Enomarchette a prezzi di saldo. E poi dite ancora che Facebook non è una cosa seria!

Provate ancora a sostenere che Facebook è solo una cosa da ragazzini, una cosa che serve solo per giocare e divertirsi! Ieri pomeriggio, usandolo cum grano salis, in maniera intelligente, due giornalisti di antico pelo, di quelli che credono ancora a certi valori, sono riusciti a smascherare un tale, come definirlo sarete voi a suggerirlo (siete invitati a proporre le vostre soluzioni per ribattezzarlo da oggi in poi), che scrive di vino su un proprio sito Internet e su un paio d’altri, e che per farlo ha la faccia di tolla (eufemismo) di scrivere alle aziende chiedendo un corrispettivo economico per le sue prestazioni.
Tutto è cominciato, e guardate quanto sia da prendere in seria considerazione Facebook, da un testo pubblicato sabato sera sulla pagina della nota piattaforma per le discussioni on line, dal giornalista napoletano Luciano Pignataro (testo che si può leggere, qui, anche sul sito di Luciano) che tra l’altro dichiarava testualmente: “Sulla posta ho ricevuto una lettera di un’amica produttrice. Uno sfogo, certo, ma anche una riflessione più profonda. Le ho chiesto il permesso di pubblicarla e lei me lo ha concesso chiedendo di mantenere l’anonimato. Come sapete non è una forma di comunicazione che amo perché spesso nasconde false identità e false notizie, ma in questo caso la lettera, emendata dai riferimenti specifici alle persone e alla rivista in questione, è uno spaccato interessante per capire in quali condizioni si trovino a lavorare tante piccole aziende.
E di come sia difficile, per non dire impossibile, distinguere in Italia tra giornalismo, critica e pubblicità. Ritengo giusto dunque pubblicarla per rifletterci”.
Nella sua amareggiata lettera aperta la produttrice affermava che “
qualche sedicente giornalista e blogger, tuo amico tra i mille e più su Fb, uno in polemica aspra con Ziliani, ci ha scritto via e-mail qual è il prezzo per una recensione dei nostri vini. Non so se sia storia comune ad altri, ma ci ha contattati dopo aver letto la recensione su un nostro vino nel tuo sito. Ti confesso che mi è stata necessaria una riflessione per capire che eticamente c’è qualcosa che non va quando ricevi telefonate con offerte di editoriali a pagamento.
A volte sono così spudorate che sembrano una prassi talmente comune che non ti chiedi se siano richieste “lecite”.
Pubblicata questa cosa si è aperta, tra una marea di commenti sdegnati e solo qualche giustificazione e distinguo proposti da qualche grullo, la caccia al disinvolto personaggio, facilitata dal fatto che ad un certo punto un altro produttore, riconoscendo nella descrizione della collega il modo di presentarsi del tale, mi ha contattato inviandomi il testo della mail da lui ricevuta con analoga proposta di servizi a pagamento, ovvero la richiesta di soldi per scrivere dei suoi vini e dicendomi chi ne fosse l’autore.
Il finale è quello che doveva esserci nelle belle storie a lieto fine, ovvero l’intervento della produttrice che aveva scritto a Pignataro, Sara Carbone, con la rivelazione del nome del disinvolto personaggio e la pubblicazione sulla pagina di Luciano di Facebook e la conferma essere lo stesso che aveva scritto ai due (e a chissà quanti altri) produttori di vino.
Non mi interessa, in questa sede, fare il nome e cognome del tale, che ormai tutti conoscono e che figura sulla pagina di Facebook di Luciano Pignataro (per avervi accesso occorre avere un account su Facebook e figurare tra gli amici di Luciano) che ospita l’intervento intitolato Il giornalismo del vino tra etica e pubblicità.
Quello che penso sia più interessante, oltre a documentare la richiesta invitata dal poveretto ai produttori, con la pubblicazione, qui sotto, del testo della sua e-mail (così triste, con quel linguaggio burocratico da travet) emendato dal nome del personaggio e dal riferimento ai siti dove assicura avrebbe pubblicato le sue recensioni, pardon, redazionali pubblicitari, sia condannare un metodo squalificante e vergognoso cui, temo, non faccia ricorso solo il tizio in oggetto (nuovamente smascherato, come gli era capitato di recente quando si era rivelato essere l’autore di una serie di commenti inviati, con nickname, a questo blog…)., sia stendere un pietoso velo su come ci si possa sbugiardare e perdere la faccia proponendo, va bene che ci sono la crisi e la recessione!, enomarchette a prezzi di saldo, 250 euro per il servizio completo.
Quanta tristezza e quale schifo suscitano queste cose! Una cosa è certa: da questa squallida vicenda partirà l’iniziativa, assunta congiuntamente da me, Luciano Pignataro e altri giornalisti e comunicatori dell’informazione, di chiedere agli organizzatori di eventi sul vino, degustazioni, banchi d’assaggio, anteprime, di scegliere, se continuare ad invitare anche personaggi del genere, che svolgono la loro attività di “giornalisti” o presunti tali servendosi di questi mezzucci da magliari, o se decidere finalmente di invitare solo persone che svolgano in maniera corretta e specchiata, alla luce del sole, la loro attività di giornalisti e comunicatori del vino. Tertium non datur.
Se vogliono continuare ad invitare anche i furbetti che chiedono soldi alle aziende per scrivere dei loro vini, bisognerà avere il coraggio civico di dire ai vari Consorzi ed enti organizzatori, bene, allora noi non parteciperemo alle vostre manifestazioni. Liberi di scegliere, di stare dalla parte dei magliari o dalla parte delle persone perbene…

 

Ecco il testo della mail inviata dal personaggio smascherato ai produttori di vino

Gentile produttore, se avrà piacere che tutti, o alcuni dei  suoi vini vengano degustati e da me recensiti, solamente qualora le impressioni di degustazione siano nettamente positive, e dopo suo preventivo benestare alla pubblicazione, potrò scrivere un articolo apposito per la sua azienda e pubblicarlo sul mio sito internet :
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ed anche sui siti:

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(Credo che la visibilità raggiungibile con questi tre siti insieme, sia di gran lunga superiore di quella ottenibile con una partecipazione ad una manifestazione di settore,  o di una pubblicità su rivista cartacea, che come sappiamo hanno dei costi enormemente superiori !! )
Per questa lavoro e collaborazione quantifico una somma  complessiva di euro 250,00, che le darà diritto:
1) alla recensione della sua azienda, degustazione prodotti aziendali e pubblicazione, previo suo preventivo benestare, dopo che avrà letto le mie schede di degustazione;
2)  l’inserimento per un anno del suo logo/ banner aziendale in tutte le pagine del mio sito xxx, che nel corso del 2007 ha totalizzato oltre 500.000 pagine lette, e nel solo mese di luglio 2008 ha superato le 83.000 ( ottantatremila ) pagine lette.
A disposizione per ogni altra informazione che le dovesse servire, le comunico il recapito per la spedizione dei campioni da degustare e recensire:
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Grazie a presto, con l’ auspicio che da tutto questo possa iniziare una proficua collaborazione

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  1. “Una cosa è certa: da questa squallida vicenda partirà l’iniziativa, assunta congiuntamente da me, Luciano Pignataro e altri giornalisti e comunicatori dell’informazione, di chiedere agli organizzatori di eventi sul vino, degustazioni, banchi d’assaggio, anteprime, di scegliere, se continuare ad invitare anche personaggi del genere, che svolgono la loro attività di “giornalisti” o presunti tali servendosi di questi mezzucci da magliari”

    Spero vivamente Franco che tutto cio venga realizzato nel piu breve tempo possibile e vi faccio gli auguri di buona riuscita.
    Certi personaggi vanno colpiti là dove gli fa piu male…ovvero nella possibilità di entrare con accredito in manifestazioni enologiche.
    Non voglio commentare oltre, questo supera e distanzia tutte le altre malefatte del personaggio in questione, credo che piu in fondo di cosi non si possa andare, ma visto anche quello che é successo non si puo mai esserne troppo sicuri.

