Gaja annuncia lo stato di crisi anche per il vino

Che Monsù Angelo Gaja, il re del Langhe Nebbiolo (e uno dei protagonisti del Barbaresco) non si accontenti più, da anni, di produrre (nelle Langhe, a Montalcino e in Maremma) vini dall’inconfondibile stile “gajesco”, e di proporli, commercializzarli, promuoverli, in giro per il mondo, con una consumata arte non solo di abile commerciante, ma di one man show (come ha dimostrato ad esempio a fine gennaio a Londra, leggete qui e anche qui) è sotto gli occhi di tutti.
Ma ormai diffusa e regolare è anche l’abitudine di Gaja di intervenire dicendo la sua, in articoli e commenti inviati a giornali e siti Internet, dedicati ai temi di attualità del mondo del vino.
Interventi sempre lucidi, che contribuiscono indubbiamente a portare nel dibattito importanti, talora discutibili, ma mai banali elementi di riflessione. L’ultimo intervento del celebre produttore langhetto, che segue quello, che ha fatto molto discutere, dove veniva proposto un adeguamento del disciplinare del Brunello (a Gaja piace molto proporre modifiche di disciplinare, ma raramente le sue proposte sortiscono esito positivo…), tocca un tema spinoso e centrale: la crisi finanziaria economica attuale quali riflessi avrà sul vino?
Gaja si chiede quali effetti potrà avere l’attuale crisi in termini di consumi di vino sul mercato interno e suggerisce di puntare ancora di più, soprattutto per i vini di alta qualità e prezzo, per i premium wines, sulle esportazioni, dichiarando che “
soltanto la valvola dell’esportazione che può salvare il vino italiano”.
Osservazioni molto interessanti e meritevoli di una discussione, che potete leggere, con il titolo “Crisi in arrivo anche per il vino”, qui, nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S.
Ovviamente le vostre opinioni in merito, reazioni e commenti a quanto Gaja sostiene e propone sono ovviamente graditi e attesi…

0 pensieri su “Gaja annuncia lo stato di crisi anche per il vino

  1. A mio parere, il vino va bevuto. Nel senso che il prezzo finale non può risentire del “peso” del marketing superiore al peso del costo del vino. Il consumatore deve poter avere accesso anche a vini blasonati. Ma quando una bottiglia costa oltre 50, 100 o più euro quello non è più vino. E’ un prodotto da ostentare, non da bere.
    Io stesso produttore di vino Chianti Classico non mi sono mai permesso di bere i vini (eccellenti sicuramente) di Gaja, per i loro alti costi.
    Il mio invito è quello di moderare i costi del marketing, magari investendo in qualità ambientale nella vigna e in cantina, e magari anche “esaurire” il vino a causa dei prezzi più contenuti.
    Questa crisi, e la crisi sul vino, si fonda su qualità fittizie, su filiere lunghe, su approfittatori che si sono moltiplicati, che vanno dalla produzione al giornalista…
    non tutti i mali vengon per nuocere, e secondo me la crisi fa bene per chi ha esagerato, per chi non si accontenta, per chi è megalomane, e per chi alla fine sceglie il vino sullo scaffale.
    Ci sono e ci saranno sempre vini buoni anche a prezzi più normali. E’ finita un’epoca. E’ finito il tempo degli investimenti finanziari. Comincia la selezione.

  2. Si c’est la crise économique qui doit dicter le style des vins DOCG, alors, je crains le pire.
    Moi, je croyais que les DOCG devaient préserver le terroir, les usages séculaires, les traditions et l’authenticité.
    Ou bien ai-je mal lu? Est-ce plutôt “Défense de mon Or en temps de Crise Géopolitique?”

  3. mon cher ami Hervé, je suis absolument d’accord avec ce que tu dit. Mais Monsieur Gaja nous a bien habitué a bien soigner ses interets..
    Nous continuons à penser que “les DOCG devaient préserver le terroir, les usages séculaires, les traditions et l’authenticité”, mais je crains que nous sommes un peu les derniers des Mohicans…

  4. L’understatement non abita ai piani alti del vino e, probabilmente, nemmeno in altri palazzi. Una bottiglia di Monsieur Gaja non costa certo più di un maglioncino misto-lana o di paio di scarpe fatte, magari, da bambini del sud-est asiatico. Lungi da me difendere chi vende a prezzi stratosferici, apparentemente ingiusificati, ma il mercato altro non è che lo specchio fedele delle dinamiche sociali. Nel bene e nel male. Anchio cerco in primis vini “corretti” nel prezzo. Ma non posso escludere, ad esempio, dovessi vincere una lotteria, di voler assaggiare un Petrus o un Romanèè Conti. Forse ho perso per strada la mia purezza.

