Quanti equivoci nel nome del Superiore!

Quanti equivoci si fanno oggi nel mondo del vino nel nome di una presunta (o piuttosto malintesa) qualità più importante dovuta alla presenza, in etichetta, della dizione “superiore” oppure “riserva”! Superiori nel prezzo molto spesso, nelle smodate ambizioni dei produttori, nella dichiarata volontà di épater les guides et les dégustateurs professionali, di ricorrere ad effetti speciali, ad enfatizzazioni e procedimenti parodistici per arrivare a “stupire”, ma decisamente inferiori, deludenti, lacunosi, privi di armonia, di equilibrio, di appeal, dal punto di vista della piacevolezza.
Vini che per farsi bere ti devono proprio costringere e te li devono cacciare giù anche se non vorresti…
Di questo equivoco del “superiore” parlo in questo commento, intitolato “Dicono sia Superiore ma finisce troppo spesso.. in Riserva!” pubblicato (leggetelo qui) nello spazio delle news del sito Internet dell’A.I.S. A proposito: e voi, cosa ne pensate?  

0 pensieri su “Quanti equivoci nel nome del Superiore!

  1. La mia opinione, caro Franco, è che, in generale, da troppo tempo, nel vino e nell’agroalimentare, si faccia e si dia un valore d’uso commerciale ai marchi tecnici: superiore, riserva, doc, dop, igt, igp sono diventati “bollini” utilizzati come mezzi di propaganda per reclamizzare la “bontà” del prodotto piuttosto che contrassegni destinati a garantire gli specifici contenuti e le garanzia qualitative offerte dallo stesso. Da qui l’abuso e la perdita di valore qualificante dello strumento.
    Ma vallo a spiegare alla massa dei consumatori. E’ una battaglia ormai perduta.
    Ciao,

    Stefano

  2. La battaglia l’hanno perduta tutti, a cominciare dai consumatori. Non so se la tua domanda alluda a qualcuno o qualche categoria. Quel che so è che fin dalla fine degli anni ’80 il termine “doc” (e a seguire quelli doc, dop, igp etc, di cui all’epoca si faceva un gran parlare) è assurto a sinonimo di “prodotto di qualità superiore” e non di prodotto di origine controllata in senso tecnico. Da qui l’equivoco fondamentale che oggi inficia l’uso e l’efficacia di questi bollini.
    Saluti,

    Stefano

  3. Basta vedere qui nel veronese col Bardolino e il Soave, che hanno messo a DOCG le versioni Superiore: Il Bardolino Superiore nella maggior parte dei casi significa barricature che si sentano e MerlotCabernet nell’uvaggio, Il Soave Superiore ormai le cantine serie nemmeno lo chiamano più così, proponendo a semplice DOC Soave anche i vini che da disciplinare rientrerebbero nella DOCG Soave Superiore.
    E lo stesso anche nel Lugana, Il Superiore ormai esiste solo sulla carta.
    Max Pigiamino Perbellini

  4. Pienamente d’accordo con l’articolo del sciùr Franco e concordo anche con Stefano: le denominazioni volute ed usate male dai produttori e commentate peggio dai giornalisti hanno “affabulato” il consumatore, deviandolo dal loro contenuto tecnico. Tanto è vero che moltissime DOC nei vini e DOP nei formaggi non servono a nulla. Per esempio la DOC Colline novaresi cosa aggiunge ad un magnifico territorio che già vanta le DOC Spanna e Boca e le DOCG Ghemme e Gattinara? Oppure quanti consumatori sanno distinguere, senza assaggiarlo, il Raschera, DOC nel 1982 e DOP nel 1996, fatto col latte di pianura da quello col latte di alpeggio?

  5. Molto vero ciò che dice Paolo circa i formaggi. Talora le doc per i vini come le dop per altri prodotti servono semplicemente a conquistare fette di mercato e confondere i consumatori, ma finiscono per essere nefaste nel disciplinare per la salvaguardia del prodotto così come dovrebbe essere. Il raschera è oramai del tutto disgiunto dal nome del pascolo in cui solo lo si produceva in origine e ormai imperversa nei supermercati senza avere sentore alcuno di erbe di montagna, cosa di cui invece il latte crudo in alpeggio dovrebbe sapere. Per restare in Piemonte, altre diatribe riguardano la robiola di Roccaverano da quando il disciplinare consente un’altissima percentuale di latte vaccino e una presenza ormai quasi del tutto scomparsa di latte di capra. Non solo superiore e riserva, allora, come tende a precisare anche Stefano Tesi, ma anche le stesse doc e docg (o dop per restare ai formaggi) continuano a creare equivoci e il fatto è che non si sa quanto lo facciano involontariamente…

  6. Tranquilli ragazzi, dal prossimo anno la U.E. ci risolverà il problema delle sigle. Una bella sfoltita e via..Sarà una bella sfida per divulgatori ed evangelizzatori, quella di entare sempre più nei contenuti che nei simboli. Spiace solo per la grande maggioranza dei consumatori, quelli con pochi soldi in tasca. Costoro dovranno essere convinti a spendere meno in ciò che si indossa e di più in ciò che si introita. Una gran bella gara. Saluti a tutti.

  7. ..a me personalmente,il SIG. ZILIANI,sembrava che volesse dire,che con il voler fare,di certi vini il”superiore o riserva” si cambia la natura di certi vini,che in realta si esprimono meglio al “naturale”,senza tante modifiche o invecchiamenti o “alterazioni” alcoliche,cioe’ godiamoci i vini ed apprezioamoli come devono essere,senza grandi strafalcioni nell’inseguire quello che non possono essere…………..

  8. E’ il problema piu’ volte accennato della commistione fra garanzia delle ORIGINI territoriali di un prodotto e quella di una non meglio specificata (e spesso non specificabile) TIPICITA’. Gia’ questa e’ un’aberrazione. Aggiungere in piu’ anche la garanzia di QUALITA’ finisce per confondere irrimediabilmente il quadro. Quindi dovendo tutelare tre siffatti valori, per non far torto a nessuno si finisce per non tutelarne neppure uno e si ha, tanto per fare solo un esempio ma emblematico, un vino denominato “Chianti” prodotto secondo criteri in cui la tipicita’ e’ assolutamente assente, la qualita’ e’ quella del comitato d’assaggio e l’origine territoriale e’ situabile a un centinaio di chilometri (a vol d’uccello) dalla zona che ha sempre avuto questo nome. Alla salute.

  9. Sono d’accordo con lei Franco nell’affermare che le dizioni “Superiore” e “Riserva” spesso contraddistinguono delle versioni caricaturali di vini dove i produttori sono “costretti” ad inventarsi qualcosa di quantitativamente superiore alle loro versioni basi finendo appunto per tradire il fatto che sotto sotto, come giustamente fa notare Stefano Tesi, le denominazioni di origine non sono prodotti di origine controllata nel senso stretto della parola , ma sono di fatto dei marchi commerciali in concessione ai detentori delle proprietà fondiarie. D’altra parte è ampiamente dimostrabile che i disciplinari di produzione garantiscono solo ed esclusivamente un sufficiente livello merceologico atto a soddisfare le aspettative mercantili dei consumatori alla faccia della vera corrispondenza di territorio e di annata, ed in un contesto simile è ovvio che le versioni “Superiore o Riserva”possono solo garantire, nella maggior parte dei casi appunto, una risposta quantitativa ai parametri di base.Saluti.

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