Aziende storiche toscane: quanto fastidio per i disciplinari!

Celebri marchi del Chianti e di Montalcino dicono (con franchezza) come la pensano

Non sono solito citare quello che pubblica il frequentato (anche da molte aziende con i loro bei banner pubblicitari in bella mostra) noto sito Internet con sede a Montalcino, ma questa volta non posso non linkare e segnalare alla vostra attenzione un significativo articolo pubblicato ieri (leggete qui), dove viene riferito il punto di vista di alcuni membri “dell’Unione Imprese Storiche Toscane (Uist), l’associazione chiamata a certificare e tramandare i valori più profondi della tradizione imprenditoriale, coniugandoli con una propensione produttiva aperta al futuro, quindi anche allo spirito (e ai sacrifici) dell’innovazione, sia essa strutturale o tecnologica”.
Articolo, pubblicato a solo una decina di giorni di distanza dal voto dell’assemblea dei soci del Consorzio del Brunello di Montalcino, che con consenso bulgaro hanno deciso, non senza qualche ipocrisia, di non cambiare i disciplinari di produzione e di continuare a lavorare solo con il Sangiovese, dove alcune notissime aziende, che in questi anni si sono fatte alfieri dell’innovazione e della necessità di cambiare le regole  dicono chiaramente come la pensano e rivelano il loro dichiarato fastidio per gli attuali disciplinari dei più noti vini Docg toscani che impedirebbero loro di dispiegare tutta la loro creatività, di stare al passo con i mercati, di fare vini figli del loro tempo. E mala temora currunt, verrebbe subito da commentare…
Cosa hanno detto, con ammirevole (ho definito così anche la chiarezza di Ezio Rivella, che ha sparato a zero contro il voto del 27 ottobre) franchezza questi storici produttori toscani? Ecco, scelte fior da fiore, le loro dichiarazioni.
Per Francesco Ricasoli, ovvero Castello di Brolio, “il passato è una grande forza, ma perché la Toscana continui a primeggiare nei mercati del Mondo è necessario innovarsi per guadagnare sempre maggiori posizioni. L’innovazione riguarda la qualità del prodotto, la distribuzione, e la sua comunicazione. Per i vini, i tempi sono più lunghi rispetto ad altri settori, ed è opportuno lavorare con infinita pazienza, ma è altrettanto importante stare al passo con il cliente e comprenderne i gusti”.
Per Lapo Mazzei, presidente della Marchesi Mazzei e della Fondazione per la Tutela del Territorio del Chianti Classico Onlus, “i disciplinari devono esistere, non possiamo farne a meno ma devono essere appropriati all’evoluzione del mercato. Spetta ai produttori e non ai politici la loro regolamentazione. Solo con una partecipazione attiva degli stessi produzioni, e non con la pigrizia statale, potranno esistere disciplinari validi, adattati con elasticità al territorio, agli obiettivi, alle richieste sempre più specifiche del mercato”.
Ciononostante Mazzei “condivide l’idea che proprio l’identità aziendale con il terroir sia la chiave del successo futuro dei vini toscani” e sostiene che “il rispetto del territorio è un punto fondamentale per la salvaguardia della nostra storia, si tratta di una questione essenziale, che dovrà sempre rimanere cara a noi produttori. Non dobbiamo lasciarci suggestionare da quanto accade all’estero. Quando si beve un vino è necessario che si riesca a comprendere subito da dove viene e dove è stato prodotto”.
Ragionamento giusto, ma che non mi sembra perfettamente conseguente con il chiedere contemporaneamente “disciplinari validi, adattati con elasticità al territorio, agli obiettivi, alle richieste sempre più specifiche del mercato”.
Chiarissimo anche il punto di vista di Ferdinando Frescobaldi,  della Marchesi Frescobaldi, secondo il quale “i disciplinari di produzione dei vari vini a denominazione di origine devono esistere perché sono a tutela sia del territorio che del consumatore finale. Ogni agricoltore rappresenta l’interprete e il custode del suo territorio, e deve saperlo rispettare e valorizzare.
Però i disciplinari di produzione nati negli ultimi 50 anni non devono essere una camicia di forza, né inamovibili né intoccabili. Devono essere aperti all’innovazione tecnologica pur rispettosi del territorio e delle tradizioni. Teniamo conto che i vini toscani prodotti da secoli erano ben diversi da quelli che produciamo ora. La qualità attuale è molto superiore”.
E’ alla luce di prese di posizione chiarissime, per quello che significano e per quanto esprimono, come queste, opera di produttori che in terra toscana hanno decisamente un peso e che denotano un non nascosto desiderio di disciplinari molto “aperti” e non solo elastici, che consentano agli imprenditori di dispiegare tutta la loro creatività e fantasia (come se non disponessero di Igt e Super Tuscan vari con cui sbizzarrirsi e fare quello che vogliono…), che pensando al voto “bulgaro”, al 96% dei produttori di Montalcino che hanno decretato “il Sangiovese in purezza non si tocca” non posso non dubitare dell’atteggiamento di tanti. Che nel segreto dell’urna, quando era chiaro che le modifiche del disciplinare non sarebbero passate, hanno votato in un modo, salendo oggettivamente (e con un certo “pelo sullo stomaco”) sul carro dei vincitori, ma che in cuor loro, e magari nella pratica di vigneto e di cantina, quel Sangiovese in purezza non lo possono digerire e potendo se lo toglierebbero al più presto di torno.
Intanto, e lo dico en passant ripromettendomi di ritornarci sopra, forse non tutto è deciso, perché il prossimo 14 novembre si terrà una nuova assemblea dei soci del Consorzio del Brunello, convocata in ottemperanza alla richiesta dei 149 produttori firmatari della lettera a difesa del Sangiovese in purezza di convocarne una per deliberare l’inviolabilità dell’art. 2 dello statuto (obbligo del 100% di Sangiovese).
La domanda è: come si voterà, a scrutinio segreto, com’è accaduto il 27 ottobre, o a scrutinio palese?
Si confermerà la stessa maggioranza schiacciante, oppure ci sarà un cambiamento di rotta?
E se questa maggioranza non ci fosse e non venisse deliberata “l’inviolabilità dell’art. 2 dello statuto (obbligo del 100% di Sangiovese)”, cosa succederà, si potrà arrivare addirittura a rovesciare con una nuova deliberazione gli esiti della prima assemblea?
Interrogativi inquietanti, che abbinati ai chiari pronunciamenti di fastidio per gli attuali disciplinari delle storiche aziende sopra indicate (una delle quali produttrice anche di Brunello e finita sotto inchiesta) non lasciano tranquilli, facendo capire che forse una battaglia è stata vinta, ma la guerra del Brunello, (sotterranea e guerreggiata) è ancora in corso…

