Moscato di Noto Moscato della Torre 2007 Marabino

Mi sa proprio che i nostri amici inglesi non ci vogliono poi così tanto bene, o non vogliono poi così bene all’Italia del vino, non ho potuto non pensare, come altre volte mi era successo, sfogliando il numero di febbraio, la February issue, della rivista specializzata Decanter, che si autodefinisce “the world’s best wine magazine”!
Anche se allegato alla rivista c’è un corposo e variegato Italy 2009 Supplement (che tra l’altro ospita un mio articolo sull’Amarone della Valpolicella) i britannici non perdono occasione di farci notare, attraverso gli articoli pubblicati, che al primo posto delle loro preferenze continua ad esserci la Francia (con Bordeaux e Champagne in pole position), poi magari l’Australia, la Nuova Zelanda e la California e quando resta un po’ di spazio, magari da dividere con Spagna, Portogallo e Germania, tocca a noi.
Accade così che in un articolo, su cui conto di tornare, sui 50 best-value Reds, su 50 vini dal grande rapporto prezzo-qualità in vendita soprattutto in quei moderni e diffusi canali di vendita britannici che sono i supermercati, i vini italiani selezionati siano solo sei (magari perché i nostri vini sono mediamente più cari…), due Valpolicella ripasso, un Barbera d’Alba, Basilicata Aglianico, l’immancabile Nero d’Avola ed un Friuli Merlot, ma accade soprattutto che in un articolo, dal titolo che è un fantastico gioco di parole, Sweetie, I’m being serious, che potremmo tradurre come Dolcezza, prendimi sul serio, oppure Dolcezza, sono diventata una cosa seria, riferito e dedicato ai vini dolci del mondo che possano essere un’alternativa, abbordabile economicamente e qualitativamente seria, a Sauternes e Tokaji, accanto a vini francesi (Jurancon, Maury, Banyuls, Rivesaltes tra gli altri), argentini, australiani, canadesi (ovviamente un Icewine), greci, neozelandesi, sloveni, sudafricani, spagnoli, l’autrice, la master of wine Sarah Jane Evans, wine editor del BBC Good Food Magazine, non reputi opportuno citare anche l’Italia. O scegliere uno solo dei tanti vini dolci, da dessert, meditazione, fine pasto, o come volete chiamarli, prodotti dalla Vallée d’Aoste del Muscat de Chambave sino alla Sicilia del Passito di Pantelleria o della Malvasia di Lipari. Passando per Vino Santo trentini, Vin Santo toscani, Recioto della Valpolicella o di Soave, Albana di Romagna, passiti vari altoatesini, veneti, campani, calabresi, pugliesi, sardi. Per citare solo i primi vini che mi vengono in mente.
Eppure, se questi vini fossero conosciuti e se qualcuno, nel Regno Unito, si occupasse seriamente di farli conoscere e provare, sono persuaso che non incontrerebbero meno favore di quei Malbec fortificati, Moscato australiani, Vinsanto di Santorini, o “vin de paille” a base di Chenin sudafricani che la Evans non ha problema alcuno ad inserire nella selezione che correda il suo articolo.
Malinconie solo apparentemente campanilistiche a parte, visto che non credo proprio di fare ragionamenti campanilistici, ma oggettivi, voglio segnalare a Mrs. Evans e soprattutto ai lettori di questo blog, un ottimo esempio di uno dei più storici vini dolci di quella terra, la Sicilia, che la particolare tipologia dei vini dolci in maniera più convinta e variegata onora. Parlo del Moscato di Noto, prodotto nella Sicilia orientale, nei comuni di Noto, Rosolini, Pachino e Avola, in provincia di Siracusa da uve di Moscato bianco, localmente denominato Moscato giallo o Moscatella, ed in particolare dell’annata 2007 del Moscato della Torre prodotto da una giovane azienda della zona di Noto, Marabino.
Un vino prodotto ancora in quantitativo limitato, 3000 bottiglie da mezzo litro, da vigneti Moscato bianco 100% a spalliera bassa posti su terreni leggeri, molto calcarei, con scheletro abbondante e tessitura fine, e ottenuto con la tecnica antica che prevede l’appassimento delle uve su graticci posti al sole, pressatura soffice, pulizia del mosto per decantazione statica e fermentazione a 16 gradi.
Anche in una annata definita come “molto difficile per la viticoltura siciliana. Clima avverso che ha favorito attacchi massicci di peronospora che ha portato a cali di produzione e ad una vendemmia molto anticipata soprattutto per i bianchi”, il risultato, come avevo avuto modo di verificare per la prima volta a Catania, quando potei degustare il vino, su suggerimento dell’amico Antonello Maietta, in occasione del Congresso A.I.S. che si è svolto nella città dell’Elefante, è davvero molto convincente, in termini di personalità, finezza, fragranza aromatica.
Colore oro antico brillante leggermente ambrato di grande lucentezza e vivacità il vino si propone con un naso fitto, intenso, avvolgente, assolutamente solare e mediterraneo, ma di grande freschezza, all’insegna di un dinamismo dolce-salato, di una bella articolazione dei profumi dove le note calde e dolci tipiche dell’appassimento, fichi secchi, datteri, albicocche, canditi, si completano con sfumature floreali, fiore d’arancio e biancospino su tutti, accenni di frutta secca (netta la mandorla), miele, marzapane e poi ricordi di zenzero, spezie orientali e di muffa nobile.
La bocca conferma l’eleganza d’insieme, la morbidezza, l’ampiezza e l’avvolgenza, con una dolcezza ben calibrata e mai eccessiva favorita da una vena acido-salata nervosa e molto lunga che chiude su una nota precisa di mandorla e di arancia candita che mantiene in tensione e vivo il palato.
Un bel vino non stucchevole, equilibrato, godibile, chiaramente meridionale e insulare, ma senza gli eccessi, l’invadenza dolce, di parecchi vini del Sud, più adatti da prendere con il “cucchiaino” che da bere. Il produttore consiglia di berlo su paste di mandorla con pistacchi e noci e dolci con ricotta, ma io, in omaggio ad una sorta di sincretismo enogastronomico, ho provato ad abbinarlo anche ad una ricca e gustosa bisciola valtellinese opera del panificio storico (risale difatti al 1830) Plozza dei fratelli della Pona a Tirano, celebrati per le loro specialità da forno locali e dell’Alta Rezia ed il risultato, ve lo assicuro, è stato sorprendente…   

0 pensieri su “Moscato di Noto Moscato della Torre 2007 Marabino

  1. Purtroppo le produzioni da noi sono innumerevoli e tutte in piccole quantità. Tolto il vin santo chi può competere sui mercati stranieri? Certe che se facciamo una degustazione con quegli australiani ed alcuni dei nostri, cito a caso un Caluso passito, un Moscato di Scanzo, un ‘Albana passito ed un moscato di Saracena e non aggiungo altri, gli stranieri svaniscono, ma fra tutti e 4 ce ne saranno meno di 500 ettolitri.

  2. @Paolo. ma non può darsi che – proprio perché ne produciamo pochi ettolitri – questi vini dovrebbero essere prodotti ‘preziosi’, e come tali valorizzati?!
    Capisco che solo certe quantità consentono di stare su un mercato di massa, ma questi non sono forse prodotti artigianali?
    E i prodotti artigianali non sono (non erano) forse uno dei connotati più prestigiosi dei nostri territori?

    Non lo scrivo per gusto della polemica; sono capitata su questo post e ritrovo un tema che mi assilla. Ci hanno predicato per decenni che dovevamo ‘crescere’, salvo poi paragonare produzioni italiane (in molti settori) a quelle cinesi o australiane, e quindi troppo piccole. Ma sono luoghi e situazioni così diversi da quelli con cui dobbiamo vedercela noi…

    Mi pare invece che i casi citati da Paolo siano proprio quelli che dovrebbero essere oggetto di ‘tutela’ (virgolettato, perché è un’espressione temibile, con implicazioni talvolta ambigue).

    Ogni tanto, però, inciampo in qualche articolo che dissotterra questo tema. …

  3. …solo certe quantità consentono di stare su un mercato…
    Hai perfettamente ragione, ma quando un produttore produce 4000 bottiglie da mezzo litro di passito è facile che le venda tutte nel raggio di circa 100 kilometri e al mercato britannico nemmeno ci pensa. Questi vini sono preziosi e sono tutelati da denominazioni, vedi la recente doc del moscato di Scanzo, ma non possono essere tutti conosciuti all’estero. Un altro discorso è promuovere la produzione, entro certi limiti, per farli entrare in un mercato, questo è compito dei consorzi e delle regioni, ma vorrei sapere quanti milanesi hanno mai bevuto a Milano un moscato di Saracena od una malvasia di Bosa.
    Resta il tema: come far conoscere questi vini? Io qualche idea in merito ce l’ho, ma certo non la dico in pubblico e per di più gratis.

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