Farinetti, ma su Borgogno perché non batti un colpo?

Conquistato dall’attacco del prologo, intitolato “Quando tutto inizia”, mi sono gettato a capofitto nella lettura de Il mercante di utopie, biografia dedicata dalla giornalista Anna Sartorio al baffo più in nell’universo dell’italica enogastronomia, ovvero a Oscar Farinetti, inventore di Eataly, partita dal Lingotto a Torino è già estesa “manu golosa” a Milano, Bologna e Tokyo, il food store più chic e soprattutto politically correct esistente in Italia. Come sempre accade, di fronte a tomi di queste dimensioni, ben 273 pagine consacrate, come un monumento cartaceo, come una celebrazione libraria ad un uomo che è ancora, se Dio e Bacco vogliono, vivo e vegeto e impegnato contemporaneamente in chissà quante avventure dell’imprenditoria, la lettura non procede solo nel senso più regolare, partendo dalla pagina numero uno sino ad arrivare all’ultima, ma mentre sto leggendo secondo l’ordine voluto dall’autore non posso impedirmi di spilluzzicare le parti che più mi intrigano. Ovviamente quelle dove non è solo l’epos farinettiano, ovvero vita, miracoli e successi del teorico dell’ottimismo inteso come “profumo della vita”, a dominare, ma dove si parla del tema principale argomento di questo blog, il vino.
Mi sono quindi portato a pagina 234 e mi sono divorato le due pagine e mezzo (forse in verità la questione meritava di essere approfondita) del capitolo “la via del vino” dove ci viene raccontato come un uomo che “dichiara sempre “Non capisco niente di vino. Non so berlo e non so venderlo” (ma forse erano un vezzo e una captatio benevolentiae che lo spingeva a dire questo..), sia potuto diventare il proprietario (o co-proprietario) di una serie cospicua di aziende e di marchi ultimo dei quali è nientemeno che il colosso di Serralunga d’Alba (con appendici senesi) Fontanafredda.
Grande azienda dove, notizia recentissima, é in arrivo, voluto proprio da Farinetti, il più grande cuoco di Langa, Cesare Giaccone, alias Cesare di Albaretto Torre, che curerà il ristorante interno nei locali storici della storica azienda di Serralunga d’Alba.
Leggendo, ho ripensato all’inizio del mio rapporto con Farinetti, che avvenne, dopo una serie di articoli e commenti dedicati ad Eataly ancora prima che la visitassi (nel febbraio 2008) quando un sabato pomeriggio, era il primo dicembre, Oscar pensò bene di intervenire con un commento pubblicato su questo blog alla notizia, da me data per primo (anche se qualche “piciu” poi pensò “bene” una settimana dopo di fare il suo “scoop”..), del suo acquisto del mitico marchio Borgogno di Barolo.
Tra le altre cose Farinetti scriveva “credo di capire che condividiamo l’amore e l’ammirazione per il barolo realizzato con metodo classico e per le aziende che con basso profilo realizzano alti prodotti. Credo che potremo confrontarci su questo de visu, magari in cantina davanti a una bottiglia di 30 o 40 anni, visto che in Borgogno hanno avuto l’intelligenza e la lungimiranza di metterne da parte un buon numero”.
Qualche mese dopo Oscar decise, ancora su questo blog, di annunciare la sua posizione, anzi la sua visione, la sua idea della “mission” della Borgogno, scrivendomi via sms e autorizzandomi a pubblicarlo qui, che ”
Borgogno non ha bisogno di nessun cambiamento in cantina. Quanto a Rivetti nessun ruolo interno. Ci darà una mano sulle vendite export. Ecco il piano industriale di Borgogno. Azienda agricola: nessun cambiamento; cantina e vinificazione: nessun cambiamento; Catalogo: eliminazione dei vini non prodotti internamente; uscita Barolo: base a 5 anni, classico e Liste a 10 anni; annate storiche: contingentate con programma annuale; distribuzione Italia: classica; distribuzione estero: rete distributori seguiti dalla Spinetta. Borgogno continuerà per sempre a produrre secondo metodo classico”.
Dopo quel segnale chiaro e per me molto rassicurante e quella enunciazione del programma da seguire per la più prestigiosa delle aziende che erano entrate nella sua orbita Oscar, nonostante nel nostro incontro a Eataly, culminato in un pranzo dove erano presenti “pomi d’oro” da 25 euro al chilo, squisitezze varie preparate da Guido per Eataly e naturalmente una grande bottiglia di Barolo di Borgogno, mi avesse esposto una serie di idee e intendimenti su quello che avrebbe voluto fare, nel corso del 2008, con il gioiello che aveva acquistato dalla famiglia Boschis, io di Borgogno, da Farinetti e dal suo entourage non ho più sentito parlare. E non ho avuto più alcuna notizia di quelle iniziative (anche clamorose) che Oscar mi aveva presentato e annunciato.
