Wine Spectator (Thomas Matthews) replica alle critiche sui Top 100

Incredibile ma vero le punzecchiature di Davide, ovvero le critiche di questo blog e di quello ancora più piccolo, ma avvantaggiato dalla lingua inglese, che è Vino Wire, cominciano a dare fastidio al “Golia” Wine Spectator
Breve antefatto. Su Vino al Vino recentemente avevo detto quello che penso, ovvero che non è una cosa seria, né autorevole, ma semplicemente
un’operazione di marketing applicata al vino, l’annuale classifica dei Top 100 realizzata da quella che solo i bischeri, gli ignoranti ed i dilettanti allo sbaraglio si ostinano ancora a chiamare “la bibbia del vino”, ovvero Wine Spectator.
Mi ero chiesto (leggete qui) se davvero i 15 vini che formano la selezione italiana presente nell’edizione 2008 dei Top 100 rappresentassero in qualche modo il “meglio di Enotria”, ed i vostri commenti avevano testimoniato che non ero il solo a pensarla in questo modo.
E’ poi successo che Jeremy Parzen,  il mio caro amico wine writer e co-editor del wine blog in lingua inglese Vino Wire e curatore del blog Do Bianchi, che pian pianino comincia a farsi notare e leggere tra i wine enthusiast d’oltre Oceano, avesse sintetizzato e ridotto il mio pensiero in un post, leggete qui, al quale avevano replicato, con commenti molto pungenti, alcuni lettori. Bene, a qualche giorno di distanza, ieri abbiamo ricevuto sul blog una replica in forma di puntualizzazione e commento da parte nientemeno che di Thomas Matthews
, (nella foto) Executive Editor di Wine Spectator, collaboratore della rivista dal 1987, già responsabile dell’ufficio di Londra e ora based in New York, nonché responsabile delle degustazioni di vini spagnoli per la rivista, che ha così scritto:
I would like to add three comments to Franco Ziliani’s post about Wine Spectator’s Top 100 of 2008.

1. The wines selected are not the “best” of the year, as measured strictly by score; they are chosen because of their combination of quality, value, availability and excitement. For this reason, many excellent wines (including some of Ziliani’s favorites) are excluded.
2. All wines reviewed by Wine Spectator are evaluated in blind tastings (unless explicitly noted otherwise). Neither James Suckling nor any other editor can favor “friends” or punish “enemies.” Ziliani may disagree with our judgments, but he has no grounds to criticize our ethics.
3. Wine Spectator has been publishing for 32 years; according to independent research, we have 2.6 million readers. Are all these people stupid? Or do they recognize that our editors are passionate about wine, fair and experienced, and aim to educate wine consumers about wines, wine producers and the life of wine?
Wine Spectator is working to broaden the world of wine. We welcome honest debate, and urge wine drinkers to sample widely, consider all sources of information and judge for yourselves.Thomas Matthews, Executive editor Wine Spectator”.

Cosa rispondere al simpatico executive editor? Che loro possono fare tutte le precisazioni che vogliono, assicurare che tutte le degustazioni sono fatte rigorosamente alla cieca, che nessun editor, tantomeno “Giacomino” potrebbe <favorire “amici” o punire i “nemici”>, che non “esistono basi per criticare la loro moralità”, che hanno 2,6 milioni di lettori, la cui intelligenza non metto in dubbio, ma la loro capacità di spirito critico, per molti di loro, invece sì, che non hanno dubbi che gli editor di Wine Spectator siano appassionati ed esperti e mirano ad informare ed educare i lettori, ma che le loro valutazioni, che sono lì, chiare, evidenti, costituiscono la perfetta negazione di tutti questi presupposti che loro rivendicano.
E fanno pensare, ad esempio quando Suckling assegna un ridicolo, vergognoso 78/100 al fantastico Brunello di Montalcino riserva 2001 di Case Basse annotando “Smells like day-old tea, with stewed tangerine.
Full-bodied, with lots of fruit and a chewy texture, but turns hard and uninviting. Volatile. Tasted twice, with consistent notes. JS “, e 68/100 allo stesso vino, annata 2000, scrivendo che ” Turpentine remover, with a wet wool undertone. Has lots of ripe fruit underneath. This is better on the palate, with ripe plum flavors, round tannins and a funky finish. Not right. Tasted twice, with consistent notes. JS”, e contemporaneamente dà 97/100 al Brunello di Montalcino Castelgiocondo Ripe al Convento riserva 2001 Marchesi Frescobaldi con queste osservazioni “Aromas of blackberry, licorice and tar. Full-bodied, with silky tannins, great mouthfeel and a caressing finish that’s long and exciting. Builds and builds on the palate. Very close to the legendary 1997. Best after 2010. 2,200 cases made. JS”  e 94/100 al Brunello di Montalcino Luce della Vite 2003 della stessa proprietà definendolo “Big and powerful for the vintage. Full-bodied, with loads of ripe fruit that turns to black pepper and sultana, with smoky oak and dark chocolate. Very long and opulent. On the edge of being too much, but it’s impressive. A debut Brunello from this estate and one of the best of the vintage. Best after 2011. 850 cases made. JS”, che i casi sono due: o Suckling di vino capisce ben poco (sospetto che è ormai venuto a tante persone) o Suckling non fa informazione a favore dei lettori della rivista ma svolge, oggettivamente, un compito di pubbliche relazioni a favore di aziende che è molto difficile non definire sue “amiche” e dei cui interessi commerciali si prende cura con grande sollecitudine.
Al cortese Thomas Matthews vorrei infine chiedere: ma a Wine Spectator, alla Marvin Shanken Communications, non è mai venuto il dubbio che una copertura dell’Italia e una valutazione dei suoi vini come quella assicurata da troppo tempo da Mr. James Suckling alla lunga finisca con l’essere più dannosa (harmful) che vantaggiosa (profitable)? Kindest regards
Franco Ziliani

