Ancora sulla F.I.V.I. : la parola a Ettore Mancini, vignaiolo “indipendente per natura”

Torno sulla questione della “indipendenza” della F.I.V.I. Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, ma con sede e segretario generale targati Slow Food, di cui ho trattato nei giorni scorsi in questo post (leggete qui) pubblicando un documento molto significativo, la lettera inviata in data 26 luglio “Al Signori Membri del Comitato Promotore della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti” non da un pinco pallo qualsiasi, bensì da quell’Ettore Mancini, animatore della Fattoria Mancini di Pesaro, che come si può leggere in questo post pubblicato il 18 giugno su Vinix, è stato il presidente pro-tempore, ovvero fino alla costituente, della Federazione, e tra gli ispiratori del futuro Statuto. Salvo poi chiamarsi fuori dalla stessa, per i motivi che spiega dettagliatamente in questa sua lettera.
Ettore Mancini dandomi il suo nulla osta “alla pubblicazione di una lettera mia che non ha alcun carattere riservato”, ci tiene a sottolineare che “quella lettera rappresenta il mio personale punto di vista su uno Statuto d’associazione. Quello Statuto era stato da me scritto, ma in seguito da altri modificato in quattro punti fondamentali che ne hanno alterato la funzione. Era dunque  mio dovere rendere noto a tutti coloro  che intendevano associarsi che  quello Statuto non recava più la mia firma. Ma non solo a coloro, era rivolta quella lettera. Perché il suo significato è che bisogna guardarsi dal costituire una  corporazione, piuttosto che una rappresentanza; e questo avvertimento intendevo dare – scrivendo lo Statuto e la lettera  – a chiunque.
Sono i primi due punti – contestati nella mia lettera – quelli che innescano una deriva corporativa : un consiglio troppo affollato per essere indipendente, e l’esclusione immotivata in termini formali di un soggetto, le cooperative. Curiosamente, il dibattito che vedo prender vita nel Suo blog e anche precedenti pareri che mi erano giunti, si appuntano tutti sul quarto punto, la sede dell’associazione; che è chiaramente rivelatrice di un’intenzione esterna , ma – di per se – è solo “folcloristica”.
Pubblichi liberamente la mia lettera, signor Ziliani e si abbia i miei ringraziamenti per la cortesia di avermi interpellato. Con i migliori auguri per il Suo lavoro, Ettore Mancini”.

