I miei Nebbiolo di Natale: cronaca di un'emozione…

Avevo promesso di raccontare i miei Nebbiolo di Natale, i vini (e su quali altri vini figli di quale altra uva poteva cadere la mia scelta?), i vini che ho scelto per allietare, enologicamente parlando, il convivio natalizio che vedeva la mia famiglia ritrovarsi a casa di mio suocero con le famiglie di cognate e cognati (quattro per la precisione).
Pranzo molto tradizionale senza particolari fronzoli o stranezze, il menu prevedeva cose classiche come lasagne, bollito misto, oltre ai vari antipasti per i quali ho “reclutato” due magnum di bollicine metodo classico italiane in un clima di par condicio, un TrentoDoc Perlé 2003 di Ferrari e un Brut di Bellavista, che sono andati via lisci come l’olio graditissimi in particolare dalle signore (nonché da figlia e nipoti).
Qualcuno, giustamente, troverà poco canonico l’abbinamento dei vini che avevo scelto, due magnum, Barbaresco Asili riserva 2000 “etichetta rossa” di Bruno Giacosa e Barolo 1997 Bartolo Mascarello, ed una bottiglia da sette decimi, il Valtellina Superiore Grumello riserva Buon Consiglio 1999 Arpepe, con i piatti preparati da mia moglie e dalle cognate, ma quest’anno, anche se in tavola ci fosse stato chissà che, avevo deciso che avrebbero potuto essere solo vini del mio cuore, multiformi espressioni di Re Nebbiolo in terroir diversi, Barbaresco, Barolo e Valtellina, ad accompagnare il nostro desinare, il nostro concederci una pausa alle nostre vite un po’ concitate, ai ritmi assurdi che il nostro esistere ha raggiunto.
Per i magnum ho scelto due vini di due annate più calde del normale, 1997 e 2000, vini che pertanto avrebbero dovuto presentare, visto che li si stappava per berli e gustarli, non per spaccare il capello in tre nel rito della degustazione, un livello di piacevolezza e di compiutezza già piuttosto elevato, vini il cui equilibrio e la cui capacità di espressione dovevano essere prossimi all’ottimale.
Per il Valtellina Superiore, invece, ho scelto (ma la scelta poteva cadere anche sulle due altre riserve che amo, i Sassella Vigna Regina e Rocce Rosse), l’annata attualmente in commercio del Grumello riserva Buon Consiglio, proposta da quel produttore, Pelizzatti Perego, al quale tutti devono dire grazie per come ha tenuto duro e salvato l’identità dei vini valtellinesi negli anni più difficili, quelli dove l’eleganza ed il nerbo dei Nebbiolo di montagna erano stati brutalmente e stupidamente sacrificati sull’altare di un’improbabile assurda concentrazione e di una fruttuosità (soprattutto quella conseguita con la tipologia dello Sforzato) che non è proprio il carattere distintivo dei vini valtellinesi.
Bottiglie prodotte da grandi uomini, prima che grandi vignaioli e vinificatori, due purtroppo venuti a mancare, Bartolo Mascarello e Arturo Pelizzatti Perego e uno, Bruno Giacosa, che ogni giorno che Dio e Bacco mandano in terra noi amanti dei vini di Langa dovremmo ringraziare perché esiste e ci illumina con la sua profonda saggezza enoica.
Una cosa va innanzitutto sottolineata delle tre bottiglie, e cioè che nonostante un buon periodo di permanenza in cantina, notazione valida soprattutto per il vino di Bartolo, i tappi non hanno tradito ed i vini si sono presentati in condizioni perfette, tali da consentirci di apprezzarne tutte le sfumature.
Tre Nebbiolo di zone diverse e tre Nebbiolo profondamente diversi tra loro, uno, il Barbaresco Asili 2000 di Bruno Giacosa, che definirei la quintessenza della finezza, caratterizzato, l’ho già scritto (leggete qui) di una dolcezza e soavità, di un frutto sorprendentemente succoso e vivo, di una morbidezza e di un’armonia senza fine. Non saprei cosa aggiungere alla descrizione che ho già fatto trovando questo secondo “pintone” addirittura migliore di quello che avevo aperto con amici in Franciacorta un mese fa. Tannini incredibilmente suadenti e vellutati, una persistenza setosa, un’assoluta compattezza e sfericità d’espressione senza spigoli, una panoplia di sfumature aromatiche da lasciare senza fiato, un vino che ti conquista d’imperio, ma con dolcezza, e che ti entra dentro e vorresti non finisse mai e fosse senza fine le emozioni che ti regala.
Diverso il discorso per il Barolo 1997 di Bartolo Mascarello, con il quale si entra nell’universo, mediante un percorso un po’ più intricato e non privo di ostacoli e di insidie, del Barolo come vino materico e terroso, espressione misteriosa delle profondità del sottosuolo, del Barolo dove il frutto è solo una componente minore, secondaria, e dove sono humus, sottobosco, spezie, sassi, terra, geologie a determinare la personalità del vino, il suo modo scabro, anti-spettacolare, di presentarsi.
Colore rubino squillante con una giusta tendenza al granato, fin dal primo momento e subito e ancora di più nei giorni successivi, (quando ho capito per l’ennesima volta cosa significhi l’espressione langhetta fond d’la buta godendomi l’evoluzione del vino a lungo tempo dall’apertura della bottiglia) un naso profondo, vivo, sapido, essenziale, già virato su toni terziari, dominato da note di terra bagnata, foglie secche, liquirizia, grafite, spezie, accenni di cuoio e di polvere da sparo, di pelliccia e selvatico, con ricordi di genziana, rabarbaro, china calissaia, tabacco, radici.
La bocca era meno larga, calda, succosa del Barbaresco di Bruno Giacosa, con un tannino ben sostenuto e vivo che faceva sentire la sua presenza e dettava i ritmi del vino, ma quale fascino, quale indomita energia (bevendolo mi sembrava di vedere il sorriso arguto di Bartolo, di sentire le sue parole misurate e mai spese invano) in quella dimensione un po’ appuntita, verticale, nervosa del vino, dettata anche da un’acidità indomita, in quel sapore che richiama la terra celebrandone la forza e la verità, in quel vibrante lunghissimo protrarre il gusto sino a ridurlo alla sua essenza.
E poi, dopo la dolcezza incredibile dei tannini, l’esaltazione della terra, il culmine non poteva essere che con la petrosità, l’essenzialità assoluta fatta vino, con la delicatezza di un bouquet aromatico tutto da cogliere con pazienza e di cui godere i chiaroscuri e le minime sfumature, grazie ad un Valtellina Superiore Grumello riserva Buon Consiglio 1999 Arpepe emozionante e delicato già nel suo colore, un rubino granata tenue, ma splendente e multi riflesso, dai bagliori caldi come le fiamme del fuoco di un camino, e poi ancora di più nel suo naso caldo, compatto, espansivo, profumato di ribes, mirtillo, lampone, melograno e rosa passita, con leggeri ricordi di ginepro e pepe, e poi dominato da una mineralità assoluta, il granito baciato dal sole, l’atmosfera dei vigneti terrazzati a picco dove la Chiavennasca matura esprimendo tesori di delicatezza e di eleganza.
Ancora più asciutto, essenziale, puro come la neve in altezza, al gusto, con quell’attacco nervoso, salato, incisivo, quasi scontroso nella sua nitidezza che poi, incredibilmente, si allarga vellutato, caldo e suadente quasi a coda di pavone, con quel tannino vivo, presente, montanaro che poi si ammansisce setoso e vellutato a regolare un finale lunghissimo, sapido, verticale, pieno di sapore e di una compostezza davvero straordinaria.
Tre grandi espressioni del Nebbiolo, tutta la verità, la complessità di quest’uva suprema e difficile in tre grandi vini, unici, personali, inimitabili. Per dirla con George Clooney, Nebbiolo, what else?         