    Sono schifato…

  2. Gentile Franco Ziliani, le comunico ufficialmente, al fine di fornirle elementi di giudizio, che Roberto Gatti non è e non è mai stato iscritto all’Ordine dei Giornalisti di nessuna Regione italiana e non è e non è mai stato iscritto ad Associazioni o Sindacati della comunicazione di settore ( ASA – Associazione Stampa Agroalimentare Italiana e/o Sindacato UNAGA – Unione Nazionale Associazione Giornalisti Agricoli).
    Sicuro di averle fatto cosa gradita.
    Roberto Rabachino
    Presidente ASA

  3. Caro Franco,
    se è vero che una risata li seppellirà, come non segnalare che nella risposta pubblica sul suo sito alle “insinuazioni” di vari siti, si trova l’espressione a te riferita, come a colui che, saputo dello scandaloso mercimonio, ha immediatamente ha riportato la “ notizia “ sul suo blog… ( e t’è pareva) La citazione è ovviamente fatta con il copia incolla. Ecco, uno che scrive in questo modo “t’è pareva”, mettendo pure intenzionalmente l’accento grave sulla è, mi viene fatto di pensare che sottoponesse le proprie “recensioni” ai produttori, non per ottenerne il benestare, ma per una correzione degli strafalcioni!
    Che pena e che tristezza, per tutti i banner che collezione sul suo sito…

  4. Io penso che ognuno abbia diritto di guadagnare i suoi soldi come crede. E ravviso poco che non sia trasparente e prettamente commerciale nel servizo offerto da Roberto Gatti. Vogliamo impedirgli di cercare di vendere la sua”arte”, il suo mestiere, (buono o cattivo che sia: lo giudicheranno i committenti in base ai risultati ) ?

    Penso anche che ognuno abbia il dovere di dichiarare se quello che scrive é ispirazione autonoma da indipendente pulsione ed interesse per il proprio mestiere oppure se viene pagato per recensire un tal vino, una tale azienda. Non deve essere il lettore a fare da detective o a dover restare nel dubbio se quello che legge é una recensione autonoma o una marchetta.

    Ed allora ? Beh, la soluzione mi sembra abbastanza semplice ed abbastanza manichea: per le marchette
    i servizi a pagamento,l’ obbligo di scrivere “Articolo a pagamento” o meglio “Annuncio”, perché di tale si tratta, e su tutto il resto niente.

    Sarebbe bella la vita , eh ?

  5. poveretto, un caso umano, invece di andarsi a nascondere, a quali “giustificazioni” ridicole ricorre, condendole con i consueti insulti e le sgrammaticature che l’hanno reso “celebre”…! Ma lui proponeva “pubblicità”, mica articoli a pagamento come abbiamo pensato tutti leggendo la sua lettera ai produttori… Comunque leggete quello che scrive (e come lo scrive) é veramente istruttivo! link: http://www.winetaste.it/ita/anteprima.php?id=4458
    Resta il fatto che quanto scritto non é per condannare il singolo comportamento spregiudicato di un poveretto, come definirlo diversamente?, ma per denunciare un sistema diffuso, e per provare a voltare pagina chiedendo trasparenza e correttezza in tutti i soggetti che si occupano di comunicazione sul vino. Noi ci proveremo, ma finché ci saranno produttori complici che accetteranno di pagare “il pizzo” per redazionali pubblicitari, anche se presentati come “pubblicità” e basta, gli articoli poi sono un corollario, un simpatico contorno, i “mariuoli” continueranno a prosperare…

  6. “A pensar male si commette peccato, ma quasi sempre ci si indovina…”, citando un noto personaggio, è la prima frase che mi è venuta in mente leggendo queste notizie.
    Il sospetto cioè che questa pratica possa essere già piuttosto diffusa, non credo sia tanto peregrino, anche se vorrei tanto sperare il contrario.
    Però…con quante belle e positive notizie si sta iniziando questo 2009! Chissà cosa ci porterà più avanti…

  7. io continuo a non capire cosa ci sia di male se uno che NON è giornalista si fa pagare per recensire un vino e scrivere una pagina web. semmai il problema è di chi lo paga se non ottiene la visibilità sperata

  8. Vorrei solo puntualizzarle, che le offese che ” ho riportato ” nella mia risposta pubblica, non sono farina del mio sacco, ma mi sono limitato solo a riportarle.
    Questo per la precisione
    Sempre a sua disposizione
    RG

  9. @Carlo
    La tua riflessione è esattamente quanto prevede la legge sulla stampa. Cioé la pubblicità non può confondersi con la produzione giornalistica. E sulla carta stampata, la radio e la tv viene, almeno formalmente, rigorosamente rispettata.
    Non sarebbe male fare altrettanto in rete

  10. Premetto che non conosco la persona di cui si parla in questo post, quindi non potrei esprimere giudizi se non in base a quanto leggo qui. Mi asterrò quindi da giudizi sul caso individuale.

    Mi sembra che il regolamento al quale fa cenno Carlo esista già, dovrebbe soltanto essere applicato: la pubblicità redazionale e d’immagine va segnalata come tale, “informazione pubblicitaria”. Nessuno può vietare a nessuno di sostenersi. Fare il pubblicitario o raccogliere pubblicità è un lavoro di dignità assoluta e incontestabile. Ma una cosa è informare – e l’informazione deve rispondere a requisiti di verità e interesse -, un’altra far pubblicità, azione che porta vantaggi potenziali a chi la fa, cioè a chi la paga. Le due cose sono ben diverse. Informare significa comunicare notizie, anche negative, verificate e quindi reali, su qualcosa d’interesse comune. Far pubblicità significa veicolare un messaggio positivo senza eccezioni, allo scopo di diffondere la conoscenza di un prodotto, di un fatto, di una situazione; la pubblicità è destinata a creare un vantaggio di tipo economico o d’immagine o entrambi a chi ne è protagonista e volontariamente chiede, pagando, di poter comparire in persona diretta o con un proprio prodotto.
    Alla base della pubblicità sta un contratto commerciale fa le parti; alla base dell’informazione, sta la professionalità del giornalista.
    Il problema mi sembra un altro.
    Il problema mi sembra essere la confusione che s’è venuta a creare fra informazione e publicità, quindi fra giornalisti che rispettano e seguono un’etica deontologica (informano) e giornalisti che forse nemmeno la conoscono e scrivono testi che, a monte, hanno un contratto di carattere commerciale fra parti.
    Si tratta di due attività diverse, entrambe con una propria dignità, ma che, per mantenere tale dignità, dovrebbero essere pubblicamente e dichiaratamente distinte.
    Ciò non è accaduto nel tempo a danno di entrambe le attività. Si potrebbe pensare che ad averne beneficio sia stata la seconda categoria di operatori, cioè chi fa contratti e scrive articoli in forma di notizie. Io nutro seri dubbi al riguardo: gli articoli a pagamento si riconoscono, a partire dai termini iperbolici utilizzati e dai contenuti retorici proposti. Penso che in nessun giornalista enogastronomico nascerebbe stupore infinito nello scoprire che anche l’azienda XYZ, produttrice di vino, ha deciso di vendemmiare; quando leggiamo che – miracolo! – anche l’Azienda XYZ vendemmia in periodo di vendemmia, non sorge il dubbio che forse forse la notiza non c’è, ma c’è la necessità – contrattuale – di scrivere il nome dell’Azienda, intenzionata a svuotare le proprie cantine prima di riempire le botti con la nuova annata? Colti da tale dubbio, non possiamo che giudicare come pubblicitario l’articolo che abbiamo davanti. Con conseguente nocumento (oggi sono sul classico…:-) per l’intero giornale e per l’Azienda stessa.
    Il rischio è che, in questo modo, sia posto in discussione tutto il settore, con perdita di credibilità generale.
    Magari se l’Ordine dei Giornalisti iniziasse a mettere un po’ d’ordine fra chi rischia di essere radiato se non rispetta la deontologia e chi se ne frega, tanto scrive magari senza nemmeno essere iscritto, inizieremmo a scorgere una piccola luce in fondo al tunnel… Magari partendo dall’eliminazione dell’assurdo di 3 ordini nell’Ordine (Professionisti, Pubblicisti e un elenco speciale per il quale non è richiesta nemmeno la licenza elementare…).