Al Signori Membri del Comitato Promotore della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti
“Mi corre l’obbligo morale di avvertire i Signori in indirizzo, i quali molto cortesemente mi hanno aiutato a costruire lo Statuto della Federazione e mi hanno manifestato il loro apprezzamento, che quello Statuto che si troveranno sotto gli occhi il giorno 29  Luglio a Colorno, non ha la mia firma e non ha la mia approvazione.
Perché si tratta di documento registrato (in mia assenza) in sede notarile, e  presumibilmente in quella sede, o nei giorni precedenti, ricavato da quello da me (con la loro collaborazione ) proposto alterandone almeno quattro punti fondamentali, in modo da farne uno Statuto completamente diverso, ed anzi opposto nella sostanza.
La sostanza era che l’organizzazione dei viticoltori indipendenti doveva essere:
primo: veramente rappresentativa di tutti quei viticoltori che fanno vino con la loro uva e lo imbottigliano. Rappresentativa di noi viticoltori, e non rappresentativa di qualcun altro.
secondo: indipendente da chiunque (come poi sta scritto del nome della Federazione)
Queste due caratteristiche sono state abolite, alterando quattro punti fondamentali. Vediamoli.
il primo punto – che è il più devastante – riguarda l’esclusione delle cooperative: una cooperativa in regola con le tre funzioni – coltivazione , vinificazione, imbottigliamento- non può associarsi, così comanda lo Statuto nuovo. E perché non può? Perchè è una cooperativa , e tanto basta. Ora questa è una enormità, e anche una enormità gratuita. Sarebbe a dire che un gruppo di viticoltori che non hanno da soli i capitali per coltivare, per vinificare, per imbottigliare, e decidono di far questo insieme sotto forma di cooperativa, non sarebbero vignaioli indipendenti ?  
Però sono invece vignaioli indipendenti  legittimati a entrare in Federazione quelli che danno vita a una società per azioni: così recita codesto Statuto. E’ infatti noto a tutti che sono le società per azioni il tipico strumento di aggregazione  dei piccoli  vignaioli indipendenti, mentre le cooperative, sono loro il nido dei grandi capitalisti assenteisti (!!!). Tutto questo sarebbe anche umoristico, ma il fatto grave è un’esclusione immotivata (in termini di diritto) e che lede il principio della rappresentatività della categoria. In modo devastante.
Il secondo punto è bizzarro, ed è un’altra esclusione. Recita codesto Statuto che se un’azienda vitivinicola, in perfetta regola con i tre principi fondamentali dello Statuto, ha la disgrazia d’appartenere a uno che possiede anche una commerciale e che si serve di questa commerciale per vendere il vino della agricola, allora niente da fare : l’azienda agricola non può far parte della Federazione. E perchè non può? Perchè no.
Ora può darsi che qualcuno abbia dentro la sua testa la convinzione granitica che siffatta accoppiata serva a traffici loschi: io non lo so, perché non mi sono mai occupato di questi affari. Ma il fatto è che, ancora una volta, si impedisce a un’azienda in perfetta regola con i principi dello Statuto di far parte della Federazione: e questo non va.
Quando si scrive uno statuto per una organizzazione che deve essere rappresentativa di una categoria ( rappresentativa ai sensi di Legge , di fronte alla P.A., legittimata quindi ad essere sentita dalla P.A. ) si dettano anzitutto i fondamentali, che per noi sarebbero i tre principi base, che  sono i confini dentro i quali devono trovare posto tutti i componenti della categoria. Ma poi non si può andare a cercare, dentro quei confini, quelli che ci sono antipatici, e buttarli fuori dal recinto che abbiamo costruito. Si può, ma è grottesco. E sopratutto quella organizzazione non è rappresentativa dalla categoria.
Per dirla in termini adeguati, sarebbe come segue: Il divieto  di associazione imposto da una clausola statutaria a due diverse tipologie aziendali, – quella  delle cooperative e quella delle aziende che detengono la proprietà di aziende commerciali (!!!)- , in deroga ai tre  requisiti che lo Statuto richiede all’azienda come necessari e sufficienti  per  la  partecipazione dell’azienda alla Federazione, ledono il principio base di uno  statuto pertinente a una organizzazione professionale rappresentativa di categoria, che è quella di essere  generale ed astratto.
Sono, quei divieti, dettati da criteri valutativi di merito, che nulla hanno a che vedere con una discrepanza tra le caratteristiche statutarie delle due tipologie aziendali cui sono rivolti, e i tre requisiti fondanti richiesti dallo stesso Statuto della Federazione. Pertanto uno Statuto che contiene siffatti divieti a tutto può servire, tranne che ad essere la base di un’organizzazione rappresentativa di categoria. Ne consegue l’illiceità per la Pubblica Amministrazione di sentire il parere di una organizzazione fondata su simile statuto, non essendo essa organizzazione  rappresentativa della categoria che pretende di rappresentare. Basterebbe quanto detto a far prendere le distanze da uno Statuto che toglie alla Federazione la causa della sua nascita, che sarebbe la rappresentatività legale.
Ma, già che ci siamo, conviene fare attenzione ad altri due punti, come avevo  promesso in apertura di questa lettera.
I quali punti  sono il Consiglio Direttivo, e la sede della Federazione.
Il Consiglio Direttivo adesso è composto da un numero straordinario di consiglieri: quindici, e c’era la pretesa che fossero ventuno. Chiunque abbia dimestichezza con queste cose sa che un Consiglio Direttivo non può funzionare con più di nove consiglieri, a meno che la maggioranza dei consiglieri non sia allineata su tutto, magari perché telecomandata dall’esterno. Se è così, avanti pure, ma trovo inappropriato il nome della Federazione : indipendenti i vignaioli ? e da chi  indipendenti ?
La sede a Bra
Ma non si potevano salvare almeno le apparenze ?
Come Loro comprenderanno, chi firma questa lettera non può prender parte ancora all’impresa, perché è convinto che l’impresa nasca male e sia fondata su due principi che non mi trovano consenziente. Il principio della rappresentatività senza pregiudizi va onorato perché altrimenti ci si mette a parlare in nome di tanta gente che invece la pensa in modo diverso; questo è un vizio che purtroppo ho dovuto di persona riscontrare nelle cosiddette organizzazioni di categoria, e sono la persona meno adatta a tollerarlo.
E l’altro lato della medaglia, quello dell’indipendenza: beh, qualcuno magari dirà che avrei potuto portare un poco di pazienza, perché
il fine giustifica i mezzi. Ma vedete com’è: io sono per mia natura piuttosto indipendente. Pesaro 26 Luglio 2008 Cordialmente Ettore Mancini”.

