Bollicine italiane: cosa non si scrive (sotto Natale) per lanciarvi!

Continua il diffuso e disinvolto favoleggiare di uno “spumante italiano” che non esiste

 

Cosa non si fa, con l’avvicinarsi del Natale, per cercare di lanciare i consumi di quello che con testardaggine degna di miglior causa molti si ostinano a chiamare, come se fosse davvero una cosa unica e non un contenitore con tante cose dentro, “lo spumante italiano”!
Normale che lo faccia, con il suo consueto impegno e la grande professionalità, il mio amico Giampietro Comolli, con l’Osservatorio nazionale economico Forum Spumanti d’Italia di cui è coordinatore, sostenendo che “cresce la regalistica con le bottiglie di spumanti”, che “fra i giovani le bollicine come aperitivo hanno soppiantato i cocktails”, che “nelle esportazioni si registra un + 11% di volumi  e  + 29% in valore nei primi 11 mesi del 2008” e addirittura “i mercati mondiali – gli emergenti Russia e Brasile, ma anche Georgia, Lettonia, Estonia,Israele, ecc..– chiedono bottiglie di vini spumanti italiani”, portando ad una mancanza di prodotto presso gli importatori e i distributori esteri.
E ancora ricordando “che il mercato mondiale riconosce agli spumanti italiani un valore più alto del passato, si acquisiscono mercati nuovi  pronti a spendere di più, si diventa competitor di prodotti anche più blasonati perché oggi  il mercato mondiale sta comprimendo i prezzi verso il basso”.
Normale che ci si metta anche la Coldiretti, emettendo comunicati (leggete qui) che vengono prontamente ripresi da agenzie di stampa che strillano che “lo spumante italiano batte la crisi con un aumento record del 30% in valore dei brindisi all’estero dove le bollicine Made in Italy hanno conquistato un numero crescente di buongustai nei diversi continenti” e affermano, proprio in occasione delle imminenti festività natalizie, che sulla base dei dati relativi alle esportazioni di spumante italiano nel mondo nei primi otto mesi del 2008, “lo spumante ha resistito all’andamento altalenante dei mercati con oltre 150 milioni di bottiglie spumante Made in Italy spedite all’estero”.
Un successo, frutto della forte crescita su vari mercati dove le spedizioni sono decisamente aumentate in valore che conta su una produzione stimata attorno a 300 milioni di bottiglie.
Meno normale, invece, che non la Gazzetta di Roccacannuccia ma il più importante, autorevole e diffuso quotidiano nazionale, il Corriere della Sera attraverso la sua edizione on line, si ostini ancora (leggete qui) a parlare di “bollicine italiane”, di “spumanti tricolori”, anche se poi riconosce, con qualche confusione, che “quando si parla di bollicine in Italia si può fare riferimento a categorie ben distinte: il metodo classico (che ha nella lombarda Franciacorta la sua massima espressione), il prosecco veneto della Valdobbiadene, quello trentino e lo spumante piemontese d’Asti”.
Sorprende poi che il Corriere dia credito ad affermazioni diciamo “stravaganti” come quelle del fratello di Mister Geox, ovvero Giancarlo Moretti Polegato, responsabile della cantina Villa Sandi, nel cuore della Valdobbiadene, secondo il quale “ormai la nostra produzione sia matura per competere persino con gli champagne”, come se anche i bambini non capissero che l’eventuale competitività sia unicamente dovuta, come osserva Moretti, al “minor potere di spesa che potrebbe portare sempre più consumatori a scegliere noi a discapito dello champagne”.
E non ha nemmeno molto senso, ancora nel 2008, affermare che “per una definitiva affermazione internazionale, però, i produttori italiani continuano a dibattere sull’opportunità di avere un’unica definizione per tutta la produzione nazionale. In giro per il mondo infatti lo spumante italiano è ancora spesso associato al vino frizzante dolce, prodotto ben diverso da prosecco e Franciacorta”.
Qui non si tratta difatti di dare un nome comune, tentativo già fatto, nel campo del metodo classico, con la fallimentare operazione Talento (e ve lo dice uno che di questa operazione è stato, una decina d’anni fa, attento osservatore e diretto testimone) allo “spumante italiano”, ma smetterla, una volta per tutte di parlare di “spumante italiano”, perché in questo indistinto, confuso contenitore ci sono cose profondamente divergenti tra loro e inconciliabili.
Prodotti dalla natura, metodologia produttiva, genere di uve utilizzate, costi di produzione, caratteristiche organolettiche, qualità intrinseche e riconoscibili, storia, origine, denominazione, prezzo finale profondamente diversi, che rimarrebbero diversi e non riconducibili ad un minimo comune denominatore nemmeno se, come osserva l’articolo del Corriere, “tutti gli spumanti italiani potessero fregiarsi della denominazione Doc o Docg”. Già ora Franciacorta Docg, Trento Doc, Oltrepò Pavese metodo classico Docg, Asti e Moscato d’Asti Docg, Brachetto d’Acqui Docg, Prosecco Doc di Conegliano e Valdobbiadene, possono fregiarsi di apposite denominazioni Doc o Docg, ma continuano a rappresentare realtà ben distinte, prodotti dotati ognuno di una propria identità, di una propria storia, di un proprio destino e genere di consumatore, di occasioni e modalità diverse di consumo.
Che nessuno, nemmeno il potente Curierun, può pensare di annullare e confondere (confondendo anche il consumatore) diffondendo la confusa e generica favola di uno “spumante italiano” che non esiste.