    Torno su Marte, cià!

    Many Kisses!
    Briscola :-)

  11. Ci sono altri casi di cosiddetti giornalisti (non basta essere iscritti all’ordine: l’etica di un giornalista non si misura con l’iscrizione…) che fanno interviste trappola (cioè prima ti fanno parlare, pubblicano quello che uno ha detto e virgolettano, poi comunicano all'”intervistato” l’avvenuta pubblicazione!); solo per dire che – in particolare nel mondo del vino, dove troppi produttori contano troppo sulla recensione del proprio vino – c’è in giro troppa gente in cerca di soldi e con pochi scrupoli su come procurarseli)…
    Però i produttori – grandi o piccoli che siano, dovrebbero essere svezzati alle marchette; che vengano almeno da veri pescecani del mestiere (magari in sinergia con altri professionisti del vino, per offrire veri e propri ‘pacchetti visibilità’. Ma i tempi non erano cambiati?
    Saluti e buon anno.

  12. Caro Franco, ho letto la replica dell’interessato e ammetto che mi ha mosso a compassione, suona un po’ così: “cosa volete, tengo famiglia”. Vorrei suggerire a lui e ai molti (sicuramente troppi) che cercano di far campare la famiglia scrivendo di vino un sistema più etico in pochi punti, per provare a farsi pagare i costi del proprio lavoro salvando almeno un pezzo di faccia:
    1.la pubblicità (banner etc.) è una cosa, la recensione un’altra e del tutto indipendente dalla prima (principio ovvio, forse utopistico, detto mille volte ma “repetita iuvant”).
    2: Chiedere un rimboso spese per la “gestione dei campioni” della degustazione mi pare tutto sommato legittimo, purchè la cifra sia congrua, quindi legata ai costi effettivamente sostenuti (maggiori se c’è un panel di esperti, minori se un giudice unico), e purchè sia preliminare, uguale per tutti e del tutto indipendente sia dai risultati della degustazione che dalla scelta di pubblicare o meno la recensione: il produttore dovrebbe in questo senso dare una liberatoria e non avere alcuna possibilità di influenzare o peggio censurare i testi. Ad esempio il portale tedesco wein-plus (su cui scrivo ogni tanto) ha un buon panel e lavora così (né potrebbe fare diversamente, con i numeri che macina). E’ chiaro che un produttore sostiene questo costo (che comunque deve essere basso)se si fida del suo prodotto e se riconosce autorevolezza al panel (o al singolo degustatore). Infatti in questo caso anche un giudizio negativo (magari non pubblicato ma trasmesso in via riservata) purchè argomentato gli è utile.

  13. Benedetta sia internet e chi l’ha inventata… Meno male che la totale libertà del mezzo ci dà agio di comunicare, di smascherare certi figuri, magari anche di sputtanarci, se non si sta attenti a ciò che si dice. Comunque un po’ di tolleranza zero non farebbe male. Mi associo a Luciano e a Franco sull’idea di avvisare i consorzi e gli organizzatori di manifestazioni.

  14. Se il produttore mandasse un ottimo vino (magari una vera perla enologica che risultera’ per giunta molto cara nel prezzo) per chiederne la recenzione a un Pinco Pallino che lo giudica spuntandolo, onestamente una certa somma per ricompersarlo del fatto che debba poi rinunciare berselo non mi sembra unesagerazione. O no?
    Diverso e’ il caso del recensore che invece di sputarlo, cioe’ di rinunciare a goderne come prodotto, magari alla fine poi se lo beve, se ne inebria con l’amante o con il compare e addirittura anche tutta la bottiglia! O no?
    Ma mi sa che i vini migliori di recensioni simili non ne abbiano proprio bisogno e si affidino ai giudizi dei professionisti. O no?
    Diverso e’il caso dei vini mediocri, quelli che vengono “costruiti” ormai a centinaia, quelli che invece di recensioni ne hanno bisogno assai e dovranno rivolgersi pure agli herren Pinken Pallinen, ai señores Pinchos Paliños, ai sirs Pink Pallington, ai monsieurs Pinche Le Pallineur e che diamine! O no?
    Se pensate che questi qui non si facciano profumatamente pagare mi sa che vi sbagliate. Ma l’avete mai letto bene almeno una volta questo articolo http://www.winereport.com/winenews/scheda.asp?IDCategoria=7&IDNews=1334 di “uncerto” Marek Bienczyk pubblicato su quel bel Winereport che fu di “uncerto” Franco Ziliani? Volete provarci? O no?

  15. Ecco, a me non interessa come s’arrangia per campare la gente, ma quando ho letto la lettera gattesca m’è scappato un sonoro “Però caspita!” (ho usato un’altra parola). Io faccio questo mestiere da nove anni: questo modo di fare mi ha fatto pensare, per una brevissima frazione di secondo, che in questo decennio sono stato un gran fesso. Poi però ho rimesso i piedi per terra e mi sono ripetuto, come già sapevo, che nelle mie rubriche ho preso solo e unicamente lo stipendio del giornale.
    Poi, come personaggio più o meno “esperto”, ho guidato (poche, il tempo manca) degustazioni in cui sono stato pagato. Ma questa è una cosa diversa, tant’è che anche Ziliani le fa, e molti altri.

    @Andrea Gori: ha ragione Giulo, Bob Gatti ha anche parlato di se stesso considerandosi giornalista.
    L’ha poi scritto anche Briscola: occorre rimarcare la differenza tra l’una e l’altra cosa.
    Peraltro Briscola, alla fine del suo scritto, fa un’allusione sibillina a radiazioni e altre cose del genere: si riferiva a qualcuno in particolare?

  16. Forse saremo anche dei fessi, hai proprio ragione, Tommaso Farina, ma vuoi mettere quant’e’ bello la notte dormire il sonno dei giusti? A parte quando l’Inter non vince, vero “Uncerto” Franco Ziliani?

  17. Tralasciando per un istante la questione “etica”, mi sono oltremodo divertito nel leggere la “Risposta pubblica” del nostro (http://www.winetaste.it/ita/anteprima.php?id=4458). Credo che una prosa tanto elevata meriti un apposito florilegio:
    – “…una produttrice si è scandalizzata perché una rivista, come il Mio Vino, ed il sottoscritto gli hanno chiesto contributi…”
    – “…modi che gli sono congegnali…”
    – “…e t’è pareva…”
    – “…recensioni ed “ elogiamenti “ dei vini aziendali…”
    – “Personalmente invece me ne sono astenuto dal farlo !”
    E poi adoro l’uso così naif della punteggiatura!

  18. concordo con tommaso, chissenefrega di come la gente si guadagna da vivere… anche se si spacciano per giornalisti, aggiungerei. invocare la legge sulla stampa? invochiamola, ma risponderà? fino a quando gli editori non investiranno nei giornalisti (anche enogastronomici, o per lo meno, agroalimentari) e i produttori di vino non faranno come l’amica di luciano pignataro, siamo noi ingenui a non comportarci come quel tipo lì… per dormire, conto anch’io sul campionato dell’inter. af

  19. Io non mi scandalizzo di questo fatto, perchè da oltre un decennio vedo e sento di giornalisti e soprattutto di persone non meglio identificabili che per recensire in “modo sublime” vini o prodotti di aziende alimentari chiedono in cambio soldi, acquisti dei loro libri/guide, acquisti di botti, di prodotti per l’enologia, di auto/mezzi da concessionari loro parenti, di partecipare a fiere/eventi o si offrono di risolvere, ma quasi mai ci riescono, problemi di vario tipo.
    A questo punto mi chiedo: c’è una legge in Italia che possa tagliare alla radice questo “sottobosco”? Se c’è bene, la si applichi, e che questi figuri paghino il loro debito una buona volta. E che ognuno faccia il proprio mestiere.

