Domanda: sono ancora “winery blog” se a scriverli è il ghost writer e non il vignaiolo?

Fossimo negli Stati Uniti il tema che sto per proporvi susciterebbe un vivace dibattito, innescato da wine blogs seguitissimi e di riferimento come Fermentation, Vinography (leggi qui), Wine Camp, DrVino, Good Grape solitamente molto attenti ai temi relativi all’etica del comunicare e alla natura del wine blogging.
Qui in Italia, dove “todo es possible” e insomma, teniamo tutti famiglia, quanto andrò a dire rischia invece di apparire strano o inopportuno. O forse non fregherà a nessuno o quasi.
Voglio parlarvi di wine blog, ma non tanto dei blog, come questo, animati da persone, addetti ai lavori come giornalisti o semplici appassionati, che intendono unicamente esprimere via Web le loro idee sul vino, bensì di quella particolare categoria di wine blog che sono i
winery blog, ovvero i blog creati e animati da aziende produttrici di vino che si servono della blogosfera per comunicare chi sono, cosa fanno, cosa accade nei loro vigneti e nelle loro cantine e le loro idee sul vino.
Evoluzione dei siti Internet aziendali, che sono utili, ma si configurano sempre più come vetrine statiche dove compaiono informazioni basilari che sono giocoforza sempre le stesse, i winery blog consentono alle aziende di testimoniare in tempo reale il work in progress, il complesso divenire di tutto quanto le riguarda, dalla vigna alla cantina ai diversi mercati, ai rapporti con i consumatori, gli importatori, i ristoratori e di esprimere la propria (posso dirlo?) “filosofia” del vino.
Negli Stati Uniti i blog delle aziende, i winery blog, stanno conoscendo un notevole sviluppo, dando vita anche a diverse modalità di comunicazione con gli appassionati e, parzialmente, ad un nuovo approccio al wine business.
In Italia i tentativi di sviluppare wine blog aziendali sono ancora poco numerosi, e timidi, e per un eccellente Poggio Argentiera blog del solito, citatissimo, Gianpaolo Paglia, o per un Francesco Zonin che tenta una personale via al wine blog con Wine is love, la maggior parte degli altri blog aziendali lasciano ancora a desiderare e o balbettano e non hanno ancora trovato una misura e uno stile, oppure non vengono aggiornati, come dovrebbero, da illo tempore.
Un elemento, in qualsiasi modo questi winery blog italiani (leggere a proposito questa riflessione sul tema) si configurino, che non viene assolutamente messo in discussione e sembra assodato, é il fatto che ad animare questi particolari blog debbano essere i diretti interessati, i vignaioli, i produttori, coloro che vivono quotidianamente i mille problemi e la croce e delizia che è il produrre e commercializzare vino.
Su questa evidenza non dovrebbe pioverci, ma qualcuno, con uno scatto da “falchetto”, ha capito e subito teorizzato che
l’innovazione di Internet va oltre le opportunità offerte dalla nuova comunicazione online: le nuove tecnologie interattive cambiano il modo di fare affari nel mondo del vino” e sta proponendo, anche mediante un blog facilmente rintracciabile in Rete, di cambiare le carte in tavola e di provare a sfruttare la situazione.
Avanti dunque con lo sviluppo e la diffusione dei wine blog aziendali, sostengono, ma questi winery blog non dovranno svilupparsi ed esprimersi solo con le proprie forze, con la voce dei diretti interessati, con la capacità del vignaiolo di passare dalla vigna ai rotovinificatori alla barrique e quindi al personal computer per raccontarsi sul blog con parole ed immagini, ma potranno tranquillamente affidarsi, per le loro “esternazioni” a forze esterne.
Nella fattispecie uffici di pubbliche relazioni, agenzie, società, magari animate da wine blogger e persino da giornalisti, create allo scopo preciso di “aiutare le aziende del vino a cogliere le opportunità offerte da Internet: commerciali, competitive, organizzative, comunicative”.
Società la cui dichiarata “missione” consiste dichiaratamente, così si legge sul sito Internet-blog di una delle più attive nel proporsi, nello “affiancare aziende della filiera del vino italiano  e accompagnarle lungo questa strada fatta di innovazione di processi e organizzazioni, dis-intermediazione delle vendite di vino grazie a nuovi canali diretti, fidelizzazione dei consumatori finali e dei turisti del vino, formazione professionale per costruire insieme le capacità per affrontare queste nuove opportunità”.
Dis-intermediazione” a parte, che ci piacerebbe capire in cosa consista e soprattutto cosa significhi, l’obiettivo è il più chiaro e meno pindarico possibile, proporsi, come ghost writers, per curare i testi di wine blog aziendali e redigere (ma per quanti sforzi si possano fare sempre in un’ottica da giornalisti e da comunicatori visto che donne e uomini del vino non si é proprio) quei winery blog che dovrebbero essere invece espressione naturale, spontanea, indipendente e fresca di chi di volta in volta racconta che ha potato, vendemmiato, avviato le fermentazioni, partecipato ad una degustazione, fatto un wine tour con il proprio importatore negli States o in Russia, sperimentato un nuovo trattore, litigato con il cantiniere o con l’enologo consulente, impiantato il nuovo vigneto, avvistato la fioritura o l’allegagione.
Nulla in contrario contro il lavoro, degnissimo e impegnativo, del ghost writing (io stesso in passato ho curato i testi per i siti Internet di alcuni amici produttori e l’ideazione e tutti i testi del sito www.barolodibarolo.com), ma penso che il wine blog, soprattutto se aziendale e quindi winery blog, non possa prevedere in alcun modo, se wine blog vuole restare e mantenere la sua autenticità e credibilità, interlocutori esterni che partecipino alla sua realizzazione o ne siano direttamente gli autori, anche se si limitano a tradurre in post le idee e le intuizioni del produttore di turno.
Legittimo, pertanto, che qualche professionista crei un proprio marchio e si presenti sull’affollatissimo mercato del vino, proponendo alle aziende di aiutarle, immagino non gratis et amore deo, a
cogliere le opportunità offerte da Internet: commerciali, competitive, organizzative, comunicative”.
Lo spirito del tempo, lo zeitgeist, fa circolare nell’aria (e quindi nel mondo del vino, della produzione e della comunicazione) fermenti di ogni tipo, anche quelli informatici e digitali, e quindi può umanamente nascere la tentazione di farsene in qualche modo contagiare e di coglierli.
Ma, mi chiedo e vi chiedo, si possono ancora chiamare e soprattutto considerare come winery blog e blog del vino aziendali, quando sono “dati in appalto” a professionalità esterne alle aziende, oppure non sarebbe più giusto definirli strumenti di comunicazione e di pubbliche relazioni che sfruttano sapientemente la velocità e la praticità del Web?
Una cosa è certa: “l’innovazione di Internet va oltre le opportunità offerte dalla nuova comunicazione online: le nuove tecnologie interattive cambiano il modo di fare affari nel mondo del vino”…Ma che questo modo di fare rientri ancora nello spirito del wine blogging e dell’informazione libera e indipendente a mio avviso è tutto da dimostrare…

