Le luci ed il lato oscuro della Rufina: sommesse (ma non troppo) riflessioni

Confesso che ancora sgomento per la scomparsa di Gianni Brunelli non ho molta voglia (mi tornerà presto, visto che la scrittura è la mia vita e il mio destino) di scrivere, per cui preferisco affidare ad una serie di immagini un sintetico racconto sui due giorni e mezzo trascorsi nella bellissima Rufina, la più settentrionale delle zone del Chianti, quella che quando vuole sa esprimere vini di un’eleganza, di un nitore, di una ricchezza di sapore e di una freschezza che spesso il più blasonato e celebrato Chianti Classico si sogna. Sono state giornate comunque molto belle e degne di essere vissute, in un territorio che amo istintivamente e che vorrei conoscere meglio e spero di poter tornare a visitare presto.
Belle persone, vini in svariati casi veri e profumati di Sangiovese, espressioni di un territorio unico, incontri che hanno rafforzato la mia passione per questa zona, che ha, come tanti, luci ed ombre, ma dove le ombre rischiano di essere minacciose e di avere diversi volti. Splendida la degustazione verticale, giovedì mattina, di vecchie annate 1981 – 1979 – 1971 – 1967, del portentoso Chianti Rufina riserva di Selvapiana, l’azienda simbolo della denominazione, quella che grazie ad una persona straordinaria come il marchese Francesco Giuntini Antinori, che seppe tenere salda la barra negli anni difficili di questa zona, mostrò, e mostra ancora la via da seguire.
Vini meravigliosi, emozionanti, pieni di vita e di energia, come pure altri “vecchietti”, il 1985 riserva ancora di Selvapiana, il 1990 di Villa Bossi Marchesi Gondi, il 1983 di Travignoli (azienda che ho visitato, con buone sensazioni, giovedì pomeriggio), il 1981 di Poggio Reale Marchesi Spalletti, protagonisti di una degustazione di vini degli anni Ottanta e Novanta che il Consorzio del Chianti Rufina ci ha proposto venerdì pomeriggio nella splendida cornice di Villa La Massa, un posto da sogno dove per dirla con Baudelaire “tout n’est qu’ordre et beauté, Luxe, calme et volupté”.
Bellissima, suggestiva, per la bellezza del posto, la verità e la qualità indiscutibile dei vini, la simpatia umana dei protagonisti, anche la visita, nella parte più alta e più settentrionale della Rufina, dove questa zona dà idealmente il cambio al Mugello, alla piccola, ma agguerrita azienda agricola Frascole di Enrico Lippi e di sua moglie, un’enclave dove si producono Chianti Rufina esemplari (assaggiare, per credere, il giovanissimo 2007, il riserva 2006, il 2005, per tacere del 2004, ora godibilissimo) ed un Vin Santo tra i migliori in assoluto che vengano oggi prodotti in tutta la Toscana.
Vin Santo che nasce con una tecnica di appassimento meticolosa e antica, con i grappoli di uve bianche messi ad asciugare, non stesi sui graticci, ma appesi (vedi foto) in uno speciale locale di appassimento isolato dove sono l’aria, il gioco delle correnti, il vento, a regolare il gioco.
Sabato mattina è stata poi la volta, a Rufina, alla Villa di Poggio Reale, di degustare le nuove annate, il 2007 ed il 2006 riserva e allora, ne parlerò con più calma e dettagliatamente, l’entusiasmo per questo territorio, per questi vini, è un po’ scemato, perché per quanto in commercio ci siano vini veri, vini che potrebbero reggere nel tempo come le grandi annate che abbiamo gustato e ci hanno fatto sognare, vini più moderni come concezione, ma sempre profumati di Sangiovese e di Rufina, dell’etichetta di Rufina si avvalgono invece vini che di dimostrare che questo è “il più alto dei Chianti, the highest of the Chiantis” non se ne curano in alcun modo e in questo territorio di alta collina e di “montagna” ripropongono stilemi alla Bolgheri.
Vini massicci, super concentrati, confetture e marmellate venate di legno, privi di finezza, di eleganza, di appeal, volgari e sfacciati, vini non solo dagli stranissimi colori fittissimi (vedere foto che rappresenta due di questi “campioni”) impenetrabili, ma dagli aromi merlot-cabernetteggianti, dal gusto privo di quella freschezza, di quello slancio, di quel nerbo, di quel corredo tannico ben sostenuto, di quel frutto succoso, ma croccante, che caratterizza i migliori Rufina.
E questa evidenza, questi vini paradossali, noiosi, stanchi déja vu di un’enologia che vorrebbe essere à la page, ma che ormai è vecchia, polverosa, superata, mi fa pensare che oggi il territorio della Rufina, questa terra di colline, vigneti e boschi, non è minacciata solo dal progettato mega inceneritore (pardon termovalorizzatore) che dovrebbe sostituire quello già esistente, con tanto di vista su vocalissimi vigneti, ma da una malintesa, confusa idea del vino, da ansie da prestazione e superfruttosità di stampo maroniano, ma un’ormai scoperta volontà di normalizzare, di annullare le differenze, di rendere il Chianti Rufina un vino toscano come tanti altri, prodotti dalla Maremma a Montalcino al Chianti Classico ad altre aree minori dai soliti noti.
Quelli che in nome dell’antico blasone, della potenza del marchio, dei robusti interessi in ballo, vorrebbero totalmente mano libera e si ti permetti di criticarli, di smascherare i loro disegni, ti dicono (mi è successo) che le mie critiche sono “superficiali” e non tengono conto che occorre salvaguardare gli interessi dei loro molti dipendenti e che occorre essere “realisti”. Loro, con i loro vinoni paradossali e senza nobiltà, sono il vero pericolo, il lato “oscuro” di questa Rufina tutta (o quasi) da amare…

0 pensieri su “Le luci ed il lato oscuro della Rufina: sommesse (ma non troppo) riflessioni

  1. ..”povero” chianti rufina(quello normalizzato)..”serbatoio dei potenti”,da cui possono ”attingere..per darcelo a bere”..

  2. ….e si…..
    questi produttori che spingono a produrre cabernet,merlot e cosi via………..
    stanno uccidendo l’enologia italiana,speriamo che quei veri vignaioli che esistono ancora,continuino a farci bere ed assaporare quei vini che quando li bevi ti appassionano e ti toccano nel profondo del cuore e ti fanno sentire orgoglioso di dire: questo e’ un vino italiano”

  3. Caro Walter..chissa cosa dicono ”in-certe ”commissioni assaggio davanti ”al normalizzato”…:..oppure..”servo vostro,padron mio”..

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