Faro Doc 2006 Bonavita: un bel “vin de terroir” targato Sicilia

E’ sempre una festa quando si scopre che un produttore, alla sua prova d’esordio, coglie il bersaglio con un vino calibrato e ben riuscito. In questo caso, però, la festa è doppia perché non solo il Faro Doc 2006 che l’azienda Bonavita di Faro Superiore (poco distante da Messina) ha prodotto valorizzando vecchi vigneti di famiglia è un signor vino, ma contribuisce a valorizzare una delle più antiche e meno note Doc siciliane, la Doc Faro, che sino ad oggi ritenevo fosse patrimonio esclusivo della meritoria azienda Palari (autentico presidio del Faro) di Salvatore Geraci. 
Ovaciones, oreyas y musica dunque per questo vino che si ritaglia d’imperio, con bella sicurezza e chiarezza di idee, un suo spazio nella mappa dei più interessanti e autentici rossi siciliani, molto più valido, espressivo, significativo di tanti rossi fruttoni, piacioni, mollaccioni, marmellatosi e smidollati che non si sa come possa ancora piacere e a chi anche se portano in etichetta quel nome passepartout e super popolare (tra i nuovi bevitori) di Nero d’Avola.
Innanzitutto qualche notizia sull’azienda, per la quale lascio la parola quello che i proprietari, Emanuela e Carmelo Scarfone e i due figli Giovanni e Francesco, scrivono sulle loro pagine Web. “Obiettivo della nostra azienda è di contribuire alla rivalutazione di una delle più antiche D.O.C. siciliane, il FARO di Messina, facendo convivere in armonia tradizione ed innovazioni tecnologiche. L’azienda si estende per una superficie complessiva di sei ettari; filari di vigna ed ulivi sono circondati da un bosco di querce e castagni secolari che fa da sfondo ad uno scenario unico nel suo genere.
I vigneti, situati nei villaggi di Faro Superiore e Curcuraci sorgono su ripide colline affacciate sullo stretto di Messina a 250 m s.l.m.; qui coltiviamo vitigni esclusivamente autoctoni come il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio ed il Nocera, mantenendo volutamente una bassissima resa per ettaro.
Le tecniche di coltivazione sono volte al massimo rispetto dell’ambiente; effettuiamo annualmente il sovescio del favino seminato in autunno, in modo da apportare sostanza organica naturale ed evitare l’utilizzo di concimi chimici, così come per la difesa antiparassitaria utilizziamo solo prodotti autorizzati anche in agricoltura biologica”.
Dal punto di vista tecnico possiamo dire che “la fermentazione è svolta in fusti d’acciaio con macerazione delle vinacce per circa quindici giorni effettuando frequenti follature manuali; dopo la svinatura ed una soffice pressatura, il vino viene affinato per circa un anno in botti di rovere di diverse dimensioni ed età e circa quattro mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio”.
Quanto alla collocazione dell’azienda, questa si trova “nel villaggio di Faro Superiore sui monti Peloritani, su quella lingua di terra chiusa tra il mar Tirreno e il mar Ionio, che si specchia nello Stretto di Messina. Il villaggio di Faro Superiore era chiamato anticamente Casale del Faro dal popolo greco che lo fondò, i “Pharii”; essi colonizzarono gran parte delle colline messinesi svolgendo attività agricola, in particolare la coltivazione delle vigne” e “numerose testimonianze sono riconducibili ad un’importante attività vitivinicola già dall’epoca greca, per arrivare fino al XIX secolo in cui furono davvero notevoli il commercio e l’esportazione di vino del Faro in molte regioni della Francia”.
Il vino é un uvaggio che prevede l’utilizzo esclusivo di grandi uve autoctone, per il 60% Nerello Mascalese, 30% Nerello Cappuccio, 10% Nocera, provenienti da vigneti posti su terreni di medio impasto con strati argillosi e tufi calcarei.
Perché mi è piaciuto, anche se ancora molto giovane, e con grandi potenzialità di evoluzione se lasciato maturare ancora per un annetto buono in bottiglia, questo Faro? Perché non presenta alcun segno di quella serialità triste, prevedibile e noiosa, di quel malinteso concetto di modernità, ormai vecchio e superato, che affligge larga parte dei rossi siciliani, che non rivelano nulla delle loro origini insulari e assaggiati alla cieca, senza sapere da dove vengono, potresti indifferentemente scambiare per rossi californiani, australiani o cileni, oppure, identica la “filosofia” tecnica, di troppi vini di Bolgheri, pseudo Bordeaux all’aroma di Maremma.
Potrà piacere o piacere meno con il suo tannino importante, evidente, scalpitante, ancora da addomesticare, ma vivaddio! propone un’idea di vino rosso siciliano personale, espressione autentica di un terroir che si fa sentire e caratterizza e rende diverso, peculiare, il prodotto finale. Colore rubino violaceo intenso ma brillante, con leggerissima unghia aranciata, il naso è vivo, caratteristico, intenso, con prevalenza di note selvatiche, pepate, di macchia mediterranea, mazzetto odoroso e una leggera speziatura ed un frutto giocato più sulla prugna che sulla ciliegia, reso intrigante da una componente petrosa-minerale (grafite e terra) molto evidente che rende il vino sapido e fresco.
Al gusto sebbene giovane, lo ripeto, il Faro 2006 si presenta molto asciutto, in sé, sapido e nervoso, di corpo ben sostenuto e lunga persistenza verticale, con un frutto succoso e vibrante e un tannino ben rilevato, presente, che costituisce la spina dorsale del vino e gli conferisce un gusto terroso e un carattere saldo. Vino non degustazione,ma che si esalta e che esalta i cibi cui viene abbinato. Quanto agli abbinamenti,gli Scarfone consigliano il mariage con primi piatti intensi e carni rosse alla brace, con piatti tipici della gastronomia isolana come il cosciotto di capretto al forno, il maialino nero dei Nebrodi in casseruola con mele dell’Etna, ed il formaggio maiorchino ben stagionato, ma io credo che abbinandolo a carni arrosto di maiale, all’agnello, a carni rosse alla griglia cascherete benissimo, provare per credere.

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