0 pensieri su “Domanda: sono ancora “winery blog” se a scriverli è il ghost writer e non il vignaiolo?

  1. Sono d’accordo con lei, disarticolare i due soggetti non ha senso, se il fine è quello di comunicare al cliente/consumatore le proprie idee. Affidare in outsourcing la gestione in rete del proprio marketing è tipico di chi non ha tempo, voglia o idee per gestirlo. L’esempio da lei citato è assai anomalo nel panorama italiano perchè GianPaolo Paglia, che saluto, è un giovane curioso che sa gestire i rapporti nella rete ed ha voglia di farlo. Ma questo modo di fare tutto italiano (“lo fa il mio vicino allora lo faccio anch’io”; “se lo ha fatto xxx che vende tanto in yyy, allora vuol dire che funziona”) è figlio di una scarsa cultura di base e di una più scarsa cultura informatica.
    Il risultato lo si è visto negli ultimi 6/7 anni con il proliferare di pessimi websites aziendali e di bottiglie per spumante tutte uguali (Bellavista docet). Girando per i padiglioni del Vinitaly si notano molti stand di “cosiddette” agenzie di comunicazione: quella che promette o propone il “gadget” più accattivante sarà, stia tranquillo, quella che l’anno dopo si accaparrerà più contratti. Peccato che nessuna di queste sia in grado di misurare i risultati, che non si misurano solo con il contatore delle visite e/o i report.
    E non dimentichiamoci dei guru alla moda (Luca, Gelasio, etc.)….
    Purtroppo in Italia non c’è ancora nessuna azienda vinicola che possa permettersi di comunicare così: http://www.domperignon.com/karllagerfeld/domperignon/main.php?s_language=it

  2. Franco, sei tremendo… Vuoi togliere la pagnotta a tutta quella serie di fighetti radicalchic, la gauche au caviar come li chiamava mia zia buonanima, a quelle signorine attempate e rifatte che si presentano come “marketing qualcosa”, a tutti coloro che parlano di cose delle quali non sanno nulla… Dai, non è serio! Dopo, quelli come noi che si fanno il culo da 20 e passa anni per stare dietro a un settore, che sia vino, prodotti tipici o altro, avranno vita troppo facile!!!