0 pensieri su “Bollicine italiane: cosa non si scrive (sotto Natale) per lanciarvi!

  1. ciao,

    riporto questa frase, essendo un frequentatore di aperitivi:
    “fra i giovani le bollicine come aperitivo hanno soppiantato i cocktails”

    ho provato a seguire questa strada .. ma tu spenderesti la bella cifra di circa 6-8 € per un bicchiere di bollicine secche italiane servite in un bicchiere indecente .. e per lo più di una qualità scadente e , l avogliamo proprio dire di una quantità infima ???

    Sinceramente ci ho provato più volte .. ma sono tornato indietro ..
    e quindi vai con il classico negroni . .oppure una ottima birra … almeno ti disseti un pochino …

    ciao

  2. Cro Franco,finchè i produttori italiani continueranno ad incaponirsi con frasi tipo “possiamo competere con gli champagne…”credo che di strada non se ne farà mai molta.In Italia,grazie alla confusione ci sguazzano in troppi.Invece di cercare di creare delle belle e distinte identità,con le quali fare mercato,ci si riduce ad “accodarsi” a uno già esistente.Ma così facendo non si andrà mai a radicare nulla,non si comunicherà nulla e saranno solo vendite fini a se stesse,finchè un mercato simile al nostro funzionerà.

    @max:cambia locale

  3. Un gran bel testo, Franco. Sintetico, ma di una precisione e di una chiarezza notevoli. Uno dei tuoi testi migliori. Penso che molti lettori, soprattutto quelli che si avvicinano al vino o lo hanno fatto da poco, ne faranno davvero un buon uso. Non servono chilometri di parole, bastano delle indicazioni corrette e facilmente comprensibili come quelle che hai fatto emergere benissimo. Un’altra delle tue pietre miliari. Complimenti! E gia’ che ci sono… Buon Natale e Felice Anno Nuovo. E uno scudetto meritato in un campionato ben giocato (non chiediamo poi la luna, noi nerazzurri, vero?).