p.s. devo anche dar conto di un successivo messaggio e-mail che mi é stato inviato da Thomas Matthews, messaggio che letteralmente dice “Mr. Ziliani, since your point of view is evidently based on preconceptions rather than understanding, I would not expect you to change your mind. But I thank you for the opportunity to present my point of view to your readers. Thomas Matthews”. Sono ben lieto di presentare, anche ai lettori di Vino al Vino, le puntualizzazioni dell’executive editor di Wine Spectator, ma mi spiace per lui, nessun “preconcetto” da parte mia nei confronti della rivista di cui é significativo esponente, ma una valutazione, fredda e razionale, basata sui fatti e su anni e anni di stravaganti (eufemismo) punteggi e premi dati da Wine Spectator a vini italiani che possono essere considerati il meglio della nostra produzione solo da Mr. Suckling…

41 pensieri su “Wine Spectator (Thomas Matthews) replica alle critiche sui Top 100

  1. Indipendentemente dalla discussione in atto : “….blackberry, licorice and tar.” e “…. black pepper and sultana, with smoky oak and dark chocolate.”ci “azzeccano” ben poco (have very little to do with) con il sangiovese grosso /brunello.

    Comunque a legger bene Thomas Matthew si fortifica dietro quattro criteri che ripetono la storiella del tema “Io ed il mio gatto”. Vediamo : “quality, value, availability and excitement”. E cioé :

    Quality : un minimo di credito si da a tutti e perché no a WS ? Diciamo pure che sul livello medio qualitativo dei vini scelti c’é poco da discutere.

    Value: una cosa é il valore di un vino i USA un’altra quella dello stesso vino a Tokyo o Ancona.
    Comunque anche qui un minimo di competenza va riconosciuto.’

    Availability: cioé diffusione sul mercato (USA presumo) . Criterio comprensibile ma pericoloso da gestire.
    Esclude a priori tanti produttori che o per scelta propria o per limiti produttivi non curano i selezionatori delle guide o non hanno numeri abbastanza sufficienti. Peró WS puo´dire che con 2,6 milioni di lettori non si puo´interessare di vini che poi gli stessi lettori hanno difficiltá a reperire. Questo penalizza una marea di
    ottimi produttori italiani, ma credo anche borgognotti per esempio, e favorisce le majors che immettono
    volumi considerevoli sul mercato. C’é da chiedersi se l’esempio di Frescobaldi sia credibile – non tanto perché il vino sia buono o cattivo – ma perché mancano a WS i termini di paragone di tutti i Brunello non reperibili o scarsamente disponibili sul mercato. Questo spinge i recensori della rivista statunitense a
    privilegiare uno stile manistream ed internazionale con buona pace del vero e grosso capitale della produzione italiana ( ed in parte europea): la varietá.

    Excitement: qui WS cala l’asso della soggettivitá. A me questo vino mi emoziona. Quello no. Torniamo al tema: “Io ed il mio gatto”. Quello che eccita James Suckling non eccita Franco Ziliani, Quello che eccita Franco Ziliani non eccita sicuramente James Suckling: “vive la difference”!

    Sicuramente WS sa parlare ai proprii duemilioniseicentomila lettori e vive proprio del fatto che questi come senso critico zero zero carbonella. Anzi a quanto sembra ha WS tutto l’ interesse editoriale e commerciale a coltivare questa acriticitá dirigendo, consciamente o inconsciamente, le preferenze su vini
    validi, con buon rapporto prezzo qualitá e largamente disponibili. E che eccitano il selezionatore.

    Con queste premesse non c’é neanche da discutere se gli assaggi vengano fatti alla cieca o da dubitare sulla correttezza dei degustatori. La cosa é irrilevante. Come irrilevante per la maggior parte degli amatori del vino europei leggere WS. La rivista si rivolge ad un mondo particolare che solo per caso ha il vino come oggetto. Con questo non voglio disconoscere l’ impatto e la funzione per chi esporta negli USA,
    ma i valori e i fini che la rivista persegue iniziano e finiscono li. Basta ricordare questo.