0 pensieri su “Aziende storiche toscane: quanto fastidio per i disciplinari!

  1. Credo che finché a parlare sono gli industriali del vino, quelli che fanno i numeri e incidono maggiormente sul mercato internazionale, non ci possiamo stupire di certe posizioni. Quando si ha a che fare con centinaia di migliaia di bottiglie qualunque disciplinare può apparire troppo condizionante per tenere i ritmi di un mercato sempre in movimento. Sono i piccoli, quella miriade di modesti produttori (modesti solo nelle quantità di vino) che hanno interessi diversi, che dipendono in minor misura dall’andazzo e dai capricci del mercato, che dovrebbero, magari uniti che fa un numero ben diverso, dire la loro, puntare i piedi se occorre, e comunque farsi sentire con forza.
    I media, però, non dànno lo stesso spazio a tutti. Banfi potrà sempre dire la sua, ha i mezzi per farsi valere, gli altri, da soli, no. Ecco allora che questa querelle infinita, nata in gran parte proprio a causa dei comportamenti dei più potenti, non troverà mai una fine, se non nella rinuncia e nell’adattamento ai loro dictat (perché tali sono, anche se sembra apparentemente tutto molto democratico).

  2. Franco, ma vogliamo scherzare? Scegliamo come fior fiore delle aziende toscane marchi come Castello di Brolio (ossia un qualcosa di venduto agli americani e ripreso grazie a una cordata finanziaria), Mazzei (ossia il cordatista di cui sopra), Frescobaldi (ossia i partner toscani dei Mondavi)? Sarebbero questi gli alfieri della toscanita’? Gli strenui defensores fidei? I caposaldi della tradizione?