  3. Credo che il consumatore, oggi, voglia saperne di più, e quel ‘di più’ un’agenzia di pubblicità o di pr non è in grado di darglielo; perché non è ‘sul campo’, in questo caso, alla lettera.
    D’altra parte, contrariamente a quello che molti pensano, comunicare non è alla portata di tutti. E non intendo la comunicazione professionale, parlo proprio dell’istinto a farsi capire, a ‘far sentire’ ciò che si tenta di dire.
    Anche per ciò che riguarda i blog, molti (troppi) pensano che sia sufficiente saper smanettare, ma non sanno che ogni parola scritta deve uscire con l’intento di significare qualcosa: non solo per chi la scrive, ma soprattutto per chi la leggerà.
    In questa sensibilità, opportunamente strutturata da mestiere e professionalità, sta la capacità di ‘colpire’ con il wine-blog, riuscendo a dare informazioni e nel contempo a emozionare, a far vivere il vino nel suo farsi, attraverso stagioni, intemperie, storie e avventure.
    Non è da tutti, fatalmente. Per tacere dell’importanza della conoscenza della lingua (l’italiano), che ben usata e con efficacia, nelle sue meravigliose sfumature, è già un prodotto tipico ed è capace di legare un cliente al vino di cui sta cantando la canzone. L’italiano: il primo prodotto da bloggare. Mah!? Ebbene sì, forse sono andata fuori tema, o non eravamo sul blog della Dante Alighieri?.

  4. Beh, anche questa volta mi trovo d’accordo con Franco Ziliani.
    E’ ormai il secondo anno che faccio il mio blog di Caparsa, e dalla vigna e dalla cantina passo poi in rete. L’esigenza è nata dal fatto che ritengo di avere delle idee, le quali con questo mezzo, riesco ad esternizzare.
    Non è un fatto di marketing, a volte litigo anche con la mia compagna per il tempo che dedico, ma è un fatto di libertà. Siccome la libertà è partecipazione, il mio blog vuol essere solo questo. In fondo non voglio vendere il mio vino per avere, possedere sempre di più, ma soprattutto scrivo per la soddisfazione del mio lavoro, per cui non faccio alcuna pubblicità nè proposte commerciali, e scrivo quello che sono io. Solo idee.
    Quando poi centra il business, a mio avviso, tutto si rovina. L’originalità e la spontaneità è quello che in fondo si cerca tutti in rete…
    a proposito il mio indirizzo blog di Caparsa è:
    http://caparsa00it.blog.dada.net/

  5. Concordo con Giorgia sull’italiano. Merce rara ultimamente…
    Vorrei però sottoporvi una riflessione: per uno come Cianferoni (giovane, abile, uno che ha voglia di fare e di mettersi in discussione) ci sono tanti produttori che non ne hanno né il tempo, né la voglia, né le capacità. E qua intervengono quelli come noi, che della comunicazione hanno fatto un mestiere. Mi sento spesso ripetere dalle persone alle quali gestisco l’immagine: “Dopo 12 ore in vigna (o azienda, o laboratorio), ho la contabilità da controllare, fax di clienti e fornitori e magari la moglie da portare a fare la spesa, quindi internet passa in secondo piano”. Ora, sta a noi, alla nostra correttezza professionale, seguire il cliente, informarsi, calarsi nella sua realtà, senza inventare troppo nè fare voli pindarici, per giustificare l’assegno che arriva a fine mese. E ancora una volta ribatto sull’annoso problema della deontologia dei comunicatori.
    Ma forse sono uscita fuori tema, in compagnia di Dante…