  2. Concordo con il sciùr Franco, perchè non provare a sostituire Suckling con un altro tester, oppure usarne due contemporaneamente?
    Sicuramente la rivista WS ne guadagnerebbe in autorevolezza, ma forse agli yankees questo non interessa…

  3. quello che fa discutere di Wine Spectator e dei suoi collaboratori,sono proprio i loro concetti elencati,che mi sanno di baggianagine,
    quality:nel loro caso uguale a zero,ed e’ molto discutibile per come raccontano e per come giudicano i vini,e questo lo dico sia per gli italiani che per i vini altre confine………..perche’ é vero che loro non nascondono il loro metodo di giudizio,ma fa discutere il risultato del loro metodo,che e’ patetico e fazioso…
    value:e qui sono ancora piu’ ipocriti quelli di ws, perche chissà per quale coincidenza che i vini dei loro “amici” hanno voti alti e costi ridotti in certi casi? perche’ un vino che costi 75 dollaroni non e’ che in giappone possa costare un 100% in piu’ o un 100% in meno,ci possono essere delle differenze,ma non colossali,ormai con la cosi detta globalizzazione i costi e le spese di spedizione,sdoganamento ed costi i.v.a. non sono cosi differenti fra loro,percio’ altro motivo che non regge………
    availability:questo e’ un discorso a doppio taglio,perche’si possono recensire i vini cosi detti, piu’ reperibili sul mercato,il loro chiaramente,e magari visto dalla parte del cliente ignorante può sembrare corretto,ma da parte del cliente che conosce o ha già una certa cultura del vino é un esempio di scarsa professionalità e di non saper andare a scovare quel vino,che anche prodotto non in grandi quantità é il fiore all’occhiello o e’ il vino che meglio esprime quel tipo di zona,ma e’ difficile da reperire,pero’ lo si e’ ugualmente valutato,giusto per il diritto di informazione che deve avere come concetto un rivista del calibro di ws…..
    excitement:questo e’ l’unico punto dove gli si potrebbe dare ragione,perche’ e’ umano avere preferenze,percio’un vino ti puo’ eccitare ed un altro no,ok. ma si devono ricordare che devono essere professionisti nel loro lavoro,percio’ possono esprimere pareri personali su un vino,ma non farne un utilizzo scorretto per influenzare i consumatori a comprare un vino dove loro hanno i propri interessi economici……..questo mi pare un comportamento molto fazioso da parte loro,
    e come risposi un giorno ad un collaboratore di una rivista ben nota italiana…che mi disse che loro erano i leader nelle vendite della loro guida,beh…..gli risposi che non e’ la quantità che fa la differenza,ma la qualità,perciò ws può vendere 2.600.000 copie,ma a chi? voglio vedere il tipo di cliente che compra ws(beh..sinceramente l’ho visto,cultura vinicola meno dello zero)allora,loro vendono,si,si,ma innescano un movimento che non serve ad acculturare il cliente al mondo vinicolo,ma a dirottarlo a scelte,che poi risultano essere le loro………….
    comunque,loro saranno statunitensi come rivista,ma viene venduta in tutto il mondo,e le loro wine list fanno il giro del mondo,e quelle case vinicole che sono nella loro orbita di mercato,le espongono al pubblico locale con grande euforia………….perciò il loro modo semplicistico di giudicare un vino e alla visione di tutto il mondo………………
    comunque il modo di giudicare in maniera faziosa esiste anche da noi…

  4. Bravo Franco!

    How can Thomas Matthews write that their scoring is “fair” when you consistently see high scores for ripe, modern wines and poor scores for traditional wines?

  5. Beh l’analisi di Carlo Merolli credo sia condivisibile.
    D’altronde, volendo si possono discutere anche le valutazioni delle nostre guide, le quantità dei 5grappoli/3 bicchieri. Le guide e le riviste si rivolgono ad un pubblico più di wine enthusiast che di wine addict, credo. E tra i primi, che piaccia o meno, lo stile che fa breccia, anche qui da noi, è quello che WS predilige. Di certo i vini di Soldera non sono per quel pubblico, al di là delle indicazioni di WS quel tipo di pubblico non li può apprezzare.
    L’aspetto reperibilità, sempre in una logica di grandi consumi, sicuramente favorisce il barolo di Pio Cesare rispetto a quello che so io di Brezza o Cappellano o Rinaldi o Giacosa.
    Dimostrare poi che certe riviste abbiano rapporti incestuosi con alcuni produttori è senz’altro difficile da provare. Anche se piuttosto facile da sospettare.
    In conclusione, non pretendiamo forse troppo noi, scusate se immodestamente mi ci metto anche io, quando chiediamo alle riviste per il grande pubblico di esaltare vini che per il grande pubblico non sono?

  6. Pingback: Wine Spectator vs. Ziliani: Round Two « Do Bianchi

  7. Bene, Franco, benissimo: la risposta di Matthews segna una piccola svolta storica, a prescindere dalle rituali e scontate argomentazioni. Avanti così.

  8. @Massimiliano Taddeini: e´proprio qui il punto dolente – o gaudente. Tu scrivi : “….vini che per il grande pubblico non sono….”. Ma questa divisione non esiste, non é nella mente del produttore e- soprattutto – non dovrebbe essere una scelta di segmento. Se é questo che WS fa, buon per loro, ma é una scelta commerciale non una scelta da amatore del vino (perché e´a questi che le guide si rivolgono, vero ?).

