E così un bel momento… (cit. Cochi e Renato) – la finestra di Briscola

Con perfetto tempismo, dimostrando di saper essere sul pezzo, Briscola commenta, con la consueta sagacia e la graffiante ironia di sempre, rinviandoci ad una vecchia canzone di Cochi e Renato (leggere e ascoltare qui), l’argomento del giorno, le enomarchette a prezzi di saldo proposte da qualche disinvolto signor nessuno… Sembra una parodia, ma ahimé, è realtà diffusa…
f.z.

“Gentilissimo, abbiamo ricevuto la Sua gentile proposta di acquisto di degustazioni, con garanzia di recensioni positive. Gliene siamo grati e confermiamo già da ora la nostra intenzione di aderire. Noi, come Azienda produttrice, sappiamo com’è: soltanto pagando gli articoli e le pubblicità su certe riviste il nostro vino è buono. A noi importa che esca il nostro nome con la scritta “Più buono al mondo non ce n’è”.
Siamo infatti convinti che i lettori siano tutti dei cretini, che più pagano e più sono contenti, anche se bevono vini mediocri. Sappiamo però differenziare gli investimenti: un tanto ai giornali di élite, un meno tanto ai giornali popolari, un contentino ai siti Internet. Alle tv siamo disposti a dare qualsiasi cosa.
Privilegiamo ovviamente chi ha alle spalle una guida, che nessuno leggerà, ma a noi non l’hanno ancora detto e perciò fingiamo di non saperlo. In quanto a sforzarci di produrre vino migliore, un vino che realmente possa valere in qualità, ci sembra sinceramente fatica inutile: perché dovremmo imparare a far qualcosa che non serve?
Il vino lo vendiamo lo stesso, basta uscire su certi giornali. Partecipiamo anche ad eventi completamente inutili, investendo in viaggio, soggiorno, quota d’iscrizione e bottiglie di vino, in modo tale da poter leggere il nostro nome su un elenco stampato che nessuno leggerà. L’importante è che la nostra bottiglia non capiti in mano a uno di quei degustatori rompicoglioni che magari scrivono e dicono che il vino va migliorato: e che?
Non lo sappiamo già? C’é bisogno di dirlo a tutti? Se non siamo capaci, non siamo capaci, basta, finita lì. Continuiamo a produrlo lo stesso finché c’è mercato e il mercato c’è, soprattutto quando possiamo dire che siamo stati pubblicati di qua e di là.
Noi sappiamo com’è in Italia: ci sono tre tipi di comunicatori. Quelli bravi, che si fanno pagare un po’ ma poi non comunicano stupidate ma solo che il vino è buono; quelli incapaci, che giudicano obiettivamente un vino, non si fanno pagare, ma poi si rischia che ti offendano diffondendo il loro giudizio. E’ informazione, questa? Io, che sono il migliore produttore del miglior vino che il mondo abbia mai visto, posso sottostare a quest’offesa?
E poi c’è la terza categoria di comunicatori, i migliori, che siamo noi Aziende. Noi sappiamo pianificare la nostra comunicazione, sappiamo trovare begli slogan, sappiamo cosa dire e come dirlo e, come sopra indicato, sappiamo chi pagare per il servizio svolto.
E poi c’è qualche fessacchiotto che si scandalizza se qualcuno propone a un’Azienda di pagare un tot per una recensione! MA SIAMO NOI, NOI AZIENDE A VOLERLO! Noi ad aver  voluto e a sostenere un finto giornalismo, una finta informazione, una finta comunicazione! Lei pensa che qualcuno si permetterebbe di fare proposte del genere se noi non le accettassimo?
Se avessimo chiuso la porta in faccia al primo che ce lo proponeva e anche al secondo, al terzo e al quarto, secondo voi ci sarebbe ora un milionesimo a proporlo? Invece no. Gli abbiamo spalancato la porta e abbiamo detto: “Prego, si accomodi. Solo cinquemila euro per una pagina? Ma no, faccia lei, anche seimila, pur di essere presente per 12 mesi o 24 anni! Ah, va bene 24 anni? Però lei scriva che il “Ciribiribì che bel faccin” è un vino da podio internazionale, mondiale! Galattico, dice? Grazie, lei sì che se intende! Gliene regalo anche un paio di casse, così lo prova a casa, in famiglia. Ne vuole 8 di casse?”.
Ecco, vede, è questa la differenza fra noi e il resto del mondo: dalle altre parti, il vino lo fanno buono e cercano di migliorarlo. Noi siamo già capaci di farlo, dobbiamo solo venderlo. Noi dobbiamo solo vendere, non importa con quale mezzo.
Certo qualcuno di noi, un po’ ignorante, si sforza di agire diversamente dal gruppo: s’impegna sulla qualità, non investe denaro in giudizi a pagamento, ascolta le critiche o, pensi che stupidità!, addirittura le chiede, sottoponendo i suoi vini a chi può formulare un vero giudizio obiettivo. Non teme che il degustatore lo sputtani, sostiene invece che un degustatore serio non danneggia mai l’immagine di un prodotto o di un’Azienda: esprime un giudizio, che è un consiglio! Le sembra credibile?
Ma un degustatore serio tende a sputtanare i vini non seri, questa è la vergogna contro cui noi ci battiamo! Ai giornalisti e ai degustatori che non ci servono, quelli che vogliono dire la loro, noi togliamo anche il saluto, altroché! In attesa di incontraLa per darLe quanto dovuto.