  20. Ma di tutto questo “sottobosco ” ho sempre avuto sentore. Ho avuto notizia da un produttore amico (ma questo già alcuni anni fa), che c’è anche un personaggio enologo-giornalista che scrive libri, guide (una famosa). Questo signore organizza corsi di specializzazione per produttori di vino (la cui partecipazione ha un costo non irrilevante) e gira la “diceria” che ai frequentatori assidui un posticino nella guida non è mai negato.
    c’è poca etica in tutto questo mondo: vi sono delle persone corrette, oneste, irreprensibili sia tra i giornalisti, i produttori , gli enologi ecc. ma vi sono anche certi “ceffi”…. che sopratutto i piccoli produttori subiscono che mi gettano nello sconforto.

  21. Lavoro nei quotidiani dal 1986, ma ho iniziato con i periodici tecnici nel 1979. Sicchè ne ho viste di belle. Ora si chiama “marchettopoli” quel fenomeno strano che più prosaicamente si potrebbe definire “..una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso..” Le marchette possono assumere le sembianze più strane e disparate, ma se vi scandalizzate per così poco, non oso nemmeno ipotizzare cosa potrebbe succedervi se stessimo parlando di altri settori, ad esempio la moda. Potrebbero saltarvi finanche le coronarie. Da questo malvezzo non sono esenti nemmeno le riviste cosidette medico-scientifiche e quanti pervengono alla conclusione che anche una informazione “non data” potrebbe equivalere ad una marchetta? Quindi in definitiva, di fronte ad un fenomeno così planetario, è solo il fruitore che scegliendo, possiede l’unica arma per moralizzare una categoria professionale che io ritengo, in ogni aspetto,indispensabile. E non necessariamente “tappandosi il naso”. Timeo danaos et dona ferentes? Saluti a tutti.

  22. Non ne dubitavo affatto, Tommaso Farina, anzi! Non e’ che per caso ti stai candidando anche tu per il titolo di “uncerto” da inserire en passant in qualche altra bischerata di bioidolatria di quelli che per dormire prendono pero’ le pillole?

  23. Facebook continua a dimostrare l’importanza della rete.

    Sono rimasto anch’io sbalordito, ieri, dalla sequenza dei post sulla pagina di Pignataro; segno che l’argomento è sentito ( Gatti o non gatti… ).

    Proprio oggi pomeriggio a Milano, durante il brindisi 2009 di ASA-Press abbiamo chiesto al presidente Rabacchino una chiara e decisa presa di posizione delle associazioni professionali a favore di tutti quelli che operano correttamente.

    Sottolineo la parola tutti perchè sta passando la stupida considerazione che chi scrive sulla stampa è un drago, chi opera in rete è un fesso…!

    Ne è prova la notizia che gira riguardo al Vinitaly 2009 dove faranno entrare solo giornalisti professionisti…
    ( pare per menate burocratiche della Siae ).

    Se questo è il buongiorno del 2009, tanto vale comprarsi la mimetica…

    In ogni caso aderisco sin da ora al “boycottaggio”, senza se e senza ma, di tutti quegli organismi ( consorzi, enti fiera, comitati e palle varie )che ospiteranno i fessi, gli imbecilli ed i pennacchioni del settore…

    Dulcis in fundo ( oppure in cauda venenum )il presidente dell’associazione lombarda giornalisti ci ha comunicato l’inizio di un’azione disciplinare nei confronti di Fabrizio Del Noce…

    Ci sarà pure un giudice a Berlino!

    Gianni “Morgan” Usai

  24. Tommaso Farina, non son capace di fare i faccini con i sorrisini (ma se “uncerto” Franco me li mettesse un po’ sparsi qua e la’ non mancherei certo di sdebitarmi), pero’ penso che non ci sia molto da spiegare… ho semplicemente capito come mai t’è scappato un sonoro “Però caspita!” (anche usando un’altra parola), perche’ secondo me e’ scappato un po’ a tutti, almeno qui. Non trovi? Riposati bene dal lungo viaggio, evvia! Da “uncerto” Franco Ziliani fra un po ci etichetteranno tutti come degli “uncerti” anche per il solo fatto d’intervenire e dire la propria. Tanto di Farinetti da incensare sai quanti ce n’e’ in circolazione? Biografie a go-go! Venghino, venghino, siorri e siorre, e non e’ per dieci, e non e’ per cento, e non e’ per mille….

  25. ..ma,ad esempio,le anteprime non sono ANCHE ”occasioni e/o ”luogo d’incontro”tra ”pseudo-giornalisti” e produttori?(il tutto ben sponsorizzato dai consorzi).Ricordo che 2 anni or sono in un anteprima,nella cena di gala, avevo accanto ANCHE
    ”la pseudo”- stampa estera”( credo invitata dal consorzio)…,bene,per essere da loro” menzionati” occorreva… ”valuta estera”.. e non meriti.

  26. @ Chiantigiano,allora sei stato fortunato ad aver incrociato sia pur di sfuggita qualche membro della stampa estera.
    C’ero anche io alla Leopolda (è di quella che parli?) e me lo ricordo bene quando arrivarono i “giornalisti importanti e preziosi” quel che successe.
    Uno sciame di produttori fra i più noti li chiapparono al volo e non li mollarono più.
    Grandi sorrisi, grandi strette di mano e percorsi guidati di assaggio.
    Poi c’era qualche giapponese (che non se li filava nessuno o non volevano essere filati, non lo so) che si misero da soli al proprio tavolino e macinavano dati su dati e assaggi su assaggi…
    Gli stessi giornalisti, che per le guide assaggiano nelle stanze di qualche luminare del vino invece che nei locali del Consorzio dove sono stati portati i campioni dalle aziende..

  27. La notizia che a Vinitaly entreranno soltanto giornalisti professionisti, benché dubito che si avveri, conduce a un fatto giusto e sbagliato contemporaneamente (siamo in Italia,no?).
    Il giornalista professionista, in questo sistema Italia, sente addosso il peso di soli oneri (più tasse, non può svolgere altra attività…), a fronte di un iter di preparazione rigido, con esame finale di “valutazione” che non è esattamente la cosa più facile del mondo né da raggiungere (data la “massima” disponibilità degli editori all’assunzione di praticanti) né da superare (sapere tutto di tutto, mi riferisco alla provale orale, non è un giochetto…). In teoria, anche tutto ciò dovrebbe portare a una garanzia di professionalità verso i lettori e in redazione.
    Il pubblicista non è sottoposto all’iter sopra descritto e sappiamo bene che, a fronte di tanti pubblicisti spesso più preparati e professionali dei professionisti (in questo blog ne esistono di chiari esempi, non è captatio benevolentiae ma constatazione), molti sono quelli che svolgono un’attività “giornalistica” in modo “allegro”, danneggiando l’immagine di tutti i colleghi.
    Far entrare al Vinitaly i soli professionisti sarebbe una scelta dura, ma ahimé necessaria: quanti approfittano del tesserino per non pagare il biglietto d’entrata pur non avendo intenzione minima di scrivere alcunchè di quel che vedranno o faranno? Quanti pubblicisti, con la loro buona tessera d’iscrizione, sono in realtà pubblicitari ed entrano a Vinitaly per cercare clienti? Quanti lo fanno per ritirare lo zainetto – stampa Vinitaly (vietato ridere; si può piangere, però)? Sparare nel mucchio non è operazione acuta, ma sarebbe anche ora che gli stessi pubblicisti, quelli seri, rivendicassero il diritto a un cambiamento che non faccia di tutta l’erba un mazzo. Penso che anche molti professionisti sarebbero d’accordo. La superficialità con cui in Italia si pensa che si possa far in fretta ad essere o dichiararsi giornalisti è una delle maggiori idiozie attuali. Ma se così la pensano in tanti, è perché hanno buona ragione di pensarlo?