13 pensieri su “I miei Nebbiolo di Natale: cronaca di un'emozione…

  1. Ecco, in ogni festa sono combattuto. Come comportarsi quanto in una grande tavola familiare ci sono appassionati e astemi? Vale la pena di aprire bottiglie che andrebbero condivise con chi magari ne capisce più di te? Tu ti sei regolato partendo dal tuo desiderata, giusto? O forse la risposta vera è che i grandi vini possono essere compresi da tutti?

  2. La mia risposta è che sulla tavola di natale apro le bottiglie che più mi piacciono, in molti magari non le apprezzano quanto meritano, ma nessuno si è mai lamentato. mentre di astemi a casa mia non ne ricordo nemmeno uno…

  3. Nemmeno a casa mia abitano astemi… noi a natale, dal mio pseudocognato, un barbaresco pio cesare, ma ero ospite e, a caval donato… ci si deve sacrificare!! e che sacrificio!!!!!
    Franco, ci sarai alla degustazione di gattinara dell’onav di bergamo il 14 gennaio? Sarà la volta buona che ti stringo la mano? (guarda che poi ti abbraccio e ti stropiccio per augurarti un fantastico 2009!!)

  4. Gent. mo sig. Franco, può dirmi quanto tempo prima ha aperto i suoi gioielli? La ringrazio e le porgo i miei sinceri auguri per l’anno che verrà.
    Mario B.

  5. La serata di Natale in Portogallo, terra della mia consorte, si preparava bene con una bottiglia di Barca Velha 1966 con un’apparenza esteriore ottima per colore e livello. Invece, dopo aver gustato un Quinta do Crasto Vinha Velha Riserva 2005 (top ten di Wine Spectator), vino di grande previdibilita’ e espressione della new wave Douro, concentrata e rotonda da lungo passaggio in barrique, purtroppo il Barca Velha ha pagato la cattiva conservazione che era purtroppo stata anticipata dal proprietario. Malgrado un ancora piacevole aroma terziarizzato in china e liquerizia, la bocca non seguiva e dava solo un’idea della grazia di questo vino probabilmente ancora fino a una decina d’anni fa’.

    Per terminare un buon bicchiere di Porto 10 anni della Quinta do Infantado, una quinta che secondo me rappresenta una equilibrata concezione del porto che si avvicina alla bevibilita’ di un vino rosso con aggiunta di percentuali basse di acquavite.

  6. io invece ho bevuto una barbera monferrato, vinificata in rosato, della cantina Araldica, tappata a vite. la fine del mondo a 3,50 euro…

  7. Uno dei pochi casi in cui anche la pubblicità aiuta.
    Rispetto alla data dell’articolo mi rendo conto che è un pò tardi…ma mi ci cade l’occhio solo ora ed è spontaneo voler fare un commento, non tanto sui vini, due dei quali conosco molto bene e di cui condivido l’assoluta qualità, ma soprattutto sulla descrizione fatta. Complimenti mi è piaciuto molto: Nebbiolo, what else? La morale è che non basta bere bene se non riesci ad esprimerlo. Saluti.
    Tiziana Tucconi

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