornire carte di identità alle aree vinicole italiane. E di grande aiuto alla comprensione sono le guide(che forniscono uno spaccato di letteratura italiana) ed i sommelier(che lavorano per “evangelizzare” i profani). Per dirla con un proverbio: se c’è fumo c’è anche arrosto. Saluti a tutti. p.s. Dove lo trovo questo Chianti in terra di romagna?

  13. Ciò che dice Fernando è vero, oltretutto lo ritengo uno dei più bravi degustatori e conoscitori del territorio Toscano, ma molto attento anche di altre regioni.
    Inoltre la sua onestà intellettuale e umulltà lo rendono ancora più grande.
    Monteraponi è una delle aziende che seguo veramente, se mi sono espresso con enfasi è perchè la seguo da tempo e ho capito le potenzialità di questa azienda, la loro filosofia e il loro attaccamento ai vitigni autoctoni, del resto personalmente il mio Chianti Classico ideale è composto da soli vitigni autoctoni, potrebbe essere questo un mio limite però.
    Ho condiderato che Michele Braganti ha iniziato a vinificare soltanto dal 2003 e i passi avanti fatti sono enormi, per questo mi aspetto in futuro vini ancora più interessanti, va considerato che i suoi sono Chianti Classico di “altura”, non saranno mai concentrati e corposi, ma il futuro credo che vada in questa direzione, vedesi Montevertine, se vi capita seguite un’altra azienda Raddese, Val delle Corti, ne sentiremo parlare a breve.

  14. Da raddese sono contento che riescano ad emergere vini identitari come quello di Michele. Del suo Chianti Classico mi piacciono moltissimo la freschezza e i profumi di viola che una volta tanto non sono coperti da frutti troppo arroganti e spezie invadenti.
    Ma visto che siamo quasi nel periodo giusto, segnalo anche un altro prodotto chiantigiano che i nostri vecchi consideravano importante come l’oro: l’olio extra vergine d’oliva del Chianti!!

  15. @ Giovanni Solaroli.
    a mio parere la sua valutazione per il gusto dei vini a Chianti Classico non è corretta o per lo meno capita.
    Il Chianti Classico nasce come alimento, non certo da bersi al bar o in compagnia, nasce quindi come un non-vino voluttuario: deve essere accompagnato da pietanze!. Solo in questa ottica, giudizi come il Suo devono essere letti come assolutamente personali

  16. Riccardo, mi fa piacere che ricordi il valore dell’olio, ma vorrei ti rendessi conto di quanto le aziende agrarie lo snobbano (basta vedere le condizioni di tanti uliveti) perchè lo credono prodotto marginale da ripagarsi con il vino.
    Io resto convinto che sia ancora una ricchezza per il territorio in cui viviamo.

  17. gentissimo Andrea ,se le aziende agricole snobbano la coltivazione dell’oliveto ,è perchè non da reddito(si parla di primi prezzi da 6-6,70 al Kg per IGP toscano-DOP chianti c.).Poi sicuramente dopo la ”corsa all’oro”(al vino),con l’avvento dei ”simil pioneri”,la pigrizia verso la coltivazione dell’olivo non è mancata;inoltre,qualcuno,l’olio FORSE preferisce ”farselo mandare”sui camioncini(FORSE gli stessi che girano per il vino quando ”c’è poco raccolto”)..

  18. @ chiantigiano
    Anche l’olio potrebbe essere un filone di conversazione interessante guardando l’abbandono dele coltivazioni che c’è in giro.
    Ma resta vero anche il fatto che ci sono aziende agrarie che non curano i propri ulivi e nonostante questo vogliono prenderne in affitto o comprarne altri, questo come si spiega?