  5. Il telefono scotta. Si ha un grande affanno. Agenti, Rappresentanti e Distributori a caccia dell’appuntamento per risolvere l’annoso problema del “fine anno” o magari per fissare un appuntamento di programmazione; APPUNTAMENTI DI PROGRAMMAZIONE! Io mi chiedo, cosa ci sarà da programmare? Tutti parlano di crisi ma nessuno la vuole analizzare, fino in fondo, ci si domanda come ci siamo ridotti ma nessuno o quasi si sente responsabile di questo disastro. Si pensa di risolvere tutto con il coup de teathre, molto interessanti (a tratti esilaranti,ndr) alcune discussioni sulle iniziative che hanno intrapreso alcune aziende, Promozioni a go go su certi prodotti, lanci eclatanti su alcuni altri, sconti pazzeschi su alcuni vini (anche premium wines); Il mito dello sconto del 20% in merce sembra scaduto, superato. Adesso qualcuno timidino si lancia sul 10 a 3 (10 cartoni+tre omaggio), altri proprio di larghe maniche, sfacciati, azzardano un 10+4, qualcuno addirittura un 20+10 e nemmeno prodotto su prodotto. Alcuni vini, un tempo “assolutamente premium e quindi fuori scala sconti” sono improvvisamente stati “svestiti” dall’alone di prestigio e anch’essi relegati in saldi di fine stagione in sfregio alle passate “guerriglie” tra ristoratore/enotecario e rappresentante sull’annoso problema delle “assegnazioni” (come odio questo termine, ndr) a conclamare un evidente stato confusionale nel quale naviga qualche Agente Generale (o Capo Area) per far quadrare i conti di questo terzo trimestre da presentare al ‘Masto (il titolare o l’A.D. dell’azienda). La situazione è seria? sì e lo è già da tempo ma qualcuno sembra accorgersene solo ora; chi ci guadagnerà? beh, se le cose si riprendono, un pò tutti, penso, di certo qualcuno ci perderà, c’è già chi ha perso la faccia, chi rischia l’azienda. Avanti tutta, sono iniziati i saldi di fine stagione.

  6. ma a chi la vogliono dare a bere? crisi nel settore enologico?

    le esportazioni non sono mai state così numerose, soprattutto verso i nuovi mercati asiatici e mediorientali anche nel secondo semestre 2008)(grazie alla visibilità delle olimpiadi e delle cordate di “italianità”).

    secondo me ne risentono probabilmente i grandi marchi, mentre i piccoli produttori (tu citavi Camossi qualche post fa) SONO sempre più ricercati, soprattutto se oltre all’immagine vi è un contenuto.

    complimenti per i vini di cui parli ultimamente, sia San Cristoforo, ma soprattutto Colline della Stella e Camossi sono dei vini che dovrebbero avere maggiore visibilità in questo panorama della Franciacorta, sono prodotti che meritano veramente!
    miracoli italiani….

    buon lavoro, buona serata
    Davide

  7. C’è un esubero di tutto, siamo addirittura al rigurgito di innumerevoli quantità di vini, negli anni prodotti pompando numeri a prescindere da una valutazione concreta e seria della reale profondità del mercato, senza strategia verso il futuro. Si è cercata la massa, possibilmente poco addestrata, facile da ammansire o con le suggestioni della comunicazione modaiola o col prezzo. Etica per lo più assente. Poche figure di spessore, sia imprenditoriale che umano. Certo che alcune sono gigantesce, ma non bastano a salvarci da una deriva che è veramente sistemica, profonda, montante.
    Per salvarsi, oltre a tagliare la produzione in modo quantomeno coerente con la natura dei territori (magari evitiamo le viti lungo le autostrade.. o nei boschi o fratte campestri neppure buone per le patate..); occorrerebbe far sì che i produttori facessero solo quello e non anche i bottegai, lasciando ai professionisti il compito di vendere; bisognerebbe che gli addetti di ristoranti, bar, enoteche, ecc. fossero COMPETENTI, non solo commercianti e spesso neanche bravi. Bisogna scegliere i prodotti, tagliare fuori dalle carte certi vini di vecchia fama se non se lo meritano realmente ogni volta; più responsabilità nel rapportarsi con i fornitori, pretendendo e meritando rispetto. Ma il discorso è senza una risposta definitiva, anzi. Si affollano le domande. Ma la bolla del vino come mito speculativo si è sgonfiata, è un dato di fatto. Non solo perchè non ci sono denari in giro ( a meno dei soliti ricchi), ma perchè siamo diventati poveri di idee, siamo lottatori stanchi. Io non mollo neanche a morire, ma che fatica onorare il mio ruolo in questo contesto in cui veramente è chiara la percezione che più di qualcuno sta perdendo la testa. Quanto a cercare e collaborare con produttori seri anche sconosciuti, beh, è la regola del mio lavoro.