    Una certa Briscola :-)
    P.S.: agli organizzatori del Vinitaly: provate a non consegnare più zainetti e borse omaggio ai giornalisti, scommetterei che le code di accredito si dimezzeranno…

  28. Ma via, ma via… evitiamo i memorabili “infervorini” alla Enzino Iacchetti. E lo dice uno che su questo blog e altrove si è esposto in prima persona in grandi battaglie a difesa della deontologia e della rispettabilità della categoria.
    Diciamo le cose come stanno. Tutte, però. E cioè che di quanto è accaduto (e che accade da sempre) la colpa è:
    1) dei giornalisti, che accettano tra loro la presenza di sedicenti assoluti (cioè neanche iscritti all’albo) e di sedicenti relativi (cioè iscritti a un albo al quale i giornalisti stessi ammettono si iscrivano con irrisoria facilità e senza alcun controllo nè preventivo nè successivo cani e porci, il tutto perchè più sono gli iscritti e più sono le quote annuali che gli ordini regionali incassano). Del resto oggi tutti vogliono avere il “tesserino”, no, e quindi perchè negarglielo? Si arriva persino a sentir dire che, in un risibile rigurgito di retorica egualitarista, “siccome tutti hanno libertà di espressione, chiunque è giornalista”. Olè, todos caballeros!
    2) dei produttori, che spesso da un lato sono di un’ingenuità (dalle mie parti si dice bischeri) disarmante, da un’altra fanno presto a indignarsi per le richieste economico/pubblicitarie più o meno ricattatorie, ma poi sono i primi a ungere, pietire, arruffianarsi, sgomitare per una noticina, da un’altra ancora pagano fiori di soldi i pr (altra categoria in cui proliferano gli ottimi professionisti e i ciarlatani più incalliti) perchè gli portino la stampa in cantina e gli procurino un trafiletto sulle più fantasiose testate;
    3) dei pr, che siccome tengono anche loro famiglia da un lato sbuffano quando ci sono gli imbucati, ma dall’altro, se ci sono posti vuoti, utilizzano ben volentieri le millanta figure borderline che animano la categoria (in tutti i settori: non ci si illuda che in economi, moda, spettacolo, turismo, cultura vada diversamente), ovvero i sedicenti, i marchettari, i tartinari, i pubblicitari, i mezzani, etc invitandoli alle manifestazioni teoricamente riservate ai giornalisti, dandogli di fatto “cittadinanza” dell’ambiente. Ne consegue una sorta di “ruolo sociale” svolto da questi poveri cristi che si arrabattano intrufolandosi tra la stampa in cerca di briciole;
    4) dei consorzi, che nella loro figura spesso ambigua di rappresentanti dei produttori e di pr al tempo stesso, un po’ per furberia e un po’ per codardia non hanno mai avuto il coraggio di dividere il grano dalla lolla e mettere alla porta la folla degli pseudogiornalisti. Anzi, hanno continuato a invitarli e riceverli con ogni onore (ne avremo la controprova alle imminenti anteprime toscane);
    5) degli organismi di controllo (dei giornalisti, della pubblicità, della qualità) che omettono di controllare e, se lo fanno, omettono di denunciare gli abusi: perchè è inutile che le norme e i divieti ci siano, se nessuno li fa rispettare e non si sanzionano mai i responsabili.
    Questo è il quadro vero, i cui molti sguazzano.
    Una sola nota personale. Certi miei attriti di ordine deontologico con l’indifendibile RG sono stati messi in evidenza anche di recente proprio su questo blog. Per essermi “permesso” di rimproverare a RG in tempi non sospetti ciò che adesso facilmente tutti gli rimproverano, qualcuno (a questo punto non so più se in ingenua buona fede o con perfida malizia) mi ha “moralmente” deferito a presunti giurì della categoria.
    Intelligenti pauca.

    Stefano Tesi

    i

  29. Gentile Dott. Ziliani,
    conosco da più tempo Roberto Gatti giacché invio ogni anno, come per altro faccio con molti altri giornalisti, i miei vini per conoscere i loro preziosi giudizi e le loro critiche delle quali ho sempre fatto tesoro!
    Mi sembra oltremodo doveroso sottolineare che mai , e dico mai, i giornalisti che hanno recensito i miei vini, hanno chiesto corrispettivi di vario genere per la pubblicazione dei loro redazionali.
    Mi spiace, pertanto, leggere tali commenti riferiti ad una persona che mai, mi ha chiesto nulla!
    Certo, è da condannare il comportamento di coloro i quali lo fanno,ma questo almeno per quanto mi riguarda, non è certo il caso di Roberto Gatti.
    Un caro saluto.
    Lidia Matera

  30. molto bene Signora Matera, prendiamo tutti atto di quel che scrive. Resta il fatto che quella mail, con quelle richieste ai produttori l’ha inviata quel signore, non certo io o Luciano Pignataro! Così ci hanno raccontato quei due produttori che hanno ritenuto opportuno rompere il silenzio.
    Comunque ci stiamo accorgendo che aver reso noto questo malcostume diffuso non crea imbarazzo (ma il tipo é impermeabile a queste cose e parla di attacco nei suoi confronti…) solo alla persona in oggetto, ma crea imbarazzo anche e soprattutto ai produttori. Molti dei quali preferiscono pagare e tacere e che non si racconti in giro che accettano questi singolari sistemi. Contenti voi signori produttori!
    Leggere ad esempio la discussione che si é sviluppata qui, http://www.vinix.it/myDocDetail.php?ID=2378 per avere un’idea di cosa sto dicendo

  31. Gentile signora Matera,
    perdoni se mi intrometto.
    Le fa onore intervenire a difesa di una persona che conosce. E io non dubito certamente della sua sincerità.
    Le segnalo però che l’assenza di qualsiasi richiesta economica da parte di un giornalista dovrebbe essere la regola (aggiungo la regola minima, perchè poi ce ne sarebbero anche altre, come quella dell’obbiettività), non l’eccezione. E che i giornalisti scrivono articoli e non “redazionali” (che sono testi pubblicitari a pagamento impaginati come se fossero articoli e per i quali dovrebbe essere obbligatoria la dicitura “informazione pubblicitaria” spesso omessa).
    E’ del tutto normale che un produttore invii per recensione o assaggio un campione dei propri vini a un giornalista (dico un campione, non casse da 12), confidando in un giudizio positivo (e accettando l’eventuale giudizio negativo). Ciò non costituisce certamente “corruzione”. E’ invece singolare e deontologicamente inaccettabile sotto il profilo giornalistico non solo che un giornalista “venda” a pagamento le sue recensioni, ma anche che in generale “venda” pubblicità per il suo giornale, blog o sito. Vendere pubblicità è un lavoro diverso da quello di giornalista. E’ come se un magistrato potesse fare anche l’avvocato o viceversa.
    Cordiali saluti,

    Stefano Tesi

  32. @ Briscola.

    Concordo, idealmente, con le sue tesi.

    Però fino a quando la Costituzione non sarà piu’ un gentile optional rivendico il diritto di entrare in una fiera e scriverne ( a prescindere da zainetti, borse e palle varie ).

    Mi dà tremendamente fastidio la discrimimazione tra stampa di serie A e B che molti organizzatori ed enti fiera stanno cominciando a far passare in trasparenza…

    Io non ho mai chiesto alcun euro per le mie interviste, nè ho mai accettato pelose hospitality.

    Propongo pertanto una black-list anche per assessori, produttori, presidenti, enti fiera e direttori di consorzio che predicano bene e razzolano male…

    Scommettiamo che una pagina di Facebook non basterà a contenere gli elenchi…?