Certo, sul sito Internet aziendale, che potete visitare qui, la comunicazione si è fatta un po’ più vivace e meno “polverosa” e ancien régime, con l’annuncio che “il Barolo classico Borgogno esce solo dopo dieci anni” e un box con l’indicazione del numero di bottiglie, annata storica dopo annata storica, dal 1961 al 1998, in vendita nel 2008.
Ma a parte questo e lo sfondone, che grida vendetta al cospetto di Bacco, consistente nell’utilizzo del termine “Baroli”, che non esiste, perché il Barolo al plurale rimane ancora Barolo, nella pagina relativa ai vini aziendali nonché nell’annuncio “vi invitiamo a degustare i nostri Baroli classici” (Barolo Oscar, si dice solo Barolo e lascia che a sproloquiare di “Baroli” siano solo gli incompetenti che non amano, come te e me questo vino supremo!) sia sul sito Internet (un po’ da aggiornare nella parte relativa ai giudizi delle guide, ferma a diversi anni addietro), sia mediante iniziative che la riguardano, della Borgogno non si è sentito parlare come ci si sarebbe aspettato con l’arrivo dell’immaginifico, iperattivo, ottimista, travolgente Oscar.
L’azienda, con i suoi vini classici che hanno bisogno di tempo, pazienza e calma per emergere, con i suoi ritmi compassati molto “Vecchio Piemonte”, con il suo stile tradizionale esemplificato dallo slogan “Borgogno dal 1761. Il nostro alleato è il tempo” nel comunicare la propria immagine non si è ancora data quella rispolverata, quella lucidata, quell’iniezione di nuove energie che in molti, a Barolo innanzitutto, in tutto l’universo della Langa e nel mondo, erano certi si sarebbe data dopo l’arrivo di Oscar sul ponte di comando.
Certo, inutile aspettarsi che alla Borgogno, azienda tradizionale quant’altre poche, ribaltassero le sedie, cambiassero tutto, si mettessero a fare comunicazione in stile moderno, aggressivo, ma qualche cosa che servisse (oltre al meticoloso e silenzioso lavoro in vigna ed in cantina, fondamentale base di partenza per ogni azienda che si rispetti ) ad accendere i riflettori su questo marchio storico (che negli ultimi anni della gestione pre-farinettiana era entrato nel cono d’ombra e non faceva nulla per dare segnali della propria esistenza), a catturare l’interesse degli appassionati e della stampa, perbacco, era lecito aspettarselo da un personaggio vulcanico e della tempra di Farinetti.
Che dire dunque all’indaffaratissimo imprenditore, impegnato come autentico “mercante di utopie” a diffondere il modello Eataly nel mondo e a consolidare la sua presenza-influenza nel mondo del food & wine?
Una cosa semplicissima. Ovvero che se non si è innamorato troppo dell’idea forte “a Fontanafredda ritornano i piemontesi” e della consapevolezza di essere uno dei protagonisti di questa vera e propria “reconquista”, come sembra di capire leggendo le due ultime pagine del libro di Anna Sartorio, dove si aggira ammirato e felice nella cantina storica di Fontanafredda, nella “Cattedrale”, conquistato dalla sacralità e dalla maestà del “luogo” dicendo tra sé e sé che “se tutto va bene, ho davanti a me venti vendemmie per imparare a fare il vino come occorre sia fatto. Quello buono, quello della nostra terra”, sarebbe il caso che al più presto sulla Borgogno Oscar battesse un colpo.
Che si facesse sentire insomma e che anche mediante i progetti che mi aveva presentato (e che chissà perché sono rimasti in stand by) della Borgogno, della sua Borgogno, grazie alla sua precisa e caparbia volontà di tornare a farla diventare protagonista, si torni al più presto a parlare.
Perché a Barolo, e nel mondo del Barolo di una Borgogno protagonista hanno tutti bisogno e tutti si augurano che diventi presto tale. E darsi da fare perché lo diventi presto, soprattutto quando “l’ottimismo è il profumo della vita”, non può essere un’utopia vero Oscar?    

0 pensieri su “Farinetti, ma su Borgogno perché non batti un colpo?

  1. letto questo post Farinetti mi ha così risposto (ovviamente autorizzandomi a pubblicare qui le sue parole): “grazie dell’ottimo e stimolante intervento. E’ vero, hai ragione nessun passo innovativo per ora per Borgogno. L’azienda va molto bene, i vini sono buoni, con i Boschis l’intesa é perfetta. Le vendite sono in crescita, ma senza esagerare. Ora il primo obiettivo é rifare la facciata della cantina, riportandola alla semplicità degli inizi del Novecento e reimpostare un po’ l’interno per favorire le visite, le degustazioni e la didattica. L’inizio dei lavori é per questo fine mese, con termine previsto per l’estate 2009. Al Vinitaly Borgogno si presenterà con il nuovo vigore e con le nuove idee che auspichi, ma sempre con gli stessi vini prodotti, sia in vigna che in cantina, nello stesso modo e dalle stesse persone. C’é un po’ di ritardo, hai ragione, ma é direttamente proporzionale alle difficoltà”

  2. Pingback: 1967 Barolo and an important book « Do Bianchi

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