Degustazione all’Osteria Nebbiolo: l’eleganza petrosa dei vini di Valtellina trionfa

Bella serata ieri, in quel di Albosaggia, appena sopra Sondrio, presso l’enostuzzicheria valtellinese che Sandro Faccinelli, ex direttore di ProVinea (a proposito avete notizie di questa Fondazione?) ha voluto chiamare, e quale nome avrebbe potuto essere migliore?, Osteria Nebbiolo.
Posto simpatico, un bel pubblico di appassionati accorsi, qualche vecchio amico e altri con i quali é stato facile e immediato dialogare, ma soprattutto produttori sinceri e vini schietti, realtà che onorano davvero, con le loro piccole dimensioni, le idee chiare, l’unicità inimitabile dei vini di Valtellina. Vini che nel Nebbiolo hanno la loro essenza e che del Nebbiolo sublimano, nelle loro migliori espressioni, l’inarrivabile eleganza. Ieri sera abbiamo degustato, macché gustato, sei bei vini, sei Valtellina Superiore, ovvero quella che dovrebbe essere la vera “aristocrazia” dei vini della Valle, il vertice qualitativo (invece si continua a correre dietro e considerare “top” lo Sfursat, che in molti casi è un vino eccessivo, che cambia le carte in tavola grazie alla tecnica dell’appassimento delle uve e non rende il compiuto omaggio alla finezza del Nebbiolo di montagna). Parlo dei finissimi, scabri, petrosi, incisivi Valtellina Superiore 2005 e 2006 (vino che verrà presentato ufficialmente sabato e domenica in cantina), della piccola azienda, tutta da seguire, Dirupi di Davide Fasolini e Pierpaolo Di Franco, e  poi dei più ambiziosi e particolari Valtellina Superiore 2005 e 2004 dell’azienda Le Strie di Stefano Vincentini e Paolo Culatti, una sorta di “ripasso” valtellinese, o meglio una via di mezzo tra un normale Valtellina Superiore e uno Sforzato, visto che un trenta per cento delle uve, quelle provenienti dall’area della Valgella, vengono appassite per un mese prima della vinificazione, e poi di tre vini della più tradizionale, storica e, possiamo dirlo?, stoica delle aziende valtellinesi. Parlo di quell’Arpepe, nata nel 1984 per iniziativa dell’indimenticabile Arturo Pelizzatti Perego, e oggi mandata avanti dai figli Isabella ed Emanuele, ideale continuità dei vini prodotti negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta dalla cantina Pelizzatti (nulla a che fare con l’attuale linea di vini così denominata confluita nel patrimonio di una grossa e ben nota azienda locale).
Azienda stoica ed esemplare Arpepe, così l’ho definita, perché se non avesse tenuto duro, negli anni difficili in cui in Valtellina tutti o quasi (con pochissime eccezioni) si dedicavano a stravolgere l’identità del vino valtellinese, nel nome del colore fitto, della concentrazione, della potenza, della muscolarità, dell’eccesso di legno, della volgarità, e si fosse posta come un oggettivo segno di contraddizione verso le derive, gli stravolgimenti, i tradimenti, gli opportunismi e le furbate (in alcuni casi le cialtronate), con i suoi vini essenziali, autentici, scabri, con le sue riserve commercializzate con coraggio e pazienza dopo tanti anni, la realtà odierna dei vini di Valtellina sarebbe stata diversa, avrebbero vinto i barbari e la gente senza scrupoli e con il pelo sullo stomaco e piccole realtà produttive nate solo di recente come Le Strie e Dirupi ben difficilmente avrebbero scelto la strada dell’eleganza e della verità del Nebbiolo di montagna.
Tre i vini di Arpepe degustati, uno un work in progress, un vino in fieri, un progetto di vino come il Valtellina Superiore riserva Vigna Regina 2005, che dovrà ancora trascorrere circa due anni in botte (di rovere e di castagno), sette-otto mesi in acciaio e tre anni in bottiglia prima di andare, intorno al 2013, in commercio, un vino dalle straordinarie potenzialità che già s’intravedono, quindi il Terrazze Retiche di Sondrio I.G.T. (vendemmia tardiva) Ultimi Raggi 2002, vino che nonostante le uve siano raccolte super tardivamente, appassite naturalmente su pianta, mantiene tutta la trama elegante della Chiavennasca, con una calibrata e moderata dolcezza, un gusto asciutto ma setoso. Infine, culmine di tutta la serata, vino difficile, intrigante, malioso, il Valtellina Superiore D.O.C.G. Sassella. Riserva Vigna Regina della straordinaria annata 1999, un vino dalla complessità aromatica infinita, trama sottile verticale, infinita, nerbo straordinario, esaltazione della petrosità e dell’essenzialità scabra e anti-spettacolare del Nebbiolo di montagna, una sintesi mirabile tra frutto, tannino e roccia, un vino dalla classe incredibile, freschissimo, vivo, sapidissimo, dotato di una persistenza, di una trama delicata, di un’incisività che lascia davvero senza parole.
Vino difficile l’ho definito, perché alieno da ogni possibile ruffianeria e piaciosità, vino con il quale occorre avere tutta la pazienza, l’attenzione, la capacità di ascolto possibili per entrare nel suo mondo e farsene coinvolgere, ma uno di quei vini che non solo riconciliano con il piacere di bere, regalandoti emozioni e sottili vertigini, ma che fanno capire che un’altra via al Nebbiolo, quella autentica, quella che non desta sospetti, che non ti fa pensare di trovarti in una foresta del Massiccio centrale oppure a Bolgheri e dintorni, è non solo possibile, ma doverosa. Una via, quella della poesia e della verità dei vini di montagna, che incontra sempre più consensi ed è veramente segno di bio-diversità, una risposta alla globalizzazione e all’appiattimento che minaccia il mondo del vino.
p.s. questo post é stato ripreso da Valtellina on line, il più importante e seguito portale Internet dellaValtellina: link

0 pensieri su “Degustazione all’Osteria Nebbiolo: l’eleganza petrosa dei vini di Valtellina trionfa

  1. I vini di Arpepe sono impossibili da copiare, si possono fare solo in quei vigneti e con quelle mani, per fortuna!
    100 produttori così, ed in Italia ci sono, valgono più delle oltre 16.000 cantine raccontate dalle solite guide e dalle solite riviste zeppe di fuffa.

  2. ho conosciuto ar.pe.pe. da poco ed e’ stata una grande scoperta.frequento la valtellina da anni e ho avuto modo di apprezzare i vini valtellinesi in un crescendo entusiastico.
    non sono sufficentemente conosciuti e valorizzati dal grande pubblico,anche se non sfigurano affatto contrapposti ai classici toscani o piemontesi.
    sono vini che hanno bisogno di un certo grado di invecchiamento per poterne apprezzare fino in fondo le grandi qualita’,e in questo ar.pe.pe. se ne e’ fatto paladino.
    l’annato 1995 del “buon consiglio” e’ un qualche cosa che lascia esterefatto per fattezze e nobilta’
    cordiali saluti luca arisi

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