    Gianni “Morgan” Usai

  33. Gasp! Sono felicemente sposato e ora, almeno per decenza, dovrei almeno cercare di nascondere il compiacimento per gli apprezzamenti dell’ambitissima Briscola…
    Franco, tu non essere geloso eh?
    Ma la mission è solo per il 2009 o anche per gli anni a seguire?
    Saluti,

    Stefano Tesi

    PS: giuro, a Briscola non ho chiesto una lira per la positiva recensione…

  34. @Briscola, dici bene: io penso che far entrare solo professionisti sia sbagliato. Così facendo, Ziliani non potrebbe entrare, e nemmeno Roberto Giuliani.

    La faccenda dei professionisti inoltre è sostanzialmente quella che definisci tu. Però con un distinguo: tu dici che arrivare a sostenere l’esame “non è esattamente la cosa più facile del mondo”, per via della non grande disponibilità degli editori ad assumere praticanti. E’ vero, però dimentichi un particolare fondamentale: adesso ci sono le scuole di giornalismo. Accanto a quelli arrivati all’esame col praticantato “vecchio stile” (come me, e gli altri cinque giovani colleghi che sono stati assunti nel 2006 al mio giornale, e che ora sono tutti diventati professionisti), ci sono gli studenti iscritti ai master e alle scuole, che vengono iscritti d’ufficio al registro praticanti, con possibilitò di fare l’esame alla fine del master. Al posto del praticantato fanno stage (spesso totalmente gratuiti) e, ovviamente, corsi e lezioni. Il risultato è duplice: se da una parte le scuole portano alla professione gente “che ha studiato”, dall’altra finiscono per “dopare” il mondo giornalistico, immettendo “sul mercato” tanti professionisti col tesserino in tasca che però, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno un lavoro. E hanno sempre maggiori difficoltà a trovarlo. Paradossalmente, si può diventare professionisti senza aver scritto un rigo.

    E il tesserino da pubblicisti, udite udite, dopo apposito corso può essere rilasciato anche a chi fa uffici stampa.

  35. @ Stefano Tesi.

    Bravo Stefano!

    Voglio proprio vedere quel plotone d’esecuzione dell’ODG che impallinerà Peppino Turani per la citazione di cuochi, vini e ristoranti su Affari & Finanza di Repubblica…

    Gianni “Morgan” Usai

  36. Vedo che molta della discussione, sia qui che su FB, verte sulla discriminante giornalista/non giornalista, iscritto/non iscritto all’albo. E’ abbastanza paradossale come questa avvenga su internet, dove la dimensione ufficiale-burocratica di appartenenza ad albi, ordini, ecc., si sfuma agli occhi di chi legge e poco importa da parte di chi scrive.
    So che i giornalisti professionisti non saranno probabilmente d’accordo, ma a me poco importa che Ziliani o Gatti siano iscritti o meno, importa quello che scrivono e come si comportano. E a me, come credo a molti, questo basta per discriminare.
    Quanto al resto, pagare per comparire su articoli redazionali, ovvero per pubblicità spacciata per giornalismo (che riporti o meno la scritta pubblicità poco importa a me), non solo è eticamente discutibile, ma è inutile: non vi farà vendere una sola bottiglia in più. Ditelo voi stessi che il vostro vino è buono, se lo è, nel modo più spontaneo possibile. Magari mandate una bottiglia da degustare al primo che vi scrive dal vostro sito, saranno soldi meglio spesi.

  37. ovvia.. , andiamo tutti ”all’anteprime” a gustarci le scenette ”nei salottini,quasi privè, degli assaggi”!
    (pseudo-giornalisticamente parlando)

  38. Ma perchè, essere o non essere giornalisti implica forse essere esperti di vino? Ed essere esperti di vino significa forse capirlo, interpretarlo e saperlo descrivere? Uno che commercia con il vino, di sicuro di vino ne capisce, ma sa capire ed interpretare una singola bottiglia di vino? Stando a quello che sento e leggo in giro dubito che questo assioma sia vero. Ed allora il nocciolo è questo: Internet è quanto di più “democratico” esista nell’informazione. Offre ad ognuno due grandi possibilità impensabili fino a pochi anni orsono: dire ciò che si pensa e scegliere ciò che si vuole pescando in un enorme oceano. E come in tutti i mari, ci sono aragoste, scorfani e cozze in abbondanza. Ciao a tutti.

  39. Risposta cumulativa a molti: attenzione in materia di professionisti/pubblicisti perchè ci sono idee molto confuse:
    1) quella di far entrare al Vinitaly solo i professionisti (io sono tale) è una colossale sciocchezza: primo perchè non entrerebbe quasi nessuno, secondo perchè oggi l’obsoleta scansione pubbl/prof non rispecchia minimamente la realtà e non qualifica la qualità professionale dei giornalisti.
    2) non è vero che all’esame di stato sono ammessi solo i praticanti e i diplomati alle scuole di giornalismo: oggi può entrare qualunque pubblicista se dimostra all’ordine regionale di appartenenza di avere la capacità professionale e reddituale del redattore ordinario (esclusività o prevalenza della professione, reddito da lavoro giornalistico uguale o superiore a un redattore di prima nomina).
    3) sono solo parzialmente d’accordo con la mia promessa sposa Briscola: la difficoltà è (era) nell’accedere all’esame di stato, non alla qualifica di professionista, perchè l’esame medesimo è di una difficoltà teorica elevata ma di una difficoltà pratica ridicola.
    4) il punto è proprio l’effettività sostanziale delle norme deontologiche del giornalismo: se si possono fare marchette senza che nessuno intervenga, se si può spacciarsi per giornalisti senza che nessuno intervenga, se si può fare i giornalisti e contemporaneamente vendere pubblicità senza che nessuno intervenga, è inutile che ci siano le regole.
    5) dissento da Farina sugli uffici stampa. Si tratta di un ruolo delicatissimo, che richiede grande professionalità e profonda conoscenza della professione giornalistica, giustissimo quindi che si occupa di uffici stampa sia a tutti gli effetti considerato un collega, a condizione però che non mescoli i due ruoli (o si sta di qua o si sta di là), che non confonda l’ufficio stampa con le pr e non si trasformi in un “sensale” di pubblicità e merchette.
    6) stampa di serie A e B: bisogna vedere il criterio di selezione. Se tromboni, professionisti per sola tessera, rappresentanti di testate altisonanti sono la serie A e tutti gli altri la B, d’accordissimo con Morgan. Se invece in serie A ci sono i professionisti sostanziali (cioè i giornalisti veri) e in B i sedicenti, i millantatori, venditori di pubblicità occulta, gi aspiranti, gli sbafatori, gli imbucati abituali e tutto il pietoso circo di nani e ballerine che contorna il nostro ambiente (e non solo), allora ben vengano la serie A, la B e perfino la Coppa dei Campioni (io la chiamo ancora così!).
    Saluti a tutti,

    Stefano Tesi

  40. Gentilissimi,
    una lancia spezzata in favore di Roberto Gatti che ho auto il piacere di ospitare nella mia piccola azienda. Non solo Roberto Gatti non ha preteso alcun tipo di compenso per gli articoli pubblicati sul suo sito ma vi ha addirittura inserito il nostro banner pubblicitario assolutamente gratis! Ha ragione il sig. Gianpaolo, la questione, secondo me, non è se uno è o non un giornalista accreditato ufficialmente ma per ciò che scrive e per come lo fa, con onestà professionale e competenza: a persone come Roberto Gatti e Luciano Pignataro che si siedono in macchina per girare l’Italia dei vini poco conosciuta a proprie spese, visitare personalmente quelle aziende piccole che non possono disporre di un budget pari al proprio infimo fatturato da investise nei grandi circuiti pubblicitari, non può che andare il nostro personale ringraziamento e tanta gratitudine per averci offerto l’opportunità di “comparire” a costo zero nel mondo vitivinicolo italiano, a loro un sincero “grazie di cuore” ed i migliori auguri di buon lavoro: tornate a trovarci, quando potete!!
    Giovambattista Solano

  41. Condivido in pieno il parere di Gianpaolo, su internet le categorie si annullano e conta chi si è, che si scrive e ancor più realisticamente come ci si comporta.