  19. caro Andrea chiediamo gentilmente ”AL PADRONE DI CASA”di creare un post ”idoneo”all’olio visto che oramai siamo ”in raccolta”( non nel Salento, dove ho avuto notizia che gli agricoltori non vogliono raccogliere e i frantoi hanno idea di scioperare ) e FORSE,a quanto dici, c’è relazione nei ”comportamenti” tra i 2 prodotti olio e vino,un po’come la regola matematica :cambiando l’ordine.. il risultato… non cambia!

  20. Poiché non sono un grandissimo esperto – un forte e appassionato consumatore sì – chiedo all’amico Andrea Pagliantini o a chiantigiano di preparare un post di argomento (non troppo tecnico) olivicolo-oliandolo. Sarò ben lieto di ospitarlo qui e di aprire quella discussione cui accennate che penso sarebbe molto interessate. Si può essere “pane al pane e vino al vino” anche parlando di olio…

  21. Se parlando di vino c’e’ da accapigliarsi, parlando d’olio c’e’ da scannarsi. Intravedo guerre di religione, anatemi e scomuniche.
    Per una volta (visto che non si parla di territorio del Chianti) sono d’accordo con chiantigiano: lo scandalo e’ quello del prezzo che viene pagato per l’olio in zone come quelle d’alta collina (chiantigiana e non solo). Sei o sette euro il chilo sono un autentico insulto all’intelligenza. Ma se per questo in certe realta’ resterebbe ridicolo anche un prezzo doppio.
    Purtroppo sull’olio (cultura diffusa, percezione del suo valore, corretto apprezzamento dei suoi pregi e difetti) siamo ancora alla preistoria, piu’ o meno come se in campo vinicolo dovessimo ancora scoprire le proprieta’ dello zolfo bruciato nei contenitori.

  22. Caro Filippo ,io parlerei proprio di olio del nostro territorio(IGP,CHIANTI CLASSICO,COLLINE DI FIRENZE,TERRE DI SIENA[su quest’ultimo ”chiedo”l’intervento ”dell’ex”Francesco Bonfio])perche intravedo un’ottima rappresentatività del panorama olivicolo-oleicolo nazionale.Naturalmente puoi distinguere anche quello ”del CHIANTI STORICO”,ma attento ,sull’olio FORSE puoi perdere (solo ai punti).Inoltre ho un ”presentimento”.. il ”Terre di Siena” ..non è dalle parti di Montalcino?

  23. Chiantigiano, in che senso vedi “un’ottima rappresentativita’ del panorama eccetera nazionale”? Una cosa il nostro territorio (laddove per nostro mi pare tu intenda dire “toscano”) ce l’ha di sicuro in campo oliandolo: l’immagine di luogo oleicolo per eccellenza, anche perche’ il modo moderno di fare l’olio (addirittura di raccogliere le olive) ha avuto origine in Toscana e dalla Toscana si e’ poi diffuso in altre regioni, “grazie” (si fa per dire) agli sconvolgimenti prodotti dalla gelata dell’Ottantacinque. Eccezione doverosa per la Liguria per quel che riguarda la sostanza dei fatti, non per quel che riguarda la percezione del fenomeno.
    Come vado dicendo da un po’, non e’ che l’olio toscano d’alta collina costa caro perche’ e’ molto buono, ma al contrario e’ molto buono perche’ costa molto caro. Discorso da sviluppare, ovviamente. Purtroppo al momento la situazione e’ grigia perche’ il prezzo dell’olio viene fatto dai frantoi e degli oliveti ad alto costo di conduzione la sorte e’ triplice: o vengono di fatto abbandonati (se condotti da aziende che operano imprenditorialmente, ossia che contabilizzano correttamente i costi, perche’ costrette, cioe’ perche’ la forza lavoro la devono comprare), o ne esce l’olio che viene poi in gran parte “espropriato” dai frantoi (perche’ piccole realta’ che operano in modo “familiare” che NON contabilizzano correttamente il costo della loro forza lavoro, “non credono” al sistema delle DOP e vendono sotto costo l’olio prodotto) oppure ne esce olio adeguatamente certificato e venduto ad alto prezzo (e mi domando quanto incida questa quota sul totale).