    Se invece le guide cominciano a discernere o peggio a discriminare tra quelli che fanno poche bottiglie e quelli che ne fanno tante, tra quelli che conviene recensire e quelli che non conviene recensire, allora ci spieghiamo anche la perdita di credibilitá delle guide in generale. Una volta, tra noi appassionati ed operatori, si attendeva l’uscita delle guide non dico in spasmodica attesa, ma con vivo interesse. Oggi, ne converrai, molto meno.
    E non credo sia solo una questione di crisi finanziaria o dei mille blogs che trattano e bene l’argomento
    vino nel corso dell’anno.

    Il momento in cui la guida segue il mercato invece di precederlo, scala di posto e da, appunto, “guida” diventa gregario.

    Ti assicuro che ci sono una marea di produttori che vivono e bene lontanto da WS ed anche dalle guide nostrane. E´perché fanno vini per pochi o pochi vini ? Non credo. Vivono bene perché si concentrano sul proprio lavoro che é produrre vino fatto bene che sanno sará bevuto ed apprezzato da una cerchia, piu´o meno vasta, di clienti affezionati e che – preparati o no – non si lasciano influenzare nelle loro scelte da gente che abita in altre regioni, per non dire oltreoceano.

    La parcellizzazione, la frammentazione della nostra produzione, apparentemente una debolezza, é in realtá una forza d’urto, un’arma potente, un capitale agricolo che trovi solo in Italia: se lo lasci in mano a editori la cui ragione di vita e quella di vendere il piu´alto numero di copie possibile, finisce che prima lo decurti e poi lo sciali in una serie di centesimi, grappoli, bicchieri che da soli non possono essere le ragioni del vino né rappresentarlo. Un Lambrusco, un Groppello, una Lacrima di Morro, che so´un Ciliegiolo e via citando, non li vedi mai primi o secondi o terzi nelle classifiche. E che ? hanno meno dignitá meno valore, sono meno buoni di un Barolo anonimo che si presenta senza identitá agricola e si piazza al decimo posto ? Sono vini per pochi ? O sono “pochi” i recensori, im-piegati alle ragione della casa editrice che li assume e che gli paga lo stipendio ?

  9. ebbene sì, le ha scritte lui, io le ho recuperate sul sito Internet di Wine Spectator, quelle solenne bischerate di cui dovrebbero vergognarsi non solo lui, ma la rivista che certe corbellerie le pubblica

  10. Franco, immagina solo per un attimo cosa succederebbe se un domani, i 2.600.000 lettori di WS dovessero leggere che Giacomino alla degustazione delle nuove annate, “appioppa” ad un 2004 di Soldera il punteggio di 100/100???
    Sarebbe sommerso dalle telefonate, così come è già successo all’amico Voerzio con il suo Brunate ’97, di gente che sarebbe interessata al suo Brunello solo perchè “l’ha detto qualcuno” che era così buono! Con buona pace dei veri amatori che lo apprezzano da sempre solo perchè in quel vino ci trovano la personalità e lo spirito del Sangiovese, e che lasciano ad altri i vini con: “Aromas of blackberry, licorice and tar”. E che siano: “Full-bodied, with silky tannins, great mouthfeel and a caressing finish that’s long and exciting. Builds and builds on the palate”…
    Ma la cosa che mi meraviglia ancor di più, sta’ nel fatto che Gianfranco invii ancora i campioni a WS!!!

  11. Sono pienamente d’accordo anch’io con quanto scritto da Carlo Merolli, in particolare l’ultima parte del suo intervento.
    Forse oltreoceano non lo sanno, ma in Italia non esiste, per fortuna, solo la globalizzazione delle mode e dei gusti anche nel campo enogastronomico. Anzi, ogni regione ha il vanto di poter offrire un piccolo universo in questo campo, che esalti e valorizzi le tipicità di ogni territorio.
    Molti, e io sono tra qusti, ricercano e apprezzano, ad esempio, l’accostamento della cucina tipica di quel territorio con i vini della stessa zona, che sappiamo essere molto più vari dei “soliti noti”. In questo modo si evita non solo l’omologazione del gusto, ma anche e soprattutto la scomparsa di culture, storie e tradizioni che altri, solo perché non hanno un bagaglio secolare (se non millenario…) paragonabile al nostro, vorrebbero cancellare o ignorare.
    Per nostra fortuna, non esistono solo Brunello, Barolo, Chianti o Sassicaia! E non siamo solo il Paese della pizza, degli spaghetti e dei mandolini…!

  12. Alla fine qui c’è, volente o nolente, un “turning point”, perché una rivista ricca in sponsor deve affrontare un blog, dovendo replicare con argomentazioni raffazzonate e battere in ritirata. Vi par poco?

  13. Caro Franco,

    Fammi capire Matthews, scrive il Top 100 non sono i vini migliori allora perchè dicono “TOP” ?(why not 100 wines that have a good qulaity/price)? e se non sono i Top, cosa signica “excitement” per loro? Mi piacerebbe sapere.

