Brunello: una scelta (quella della purezza del Sangiovese) che non convince i gamberisti

Seconda uscita pubblica del Gambero rosso sullo spinoso tema Brunello di Montalcino. Dopo aver molto prudenzialmente (come ho già scritto qui) adottato la scelta “istituzionale” di premiare il Brunello di Montalcino di Franco Biondi Santi come unico Brunello 2003 meritevole dei “tre bicchieri”, il gruppo editoriale ora diretto da Daniele Cernilli ora dice la sua sulla decisione, plebiscitaria e anche un po’ ipocrita, come la definii oltre un mese fa, della stragrande maggioranza dei produttori di Montalcino di non modificare il disciplinare di produzione del Brunello, ma di mantenersi fedeli alla formula storica del Sangiovese cento per cento. Magari con delle clamorose inversioni ad U rispetto a posizioni prese solo qualche giorno prima del voto, oppure predicando bene (la strada maestra del Sangiovese) magari dopo aver “pasticciato” un po’ e flirtato con altre uve, in vigneto ed in cantina, negli anni precedenti.
La presa di posizione del Gambero, che definisco sin d’ora strana e poco chiara, compare nell’editoriale del numero di dicembre della rivista (leggete qui) che il mega direttore ha cavallerescamente affidato ad
Eleonora Guerini, una delle più importanti collaboratrici della rivista e membro del nucleo ristretto di degustatori che assegna i “tre bicchieri”.
Cosa leggiamo nell’editoriale? Ad esempio, per cominciare, che con il voto “bulgaro” dei produttori di Montalcino “si chiude, dopo mesi inquieti fatti di accuse esplicitate e sussurrate, dopo avvisi di garanzia, annate sequestrate, mercati momentaneamente chiusi, richieste di certificazioni, leggende campagnole che vedevano vigne bruciate e computer requisiti, una delle pagine più tristi della vitienologia nostrana”. E che di questo voto “saranno contenti e soddisfatti i tanti fautori del sangiovese in purezza senza se e senza ma, costi quel che costi, fedeli a una sorta di religione che è tanto migliore quanto più rigida e inflessibile”.
Per l’autrice dell’editoriale “in tanti mesi di belle parole, di persone che si sono immolate alla causa del Brunello di Montalcino come vino da monovitigno, che hanno urlato all’orrore anche solo all’idea di una modificazione del disciplinare, non mi è mai capitato di leggere da nessuna parte – sarò stata poco attenta – di qualcuno che abbia aperto una riflessione che avesse a che fare con l’ipocrisia, vera piaga della mentalità italiana, per cui non importa quel che si fa ma importa quel che appare. Nello specifico non importa cosa si può realmente fare, ma solo quello che risulta scritto su un pezzo di carta per cui è più importante apparire duri e puri a ogni costo che poi essere davvero in grado di esserlo”.
La Guerini ribadisce la sua convinzione che “il Brunello di Montalcino dovrebbe essere fatto con il sangiovese al 100%. Perché così era e perché così, in effetti, esprime davvero quelle caratteristiche che lo rendono unico al mondo”, ma si dice convinta che “tutto questo ha un prezzo e il prezzo sta nella specificità di un’uva dispettosa che non ovunque può dare il meglio di sé, che ha bisogno di esposizione, altezza dei vigneti, terreno particolari” e fa notare, come anche a me capita in ogni occasione pubblica in cui mi capiti di parlare del Brunello di Montalcino e della sua irresistibile, trascinante, eccessiva e pericolosa crescita, che “nel 1990 gli ettari vitati erano 937, adesso sono 2.036, una superficie più che raddoppiata, con le vigne che sorgono un po’ ovunque”.
Trovo giusto che inviti pertanto i sostenitori della purezza (tra i quali mi riconosco) “a fare un giro per i vigneti, così che si possano rendere conto che non tutto è così semplice come si vuol credere e far credere. E che la purezza del sangiovese è un valore quando le condizioni la rendono realistica”, ma non capisco dove voglia andare a parare quando conclude il proprio articolo, zoppicante e mancante di un finale coerente e conseguente, osservando che “con dispiacere perciò io apprendo che alla possibilità di fare chiarezza partendo da una situazione reale (e non ipotetica e astratta per cui nel comprensorio il sangiovese viene bene ovunque) i produttori di Montalcino abbiano continuato a far finta che non sia così. Che non abbiano scelto di affrontare il problema – che continuerà per forza di cose a esistere – nell’unico modo possibile. Uscendo dall’ipocrisia”.