Una presa di posizione che non manca di certo di chiarezza, quella di Mancini ed una contestazione articolata della fisionomia assunta dalla F.I.V.I.
Sarebbe interessante conoscere, in merito, il punto di vista dell’amico Walter Massa, del presidente Costantino Charrère o di altri Vignaioli aderenti alla Federazione, gente come Teobaldo Cappellano, Maria Teresa Mascarello, Beppe Rinaldi, Sergio Germano, Romano Dogliotti, Davide Rosso, Matilde Poggi, Giovanni Manetti, Luca Martini di Cigala, Michele Satta, gente della cui effettiva indipendenza sono assolutamente persuaso.
E se volesse intervenire, come ha già fatto, anche del Segretario Generale, nonché collaboratore ed esponente di Slow Food, Giancarlo Gariglio.

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  1. Un amico produttore mi ha inviato questo commento, facendomi promettere che non avrei rivelato chi fosse ed in quale zona vinicola opera. Considerandola un’opinione molto interessante, da prendere seriamente in considerazione, la propongo alla vostra attenzione anche senza rivelare il nome del commentatore.
    Scrive il vignaiolo, sicuramente indipendente: “Questo carrozzone nasce dalla volontà di Carlin. A Montepellier quando si fece la riunione europea di tutti i vignaioli, denominata Vignerons d’Europe, http://www.vigneronsdeurope.com/welcome_ita.lasso , Carlin disse, ed il suo discorso si trova sul sito Internet dedicato http://www.vigneronsdeurope.com/pagine/ita/petrini.lasso?-session=vignerons:4F0B5A411d8b01BB5DOwY124DC8F che i vignerons dovevano avere anche un peso politico, invitava a costituire una lobby da schierare contro la CEE in caso di leggi ecc non adatte ai vignerons. Petrini rivolgendosi ai Vignerons d’Europe diceva: “vi manca il concetto di unità. Invece di praticare l’unità nella diversità, voi praticate la diversità nella diversità. Se i piccoli e medi produttori, invece di fare costantemente l’esame del dna ai loro fratelli, fossero più uniti, avrebbero una forza enorme. Non è vero che il mondo industriale è unito, è vero che si unisce al momento giusto. Voi appena fate un’associazione la dividete, subito andate a cercare il motivo per dividervi. Così non si va lontano”. Il concetto è giusto a mio avviso,anche perché oggi le commissioni vinicole sono composte da rappresentanti dell’industria e non da agricoltori. Detto ciò, questa Federazione si trasforma in un peso politico ancora più forte per Slow Food, vale a dire voti,ecc che Carlin potrà mettere sul banco a qualsiasi governo. In più l’obiettivo della Federazione è arrivare a 12000 iscritti in Italia, ad una quota pro capite di 50 euro che fa 600.000 euro, che chiaramente essendo associazione sono esentasse e verranno utilizzati per promuovere tutte le valanghe di cose strane che diranno, promosse magari utilizzando la promozione di Slow Food. Facendo due conti la F.I.V.I. finisce con il portare a Bra 500 000 euro in più all’anno. Capito a cosa serve la federazione?”