    @ Chiantigiano, preparati perchè a metà febbraio all’anteprima di quelle scene dovrai vederne parecchie.
    La “stampa pesante” verrà subito convogliata e avranno già tutto fissato, quindi ai normali, neanche la faranno annusare.
    Due anni fa, fu appropriato anche il buffet, tutti piatti di pesce con il Chianti Classico.

  42. Pingback: MARKETING O MARCHETTING? | BISCOMARKETING.it

  43. La professionalità è in stretto rapporto con l’etica, la qualifica non garantisce nulla ma costringe a rispondere in prima persona delle proprie azioni.
    Sappiamo bene che ci sono fior di giornalisti che vivono di marchette più o meno scoperte, difficile che possano venire redarguiti, poiché la cosa è non poco diffusa, come in tutti i settori interconnessi con pubblicità e commercio. Questo però non ci impedisce di giudicarne l’operato e la non correttezza, ruolo che dovrebbe competere alle autorità che rappresentano questa o quella categoria.
    Io scrivo di vino da una decina d’anni, sono diplomato sommelier AIS e ritengo che sia un’esperienza necessaria dal punto di vista tecnico e didattico come punto di partenza per affrontare il variegato mondo enoico, necessaria e doverosa nei confronti di chi verrà valutato, vale per il vino come per il cibo, l’olio e qualsiasi altra materia aliemtare e non. Non basta essere abituati a mangiare tutti i giorni per avere le capacità di valutare un ristorante. La tecnica, lo studio, l’esperienza sono elementi fondamentali, non ci si può improvvisare degustatori a meno che non lo si fa a livello amatoriale e senza arrivare a giudicare questa o quella azienda.
    Diverso è se il mio mestiere non è quello di valutare l’operato di altri. Se, ad esempio, ho particolari qualità che mi permettono di imparare a suonare uno strumento senza essere mai stato in una scuola, e riesco a suonare ed essere apprezzato (ci sono un’infinità di casi), va bene, non è un problema perché suono, non giudico altri.
    Qui, invece, la materia è più sottile e delicata, chi parla di vino, a meno che non si limita a riportare fatti, deve essere preparato, deve sapere di cosa sta parlando, e deve essere cosciente di avere un ruolo che può condizionare l’operato di altri.
    Sappiamo bene che si può esaltare o affossare un produttore con una certa facilità quando si è fortemente credibili.
    Per questa ragione ritengo che il problema giornalista-non giornalista non deve essere associato all’esercizio del critico enogastronomico, ma alla sua capacità di rispettare i valori etici che devono governarlo, quale che sia il suo mestiere e ruolo.
    Personalmente avrei potuto fare il classico tirocinio di articoli sottopagati per diventare pubblicista, e devo dire che ci ho pensato più volte, ma onestamente non sono riuscito a trovarne la motivazione reale, se non in un potenziale vantaggio economico.
    In ogni caso mi trovo in una particolare condizione che non mi consente di farlo.
    Ora, premesso che mi fregherebbe assai poco se al Vinitaly o ad altre manifestazioni facessero entrare solo chi presenta il tesserino, non mi sembra che percorrere una simile strada garantisca alcunché, se non che almeno il 50% delle persone che fino ad oggi hanno scritto di vino, si troverebbero tagliate fuori, anche se capaci ed eticamente corrette.

  44. @ Stefano Tesi.

    Bella domanda sulla serie A e B per la stampa.

    A Torino, al recente Salone del Gusto, mi hanno stoppato al desk dell’ingresso perchè la tessera ASA-Press non era, a loro dire sufficiente.

    In realtà hanno anche detto che non era significativa…

    Vabbè…

    Meno male che Newsfood, la mia testata, è registrata in tribunale per cui ho dovuto dimostrare – seduta stante – che non volevo entrare solo per fottermi salumi, vini o fasolari di Chioggia…

    Tralascio la rottura di palle sull’invio di svariate mail perchè non funzionava il pc del desk e la protesi umana che lo maneggiava…

    Ma sai cosa mi ha dato piu’ fastidio…?

    La stupida ironia, presumo evidentemente un’ordine di scuderia dato ai ragazzi “interinali”, che concionavano su chi scrive sulla carta stampata e chi in rete.

    Hai capito?

    Gente, a malapena neo-diplomata o neo-laureata costretta, dal ruolo, a comportarsi come i guardiani delle carrozzerie Fiat che quando suonava la sirena dovevano perquisire gli operai…!

    Ho fatto presente la cosa all’ufficio stampa di Slow Food.

    La telefonata è stata quasi un diverbio ed un monologo da parte loro con le solite menate sulla Siae, sui falsi giornalisti, io che non capivo nulla di accrediti e amenità varie…

    A me non me ne frega niente se nessuno parla male di Slow Food e di Petrini per quieto vivere.

    Questa cosa, al pari dell’arroganza di Verona Fiere, a me non va.

    Vorrà dire che dovremo cominciare ad essere piu’ dialettici con gente ben piu’ grossa del tal Gatti…

    E, come dicono a Roma, ” chi si estrania dalla lotta è un gran fijo de mignotta…”

    Gianni “Morgan” Usai

  45. X Roberto: “La professionalità è in stretto rapporto con l’etica, la qualifica non garantisce nulla ma costringe a rispondere in prima persona delle proprie azioni”, parole che andrebbero scritte nel bronzo. Parole che scolpiscono il concetto della professionalità e il discrimine (unito al reddito da lavoro) con il dilettantismo. Da quanto scrivi, però, capisco che per ragioni tue hai mai deciso di non iscriverti all’OdG. Rispetto ovviamente le tue motivazioni, che saranno certamente solidissime, ma a mio parere sbagli. Mi permetto di parlare così perchè ti conosco di persona e conosco la tua competenza, il tuo scrupolo, il tuo bagaglio professionale senza dubbio “giornalistici”. Quindi perchè non ti scrivi all’ordine? Non credo che sia per snobismo e contestazione all’istituzione. Prima avresti forse dovuto sottostare, è vero, alla trafila degli articoli sottopagati, ma tutti abbiamo fatto la (giusta) gavetta. Quindi perchè, visto che la mancata qualifica rischia di crearti ostacoli e incidenti di percorso, ancorchè per te irrilevanti? Se hai certi requisiti, perchè non chiedere che vengano riconosciuti?

    Mettendosi dall’altra parte della barricata, del resto (e qui rispondo a Morgan), bisogna riconoscere che qualche filtro andrà pure messo alla pletora di questuanti che si accalcano alle fiere alla ricerca di gadget, bottiglie, cicchetti, zainetti, sbafate e “brividi” giornalistici. Lasciamo perdere i casi individuali. A chiunque sarà capitato, pur avendo ragione, di trovarsi in imbarazzo in quanto non riconosciuto dall’addetto di turno. Ma non si può nemmeno pretendere di essere ammessi ogni volta per “chiara fama”. Nè che basti una tessera qualunque: sennò si fa come il Gatti, che si è dichiarato “giornalista” dal dicembre 2008 (!) solo perchè si è associato alla “Flip” (chi?).
    Nei panni dei poveri pr, organizzatori, addetti, anch’io sentirei il bisogno di scremare, avere qualche certezza di fronte alle centinaia dio sedicenti che mi si presentano davanti (tutti abbiamo presente l’assalto del Vinitaly, ad esempio).
    Quale primo criterio migliore di chiedere, intanto, la tessera professionale (pubblicisti o professionisti è uguale)? Mi si dirà: anche tra gli iscritti ci sono un sacco di ciarlatani. Certo, ma intanto cominciamo a scremare. Poi si dirà: ma tra i non iscritti ci sono anche fior di potenziali giornalisti. Vero. Ma cosa di meglio, allora, che costoro si iscrivano? Almeno il problema che li riguarda sarebbe risolto.
    Diciamoci la verità: quante volte alle degustazioni abbiamo stigmatizzato la presenza di imbucati, furbastri e sedicenti? Ma vivaddio, non si può pretendere una selezione e al contempo la mancanza di qualsiasi filtro!
    Ecco perchè spesso mi capita di esser e più dalla parte di pr e uffici stampa, che fanno un lavoro ingrato, che non da quelli degli accreditati.
    Poi, va da sè, occorre che anche Pr e addetti stampa abbiano una loro professionalità. Da cui la necessità di fare la serie A e B anche dall’altra parte del tavolino.

