Povero professor Mario Fregoni, professore ordinario di Viticoltura, Direttore dell’Istituto di Frutti-Viticoltura presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, nonché Presidente onorario e personalità scientifica internazionale dell’OIV dopo essere stato Presidente del Comitato Nazionale Vini Doc ed estensore della legge 164/92!
Non ha fatto in tempo a proporre (leggete qui), un po’ provocatoriamente nel corso del Simposio internazionale sul Sangiovese, con la fantasia e la capacità di sparigliare i giochi che hanno le persone d’ingegno ed i luminari (quale lui indubbiamente è) e non i semplici travet, di dare avvio ad “una nuova classificazione dei terroir nell’ambito delle Denominazioni di Origine dei vini italiani, sul modello della Borgogna. Una rivoluzione del sistema delle classificazioni dei nostri vini immediatamente fattibile” e tale da risollevare “le sorti dei produttori di Montalcino ridefinendo la qualità dei terreni e delle produzioni” che subito l’ordine costituito, l’establishment l’ha “bacchettato” e richiamato all’ordine.
Ma come si permette Fregoni, ha replicato a stretto giro di posta, pardon, di winenews, Roberto Bruchi (chi?) di cui le cronache, senesi, ci riferiscono essere direttore dell’Associazione produttori vitivinicoli toscani, vicepresidente di Unavini, ex componente del Cda di Enoteca Italiana (é al centro nella foto che lo ritrae durante una missione all’estero dell’Ente senese), nonché membro del rinnovato “Parlamentino” del vino, ovvero il Comitato Nazionale Vini.
Secondo l’enologo Bruchi (chi?) che con somma modestia dice di parlare nientemeno che “a nome dei produttori toscani”, – modestino… – “l’Italia non ha bisogno di adottare nessun modello Borgogna perché le grandi denominazioni italiane sono ampiamente valorizzate, conosciute e affermate grazie al nostro sistema di classificazione dei vini di qualità. Che valorizza ampiamente le peculiarità, la storia e le tradizioni dei nostri vini e dei nostri territori, e per di più il modello Borgogna non sarebbe di nessun aiuto ai produttori di Montalcino che, in questi mesi, hanno adottato misure e decisioni sicuramente efficaci per uscire dai loro problemi”.
Secondo il direttore di quell’associazione di indiscussa utilità che è Aprovito (apro che?), un’Associazione che, si legge googleggiando, “nasce da una volontà precisa dei produttori di organizzarsi in modo più opportuno e specifico in un settore che in Toscana rappresenta una parte importante e fondamentale dell’economia agricola. Attualmente sono associati circa 3.200 produttori in rappresentanza di soci singoli e di cinque Cooperative Cantine Sociali per un totale di produzione media di circa 360.000 quintali di uva. Le adesioni sono distribuite nelle realtà più significative del comparto vitivinicolo regionale”, e che come detto in un tipico grigio linguaggio burocratico-sindacalese-politichese intende “con le proprie attività, contribuire allo sviluppo della produzione vinicola, alla sua qualificazione e valorizzazione economica elevando il potere contrattuale dei soci, con la creazione di opportuni canali di commercializzazione che riservino a questi prodotti un adeguato spazio promozionale e di vendita, nell’interesse dei produttori e dei consumatori”, non c’è motivo di pensare alla Borgogna, perché nelle toscane contrade tutto va bene ed i produttori di Montalcino hanno trovato modo di “uscire dai loro problemi”.
Quanto alle critiche espresse da Fregoni sui troppi uvaggi utilizzati nelle denominazioni di origine, l’egregio enologo Bruchi pensa invece che questa eterogeneità e multiformità denunciata, giustamente, non da un grigio burocrate e funzionario di partito, bensì da un luminare che ha pubblicato oltre 300 ricerche e 10 libri ed é membro di 12 accademie scientifiche italiane e estere, “non sia un limite ma un punto di grande forza dei nostri vini che tendono a valorizzare il grande patrimonio dei centinaia di vitigni autoctoni presenti nel nostro Paese, a differenza della Francia dove la quasi totalità dei vini vengono prodotti con 8-10 vitigni. Evitiamo di copiare situazioni e modelli completamente avulsi alla nostra realtà. L’Italia del vino ha molto più da insegnare che da imitare”. Dev’essere proprio una mania, in certi ambienti toscani, quella dell’Italia che dalla Francia dello storico modello delle AOC, del terroir, dei grand crus, dei classement di Bordeaux decisi già nel 1855, non ha proprio niente da imparare, che è anzi maestra di vita e di comportamenti! L’aveva già detto un toscano d’azione come Giacomo Tachis, nella sua celebre uscita (leggete qui) che “dai francesi noi non abbiamo nulla da imparare …”, che “Il Cabernet Sauvignon, del resto lo abbiamo portato noi in Francia, cosa ci possono mai insegnare. In Italia dobbiamo metterci più cervello ed essere più realisti dei francesi”. Ora rincara la dose l’enologo Bruchi (chi?) un percorso professionale maturato tra Enoteche pubbliche carrozzoni e associazioni politico-sindacali del vino, dicendoci che “l’Italia del vino ha molto più da insegnare che da imitare” come se qualcuno, alla luce degli scandali che hanno toccato Montalcino e altre Docg toscane, potesse prendere per buone simili affermazioni.