  6. Gentile e simpatica (per quello che può trasparire da un blog…) Laura Rangoni, approfitto degli interventi precedenti per aggiungere solo una mia piccola riflessione: pur trovandomi maggiormente in sintonia con il pensiero di Giorgia, le sue considerazioni credo si fondino su riscontri della realtà di molte piccole e medie aziende. E’ giusto quindi considerare che non tutti abbiano “né il tempo, né la voglia, né le capacità” per gestire e seguire uno strumento informatico come un winery blog.
    Bene, ma ciò non costituisce un obbligo per nessuno…
    Intendo dire che, se non si ha sufficiente tempo o voglia o capacità per questo, perchè allora delegare a terze persone la comunicazione dei propri progetti, delle sensazioni e delle emozioni che il lavoro e la conduzione della propria azienda possono regalare, ma soprattutto la possibilità di condividere qualunque pensiero direttamente con ciascun interlocutore, senza che nessun “filtro” provveda a levigare e lucidare le parole.
    Altrimenti, c’è sempre il vecchio, ma forse ancora valido, sito web dell’azienda: quello sì, che deve essere affidato alla competenza e professionalità giusta.
    Purtroppo, al suo sacrosanto richiamo alla deontologia dei comunicatori possiamo aggiungerci quello della deontologia dei vignaioli e dei controllori (Consorzi, ecc.)

  7. Pingback: Blog Blog aziendale Wine Blog Vino | The Marketer 2.0

  8. Oppure no, ci rassegniamo alla comunicazione professionale.

    Il blog aziendale tenuto da contoterzisti ha un suo senso. Non ha molto a che fare con il blog tenuto in prima persona dal viticoltore, ma ricorda, in buona sostanza, le newsletter cartacee che l’industria enologica stampa per comunicare con la clientela. Si ammanta del modernismo e dell’up-to-date del termine blog, e cosi’ realizza il disegno un po’ buffo del committente (“hey, ‘sta cosa dei blog e’ una figata, facciamolo anche noi”). Questa versione digitale di una comunicazione cellophanata, imbalsamata, brochurale, e’ quanto di piu’ distante dalla comunicazione spontanea, bidirezionale sul genere Gianpaolo Paglia (tanto per abusare dell’esempio, Gianpaolo sopportera’). A questo punto, come al solito, la differenza la fa il lettore; posto che ogni opinione in materia e’ lecita, io mi sono fatto un’idea abbastanza precisa di questi comici tentativi di appropriarsi di un linguaggio, senza avere ben chiare le dinamiche di utilizzo; non ho mai sottoscritto alcun feed di questi blog, siccome alla prima riga gia’ sbadiglio. E’ possibile, tuttavia, che a qualcuno piaccia cosi’: li capisco, ma non mi adeguo.

    Semmai mi sentirei di rilevare qualche altro problema connesso con questa onda montante (oddio, onda.. per ora son spruzzi) relativa ai blog “istituzionali”. Al di la’ della mai troppo esecrata insipienza, credo di vedere un deprimente tentativo di normalizzare il dialogo, proprio quando s’avanza un atteggiamento anarcoide, tipicamente internettiano-dal-basso, di chiacchiera in totale liberta’: il blog istituzionale evoca quasi l’esigenza di contenere l’eccesso di anarcochiacchiera – del resto cosi’ spesso paventata da molta parte della comunicazione “storica” riferita al nostro ambito vinoso, ovverossia i famigerati giornalisti (“ormai qui su internet scrivono tutti, e’ il caos”).
    E’ appena il caso di far notare che io sono favorevole al tellurico caos distruttore – il fatto che poi tutto cio’ si possa esprimere nel blog di un giornalista, lascia ben sperare.

  9. Buongiorno a tutti,
    Per rispondere alla domanda posta dal Sig. Ziliani,
    Sì, un winery blog anche scritto da ‘terze mani’ rimane sempre e comunque un winery blog, ovvero un blog di un’azienda che produce vino.
    I blog sono semplicemente uno “strumento del marketing e della comunicazione”, per alcuni aspetti nuovo, per altri un po’ meno; sono un ulteriore mezzo a disposizione, e come tale va gestito e utilizzato solo per gli scopi che si è prefisso.
    Un blog è un posto dove raccontare, informare, ma anche un pubblico spazio dove si ritrovano le persone: la vera innovazione dei blog è proprio questo mettere al centro le persone.
    Al di là della tecnologia, dei termini tecnici e delle mode, il punto è proprio che un blog per un’azienda significa dar voce alle proprie persone; non solo la persona ‘azienda’ ma anche e soprattutto la voce alle persone ‘resto del mondo’: potenziali clienti/acquirenti, giornalisti, operatori, influencer; un blog significa andare oltre il “muro” del brand e valorizzare il capitale umano nella propria strategia di marketing. Cosa che un tradizionale web site non può fare per sua natura, per quanto possa esser ben fatto.
    Al Sig. Boldrini, che si domanda perché un produttore dovrebbe delegare la comunicazione dei suoi progetti a terze persone, rispondo solo che non basta avere fatto un buon prodotto per chiudere il capitolo; bisogna anche poi venderlo, e per venderlo bisogna promuoverlo, comunicarlo. Ancor meglio se comunicato bene, in modo efficace ed efficiente.
    Tutti noi, nell’arco della giornata, deleghiamo ad altri alcune attività, per la mancanza di tempo, di predisposizione, di attitudine; questo toglie validità e veridicità? Io non credo.
    Anche un gosth writer, alla fine, diventa un mezzo,cosiccome il vignaiolo diventa imprenditore.
    Scrivere ‘per altri’ non significa inventare, distorcere, o simili; significa mettere nero su bianco, i pensieri, le idee, i progetti, di altri.