  14. @Carlo Merolli. Lo confermi anche tu dicendo che non attendi più con la stessa trepidazione l’uscita delle guide.. le guide si rivolgono più ai wine enthusiast che ai wine addict. ribadisco il mio , personale, personalissimo pensiero. ma non trovo nulla di male in questo. Ed ognuna ha il suo pubblico di riferimento dal quale è influenzato e il quale comunque influenza. Il rapporto è bidirezionale. Come non trovo nulla di male che molti, moltissimi vini siano costruiti quasi a tavolino e comunque studiati con gli strumenti del marketing. Poi ci sono i vini territoriali, i vini che cercano di interpretare, a volte riuscendoci magnificamente, il loro territorio, l’annata, la filosofia del produttore al di la del marketing. Ma solitamente sono i vini più difficili e meno apprezzati dal grande pubblico. Che ama le “costruzioni stilistiche”, oggi meno grevi, tostate e coprenti che nel recente passato, ma pur sempre costruzioni stilistiche. Ma non c’è nulla di male in questo, mi ripeto. Io non ho gli strumenti per capire le sfumature di un dipinto di Picasso, non vedo come una persona non particolarmente usa al bere consapevole possa facilmente capire che so io Biondi Santi, o Soldera, o Monfortino. Grave invece, al di la del suo pubblico di riferimento è che un degustatore professionista ed opinion leader non li capisca. Suckling ad esempio.
    Ultima nota sui raffronti tra le varie tipologie. Certo un buon Lambrusco meglio di un anonimo Barolo. Però le categorie esistono. E i picchi di grandezza che toccano il Nebbiolo in Langa ed alcuni Sangiovese, credo che altre tipologie li continueranno a sognare in eterno.

  15. @Massimiliano Taddeini .Scrivi : “Come non trovo nulla di male che molti, moltissimi vini siano costruiti quasi a tavolino e comunque studiati con gli strumenti del marketing.” Ed ancora :
    “non vedo come una persona non particolarmente usa al bere consapevole possa facilmente capire che so io Biondi Santi, o Soldera, o Monfortino.”. Davanti a queste du affermazioni, m’arrendo. Non per arroganza
    credimi, ma perche´sono talmente in disaccordo con questa concezione che da una parte vede il vino quasi come mera commodity e dall’altra come prodotto elitario, che rischierei di andare troppo fuori del seminato ed approfittare troppo dell’ ospitalitá del padron di casa.

  16. Se posso aggiungere un commento e se fossi un addetto ai lavori, direi che una volta esaurite le difese d’obbligo delle nostre bio-diversità focalizzerei le mie energie su due punti:
    1)I numerosi lettori di WS hanno gusti propri e definiti e credere che siano condizionati dai redattori è un filino riduttivo. Questi lettori hanno una caratteristica che dovrebbe interessare molto, vale a dire un forte interesse nei confronti del vino ed una elevata propensione a spendere più della media per una bottiglia. Sono disseminati in tutto il mondo e rappresentano un universo, per dirla con il linguaggio del mkgt, molto ben targettizzato, con il quale si può interagire. Mi porrei a questo punto una domanda, ammesso che questi consumatori interessino ma, vista l’energia profusa verso Mr. James ed i suoi orientamenti, direi proprio di si. La domanda riguarda il come, una volta stabilito che WS ed i suoi lettori hanno un gusto primitivo, approfittarne per portarli verso uno stadio evolutivo più consono alle nostre produzioni vinicole. Non credo affatto che un olandese, un nuovayorkese ed un inglese abbiano in comune solo ignoranza nel gusto o nel vino. C’è altro ed è qui che bisognerebbe studiare.
    2)Noi Italiani siamo spesso menzionati per certi difetti, più che per i nostri innumerevoli pregi. Ad esempio ci viene riconosciuta una dose eccessiva di furbizia nell’aggirare le regole, poi il lamento ed il fatalismo sono il nostro condimento preferito. Infine preferiamo accrescere i nostri meriti evidenziando i difetti altrui, piuttosto che esporre compiutamente ciò che sappiamo fare. Vogliamo sdoganarci da questi luoghi comuni? Non penso che affermare la presunta incompetenza di Mr. James Suckling in fatto di vino, sia utile. A chi servirebbe poi, ad aprire gli occhi ai suoi fedeli lettori? Suvvia, siete liberi di farlo ma sprecate energie. Io approfitterei del fatto che il Chief Editor di WS è intervenuto nel blog per aprire confronti e per capire qualcosa di più in questo gigantesco mercato, che i media hanno contribuito a rendere sempre più piccolo e frammentato in nicchie. Saluti a tutti.

  17. il mio lavoro mi consente di avere rapporti con decine di americani che voi definite ‘wine enthusiast.Vi assicuro che bastano pochi secondi, basta raccontargli che cosa è il Tintore piuttosto che la Pepella e poi farglieli sentire anche a rischio di stappare la bottiglia per riportarla indietro, per farli aprire gli occhi e soprattutto il palato.Io non sono sicuro che chiedono quello WS gli offre, secondo me invece sono abilmente plagiati dagli interessi e politiche editoriali.