  24. Gentilissimo Filippo per risponderti ..hai già risposto tu;siamo in un luogo(la Toscana)dove vi si” manipola”olio tante volte superiore alla nostra produzione da far fare gli ”straordinari”all’ICQ..(qualche mede fa un alto funzionario ICQ in una conferenza fece capire che è difficilissimo controllare tutto);la nostra regione puo benissimo fare da ”esempio”per l’olivicoltura e per tutto il comparto oleicolo nazionale,secondo me. Per le DOP,come sai, siamo abbastanza ”coperti’ da denominazioni di origini protette nella maggioranza del nostro territorio,anzi in tutto,poichè abbiamo la prima I G P dell’olio(e credo unica,perchè in Umria c’è la DOP Umbria), COMPRENDENTE TUTTO IL TERRITORIO REGIONALE..

  25. Ecco, chiantigiano, hai toccato il punto, per quel che riguarda le DOP (e l’unica IGP nazionale, ossia “Toscano”, e’ di fatto una DOP): sarebbe sufficiente che tutto il patrimonio olivicolo regionale fosse iscritto a un albo perche’ s’incanto sparisse la vastissima zona grigia (che attualmente esiste) di oliveti toscani ma non censiti. E’ tale zona grigia che legittima la presenza sul mercato di imprecisate e imprecisabili quantita’ di olio meramente extravergine (ossia non DOP e non IGP) che anche se non dichiara ufficialmente la propria toscanita’ (la legge lo vieta), tuttavia in qualche modo la lascia immaginare. Purtroppo non e’ dato sapere con certezza quando lo fa in modo truffaldino e quando in modo, sia pure scorretto formalmente, ma almeno veritiero sostanzialmente. Invece: censiamo tutti gli olivi, questo comporterebbe la definizione del carico di olio toscano ammissibile sul mercato, e l’immediato smascheramento della truffa che sta andando avanti ormai da chissa’ quanti anni (decenni!), quella dell’olio prima pugliese, poi greco e spagnolo, oggi chissa’ tunisino? palestinese? turco?… imbottigliato come toscano, di nome o di faccia (cipressino in etichetta docet).

  26. ..peccato scrivere tutte queste considerazioni in questo post

    ..occorre un nuovo titolo-post del tipo:
    CERCASI ”CARICO” DI OLIO (”TOS..”)
    oppure:
    TUTTO L’OLIO PASSA ”DA NOI”?
    (forse,è meglio che io ritorni alla raccolta delle olive)

  27. Buonasera a tutti.
    In attesa che i personaggi ai quali Franco Ziliani ha chiesto di produrre un post specifico sull’olio diano il là ad una discussione, propongo alcuni spunti per una riflessione.
    a) le tre DOP toscane (Chianti Classico, Lucca e Terre di Siena) sono o non sono tuttora l’unica possibilità di sopravvivenza e sperabilmente in un prossimo futuro di fonte di reddito per gli olivicoltori di ciascuna zona?
    b) il sistema delle DOP riesce a impedire o perlomeno a contenere grandemente le frodi?
    c) più assaggio oli di altre zone d’Italia e più mi piacciono quelli del Chianti Classico e del Terre di Siena. E se mi piacciono alcuni estranei a queste due DOP è perchè a questi assomigliano molto.
    d) Nonostante sporadici sforzi, il più delle volte posti in essere dai Consorzi di Tutela, il consumatore non ha la percezione che la DOP sia l’unica garanzia di origine del prodotto. D’altronde, se un produttore con un nome commercialmente importante ed indubitabilmente toscano o addirittura chiantigiano imbottiglia dell’olio extra vergine per forza di cose trae in inganno il consumatore che darà per scontato essere, quell’olio, assolutamente toscano.

    Così, tanto per cominciare a parlarne.
    A presto,
    Francesco Bonfio

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