  10. Pingback: Winery blog e ghost writer | Le pubbliche relazioni del vino

  11. io dico solo questo: molti produttori di vino pensano di non saper comunicare e quindi si astengono da farlo su un luogo come un blog. Loro pensano che debbano inventarsi chissa’ quale stile comunicativo o chissa quale diavoleria tecnologica da dover digerire. Tutto sbagliato. Tutti, o quasi tutti, sanno comunicare, specialmente coloro che fanno, come i produttori di vino. Lo fanno in continuazione; al Vinitaly, alla degustazione con il distributore, durante la visita in cantina. Ci sono certi che per farli parlare gli devi dare 1 euro e per farli smettere gliene devi dare due.
    Allora? Che si mettano a scrivere in modo naturale, come gli viene, e senza “pensare” di dover comunicare, ma semplicemente discutere. Esattamente come fanno gia’ da sempre.

  12. A mio parere in internet la vendita di vino non funziona. Il vino non è un numero, o un prodotto fisso come una macchina fotografica e le vendite di vino in internet, secondo quanto mi risulta dalle statistiche è veramente basso. Detto questo, i wine blog fatti dallo stesso vignaiolo o mediati da altre persone, non hanno una funzione di vendita. Il wine blog può solo divulgare la filosofia di produzione o gli intenti dell’azienda e non è un mezzo per vendere di più. Per questo motivo il filtraggio di persone esterne per la loro costruzione non è efficace. Commercialmente forse è meglio investire in un sito aziendale, magari seguito costantemente e un pò meno statico di tanti siti che rimangono lì in rete uguale per molti mesi o anni. Inoltre il sito aziendale può essere un buon punto d’appoggio per chi cerca informazioni.

  13. Interessanti osservazioni, specie quelle di Fiorenzo e Gianpaolo. Riflettendoci, io sarei per dei chiari “distinguo” tra la comunicazione creata dal p.r. e quella del vignaiolo ma le terrei per buone entrambe, se onestamente gestite.
    Come dice Fiorenzo, alla fine è il lettore che sceglie e può anche darsi che scelga la qualità di un contenuto interessante e scritto bene, in un sito, e poi si diletti a leggere blog grammaticamente non eccellenti ma ugualmente stimolanti, in un altro. Basta che chi scrive sia cristallino circa la sua persona ed il suo ruolo. Non necessariamente saper scrivere vuol dire perdere la spontaneità.
    Concordo con l’osservazione di Laura Rangoni circa i tanti “comunicatori” che pur lavorando per le Cantine, non vanno oltre la conoscenza del colore del vino di cui parlano. Non si finisce mai di imparare, in enogastronomia. Ma almeno cominciassero a farlo…

    saluti maremmani.

  14. Scrivo in qualità di esperto SEO (mi conoscerai in quanto collaboratore di Laura Rangoni) aprendo una piccola parentesi tecnica: da quando i blog sono stati “privilegiati” dai motori di ricerca in quanto molto frequentemente aggiornati, hanno perso il significato originario di “diario” e sono a tutti gli effetti un canale commerciale per ottenere visite (leggi clienti). Per cui non c’è da stupirsi se qualche “addetto” commissiona ad un esperto “markettaro” il “ghost writing”, fa parte del pacchetto di comunicazione.
    E’ una guerra continua fra zio Google che introduce nuove regole e chi cerca di raggirarle. Prevedo che in poco tempo i blog verranno declassati, o meglio ridimensionati, per importanza come una sorta di ritorno alla “old economy” (ma potrei anche sbagliarmi).
    Buona giornata
    Luca

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