  3. non credo che siano meno toscani perchè fanno un po’ di business nel mercato americano, che sotto certi aspetti è più “terrior-driven” di quello italiano…
    hanno ragione che la toscana vanta di una storia lunga ed unica molto attraente e convincente nel mercato odierno che indirizza sempre di più in questa direzione
    però, come ha scritto Roberto Giuliani, parlano come industriali del vino
    quest’anno ho visto le vendemmiatrici “lavorare” nel chianti addiritura sotto la pioggia (si chiama “viticoltura di precisione” http://www.volentieripellenc.com/ – interessante che loro fanno publicità sul sito del winenews, e citano anche sul loro web-page un reportage dalla stessa winenews)
    non credo che sia molto rispettoso del territorio, e se questo avvicina ai gusti del mercato, dico solo: no grazie!
    poi dell’uso difuso della biotecnologia in cantina (sequenza logica dopo una viticoltura industriale), che cambia moltissimo i profumi ed i gusti del territorio eliminando preziose sfumature, non si parla quasi mai
    saluti

  4. Sono reduce dalla assai deprimente due-giorni di Anteprima Novello a Verona.

    Il quadro che traspare, sotto-sotto, è purtroppo quello citato da Roberto Giuliani.

    I grossi – non grandi – ne hanno le palle piene dei disciplinari e dei controlli…

    Se potessero spianerebbero tutto e tutti…è un dato di fatto che si tocca con mano in tutta la gerarchia aziendale ed a tutti i livelli anche quelli che pensano il contrario sono vessati e costretti ed ingoiare i rospi…

    In questo frangente un pò di sano dirigismo “istituzionale” non guasterebbe…

    Ci sarà pure un giudice a Berlino?

    Gianni “Morgan” Usai

  5. posso dirlo? tanto anche il nostro presidente del consiglio (x gli acquisti) parla così: mi hanno rotto le p…e quest MEGAPRODUTTORI!!! Hanno tutte le possibilità che vogliono di fare e brigare, nelle loro vigne e nelle loro cantine, possono mescolare la bonarda con il negramaro e ritorno, ci sono IGT e supertuscan a sfare, MA CHE … caspita VOGLIONO DI PIU’? E’ così difficile fare entrare in queste blasonate teste il semplice concetto che il marchio Brunello o Chianti è un bene collettivo? vadano alle elezioni, se riescono a modificare i disciplinari ben per loro, altrimenti facciano come ha fatto Gaja, si facciano i loro supertuscan e la smettano di rompere i coglioni! Per formazione e lavoro conosco e vivo ogni giorno nella mentalità industriale, per alcuni versi la capisco, e fare 5 milioni di bottiglie non è come farne 50 mila, capisco che piccolo è bello ma che alla fine il nanismo imprenditoriale è limitante, ma insomma, che palle con ‘sti disciplinari! E usciteci, fate una bella mossa coraggiosa e toglietevi una volta per tutte dalle spire dei “lacci e lacciuoli”(che vi siate dati voi, tra l’altro!) e lanciatevi nelle grandi praterie del mercato. Volete il BIB? fatelo, volete i trucioli? fatelo, volete solo merlot cabernet, fatelo, fatelo fatelo, ma fatelo senza appropriarvi di qualcosa che non è vostro! so che per gli onnipotenti è un po’ diffiicle accettare che qualcosa non sia di proprietà o possa divenirlo, ma è così…almeno sinora ciao

  6. Come sempre la riflessione, la questione, è tra due mondi distinti: mondo industriale e mondo artigianale. Comunque per molti versi i primi fanno comodo ai secondi e viceversa e quindi, in fondo, la demonizzazione delle differenze non è corretta.
    Occorrerebbe che il consumatore possa scegliere tra i due modelli e stili; per farlo bisogna informare i consumatori con correttezza; fare in modo che la comunicazione sia equa; questo blog ad esempio è una testimonianza di come è possibile. Ma anche le singole persone appassionate di vino, nelle loro cene conviviali, tra gli amici, ecc. possono comunicare sempre le differenze.

  7. Ricordiamocelo che esistono tutte e due le entità produttive in Italia (industriale e artigianale ) e quindi cerchiamo tutti di farle convivere in pace ed offrire ad entrambi le necessarie possibilità .
    Poi ad ognuno le proprie scelte gustative !!
    Saluti a tutti i blogger !

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