  8. La crisi c’è e mi stupisce che il nostro la stia preconizzando dopo che è esplosa da almeno un paio d’anni. Forse il suo punto di vista “privilegiato” gli fa scontare un certo ritardo. E’ successa una cosa incredibile, non c’è riordino perchè le bottiglie da 250 euro sono ancora nelle cantine dei ristoratori o peggio nei magazzini degli importatori.
    Da produttore, che per quanto piccolo, esporta in una quindicina di paesi del mondo vi do qualche dato.
    I paesi scandinavi, Svezia in testa, esempio di civiltà enologica fino a quattro cinque anni fa sono diventati i maggiori consumatori di vino bag-in-box del mondo (vi dice nulla a proposito di una recente innovazione normativa?) Gli Stati Uniti scontano dal 2001 ad oggi una serie impressionante di tragedie, dall’11 settembre alla recente crisi economica per passare attraverso il dollaro debole. In Gran Bretagna dall’inizio del 2008 la ristorazione perde clienti alla media del 20% al mese e sono aumentati i volumi di vendita nelle catene ma è diminuito il valore.
    La Germania ha letteralmente dimezzato le importazioni di vino francese ed italiano flessione notevole anche in Giappone. Cina e Russia che sembravano le nuove frontiere insieme all’India, stentano a decollare. Il mercato interno vede promozioni ben oltre quelle indicate, ci sono aziende che se compri un pallett (50 cartoni) te ne regalano un’altro. Se avete qualche lira, andate su ebay e potrete portarvi a casa bottiglie di Chateaux d’Yquem per 40 euro.Gaja è arrivato tardi perchè ai piani alti la crisi arriva sempre tardi.

  9. Concordo con lei Patrizia, in questo momento la tendenza è indubbiamente la ricerca di vini sinceri e corretti, con un’anima ed un buon rapporto qualità e prezzo al consumo. Importatori e buyers cercano le alternative, ma hanno bisogno spesso di suggerimenti di professionisti. Altrettanto i privati.
    Chi ancora è abbastanza statico e poco lungimirante è il ristoratore (salvo pochi eletti) che non dimostra grande interesse a capire la situazione e tantomeno ha la capacità di suggerire o proporre novità e diminuire i ricarichi eccessivi.
    La crisi c’è e forse sarà anche positiva per farci tornare alla realtà.

  10. Ho l’impressione che Gaja sia un pò “fuori tiro” quando parla del vino nelle piazze: forse (forse) non serve più ad accrescere la domanda, ma resto convinto che sia servito a ciò, fino a ieri.

    Sul fatto poi del vino “preso in ostaggio” per promuovere li turismo non sono affatto d’accordo, e la posizione di Gaja mi sorprende: è sufficiente fare una sbirciatina in Chianti negli ultimi 15 anni…

    Ok sulla formazione di esperti per il mercato estero.

    Ma perchè un produttore del suo spessore e del carisma non lo mette nelle orecchie di chi conta?

  11. Tutto vero. Ognuno vede, o non vede, la crisi a modo suo. A seconda che si sia consumatore, ristoratore, agente di commercio, grossista o produttore, la coperta si tende a tirarla dalla propria parte. Dei 3+1 o promozioni varie, quanto ricade sul consumatore finale? Osservo spesso persone che, dopo aver consultato la carta dei vini, ricorrono ai sali di nitrato. Ma di tutti questa scontistica, quanta effettivamente ricade sul prezzo al tavolo del ristorante? A mio parere molto poca. Mi pare di vedere che le fondamenta su cui si regge il consumo INTERNO cominciano a scricchiolare. Insomma il malato c’è e quando si propongono troppe cure, vuol dire che nessuna funziona. A mio parere servirebbe aumentare la propensione all’ottimismo nelle persone. Se avessero più soldi in tasca…

  12. Il mercato nazionale non tira, allora rivolgiamoci ai mercati esteri.
    Certo che monsù Angelo è proprio un gran scopritore di acqua calda!
    Ecco alcuni prezzi, visti ieri, della “nota“ enoteca (non è socio Vinarius) in centro a Torino:

    Solaia 2002- 250€
    Barbaresco Gaja 2004- 150€
    Barolo Bussia Prunotto 2003- 100€
    Pergole torte 2004- 80€
    Gaja&Rey (Langhe bianco) 2006- 60€

    Lascio a voi fare i commenti…

  13. Se il concetto è quello di sensibilizzare non capisco perchè si sia scagliato contro l’associazione ” Le città del Vino “.