  18. @Carlo Merolli. Mi scuso anche io con il padrone di casa per l’invadenza di questa discussione a due, di cui mi attribuisco ogni colpa. Hai comunque ragione quando mi attribuisci questa visione. Si, sono convinto che ci sia molto vino che non è altro che un “prodotto”, fatto molto bene a volte, meno bene altre. Ci sia del vino che, per sue caratteristiche è quasi inevitabilmente destinato ad un consuno “elitario”, come dici tu o magari “consapevole” come preferisco dire io. E’ poi c’è tantissimo vino fatto con passione, da viticultori seri, competenti ed appasionati che non raggiungerà mai i picchi del vino “elitario”, per suoi limiti intrinseci, ed ovviamente continuerà a trovare difficoltà nei confronti del vino di marketing.
    Ma questa, nel mio personalissimo pensiero, è una fotografia della realtà. Non una sua difesa. E non mi scandalizza.
    Non credo che in realtà i nostri pensieri siano molto distanti.
    Grazie per l’ospitaltà.

  19. @Massimiliano Taddeini: la produzione mondiale di vino e´di gran lunga superiore alla richiesta. Vuoi scommettere che gran parte dell’ invenduto é vino “fatto come lo vuole il Cliente” ? E in questa categoria ci metto tutto: dalle megagiacenze australiane al Brunello riveduto e corretto “for USA”. Allora? soluzioni non ne ho, ovviamente, ma se marketing significa copiare i rischi sono, perlomeno, due: (1) snaturare la tradizione di un distretto vinicolo (2) entrare in concorrenza con paesi dove costi e controlli sono
    inferoria quelli italiani. Se devo seguire le tue constatazioni – ovviamente e come tali non errate – l’ unica risposta che posso trovare é l’ introduzione nell’ambito dell’ attuale legislazione di una ulteriore denominazione (con buona pace di che le denominazioni le vorrebbe eliminare ): I.A. e I.I. .

    I.A. sta per “Identitá Agricola” e dice al consumatore che il vino e riconducibile ad una precisa ed identificabile superficie vitata. In etichetta : nome e cognome del produttore, superficie del vigneto.
    litri prodotti in quell’anno, bottiglie imbottigliate in quell’anno e quante piú informazioni (additivi etc o mancanza di tali) ti permettono di prendere in mano la bottiglia e identificare da dove viene.

    I.I: sta per “Identitá Industriale” e – sempre nell’ambito della legislazione in atto – qui ti puoi divertire a
    fare il vino su misura per il cliente, come lo vuole il mercato, come natura crea e come pratiche enologiche
    (legali) conservano. Ai prezzi che vuoi, con le uve di moda e nei volumi che il mercato ti richiede.

    Noi beviamo e scriviamo e parliamo di un prodotto che ha lo stesso nome “vino” ma in realtá si tratta di prodotti diversi che vengono da mondi diversi. E si rivolgono neccessariamente a pubblici diversi. Questo dovrebbe eliminare anche il discorso “elitario” vs. “consapevole” che dir si voglia.

    E visto che sto approfittando dell’ ospitalitá di Franco Ziliani :

    @Giovanni Solaroli: in una nazione come l’ Italia in cui la centralitá del potere ed il concetto di nazione sono relativamente recenti e sentiti fortemente solo da una parte della popolazione e´semplicistico parlare di “ci viene riconosciuta una dose eccessiva di furbizia nell’aggirare le regole”. Sarebbe bello e giusto non fosse cosí e sono anche sicuro che la maggior parte dei cittadini sarebbe pronta ad essere ligia. Ma non é cosi´, purtroppo. D’altra parte senza questa disobbedienza incivile e questa necessitá di essere creativi non avresti oggi i supervini da tavola, i supertuscans, il Sassicaia etc.

  20. Merolli, il mondo da Lei delineato è quello dei sogni e come tale non mi può che trovare perfettamente d’accordo. C’è un problema: che riportare in etichetta le due “identità” significherebbe anche arrivare ad una discriminazione di prezzo non irrilevante. Oggi gli “industriali” fanno una concorrenza di prezzo agli agricoltori proprio potendo sfruttare strumenti come DOC, DOP, ecc. creati a loro uso e consumo. Sfugge a questa regola solo chi riesce a crearsi una personalissima identità propria e non replicabile. Per questo credo che la Sua splendida proposta non verrà mai codificata in alcuna legge. La sfida, semmai, è creare consumatore talmente bene educati al gusto che sappiano discriminare essi stessi direttamente in fase di scelta.

  21. @Carlo Merolli: è la prima volta che sento esprimere il concetto di necessità creativa legata alla disobbedienza civile come condizioni “sine qua non” per avere grandi vini come Sassicaia e SuperTuscan. Non si finisce mai di imparare..Speriamo solo che questa parte di cittadini pronta ad essere ligia non si addormenti tra intenzione e messa in pratica. Saluti carissimi.