  2. Non credo sia una questione di soldi, Franco. O meglio, non solo. Il punto sollevato da Ettore Mancini è cruciale: la rappresentatività. Che esiste se l’operazione nasce dal basso. Io sarò ingenuo ma credo alla buona fede di Petrini quando parla della necessità di creare una grande forza “contadina” di viticoltori indipendenti. Credo anche, però, che questa della FIVI sia una operazione politica che serve a Petrini. E qui sta il punto: una lobby non è un sindacato. Creare un sindacato dei vignaioli indipendenti avrebbe significato mettersi in una posizione di rottura politico-istituzionale con le associazioni di categoria storiche dell’agricoltura. Che hanno un peso rilevante nel dibattito politico e non solo (si pensi ai delicati equilibri vigenti nei Consorzi). Dunque era una strada più percorribile creare una federazione che faccia una generica attività di “pressione”, di informazione, di guida “morale”. Una corporazione per dirla con Mancini. Il fatto è che le corporazioni sono proprio una delle malattie di questo paese.
    Un’ultima considerazione. L’esclusione delle cooperative non è un fatto irrilevante. Parlando con colleghi ed amici viticoltori molti hanno lamentato questo aspetto. Si pensi a realtà storiche come Aurora nel Piceno o Valli Unite in Piemonte: sono veri vignaioli che lavorano secondo tutti i parametri previsti dallo Statuto, però non possono associarsi poiché risultano legalmente costituite come cooperative, cioé come vignaioli associati. Eppure sono molto più “vignaioli” di gente che fa invece tutto un altro mestiere e magari possiede una azienda di fattoria in Toscana o altrove.
    Io continuo a sperare che le persone assennate che fanno parte di FIVI capiscano la portata dei concetti espressi nella lettera di Ettore e apportino le modifiche necessarie. Da parte mia aderirò nel momento in cui la FIVI si dimostrerà una vera associazione di categoria, indipendente e rappresentativa degli interessi dei vignaioli.

  3. Conoscevo il discorso di Petrini a Montpellier, ecco perchè avrei preferito un’associazione italiana nata come ramo di quella francese, comunque oramai è andata così. Vedremo se, al di là dei profitti nelle casse di Slowfood, tireranno fuori qualcosa di buono, glielo auguro.

  4. Certo Slow Food è oramai una vera e propria multinazionale, e come tale non esente da critiche e sospetti.
    Però, ad un certo punto, valgono le scelte di campo. Con chi stare o no. Personalmente, pur nutrito da riserve e spirito critico, se con una multinazionale devo stare, preferisco quella di Slow Food a quella di Monsanto.
    Saluti
    Alvaro Pavan

  5. Alvaro non mi sembra che ci si trovasse di fronte ad una scelta, tipo gioco della torre, tra l’industria degli OGM e Slow Food… Domanda: una via di mezzo, una “terza via” indipendente tra queste due posizioni, non é possibile? Inoltre non credo che chi critica Slow Food si ponga, oggettivamente, dalla parte della Monsanto…

  6. Esiste caro Ziliani la terza via, ma io la vedo come necessaria ed inevitabile evoluzione della traccia impressa, volenti o nolenti, dall’impresa Slow Food che è soprattutto un’azione culturale. Criticabile, con scelte non discutibili, ma discutibilissime, ma che si fa carico di un concetto umile e forte al tempo, del primato della Natura. Il sistema tecno-totalizzante di una Monsanto non riconosce, o non vuole riconoscere, questo primato. E’ il delirio di onnipotenza dell’uomo occidentale. La Natura, è quello che m’insegna la mia breve esperienza terrena, è più forte di noi e quindi va rispettata. Saprà garantirci la soppravivenza e darci frutti, e vino, dal sapore unico. Pretendere di assoggettarla ai nostri voleri o capricci è, a mio modo di vedere, semplicemente da stolti. Questa è la mia terza via, che non è affatto indipendente, ma, come si vede, strettamente dipendente dalla Natura.
    Quindi lei può e deve criticare liberamente Slow Food, ma tenga presente che se apparentemente non è in questione il gioco della torre, di questi tempi poco ci manca.
    Una domanda l’avrei anch’io, per la FIVI. Ma da chi e da cosa vogliono essere indipendenti?
    Per quel che ne so, un vero vignaiolo è indipendente per sua stessa natura…
    Cordialmente
    Alvaro Pavan

  7. Gentile Pavan e cari lettori,
    in proposito, chi vuol approfondire il tema ambientale segnalo un libro, dal titolo “Il Tao dell’ecologia”, in cui Edward Goldsmith tratta gli argomenti di reciprocità tra i sistemi. La complessità dei sistemi porta poi un grande vantaggio negli ecosistemi, per cui in agricoltura e particolarmente in viticoltura e in enologia le pratiche simbiotiche sono importantissime.
    La tecnica semplifica, la natura complessa.
    Già da molto tempo pratico un sistema “complesso” nella conduzione vitivinicola, che si fonda sul tentativo di conprensione di tali “forze” per assecondarle. Le parole biologico o biodinamico entrano a far parte di un pensiero, ma non sono le uniche possibili.
    Mi scuso di queste forse quasi incomprensibili disquisizioni, ma per me sono fondamentali per capire e far capire il concetto di ambiente nella vitivinicoltura.
    L’indipendenza è un fatto relativo, la natura no, è reale e complessa. Come noi tutti.