Sono totalmente d’accordo con Eleonora Guerini e non ho aspettato il suo editoriale per dirlo, e a chiare lettere, che il voto del 27 ottobre dei produttori membri di un Consorzio del Brunello che cosi com’è non ha più ragione d’esistere e dev’essere totalmente rifondato, abbia segnato non un momento di chiarezza e di catarsi, una decisione indiscutibile sulla direzione da prendere ma sia molto più semplicemente stato un esempio di tatticismo, un’ennesima furbata all’italiana, pardon, alla ilcinese, un capolavoro, anzi un trionfo dell’ipocrisia.
Ma dalle parole di Eleonora Guerini e soprattutto da quanto non ha detto e ha lasciato in sospeso, tra le righe, vorremmo capire da lei, in quanto autorevole esponente di una rivista e di un gruppo editoriale che continua ad esercitare una certa influenza (negativa, ma innegabile) sui consumatori e sul mondo produttivo, se questo voto plebiscitario l’abbia delusa solo perché ha lasciato le cose così come sono senza introdurre elementi di novità e di chiarimento, ovvero, come scrive, perché “non importa quel che si fa ma importa quel che appare. Nello specifico non importa cosa si può realmente fare, ma solo quello che risulta scritto su un pezzo di carta per cui è più importante apparire duri e puri a ogni costo che poi essere davvero in grado di esserlo”, o se oppure avrebbe desiderato un esito diverso di quel voto.
Ad esempio l’introduzione di quel “disciplinare elastico” caro ai Rivella e ai Gaja, che consentisse a chi volesse di produrre Brunello sia con Sangiovese al cento per cento sia con l’aggiunta di una percentuale (5-10-15%?) di altre uve.
O ancora, e se il suo ragionamento inespresso e lasciato tra le righe fosse quello non potrei che essere totalmente d’accordo con lei, da quel voto partisse un’ipotesi di studio e di lavoro che basandosi su un’assoluta evidenza, ovvero che l’area di produzione del Brunello nella sua travolgente e confusa espansione si è estesa anche a zone inadatte al Sangiovese e che, come ha detto, “la purezza del sangiovese è un valore quando le condizioni la rendono realistica”, sia necessario, pur rispettando i diritti acquisiti di tutti, rivedere l’area di produzione, magari mediante quel lavoro di zonazione che sinora incredibilmente non è mai stato realizzato (e siamo a Montalcino signori miei!), e introdurre quel meccanismo virtuoso di sottozone, classificazioni, gerarchie di vocazionalità, piramidi qualitative (con tanto di premier, deuxième, troisième crus…), di cui non c’è traccia nel mondo del Brunello di Montalcino.
E ha fatto sì che si arrivasse a produrre indifferentemente Brunello, tutti insieme appassionatamente, perché il Brunello “tira”, si vende, è mediatico, perché gli americani lo amano, anche in zone del tutto inadatte alla coltivazione del Sangiovese. E dove sarebbe più onesto, se proprio si vuole fare viticoltura e non dedicarsi ad altre forme di agricoltura, piantare altre uve, ovviamente destinate agli altri vini di Montalcino, non certo al Brunello e al Rosso di Montalcino. Ma chi avrà mai la forza, l’autorità, l’autorevolezza, il buon senso e non solo il coraggio, di dire al mondo produttivo di Montalcino che oltre duemila ettari vitati iscritti all’albo del Brunello sono troppi e ragionevolezza, e non solo l’aria e le nubi minacciose di crisi, imporrebbero non di aumentare bensì di ridurre le produzioni del grande vino creato dalla famiglia Biondi Santi?
Parlando di mercato, ma sicuramente pensando al “caso Brunello” così ha scritto una cara amica, Silvana Biasutti, nel finale di in un articolo di prossima pubblicazione: “Qualcuno ha parlato di numeri, eppure il mercato ce l’ha detto ripetutamente: se vogliamo i numeri abbiamo perso in partenza: non siamo competitivi. Forse dovremmo ricordarci di come siamo fatti – paese a maglia piccola – con forti caratteri, che fanno di questa terra un mosaico di eccellenze (potenziali), un bouquet di delizie (da ricercare), una miniera di operosità (da mettere in pratica). E così via, ma certo non quella bengodi che troppi hanno coltivato sognando un sogno da cui è urgente svegliarsi e andare a lavorare. Questa è la nuova canzone da cantare per tornare ad avere successo”. Come non essere totalmente d’accordo con lei e come non pensare che a Montalcino dovrebbero fare tesoro di queste parole?

