La dignità del Maroggia (sottozona Valtellina Superiore) confermata da una bella verticale

E’ stata una bella serata quella che si è svolta settimana scorsa, martedì 13, presso la simpatica e accogliente Osteria Nebbiolo di Albosaggia vicino a Sondrio, che Sandro Faccinelli ed i suoi collaboratori stanno con grande impegno cercando di far diventare un posto dove oltre a mangiare e bere bene, in larghissima parte vini base Nebbiolo, locali, ma anche di Langa (ci puoi trovare ad esempio il Barolo Ciabot Tanasio di Sobrero ed i Barbaresco di Rizzi) e Franciacorta (ad esempio i vini di Camossi), si cerca di fare cultura del vino.
Di scena sono stati i vini della più piccola delle sottozone del Valtellina Superiore Docg, l’area di Maroggia, posta nell’area ovest del comune di Berbenno di Valtellina al confine con il comune di Buglio, comprendente la frazione e che conta su splendidi vigneti posti dai 200 ai 500 metri di altezza.
La zona è bellissima e come racconta per parole e splendide immagini (quelle che corredano questo post) l’ampio, dettagliato ed interessantissimo excursus storico-artistico-paesaggistico (leggete qui) opera di un cultore di storia locale come Massimo Dei Cas, la cultura della vite in loco vanta antichissime tradizioni.
A rivitalizzarla, in tempi recenti, anche se l’area vitata continua ad essere estremamente ridotta, meno di 25 anni, di cui a regime meno di metà, e la produzione quasi confidenziale, è il Consorzio Produttori del Vino Maroggia, che propone, oltre ad una piccolissima produzione di Sforzato, il San Bello, dedicato al Beato Benigno detto Bello de’ Medici, il Valtellina Superiore Maroggia ed il Rosso di Valtellina Malaroggia (di cui avevo già scritto due anni orsono, qui) che sono stati protagonisti della nostra verticale, passata dal Maroggia 2005 e 2003, al tandem di 2004 e 2002, Maroggia e Malaroggia, al Maroggia 2001 e infine al Malaroggia Rosso di Valtellina 2006, gustato, e non poteva essere diversamente, con un piatto di pizzoccheri.
Cosa ci ha insegnato questa verticale, cui ha presenziato tutto lo staff del Consorzio Produttori, dal presidente Matteo Tarotelli, a suo padre, al simpaticissimo vignaiolo Fermo Forno  e che ha contato sulla presenza “istituzionale” del presidente e del direttore del Consorzio Vini di Valtellina, Casimiro Maule e Valentino Borzi?
Ad esempio, e non mi sembra poco, la piena dignità e la validità dei Nebbiolo di montagna di questa area isolata e un po’ marginale, che per il momento vede solo il Consorzio Produttori portare all’onore della bottiglia e della commercializzazione i vini (prossimamente si aggiungerà un nuovo protagonista…), e ci ha fatto capire, in un’ottica di bio, anzi di ampelodiversità, quale ruolo abbia nel caratterizzare i vini di Maroggia la presenza, accanto alla Chiavennasca (nome locale del Nebbiolo), di una piccola quota di un’uva locale come la Merlina, che conferisce al mosto e al prodotto finito una particolare, e intensa, sostanza colorante.
Molto interessanti, piacevoli, personali i vini, nel quadro di quell’essenzialità petrosa, di quella verticalità, di quel “sale”, di quella fragranza aromatica, di quella freschezza che rende inimitabili e unici i grandi Nebbiolo, di montagna, ça va sans dire, di Valtellina. Giovanissimo, scalpitante, un tannino molto presente, ancora da addomesticare, il Maroggia 2005 (a mio avviso con interessanti possibilità di evoluzione), piacevolmente fresco, godibile, rotondo, anche se molto meno complesso, il 2003, tenuto vivo da un’acidità indomita, non supportata da sufficiente polpa, il 2001.
Piacevolezza e giovanile esuberanza del Rosso 2006 a parte, che si beve con grande piacere ed è diretto, simpatico, estroso, le cose migliore sono venute dalla quaterna di vini delle due annate 2004 e 2002, con la sorpresa del Rosso 2002 molto più in forma, sorprendentemente appealing, di buon dinamismo e slancio, di un Valtellina superiore pari annata decisamente più muto e meno espressivo, e la vivacità, il carattere, più spiccato nel Maroggia che nel Rosso Malaroggia, dei due 2004.
Vini non semplici, non ruffiani, schietti, un filo scontrosi, ma autentici, espressione di quella viticoltura eroica, tutta fatica, pochi ragionamenti economici e tanta poesia e amore per il territorio, quello scenario unico di rocce, ripidi terrazzamenti, piccoli appezzamenti, che formano il fascino, la magia dei vini di Valtellina. Quelli veri, che ti fanno dire, dopo che li hai stappati: Valtellina, Nebbiolo “e sai cosa bevi”…    

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