    Saranno anche dei velleitari, con un forte accento di partitocrazia ma intanto qualche cosa la fanno.

    In piazza.

    Non nelle riunioni nella situation room il 19 gennaio 2009…

    Gianni “Morgan” Usai

  14. Dopo i vari politici incompetenti che parlano di economia abbiamo proprio bisogno di un produttore di vino che parla di economia applicata???
    Direi di no…

    1) una iniziativa politica che orienti i finanziamenti pubblici in favore di progetti atti a creare i presupposti per costruire domanda sui mercati esteri
    Si comincia con il tipico sistema assistenzialistico del sistema produttivo italiano…ottimo!!!

    2) E’ opinione comune che la crisi finanziaria avrà effetti negativi sull’economia creando disoccupazione, carenza di liquidità e calo dei consumi, il che significa che in Italia si berrà ancor meno vino

    di che vino parla questo? del suo? gli effetti sostitutivi in economia sono molto difficili da calcolare. Magari è possibile che si sostituisca il suo prodotto hycon con un premium, ma è solo una possibilità. Bisogna vedere gli effetti di income e di appunto sostituzione.

    3) Una pletora di voci invoca da sempre in Italia misure atte ad arginare il calo inarrestabile del consumo di vino, ma gran parte delle iniziative intraprese sono inefficaci.

    Ma di cosa parla? della quantità o del valore del vino venduto? la prima è in caduta ma la seconda è cresciuta tantissimo negli ultimi 30 anni, adesso è in una fase di stasi, ma ci sta in un mercato che raggiunge la maturità

    4) Trascinare il vino sistematicamente nelle strade e nelle piazze, come ha insegnato a fare l’associazione Città del Vino in occasione di festeggiamenti, fiere ed eventi per promuoverne il consumo, più che una banalità è uno scempio che alimenta la diseducazione: il vino è bevanda alcolica, non è accettabile che si insegni a berlo per strada.

    Direi che questa è l’asinata più grossa di tutte. La rivoluzione del vino di qualità è proprio quello che toglie al vino la funzione psicotropa per dargliene una edonistica. Altrimenti il rapporto prezzo/alcol sarebbe troppo basso per il vino per competere con il rum per esempio.
    Inoltre i suoi vini hycon è ovvio che devono avere una forma promozionale diversa da quelli più basic che vanno in piazza. Voi mica avete visto il Masseto in piazza? Io mai!!!

    5) Quelli che operano per la promozione del territorio hanno preso in ostaggio il vino sfruttandolo in tutti i modi nella speranza di incrementare il richiamo turistico, senza benefici apprezzabili per il consumo. Viene così sperperato oltre il 50% del denaro pubblico destinato in Italia alla promozione del vino: occorre recuperarlo ed indirizzarlo ad azioni mirate direttamente sui mercati esteri. La promozione del vino in Italia va profondamente ripensata.

    Qui il signor Gaja è ovviamente preoccupato di non poter ulteriormente aumentare i prezzi del suo listino, cresciuto del 30% negli ultimi due anni. Ora, o la sua qualità è cresciuta del 30% o i suoi costi di produzione. Improbabili entrambe…

    Passo all’ultima anche se ci sarebbe ancora molto da commentare:

    Gran parte delle sovvenzioni per la promozione del vino italiano va trasferita dal mercato interno ai mercati esteri; la distribuzione dei fondi comunitari alle regioni così come è stata avviata quest’anno non va affatto in questa direzione. Si auspica una iniziativa politica che orienti i finanziamenti pubblici in favore di progetti atti a creare i presupposti per costruire domanda sui mercati esteri.

    IO direi che invece una parte di questi finanziamenti per pagare al signor Gaja un paio di corsi in Macroeconomia da qualche bel professorone, che so Lucas o Samuelson, magari mi risparmia queste boiate la prossima volta!!!

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