0 pensieri su “Brunello: una scelta (quella della purezza del Sangiovese) che non convince i gamberisti

  1. Buongiorno.
    Direi che le parole della signora Biasutti sono perfette. Aggiungerei che sono però un po’ troppo sofisticate e di lunga visione per chi nasce solo per arraffare e agguantare come si dice dalla mie parti.
    Buona giornata.

  2. Caro Franco,
    vicissitudini familiari non proprio piacevoli mi tengono da qualche settimana un po’ lontano dai vari argomenti di cui si dovrebbe giustamente discutere. Nel caso specifico di Montalcino mi sono espresso molte volte e tu sai che abbiamo un’opinione praticamente speculare. Mi viene però da dire che non possiamo farci illusioni, e non certo perché la voce del Gambero è meno chiara di quello che dovrebbe essere, quanto piuttosto perché i pezzi grossi di Montalcino hanno investito fior di quattrini per raggiungere il livello economico attuale, un tale giro d’affari, oggi traballante, li pone di fronte al fatto che mettere una semplice toppa su errori mastodontici fatti in passato non può funzionare. Rivella non è uno stupido e i suoi discorsi sono quelli di un uomo che sa bene che 2036 ettari a Brunello non stanno né in cielo né in terra, ma è altrettanto consapevole che quando un piccolo impero si forma su una base esclusivamente industriale, non curandosi di selezionare, approfondire, capire un territorio e un vitigno, rispettarne potenzialità e limiti, guardando invece ad una produzione dai grandi numeri che assicuri un livello economico elevato, discorsi come quello del sangiovese 100% rasentano il ridicolo.
    Ma è altrettanto vero che tornare sui propri passi, declassare vino, estirpare vigneti dai territori non adeguati, ridurre la produzione del vino che gli ha dato maggiore lustro, rimane per chi fa industria un fatto improponibile. Il nodo principale della questione, a mio avviso, rimane questo e condiziona le scelte dell’intero comparto.

  3. Al mio paese si dice che soldo fa soldo e m***a fa m***a. Sono – purtroppo – convinta che sia impossibile convincere gli ilcinesi che NON TUTTI e NON DAPPERTUTTO possono piantare sangiovese e pretendere di fare Brunello. Davanti allo sterco del diavolo hai voglia di parlare di disciplinari, onestà intellettuale, purezza di uve e di cuore…

  4. Sottoscrivo integralmente quanto dice Roberto (a cui vanno gli auguri sinceri di pronta soluzione dei problemi familiari), con un’aggiunta: quello di Montalcino più che un’industria del vino e un complesso industriale in cui gli interessi dei vari settori (vino, turismo, marketing, merchandising, pubblicità, edilizia, servizi, etc) si saldano in un blocco molto coeso, all’interno del quale si possono anche registrare tensioni e scontri (come certe recenti battaglie pseudomediatiche stanno a dimostrare), ma mai tali da mettere realmente in discussione il sistema nella sua integrità.
    Non la condivido come logica ma, sia chiaro, è legittima. Basta non far finta di non credere il contrario e di non vedere.
    Saluti,