  22. @Giovanni Solaroli: non ho scritto – ne pensato – ” condizioni “sine qua non” per avere grandi vini come Sassicaia e SuperTuscan” . Invece scrivo e penso che Sassicaia e co. siano stati diretta o indiretta conseguenza della obbligata interpretazione creativa della legge DOC di quel tempo.

    @ Corrado Dottori: grazie. La proposta contiene una dose di provocazione, vero. D’altra parte secondo me siamo al bivio, specie dopo l’ ingresso dei paesi oltreoceanici ( e presto Cina) sul mercato del vino.
    Per tornare a bomba, un vino come il Barolo premiato da WS con il decimo posto tra i TOP 100, non so se
    avrebbe avuto la stessa posizione se fosse stato marcato Barolo DOCG I.I. Certamente non lo stesso prezzo.

  23. @ Carlo Merolli. Condivido il ragionamento su tutta la linea. Anche la provocazione sui vini industriali ed i vini agricoli. Condivido l’analisi sui rischi che si corrono a snaturare le tradizioni di un distretto vinicolo. Senza alcuna riserva.
    Aggiungo che ai vini “da identità industriale” quelle denominazioni (ovviamente snaturate a loro comodo) servono eccome, sono come un’autentica notarile in calce ad una dichiarazione di autenticità, tradizionalità e territorialità che rappresenta un grande vantaggio rispetto alla concorrenza del nuovo mondo.
    Anche se poi il discorso sui gusti del cliente sarebbe da approfondire, senza demonizzazioni o supponenza. ma è lì che credo ci sia qualche divergenza di opinioni tra noi.
    Non approfitto oltre dell’ospitalità.

  24. Signori Merolli, Taddeini, Dottori, Solaroli, smettetela di fare questi ragionamenti così capziosi e sottili! Ricordatevi che siete su un blog, qualcosa che secondo una mentalità comune e diffusa (e becera) é molto più simile a ” “bar del cacciatore” dove sparlare e parlare a casaccio”! Tanta “filosofia” e ragionamenti così raziocinanti non sono roba da blog!

  25. le classifiche le fanno tutti e non solo nel mondo del vino
    basti guardare per la musica ,i film ,i libri: io ,ad esempio non sono mai d’accordo . però il businness e la passione sono due mondi molto distanti.
    io opero nel commercio del vino e sono sommelier e sono sicura che se vEndessi solo i vini che mi piAcciono e che OGGETTIVAMENTE sono i più buoni , farei la fame .
    WS alla fine vende un prodotto e quindi farebbero bene ad ammettere che per vendere e GUADAGNARE bisogna rivolgersi ad un pubblico il più ampio possibile,non lo fanno?prendetene atto e non leggeteli!

  26. @Ivano Antonini: hai scritto “ma la cosa che mi meraviglia ancor di più, sta nel fatto che Gianfranco invii ancora i campioni a WS!!!” In verità Gianfranco Soldera non invia i campioni dei suoi vini a nessuna guida e giornale specializzato e tantomeno si sogna di inviarli a Wine Spectator…

  27. Stavolta Sig. Ziliani ha colpito la portaerei!

    Da semplice consumatore che segue da 10 anni il mondo del vino e si e’ fatto le proprie idee assaggiando i vini italiani, mi limiterei a dire che:

    a) dei quattro concetti che MR Ws,riguardo ai vini italiani, evidenzia mi soffermerei solo su uno in quanto: Excitement, troppo soggettivo per essere utilizzato per una valutazione da guida che si rivolge al grande pubblico, Value troppo discriminante, Quality, ovvio che tutti i vini citati hanno la decenza di un minimo di qualita’
    b) e’ il concetto di availability, nel quale non si capisce quale e’ la causa e l’effetto che fa si che un vino italiano sia largamente available sul mercato e che il mio preconcetto(preconcetti spesso forti come usi e consuetudini) fa si che abbia il sinonimo di AGREEMENT.
    c) ma se si riesce addirittura a stilare una classifica dei TOP 100 sulla base di questo concetto, perche’ non un usarlo anche per i concorsi di bellezza. Miss

  28. Non avevo letto il commento di Francesca e purtroppo descrive benissimo la cruda realta’ dei mercati. Inutile sognare. Tutti conoscono Madonna e non Joshua Redman. I dischi piu’ venduti non possono essere mai i piu’ belli e quelli di artisti o di ambiti capiti da pochi. I libri piu’ belli e interessanti diffilmente sono best sellers. Inutile sognare che WS faccia una TOP 100 con i vini realmente espressione del terroir e con opere d’arte di piccoli produttori. Meglio limitarsi a dare una sfogliata da curiosi come ad rotocalco sotto l’ombrellone d’estate. E SORRIDERE…senza prendersela.
    saluti.

    cesare

  29. @Francesca: “il businness e la passione sono due mondi molto distanti.”
    Mai affermazione fu piú errata. Firmato (alla rinfusa) : Enzo Ferrari, Diego della Valle, Sergio Manetti,
    Mascarello Mauro, Mascarello Bartolo, Giacosa Bruno, Mila Schön, Ampelio Bucci, Luigi Einaudi, Luigi Rana, Famiglia Martelli, Antonio Cavalieri Ducati, Ferruccio Lamborghini, Pellegrino Artusi, Marco De Bartoli, Alessandro ed Antonio Palombo, Valentino Migliorini, Francesco Travaglini, Elvio Milleri e mi voglio rovinare toh : Franco Ziliani, Antonio Tombolini e un milione di altre persone viventi o serenamente defunte…