  8. “un vero vignaiolo è indipendente per sua stessa natura…
    appunto,allora mi spieghino perche’ hanno ricorso all’ala protettrice di slowfood?
    a me questo non mi suona a indipendenza,per niente,ma proprio niente…

  9. ciao franco:è la prima volta che apro e partecipo a un blog!spero che comunque sia grosso modo come scriverti..e perciò ti saluto con gioia e ti dico di me che tutto procede bene famiglia,spirito,salute,energia..
    lavoro. Mi sono iscritto alla FIVI per la naturale esigenza di dare voce e forza a una delle cose in cui credo : che il mio essere produttore di vino coincida con l’essere vignaiolo e che da qui nascono bisogni e necessità di tutela.Non sono così sereno che la guida “politica” di Slow food sia senza secondi fini ma non ho altra strada che rischiare in proprio il mio scarsissimo tempo e le mie esperienze e partecipare:vedremo:la cosa in sè può essere positiva e mi sembra segua la stessa logica del tuo invito a dichiararsi sangiovesista a Montalcino.Rendere esplicito e pubblico il proprio responsabile modo di aver dato vita a quella bottiglia. E se facessimo tutti insieme una battaglia per un’etichetta responsabile autocertificata (nel caso del vignaiolo) di valore legale?

  10. Bell’articolo sulla FIVI Franco.

    Vero, in Francia come in Italia, i vignerons sembrano avere grosse difficoltà ad associarsi e quindi a sormontare le loro differenze per difendere e proteggere la loro nobile professione.

    Un commento su Vignerons d’Europe, e i suoi presunti “600 vigneron (sic)”. Sarà l’inflazione galoppante che ritorna in Europa, o forse è un banale errore di stampa, ma la realtà dell’avvenimento si descrive con uno zero in meno. Vero, è solo uno zero, non conta quasi per niente. Lo stesso comunicato fa appello a “quelli che non sono riusciti a essere presenti”; sì, in fin dei conti, erano la maggioranza. 🙂

    Ti lascio Franco, che per venerdì sera organizzo una cena per la mia piccola associazione, con 6 Champagne di piccoli… vignerons indipendenti.

  11. Significativo l’intervento di Mike Tommasi, soprattutto perché arriva da una persona che è stato (non so se lo sia ancora) un importante esponente di Slow Food France, a tal punto di essere responsabile del Convivium Provence Méditerranée e vice presidente di Slow Food France… Oggi si possono leggere suoi interventi sul wine blog The Wine Blog http://www.thewineblog.net/vino/
    Ma allora quanti erano ‘sti Vignerons d’Europe accorsi all’appello del gran “pifferaio” Carlin?