  4. questo è parlare chiaro, da giornalista che deve creare la discussione.come osservatorio parliamo sempre di”spumanti&bollicine”(il più plurale possibile),volendo indicare una enorme varietà di tipologie perchè in italia si è puntato su realtà artigianali o sulla standardizzazione. primo livello e secondo livello??.Non credo, sono due canali diversi, due progetti differenti, due mentalità opposte. forse c’è spazio per entrambe, forse fare massa critica può aiutare anche le piccole realtà ad uscire da una dimensione provinciale e regionale. In italia abbiamo 264 docg-doc che possono produrre almeno UNO spumante nel proprio territorio, circa 2500 etichette in tutto. da un lato le docg-doc e dall’altro i vini spumanti non doc. su 300 milioni di bottiglie spedite, 150 prendono la strada dell’estero e di queste 148 sono di metodo charmat(Asti, Prosecco di Valdobbiadene-Conegliano,Oltrepo Pavese, Brachetto d’Acqui, tutti docg-doc e molti altri non doc).20 milioni di metodo classico(Franciacorta, Trento, Altalanga, Oltrepo Pavese e tante piccole realtà sparse in 16 Regioni)sono tutte consumate in Italia. in questi numeri si deve leggere l’attuale realtà, ma anche la programmazione futura per dare certezze al consumatore e fare chiarezza. in ogni caso la qualità dei nostri “vini con le bollicine” (dicitura più chiara che solo bollicine)negli ultimi 15 anni è migliorata enormente, possiamo competere con gli altri; rispetto ad altri paesi produciamo molti più vini varietali, freschi, giovani, meno alcolici, fruttati…. forse stanno piacendo fra i giovani e nel mondo per questo, perchè facilmente abbinabili, perchè consumabili anche a merenda, perchè accessibili. sono i” vini spumanti italiani” e non lo spumante, i docg e doc specifici di identità e tipologia devono crescere, quelli già arrivati sui mercati esteri siano di traiono per gli altri, non esiste un marchio commerciale o tipologico unico, mentre una tavola rotonda può essere utile per confronti sensoriali e per spiegare le differenze,” parlanti” devono essere le etichette. Il mondo produttivo deve lanciare messaggi di “cultura, storia, passione, spirito, coscienza, emozione”.Sono questi i parametri di conoscenza che mancano ai consumatori. bisogna anche mettere ordine normativo, come in tutte le cose che nell’arco di 30 anni hanno cambiato non solo pelle, ma anche formula. il vino è bello per questo: mai fermarsi. Eppoi perchè non comunicarlo se constatiamo con inchieste reali che il consumatore pensa che stappare una bottiglia di spumanti alle feste di fine anno aiuti a dimenticare le difficoltà del periodo,a mettere attorno a un tavolo gli amici, a sentirsi felice e gratificato…. ben venga l’euforia di far volare qualche tappo. Ahimè che gesto maleducato, mi è scappato, ma per molti è ancora così. ciao alla prossima, con GUSTO&MISURA sempre, mi raccomando.

  5. Triste spettacolo quello dello spumante italiano. La regalistica è quasi azzerata, ma non ci contavo più di tanto; il consumo nei locali è poco più che becero, 9 su 10 bar servono gazosecco; la GDO, salvo 2/3 marchi, vende un mucchio di porcherie. La corazzata TALENTO è affondata da un pezzo e non si vedono realtà che emergono e che possano creare una certa coesione. Il Trentino è fermo, il Piemonte anche, l’Oltrepò pure. L’unica area che ha fatto progressi qualitativi è la Franciacorta, almeno quella.
    Chissà se Zaia ha capito che anche il forum spumanti ha fatto un bel buco nell’acqua. Si strombazzano numeri a destra ed a sinistra salvo pentirsi l’anno dopo. Servono analisi reali dei mercati con prezzi veri, clienti veri e consumi veri. Serve un cambiamento vero e non far sopravvivere i carrozzoni, ma noi siamo un paese di “associati” e di prebende e allora…

  6. Paolo, non sia così disfattista! Prodotti di qualità nelle diverse zone spumantistiche non mancano. Due settimane fa a Trento ho fatto una degustazione di una quarantina di TrentoDoc e ne ho trovato almeno 15 di eccellente livello. E lo stesso discorso, amplificato, vale per i Franciacorta. Questo restando nell’ambito dei metodo classico

  7. Non contenta la Coldiretti rincara la dose. Leggete questa dichiarazione: “lo spumante italiano, con un aumento record del 29% del valore delle esportazioni, mette in crisi lo champagne francese che dopo anni di crescita nel 2008 fa segnare un calo medio delle vendite del 5%”. http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsID=90008 Ma chi può seriamente pensare che la sensibile contrazione delle vendite dello Champagne sia dovuta alla concorrenza degli “spumanti” italiani? E quando si parla di “spumante italiano”, di quali vini si sta parlando? Prosecco, metodo classico, frizzantini generici, Asti? Boh!

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