Caro professor Fregoni, questa è l’Italia, anche a livello di rappresentanze ufficiali, del vino di oggi: come può ancora illudersi, anche grazie alle sue coraggiose proposte, che possa migliorare?
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Ma questo Bruchi ha capito che fra 227 giorni tutta quella fuffa che lui difende così strenuamente sparirà in un lampo?
Paolo, non é che “sparirà” come dici, dovrebbe, teoricamente, semplificarsi, ma larga parte delle attuali denominazioni resteranno…
Franco, perdona il luogo comune, ma è del tutto evidente che non c’è limite al peggio.
Ho avuto modo di partecipare al recente “career day” della Università Cattolica di Piacenza.
Il prof. Fregoni è una persona altamente meritevole di stima e rispetto per l’impegno e la passione che mette nel suo lavoro.
Tutto il resto è noia ( come direbbe un famoso cantante confidenziale degli anni ’70 )…
Gianni “Morgan” Usai
Comparaison n’est pas raison, bien sûr, mais la Bourgogne est l’exemple vivant que l’on peut produire de grands vins avec un seul cépage, blanc ou rouge. Ce n’est pas facile tous les ans pour les Bourguignons, notamment avec le pinot noir. Mais quand c’est bon, c’est sacrément bon. Et plus que le cépage, c’est le terroir qui s’exprime. Alors oui, en ce sens, le professeur Fregoni a 1000 fois raison de prendre la Bourgogne comme exemple – c’est un exemple bien plus intéressant que Bordeaux, que tant de Toscans ont voulu imiter, quoi qu’en dise M. Bruchi.
Leur vrai problème, n’est-ce pas d’abord d’avoir voulu imiter ce qui a du succès commercial, au mépris de leur propre identité. Mais qu’est-cer que l’identité pour les investisseurs, des banquiers, des assureurs, des sidérurgistes reconverti?
Au fait, l’Italie a de bonnes appellations mono-cépages. Brunello en est une. Verdicchio dei Castelli di Jesi, aussi, dans un autre style…
Caro Franco, il primo impulso è quello di sorridere, guardare e passare…però è grave riscontrare quanta sottocultura, clientelismo e prosopopea continuino a permeare un “certo” establishment del vino italiano…non vedo altra strada se non quella di continuare, giorno per giorno, a lavorare come stiamo facendo…il (chi?) è straordinario, da Oscar.
Con stima.
Per fuffa intendo tutte le denominazioni inutili che Aprovito ha promosso negli ultimi anni “per difendere il terroir”, quali Montecucco, Montecastelli, Montescudaio, Terratico di Bibbona, Pietraviva, Val di Cornia etc. tutte a base di Sangiovese (50% circa) e dei soliti vitigni internazionali. Ce n’era veramente bisogno o come al solito bisognava distribuire le ultime prebende (pagate dalla UE e da noi) ad enti e commissioni varie prima che la festa finisse?
P.S.
Per chi volesse “leggere fra le righe”:
http://www.valdelsa.net/det-cy44-it-EUR-22299-.htm
Buonasera.
Bravo Paolo! non c’era anche la DOC Grance Senesi?
Qual’è lo stipendio del signor “Chi?” Da Oscar mi sembrano quelli che gli danno uno (uno?) stipendio. E’ possibile avere uno screening di quanto sono pagati i Direttori di Consorzi e Associazioni “Chi?” del vino? Bisogna chiedere all’Espresso che faccia un’inchiesta giornalistica, magari da far uscire per il Vinitaly, così li abbiamo tutti lì di persona? Attenzione però al cumulo di cariche: è la somma che fa il totale.
Ma il Montecucco e’ un territorio vero, non una invenzione sulla carta, e con possibilita’ importanti. E il Montecucco Sangiovese e’ 100% Sangiovese.
Fatta questa difesa d’ufficio di una denominazione alla quale non appartengo, riconosco che ci sono almeno duecento denominazioni inutili in Italia, su oltre 300.