I nostri rispetti. Uno dei tanti (purtroppo)”

Many kisses! Briscola

0 pensieri su “E così un bel momento… (cit. Cochi e Renato) – la finestra di Briscola

  1. Buonasera.
    purtroppo la realtà ben peggiore….. e tra i peggiori c’è anche chi prende 250.000 € per non fare nulla, anzi se fanno, fanno danno……..

  2. Per una volta non mi trovo d’accordo con Franco (mi piace dare del tu su internet, spero non “si arrabbi” per questo). Conosco qualche piccolo produttore e non mi meravigliano queste discussioni che ho letto perchè già sapevo qualcosina. Ricevo puntualmente (fin dal primo numero) la rivista in questione, che è stata sempre attenta a dare visibilità e a centrare l’attenzione sui piccoli produttori e ai vini con buon rapporto qualità prezzo (concetto fondamentale che da tre anni a questa parte circa sta incontrando il vero interesse da parte del consumatore). Vendere il vino al giorno d’oggi è molto difficile e la visibilità dei propri prodotti o della propria cantina su internet o su una rivista può essere di grande aiuto, specialmente per le cantine piccole. Questo vale anche per altri settori, anche quello ristorativo per esempio: conosco personalmente un paio di catering molto importanti in Milano, che rinunciano a partecipare a fiere storiche degli sposi, per investire tutto sul web, sulla visibilità nei portali per matrimoni, poichè stanno avendo sempre più riscontro in quel mezzo. Questo non vuol dire che i produttori rinunciano a migliorare i prodotti investendo maggiormente in pubblicità (una cosa che proprio non esiste secondo me), piuttosto investono per dare visibilità e importanza al proprio lavoro. Il popolo della rete è sempre più vasto, è connesso giorno e notte: la tua azienda, il tuo sacrificio, il tuo modo di lavorare è visibile a tutti 365 giorni l’anno…..24 ore su 24…..chi può darti di più se non la rete? E’ ovvio, se i prodotti non sono all’altezza devi farti un esame di coscenza, ma questo è un altro discorso. Quindi, penso che la “denuncia” della produttrice sia ampiamente voluto per “prendersi un applauso”, ma dubito che sia veramente delusa da questa proposta commerciale e quindi penso che lasci un po’ il tempo che trova. Naturalmente queste sono mie personalissimissimissimissimissime opinioni, spero di non aver fatto arrabbiare nessuno.

  3. @Ivan
    La questione non è la pubblicità. Figuriamo se io che lavoro in un quotidiano posso mettere in discussione il suo ruolo. Il punto è la distinzione marcata che ci deve essere tra lavoro giornalistico e informazione a pagamento.
    Questo a volte manca, nel vino come in altri settori. Ma difendere questo principio è il punto base da cui partire.
    Quanto al comportamento della produttrice: mi aveva scritto in forma privata e sono stato io a chiedere a lei l’autorizzazione di pubblicare la lettera emendata dai riferimenti personali per evidenziare meglio il fenomeno.
    Evidentemente la questione c’era perché su Fb ci sono stati quasi 200 interventi e ormai la metà della discussione è andata cancellata.
    Non vorrei rivedere un film più volte proiettato al Sud: chi denuncia si comporta male e deve essere isolato e punito, chi si adegua al sistema va premiato. Mi rendo conto che visto da Nord può apparire solo una convenienza commerciale, ma dietro c’è un gioco molto più sottile e duro allo stesso tempo: non a caso il paragone con l’edilizia.
    Proprio la rassegnazione verso questo andazzo ha prostrato il nostro Paese ed è utile denunciare e reagire. Il comportamento in questione non avrebbe nulla di male se oltre a chiedere i soldi seguisse la dicitura: informazione a pagamento,il testo è stato visionato dall’interessato. Ma proprio questo farebbe perdere appeal alla cosa? E qui nasce l’inghippo.
    Ora quello che secca ad alcuni di noi non è che si chieda pubblicità, ma che vengano mischiati e confusi i ruoli sicché un produttore non addentro alle cose, com’è nel caso della maggioranza dei piccoli, potrebbe pensare che così deve andare. Per cui alla fine chi non chiede soldi per scrivere non passa per onesto, ma per fesso. Chiaro il problema?

  4. caro Luciano, hai proprio ragione, ora qualcuno per cercare di togliersi il fango di dosso sta sparando sulla produttrice, che ha avuto il coraggio civico di fare il nome del “furbetto” e sta cercando di gettare sospetti sul sottoscritto ricorrendo a calunnie e falsità di cui se il tipo non la finisce al più presto dovrà rispondere nelle dovute sedi. Così diversi produttori leggendo questa cosa diranno, ma chi me lo fa fare? Meglio pagare il pizzo, tanto più se é a prezzi di saldo e se arriva con una mail intitolata “proposta 250″…
    che pena!

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