  12. Eccellente produttrice di Bardolino (nonché di altri vini) in quel di Cavaion Veronese nella sua azienda agricola Le Fraghe http://www.fraghe.it/ Matilde Poggi mi ha inviato queste riflessioni invitandomi ad inserirle come suo commento nel blog. “Caro Franco, ho letto con interesse la lettera di Mancini, che non mi trova d’accordo. Premetto che quello che segue è la mia opinione e non vuole essere una difesa della FIVI e di coloro che hanno steso lo Statuto. Il vignaiolo indipendente è il vignaiolo, colui che coltiva la propria terra, vinifica ed imbottiglia il suo vino. Ha esigenze completamente diverse dalle cooperative ancorché le cooperative siano formate da vignaioli. Le cooperative inoltre spesso sono emanazioni di Consorzi Agrari o addirittura delle Provincie (vedi Trentino) cui devono rispondere per il loro operato e per i loro bilanci. Se viene discussa in sede europea l’OCM vino non è detto che ciò che interessa noi vignaioli sia anche ciò che desiderano le cooperative. Per quanto riguarda l’esclusione delle aziende agricole che hanno anche società commerciali, credo che sia opportuno perchè spesso le società commerciali sono fatte per poter allargare la propria gamma o per motivi fiscali. Hanno pertanto necessità diverse dalle mie che mi trovo a difendere l’identità e la peculiarità delle uve del mio territorio e che spesso mi trovo in difficoltà perchè non posso offrire ai miei clienti tutta la gamma dei vini veronesi. Non ho niente da eccepire inoltre se una azienda agricola è organizzata sotto forma di società di capitali purché eserciti veramente attività agricola. La sede è a Bra e il segretario è Gariglio che in modo del tutto volontario e gratuito ha prestato la sua opera come coordinatore. Chi se non Slow Food avrebbe potuto radunarci visto che noi vignaioli italiani siamo molto individualisti? Il consiglio è effettivamente numeroso ma sarà così solo in una prima fase: in primavera si dovrebbe giungere a nuove elezioni e ed una nuova composizione. Si potrà allora decidere di avere un minor numero di consiglieri, di spostare la sede. La Fivi siamo noi e siamo noi che decidiamo. Personalmente mi auguro che il maggior numero di vignaioli aderisca in fretta, altrimenti a Bruxelles non avremo alcuna voce in capitolo e tutto ciò che verrà deciso sarà fatto solo nell’interesse degli imbottigliatori. Io lo interpreto come uno strumento in mano nostra che ci può permettere, se lo sapremo utilizzare come merita, di incidere sulle future politiche che riguardano il mercato del vino. Resto pertanto disorientata dal fatto che, ancora una volta, ci si ritrovi invischiati in piccole beghe di vicinato perdendo di vista l’interesse comune”. Matilde Poggi

  13. buonasera Signor Ziliani,
    seguo sempre con molto interesse i suoi articoli, sono un giovane produttore romagnolo ed anch’io quando sono stato contattato per la partecipazione all’ appuntamento di Colorno, ho pensato di andare sul sito della FIVI per farmi un’idea preliminare.
    Conosco poco questo mondo e stò cercando di fare i passi giusti “per non sbagliare”,
    diciamo così: per non essere “male etichettato” fin dal principio.

    La cosa che mi lascia più perplesso e preoccupato è la risposta che potrei ricevere da questa domanda:
    è così dificile trovare un’organizzazione italiana che si preoccupi dei vignaioli indipendenti?

    la mia azienda è veramente piccola e “non credo dia fastidio a nessuno”, una voce forte che si faccia carico delle esigenze di quelli come me è importante, per chiunque.
    Sui social network è un argomento “caro a tutti”, questo significa che c’è l’ interesse per realizzare quest’ idea.
    Inoltre, non credo si creino conflitti di interesse con altri “nomi” già esistenti ed attivamente operanti..

    E solo che le perplessità espresse dal Signor Mancini sono le stesse che hanno raggiunto il mio pensiero che per quanto piccolo, è pur sempre un pensiero.
    Questo tipo di sensazioni non si sposano molto bene con i presupposti di un’ organizzazione che vuole valorizzare “tutti” e lavora per “tutti”.

    Sul discorso “cooperative” preferisco non entrare, nella mia regione sono la maggioranza e non tutte operano nell’ interesse del “coltivatore” (qui non li chiamano vignaioli), per di più credo che sia un argomento da trattare a parte: chi sono, come gestiscono il bene comune, cosa valorizzano, quello che pagano, come trattano i “conferitori”, ecc..

    Continuo a leggere interessato e spero do poter intervenire ancora magari per parlare di un’organizzazione “asettica” che valorizza il piccoli vignaioli.