Sul fatto che l’unica strada sia il monovitigno secondo me bisogna avere il coraggio di dire che non dappertutto questa puo’ essere la strada migliore da seguire. Sicuramente si nel caso di Montalcino, meno in altre zone della Toscana (compresa la mia), ed e’ anche una strada non tradizionale per la maggior parte delle zone vinicoole, perche’ i vigneti non sono quasi mai stati da noi dei monovarietali. I vigneti vecchi che conosco in Maremma contengono, spesso sullo stesso filare, sangiovese, ciliegiolo, alicante, malvasia nera, ecc.
Il punto e’ che di vorebbe un po’ di ricerca, di quella seria, nelle zone vinicole italiane.
Si parla, si parla, ma nessuno mai tira fuori studi seri, ricerche fatte sui territori, sui vitigni, sui portainnesti, sui metodi di impianto e di coltivazione. Tutte cose certamente noiose per il pubblico, ma che in un paese con una trentina di facolta’ di Agraria, uno si aspetterebbe di vedere fare sul serio, e che un po’ d’interesse per i viticoltori ce l’avrebbero.
Non e’ mai troppo tardi, ma certo se si fosse cominciato a farle una trentina di anni fa, tante polemiche oggi sarebbero inutili.
Scusa GianPaolo, ma non è affatto Sangiovese 100%, come si evince dal suo disciplinare:
DISCIPLINARE DI PRODUZIONE DOC “MONTECUCCO”
ALLEGATO A D.D.30.O7.l998
Articolo 2 – (Vitigni ammessi)
I vini a denominazione di origine controllata “Montecucco” devono essere ottenuti da uve prodotte nelle zone di produzione delimitate nel successivo art. 3 e provenienti da vigneti aventi, nell’ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica:
Montecucco rosso: Sangiovese: minimo 60%. Altri vitigni a bacca rossa non aromatici, raccomandati e/o autorizzati per la provincia di Grosseto, da soli o congiuntamente nella misura massima del 40%.
Montecucco Sangiovese: Sangiovese: almeno l ’85%. Altri vitigni a bacca rossa non aromatici raccomandati e/o autorizzati per la provincia di Grosseto, da soli o congiuntamente fino al 15%.
Appurato ciò, lungi da me il voler entrare in polemica con te che il vino lo fai, non sono le nude cifre quelle che mi interessano ora.
Mi interessa invece, come tu dici e come il prof. Fregoni ha detto più volte, che si capisca qual’è la svolta epocale che ci attende fra meno di 8 mesi. Nessuno se ne preoccupa, ma il fatto è che non siamo pronti, perchè noi italiani agli appuntamenti arriviamo sempre in ritardo ed in cattiva compagnia. Io non vedo luci in fondo al percorso, così come nel passato è stato impostato, il mondo del vino con la nuova riforma ha solo da perderci. Ringraziamo per primi i consorzi di tutela che hanno fatto solo tanti inutili discorsi durante i banchetti per le premiazioni…
Ecco un altro (chi?) che beve male… ma dai!!! Ma non hanno un po’ di vergogna?
bellissima l’idea di Marco53. chi (Chi?)conosciamo di serio all’Espresso?
Comunque alcune affermazioni del signore in questione lasciano basiti. Il sistema attuale di denominazioni garantirebbe la qualità? Ma quale, quella del Chianti (Docg!) da due euri? Ma per piacere.
@ Gianpaolo
Il suo è uno dei pochissimi interventi scritto da una persona intelligente, e preparata su serio.
Tutto il resto sono polemiche inutili, come sempre, ed interventi dei soliti lecca@@@o.
Che noia, che barba, che barba, che noia
Nicola G.
A Paolo: guardi che il cambiamento previsto in OCM vino, purtroppo, sarà tutt’altro che epocale. Ed in ogni caso i direttori dei Consorzi si sono già attrezzati per continuare ad ottenere le proprie prebende da chi di dovere.
A Giampaolo: senza polemica, ma spesso le facoltà di agraria fanno più danni che altro con le loro ricerche. Ad esempio con le tanto decantate selezioni clonali.
Come scrive LALAU@, che gliene importa dell’identità dei territori agli “investitori” neoagricoli? Meno di zero.E quanti di loro hanno in mano importanti pezzi della nostra agricoltura? Tanti.
Se poi alcuni di loro (molti) vanno sottobraccio a chi ha ricevuto la patente per “guidare” le scelte di fondo, e magari i percorsi dei contributi…, ci troviamo con denominazioni quantomento strane.
La Borgogna è molto lontana; gli unici riferimenti che ci possiamo permettere sono quelli indicati dalla politica di casa nostra. Amen
@Corrado Dottori
Senza avere nessuna simpatia preconcetta per le facoltà di Agraria, mi sfugge il danno che può apportare un progetto di ricerca mirato ad una selezione clonale.
giuliano boni
mi sembra avesse detto “montecucco sangiovese” 100%.