    X Farina: mi riferivo alla frase “e il tesserino da pubblicisti, udite udite, dopo apposito corso può essere rilasciato anche a chi fa uffici stampa”. Lo trovo giustissimo. Quello dell’ufficio stampa è un lavoro assolutamente giornalistico, sebbene in posizione diversa rispetto agli “scriventi”, che richiede alta professionalità. E’ in questo senso che mi dicevo in disaccordo con te.

    Saluti a tutti,

    Stefano Tesi
    X Farina: mi riferivo alla frase “

  46. E’ vero ,caro Andrea ,ci fu il pesce,ma mi sembra di ricordare che non c’era niente da accompagnare con l’olio chianti c. qualcuno,alla fine, lo versò sul castagnaccio..;ricordo inoltre che i vinsanti c.c. ..”facevano lacrimare” chi li versava ..

  47. Telegraficamente…

    1) E’ evidente che un ufficio Stampa non può diventare giornalista stando in ufficio (seppur stampa) senza avere nozioni di giornalismo ed eseguendo ordini dettati da un commercialista o da un perito agrario. I risultati sono comici, quando non tragici.
    2) l’Ufficio Stampa che chiama un quotidiano alle 19, in chiusura di giornale, annunciando che dopo un mese si svolgerà la presentazione di un vino, cambi mestiere. Per approcciarsi a una redazione, occorre conoscere come funziona una redazione. Vedi frase finale punto 1)
    3) i Comunicati Stampa non sono né opere d’arte (io cestino in automatico tutti i comunicati con loghi, disegni, simboli, fumetti, cruciverba e alberi genealogici), né prove di scritture elettronica (io cestino tutti i comunicati in rosso nero giallo blu grassetto corsivo sottolineato e grassettocorsivosottolineato carpiato triplo), né spystory (io cestino tutti i comunicati che spiegano un “perché” autoreferenziale nelle prime 8000000 battute e indicano nell’ultima riga cosa succede, dove e quando. Vedi frase finale punto 1)
    4) il lavoro di Pubbliche Relazioni non corrisponde a quello di Ufficio Stampa e viceversa. Vedi frase finale punto 1)

    Concordo con Tesi: se si vuole svolgere il lavoro di giornalisti, esistendo un Ordine dei Giornalisti, si entri a farne parte. Il problema non è chi lo fa senza esserlo, ma che sia consentito che qualcuno lo faccia senza esserlo. A uno che vuol essere avvocato, l’Ordine degli Avvocati consente di farlo e di presentarsi come tale? Se così è, da domani io sono dentista: avanti il primo…

    Briscola

  48. L’olio era in cima alla stanza come dettaglio, con nessuno a seguirli e farli provare.
    Una sfilza di boccettine e bicchieri di plastica…..
    Il vinsanto pregiato, o almeno quello delle etichette più rumorose girava largo, fortuna volle che al tavolo dove si era, stava un enologo di grido e un produttore di fama….
    Forse invece di far fare ai piccoli o alle aziende meno conosciute da comparsa, sarebbe meglio facessero due presentazioni, una per i più meglio, una per gli altri.
    Detto senza polemica, non ne ho motivo.

  49. Solo una breve parentesi in questo post, per chiedere a Ziliani se avremo il piacere di incontrarlo alla prossima manifestazione dei Vini Naturali a Roma…? Grazie

  50. Non posso che essere d’accordo con Stefano circa l’opportunità di entrare a far parte dell’OdG. Ho fatto la trafila di articoli sottopagati anche io (a dire il vero non è che poi finisca). Di fatto, tecnicamente ed eticamente, da quando sono iscritto, non è cambiato nulla, se non quello di evitare gli ostacoli a cui si riferisce appunto Stefano. L’etica e, quindi, la professionalità, le hai indipendentemente dall’essere iscritto o meno all’ordine, dallo scrivere sul cartaceo o sul web. Su questo punto non si discute ed amici e colleghi come Franco e Roberto per me sono esempi da seguire.

  51. Caro Stefano,
    hai ragione, purtroppo quella trafila avrei dovuto farla tanti anni fa, ora ho delle motivazioni economiche che mi bloccano completamente dal farlo. Non è una presa di distanza o un tentativo di disimpegno, credimi, purtroppo ci sono delle norme che mi bloccano qualsiasi tentativo, se vuoi ne parleremo la prima volta che ci incontriamo, oppure via mail.
    Un abbraccio

  52. Caro Andrea
    ..eh,forse, ”la sceneggiata riesce più credibile se ci sono
    ”le comparse dei piccoli” (o dei ”meno noti”..cioè quelli che non hanno speso un solo cents ”in guide”e articoli” a pagamento”)
    ..che ”abile” regia..che suggestione…(che squallore)

  53. @ Chiantigiano,
    eppure nonostante tutto questo mi è preso voglia di ritornarci alla Stazione Leopolda, assaggiare un pò di cose, fotografare, parlarne e vedere le solite sceneggiate quando arrivano i “giornalisti pesanti”.

  54. ..bene Andrea,ricordati però che il 17 Febbraio,1° giorno, i produttori non sono ”graditi”..anzi dicono che,per il primo ”approccio con la stampa”non è PREVISTA la presenza dei produttori”(forse solo i ”faccendieri”potranno…iniziare ”la recita”)…

  55. Richiedo non venga pubblicata la mia e-mail. Scrivo in quanto è vero che il signor Gatti Roberto non mi ha mai chiesto un centesimo per essere nominata nelle sue recensioni, e tra le altre cose leggendo il vostro articolo mi viene da pensare che quella del signor Gatti sia una risposta più che una domanda. Se i propri vini sono validi e piacciono, non c’è bisogno che venga richiesta una recensione poichè questa avverrà lo stesso sempre che si facciano assaggiare (vedi guide, se non glieli mandi non ti ci mettono).
    Purtroppo so che è difficile per un lettore capire quando la pubblicità non è pagata, ma perchè voi non spiegate un pò come funziona il mondo e non dite alla gente che ciò che è pubblicizzato per televisione non è detto che sia buono? …..Comunque prima di sparare a zero su certe persone informatevi e assicuratevi che dette persone si comportino così sempre…..Le recensioni comunque non è detto che portino clienti………
    Un saluto
    Raffaella Bissoni

  56. ho letto con interesse e preoccupazione “le enomarchette”
    allora mi chiedo, visto che non mi sembrate gli ultimi arrivati del settore, perchè on stilate un elenco di degustatori a cui spedire il vino, fissando, perchè no, un emolumento simbolico per il fastidio , se così si può definire”
    altrimenti che pesci prendiamo ???

    con sincera simpatia
    donato

  57. Enomarchette… Quanto ce n’è di vile mercimonio nel mondo della comunicazione legata al vino? Prestigiose testate che ti offrono un bell’articolo a cifra X (e se il mio vino non è buono? Che scrivi dopo che ti ho dato 5 o 8000 €? che è “interessante”?), partecopazioni a fiere, eventi, serate in cambio di un occhio di riguardo nei numei successivi, produttori che hanno la possibilità di offrire viaggi esotici ai loro best buyer (giusto se si vuole) dove ogni volta trovi in crociera o sul volo il giornalista Y o il critico X… Meglio lavorare e cercare di fare un buon prodotto. Anche se non sarà facile a fronte del volume di fuoco di chi si può permettere pubblicità/marketing più o meno palese; saprà affermarsi. Anziché i pennivendoli puntiamo su chi, giornalista, blogger, sommelier, semplice bevitire; il vino lo ama e lo giudica per il suo valore intrinseco e non percHè di blasone o ben “pubblicizzato”

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