  30. ragazzi, ma ancora prendete seriamente Wine Spectator??? ma Soldera 2000 lo avete assaggiato??? un vino eccezionale. Nonostante io trovi il personaggio un pò antipatico, bisogna ammettere l’assoluta qualità del vino!!!
    68/100 ??? Capisco la coerenza in media della critica, ma questo è un outlier che fa solo venire da ridere. Uno che si occupa di vino da 2 decenni non può dare quel voto. é come se un matematico non sapesse fare le addizioni.
    Comunque, visto che mi occupo di statistica, se qualcuno ha dei dati tabulati dei voti di questi elementi vi propongo di dare un fondamento scientifico alle critiche.
    Se il sign. Ziliani è interessato facciamo qualche grafichetto e cerchiamo di capire come giudicano con qualche metodo utilizzato in analisi dei dati.

  31. @carlo merolli. non lavoro nel settore del vino, ma in difesa del concetto della sig.ra francesca, e’ ovvio che la sua affermazione va letta nel senso “vendo per campare, se vendessi cio’ che mi piace (seguendo le proprie passioni) morirei di fame”, nel senso che bisogna adeguarsi alle regole del mercato.
    se il mio amico che vende vino nella mia provincia si accontentasse di vendere i nomi come quelli che lei cita mascarello bartolo e mauro, giacosa, morirebbe di fame (gli stessi probabilmente non si servono di agenti).
    lei cita nomi che sicuramente condividono passione e business,ma per alcuni nomi quanto predomina ormail business sulla passione? quale sarebbe il fatturato di rana se facesse ravioli a mano, il fatturato di della valle se vendesse solo scarpe cucite a mano? C’E’ solo passione nel creare un brand che tiene perfettamente conto dei giochi del marketing, del franchising e della grande distribuzione? purtroppo non posso aggiungere altro saluti

  32. @Cesare: adesso mi tocca vestire i panni di quello che ne capisce qualcosa ed invece non ne ho mai capito nulla. Di mercato. Peró di una cosa sono sicuro, te la posso garantire e ci posso tenere lectio magistralis: in tutti i campi, e specie massima in quello del vino, vai avanti solo proprio se vendi quello che ti piace, quello in cui credi.
    Certo, devi fare i conti di come vuoi campare, di quanti telefonini hai bisogno etc etc. Poi devi anche applicarti, studiare, migliorarti, essere un passo avanti ai tuoi clienti. Devi essere perlomeno altrettanto bravo di quelli che fanno il prodotto che ti piace. Poi non devi mollare: chi diventa professionista ? il dilettante (l’amatore) che non molla. E´un cliché ma é anche vero.

    Se sceglie di “adeguarti alle regole del mercato” ci sará sempre qualcuno piu´”adeguato” di te che ti taglia
    in due, che ha piu´soldi, piu´esperienza piú mezzi. Adeguati solo se ti sta bene, se ci credi. Anche le regole del mercato hanno un loro valore, una loro bellezza, una loro attrattiva. Non si tratta di dover scegliere se essere snob o meno. Francesca magari ha qualche difficoltá, sul mercato al momento attuale (chi no ?)
    ed allora e´il momento giusto per la “crisi” nel senso originale di “giudizio, revisione”, il momento migliore per chiedersi se il proprio eventuale disagio sarebbe stato piu´grande o piu´piccolo se avesse trattato solo i vini prediletti e solo quelli della propria passione.

    Insomma Cesare guardati intorno: senza passione dove vai ?

  33. c’è molta gente che fa della propria passione un businness,
    questo è vero , soprattutto per chi crea un prodotto e anche di qualità ,su questo non si discute , ma sono pochi . Io credo che , facendo un po’ di populismo, la qualità vera dovrebbe inseguirla anche chi si rivolge ad un pubblico vasto e non solo ai pochi eletti che possono permettersi vini, vestiti, scarpe , automobili, motociclette di alto livello.
    la maggior parte della gente è di ceto medio o ,ormai, medio-basso . meglio che bevano acqua ?

  34. avendo a che fare con questo tipo di cliente, è molto più difficile puntare sulla qualità , io ne conosco di cantine che escono a prezzi accessibili con prodotti di qualità.
    Ma dura fatica far entrare i loro nomi nella testa della gente e spesso ,se poi questo succede,se il successo arriva ecco che nel 90% dei casi il prodotto cambia , diventa più “ruffiano”, più “internazionalle” o almeno a me così sembra.
    sono d’accordo comunque col sig.merolli , non bisogna fare di tutta l’erba un fascio ,perchè c’è sempre un 10% che si salva ed è grazie a questo che chi lavora con passione va avanti.

  35. Pingback: Desde el Caribe: ¡El Botellazo 2008!(4) « La otra botella

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