“Montecucco” e basta no 100%. no?
ma poi io nella mia igniranza dico: come fa una disciplina legislaslativa a determinare la bontà o meno di un vino? quale sarebbe lo scopo delle doc? è un probleme di chiarezza con i consumatori? e un problema che non capisco nulla della francia ma al bon marche di parigi ho preso a 12 euro un borgogna da levarsi? forse…
vabbè io mi fido dei critici (alcuni) e me ne sbatto delle etichette, apprezzo però se imbottigliato all’origine e se non è un consorzio o una coop.
A Giuliano Boni: rispondo con una domanda. Secondo Lei la selezione clonale è una operazione neutrale? Si fa tanto parlare di standardizzazione dei vini dovuta a pratiche di cantina e molto poco si dice sull’impianto di vigneti con cloni sempre meno diversificati.
Ma il discorso sulla ricerca è lungo e complicato, meglio lasciar perdere.
@Corrado Dottori
Di solito chi fa un’operazione di selezione si pone un obiettivo ben preciso (più o meno colore, basso – o anche alto, volendo – vigore, resistenza alla siccità o alle malattie, ecc. ecc.), e quindi non è neutrale per definizione; forse sarebbe neutrale una selezione fatta a casaccio, ma faccio fatica a comprenderne lo scopo.
Mi sembra però che si stia facendo un salto logico dall’operazione di selezione (di competenza della ricerca, possibilmente in collaborazione coi tecnici viticoli) all’impianto del vigneto, la cui scelta ricade sul viticultore (o sui consulenti da lui demandati allo scopo). Scopo della ricerca è mettere a disposizione la scelta più ampia possibile di piente dalle caratteristiche note, compito del viticoltore è utilizzare quelli più più confacenti al proprio obiettivo produttivo: non diamo alla ricerca la colpa di scelte sbagliate da parte di altri.
Inoltre, volendo si può sempre far ricorso alla selezione massale; non c’è nessuna legge che impone di piantare il clone X piuttosto che quello Y, se non si vuole farlo.
Spero di aver chiarito meglio le mie perplessità relativamente al suo intervento.
giuliano boni
Gentile Giuliano, il suo ragionamento conferma esattamente ciò che intendevo dire. Poiché le scelte le fanno i consulenti, che spesso fanno anche la ricerca, o comunque la spingono in una certa direzione, questi tenderanno a piantare solo certi cloni. Non solo, spesso vengono anticipati gli espianti di vigneti con vecchi cloni in favore di nuovi vigneti con poca variabilità clonale. Certo, ci sono gli obiettivi produttivi: dunque eliminiamo i cloni sensibili alla botrite, quelli con ventagli aromatici che non rientrano nei parametri, ecc. Alla fine abbiamo una cosa: la perdita di bio-diversità ed una standardizzazione produttiva che inizia già in vigna.
La viticoltura europea è progredita grazie alla selezione massale. Ma oggi questa pratica è minoritaria e disincentivata. Certo, nessuno impone nulla a nessuno ma il suo ragionamento mi pare un pò ingenuo.
Caro Corrado, io sarò sicuramente un po’ ingenuo (e mi piacerebbe poter aggiungere anche giovane e idealista), ma i vignaioli sono anche (o devono imparare ad essere) imprenditori agricoli, e come tali dovrebbero assumersi la responsabilità delle scelte imprenditoriali che fanno (direi che l’impianto di un nuovo vigneto rientra sicuramente tra queste).
E se le scelte vengono demandate ad un consulente, la responsabilità non cambia, perché il consulente è tenuto a scegliere in base alle direttive che gli vengono impartire dal committente; se non lo fa, va cacciato a pedate e chiamato a risarcire il danno.
Per cui – ammesso e non concesso che ci siano rischi reali di perdita della bio-diversità e di standardizzazione – delle due l’una: o i viticoltori hanno volutamente impiantato cloni “omologanti” e rinunciato scientemente alla bio-diversità, e in questo caso non vedo perché prendersela con la ricerca, oppure sono stati buggerati da consulenti e/o da fornitori nei quali hanno mal riposto la fiducia (probabilmente senza nemmeno rendersene conto), ma sul cui operato non hanno correttamente vigilato.
Tertium non datur; per cui, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
Detto questo, ci tengo a precisare che personalmente considero la perdita di bio-diversità e la standardizzazione in vigneto una iattura da evitare a tutti i costi, ma per favore non diamo sempre la colpa agli altri.
giuliano boni
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