    Emanuele Coveri

  14. caro mancini
    la mia opinione è che devastante, almeno per la zona sud orientale del piemonte, è il ruolo delle cooperative vitivinicole, ragione legata alla mancanza totale di un approdo al qualitativo, inteso non solo come organolettica del prodotto finito, ma come assenza di progettualità in quella direzione. Strutture che anzitutto rappresentano piccoli o grandi centri di potere, controllo di voti, coacervo di teste poco pensanti e che lasciano poco spazio alla possibilità di usarle. Dopo si occupano anche di ritirare e remunerare come riescono la biomassa conferita dai soci.
    Giocoforza chi invece la testa è stato obbligato ad usarla in modo opportuno, non riesce a conciliare con quelle realtà.
    Sono dirigente sindacale in una organizzazione professionale agricola. Sa cosa succede quando dall’interno del sindacato emerge una esigenza che implica azione sindacale? glielo dico io: si chiede se è possibile agire in quel senso ai politici di riferimento, ai rappresentanti dei gruppi cooperativi, ai direttori dei consorzi di tutela, al sindacato degli industriali. I soci agricoltori contano meno di nulla. Come se Epifani chiedesse a Brunetta cosa deve fare per i suoi associati!
    sono stato consigliere in consorzio di tutela. Sa come si vota per il cda in quell’ambito? Col democratico sistema birmano del peso, ovvero chi concentra ettari e ettolitri ha più ragioni e quindi voti.
    Le dirò che dopo aver sollevato tale questione non sono più stato rieletto come membro di quel cda, al mio posto c’è un mio equiparato che non infastidisce con tali assurde osservazioni.
    Le confesso che nel profondo del mio animo coltivo l’utopia di una dittatura illuminata, utopia appunto. Per questo rimango ancorato ad una ben meno efficace necessità democratica, ragione per cui ritengo la sua posizione condivisibile, non si sarebbe dovuta operare una statutaria e aprioristica esclusione di quelle realtà.
    Le coperative avrebbero secondo me potuto partecipare esattamente come gli altri, ovvero una testa un pensiero un voto. Sa cosa sarebbe accaduto? Una volta privati della garanzia di un potere precostituito del quale il sistema si alimenta e si avvantaggia, si sarebbero rivelati nella nudità di una capacità collaborativa e costruttivamente applicata al miglioramento, alla tutela, alla crescita e alla valorizzazione. Vede signor Mancini esattamente ciò che dicono di fare loro per il collettivo.
    Sono convinto che in breve sarebbero arrivati alla autosclusione che di fatto è efficace per il buon progredire dei fatti come la esclusione aprioristica, ma forse è più elegante e, per quelli come me, decisamente appagante.
    Il resto si aggiusta lungo il percorso che non deve contenere troppa filosofia ma piuttosto pragmatismo, a partire dalla quotidianità del lavoro.

    cordialmente andrea mutti

  15. vedo incrementare a dismisura discorsi retorici e inconcludenti
    mi associo alle riflessioni di andrea mutti uomo e vignaiolo che stimo, indipendente nella testa e nelle azioni
    per il resto occorrerebbe accantonare tutte le dichiarazioni di principio, gli esercizi di vacuità progettuale e cercare concretamente di risolvere tutti i problemi che gravano su chi vuole ancora fare agricoltura ed in particolare viticultura prendendoli uno per uno e cercando di migliorare e modificare un settore fatto da tanti parolai, qualche industria sofisticatrice del gusto e pochi artigiani veri e capaci come andrea

  16. In un mondo di parolai, la concretezza francese, anche se da buon piemontese mal sopporto la cuginanza, lì ha uniti quando hanno dovuto difendere le loro produzioni. Lo hanno fatto sino ad arrivare ad usare metodi da guerriglia urbana.
    Noi italiani ci affidiamo ai sindacati che, quand’erano di centro, di destra o di sinistra, difendevano chi più voti poteva portargli. Triste, ma ci permetteva di contare qualche cosa. Ora che chi elegge il Ministro, Assessori ecc. ecc. è l’inciuccio partitico visto che non sappiamo neppure più se la coldiretti e di centro destra o di centro sinistra. A questo punto cosa volete valga il nostro voto? Forse resta solo la pecunia di qualche multinazionale.
    Quindi ho aderito all’associazione fregandomene di tutto, Arci, numero degli associati, presidenze ecc, ecc, solo perché la sola presenza di un’associazione di un’altro Stato europeo aumenterà la voce alle richieste francesi in sede comunitaria ( noi saremo ancora lì a cincischiare sul da fare) fatte da vignaioli che hanno diverso passaporto, ma che anche un grande senso politico ed i miei stessi interessi; la vigna, il vino e la possibilità di vivere di questo con decoro.
    Teobaldo Cappellano

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