    Stefano Tesi

  5. Caro Ziliani,
    l’affaire Montalcino mi stimola a sottoporle un altro problema, diverso, più generale, ma in qualche modo strettamente correlato.
    Giorni fa, trascinato dalla mia curiosità, ho digitato sul mio computer le parole “lieviti selezionati” e mi sono imbattuto nel sito di un’Azienda agroalimentare veneta, specializzata in prodotti per bevande ad alimenti. Ebbene, ho scoperto una lista incredibile di lieviti capaci di conferire al vino gli aromi più svariati (anche le note boisé in un vino affinato in acciaio!) ed addirittura di tannini da aggiungere al vino, dotati delle più diverse proprietà. E’ ovvio che l’utilizzo di questi prodotti, credo consentito dalle leggi vigenti e, temo, molto, ma molto diffuso, conferisce al vino che esce da una determinata cantina (o laboratorio?) qualità che nulla o poco hanno a che fare con il mitico “terroir” di cui oggi va tanto di moda parlare. In altre parole: dalla vigna arriva una cosa, ma dalla cantina ne esce un’altra modificata, quasi fosse un OGM.
    A questo punto mi chiedo: “ma un Brunello (o qualsiasi altro vino) fatto di solo Sangiovese, ma magari con un ampio ricorso a lieviti selezionati o quant’altro, è meglio, o più onesto, di un Brunello fatto con l’aggiunta di altre uve?” Come consumatore apprezzerei molto l’esistenza di regole che disciplinassero questo settore e che imponessero quanto meno l’indicazione in etichetta dell’uso o meno di questi prodotti.
    La ringrazio per l’attenzione e la saluto cordialmente.
    Angelo Cantù

  6. …”Nello specifico non importa cosa si può realmente fare, ma solo quello che risulta scritto su un pezzo di carta per cui è più importante apparire duri e puri a ogni costo che poi essere davvero in grado di esserlo”.
    Spero che i consorzi,i produttori della mia zona e le persone che collaborano con loro leggano queste parole prima di esaltarsi ed immolarsi senza ancora aver dimostrato qualcosa di concreto.

  7. ..dobbiamo imparare dai francesi e cominciare a fare delle differanze qualitative nella stessa zona,classificazioni,gerarchie e piramidi qualitative,cosi si possono differenziare le diverse zone(qui di montalcino)dove sono piantate le uve……………….
    e non cercare di fare sempre,la classica boiata all’italiana………

  8. @walter ,

    Mi scusi per la mia opinione ma lei stà proponendo una cosa che non è possibile fare senza che qualcuno sparga il sangue del vicino e oltretutto questa è veramente una soluzione all’italiana …… Ma chi pensa possa avere tutta questa scienza infusa per “piramidare ” o “triangolare ” la zona di Montalcino.. Ci và lei dal produttore a dirgli che l’azienda di famiglia da miniera d’oro si trasforma in cava di torba ?
    Perdonatemi gli eccessi di paragone …
    Non ci sono panacee per Montalcino ….è il momento di espiare le colpe ,i peccati “veniali ” che si sono accumulati in ” 25 anni ” di successi e di primati ilcinesi .

  9. ..io credo che si possa fare,senza spargere il sangue del vicino,
    perche’ e’ stato fatto in francia,senza nessun problema,perche’ non dovremmo poterlo fare in italia?
    e quel produttore,che dice lei,che la sua azienda e’ una miniera d’oro,come ha avuto il denaro per pòter piantare sangiovese dove il terreno non era adatto,puo tirare fuori il denaro per poter imbottigliare brunello e sopportare che si venda come prodotto di in una sottozona,perche’ per fare il furbo e produrre brunello mesciato con altro uvaggio aveva le palle,be’ che le tirino fuori per fare una produzione corretta ed onesta,e se ci devo andare io a dirglielo,ci vado,e anche volentieri…………………

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *