Prove d’Italia a Bordeaux: anche Syrah e Chardonnay nei vigneti dei mitici Châteaux?

Il mio buon amico Hervé Lalau ha dedicato un post ad una notizia che sembra più una barzelletta che realtà. Riprendendo una news apparsa sotto Natale sul sito specializzato francese Vitisphere (leggete qui), sul suo blog Chroniques vineuses si è chiesto: “Bordeaux: Bientôt du Chardonnay et de la Syrah dans l’AOC Bordeaux ?”. Il che tradotto recita: presto Chardonnay e Syrah nell’AOC Bordeaux?
Non siete su Scherzi a parte: accade che a Bordeaux, nella terra dei mitici Châteaux, dei premier crus da centinaia di euro a bottiglia, stiano progettando di applicare il “dolce stile” italico, la prassi del “perché non provare anche questo”, del “famolo strano”, dell’uvaggio creativo, chiedendo di sperimentare, accanto alle loro classiche uve che tutto il mondo ha piantato, magari chiamandole, come da noi, “vitigni migliorativi”, anche nuovi vitigni, noti e meno noti, espressione di altre tradizioni viticole.
La notizia secca di Vitisphère, riportata e commentata dal confrère franco-belga, dice che “il
Syndicat des Vins de Bordeaux ha fatto richiesta all’INAO, Institut Nationale des Appellations d’Origine, di poter sperimentare nuovi vitigni allo scopo di migliorare la complessità dei vini di Bordeaux. “I vini di Bordeaux sono vini d’assemblaggio. Noi desideriamo testare nuove varietà per verificare la loro attitudine ad arricchire la complessità aromatica dei nostri vini”, argomenta Florian Reyne del Syndicat des vins de Bordeaux.
La domanda è relativa a tre varietà a bacca bianca, Chardonnay, Petit Manseng e Liliorila e a quattro varietà a bacca rossa, Syrah, Marselan, Arinanoa e Zinfandel, oltre allo Chenin per i Crémant de Bordeaux. Una volta avuta l’autorizzazione dal comitato regionale e nazionale dell’INAO, la sperimentazione sarà condotta su almeno quattro campi sperimentali per vitigno con (micro)vinificazioni su un volume minimo di 150 litri. La sperimentazione è prevista su 8 annate e cinque vendemmie”.  
Ovviamente, se i test risulteranno soddisfacenti, allora si potrà procedere in un secondo tempo ad aggiungere questi vitigni nel “cahier des charges”, nel disciplinare di produzione dei vini di Bordeaux. 
Di fronte a questa colossale monata, anzi, connerie, come si direbbe nella lingua di Molière, che porta in terra di Francia, con l’alibi della ricerca scientifica, della sperimentazione, dell’apertura al nuovo che avanza, prassi tipicamente italiote e un’atmosfera che richiama le risibili tesi dei fautori di un’ipotesi di “disciplinare aperto” del Brunello, non posso che lasciare la parola alla giusta indignazione del collega di Chroniques vineuses, che ha denunciato l’assurdità di questo progetto.
“Quel che mi stupisce – scrive –  non è tanto la volontà dei Girondini di ampliare l’uvaggio, e che dei francesi facciano finta di essere degli australiani e che pratichino pertanto il marketing della domanda invece di quello dell’offerta, cosa del resto normale in questi tempi di globalizzazione. No, quello che mi lascia stupefatto è il fatto che questa proposta sia relativa a dei vini AOC o non a delle IGT.
E poi, c’è qualche cosa di patetico nell’ascoltare dalla bocca di un responsabile viticolo della Mecca del vino che bisogna “arricchire la paletta aromatica” dei vini! Ma perché mai sperimentare? Si hanno forse dei dubbi sulle possibilità di ambientamento e di acclimatamento del Syrah e dello Chardonnay nella Gironda, quando queste due uve sono presenti su tutti i cinque continenti del vino? Questo modo di fare suona piuttosto ipocrita. Attenzione a non aprire il vaso di Pandora! Se l’INAO dà il suo parere favorevole all’allargamento del cahier des charges, allora non ci sarà più alcun valido motivo per dire di no al Sémillon a Sancerre, il Sauvignon a
Châteauneuf e il Cabernet a Beaune. E cosa distinguerà i celebri terroir storici francesi (storici perché l’adattamento delle migliori varietà ai migliori suoli è durata decenni) dai vigneti del Nuovo Mondo?”.
Hai perfettamente ragione Hervé: ma che razza di vins de Bordeaux del futuro hanno in mente i signori del Syndicat des Vins pensando d’imbastardire l’encepagement bordolese non solo con la grande Syrah e Monsieur Chardonnay, ma con roba da californiani come lo Zinfandel, con incroci Merlot-Petit Verdot come l’Arinanoa o Cabernet Sauvignon-Grenache come il Marselan o altre genialate, in bianco, come il Liliorila, incrocio tra Baroque (?) e Chardonnay?

0 pensieri su “Prove d’Italia a Bordeaux: anche Syrah e Chardonnay nei vigneti dei mitici Châteaux?

  1. ma se fino al 1900 si usava il mosto di syrah per rinforzare e colorare i vini di Bordeaux non vedo quale sia questo scandalo, anzi in teoria si potrebbe persino parlare di ritorno all’antico…

  2. il “prezzemolino” parlante comincia l’anno affermando una cosa apparentemente intelligente, ovvero che l’eventuale entrata della Syrah nell’encepagement dei vins de Bordeaux sarebbe un “ritorno all’antico”, la ripresa di una prassi diffusa prima del Novecento. L’unica testimonianza di tale affermazione che si trovi in rete, é un estratto di un articolo di Wine Spectator, laddove si scrive “Up until the early 1900s, Bordeaux winemakers often added small percentages of Northern Rhône Syrah to their wines if they had a difficult vintage. In 2004, Château Palmer in Margaux made an experimental cuvée (only 100 cases), called Historical 19th Century Wine L2004. It’s a blend of 85 percent 2004 estate fruit from Palmer and 15 percent Syrah from Hermitage. “Most of the great names of Bordeaux used to have a little bit of wine from the north of the Rhône to improve the color and depth of the wine,” explained Palmer winemaker Thomas Duroux. “They had to do this sometimes since they had difficult vintages. We now know how to deal with difficult vintages. But I was very curious to understand what would happen if we did [this] with the wine we have today.” Ammesso e non concesso che questa prassi fosse più o meno diffusa circa cent’anni fa, (ma io che ho letto diversi libri sulla storia dei vini di Bordeaux non ne ho mai trovato traccia) oggi, secondo i cahier des charges vigenti a Bordeaux, non é prevista, anzi é proibita. E nessuno, salvo qualche stravagante che mira ad ulteriori standardizzazioni dei vini della Gironda, sente il bisogno di riesumarla. Ma che fare, tanto ci sarà sempre qualche “prezzemolino” ciarlante a sostenerne l’utilità e magari a sostenere che Ferruccio e Tancredi Biondi Santi il loro Brunello lo facevano con il Sangiovese, certo, ma aggiungendoci un pizzico di Merlot o di Petit Verdot…

  3. Anche in Francia allora hanno l’indiscutibile fortuna di avere un Giove Tonante dell’Enologia Francese che ha suggerito loro queste possibili modifiche migliorative, oppure hanno spudoratamente copiato dal Nostro che come al solito è sempre cento metri avanti a tutti ???

    C’è chi non segue la Storia, la fa !!!

    Ciao

    p.s. forse sarebbe il caso di ribattezzare il Nostro come Giove Tonante dell’Enologia Mondiale.

  4. Luciano, va bene che sei già carico per l’incontro del prossimo 19 (pardon, 18!) gennaio con il tuo idolo, ma suvvia, non esageriamo! E poi, guarda che le Roi nei suoi pregiatissimi e costosissimi Langhe Nebbiolo tipo Costa Russi e Sorì Tildin ha sempre ufficialmente dichiarato di aggiungere al Nebbiolo solo della piemontesissima Barbera, mica altre uve franciose con le quali piace tanto giocare e sperimentare in quel di Montalcino!
    p.s.
    Come già scritto qui http://vinoalvino.org/blog/2008/09/lippi-gaja-dirama-le-convocazioni-per-l%e2%80%99incontro-con-i-lettori-dei-blog.html si ricorda l’elenco degli happy few ammessi alla presenza del Signore, le roi Monsù Gaja: Guerrini Andrea – Lombardi Luciano – Palermo Michele – Massimiliano – Arcari Giovanni – Bonfio Francesco – Tombolini Antonio – Alboreo Aceti Aldo – Cochetti Massimiliano – Signorini Patrizia – Tinessa Marco – Tonon Meggiolaro Francesco – Pisanelli Domenico – Bisozzi Maresa – Bertuccioli Marco – Geretto Antonio – Maggioni Massimiliano – Colombo Paola – Ciancico Ettore – Barbato Nicola”

  5. L’idea innovativa non è tanto con cosa migliorare ma l’idea che si possa migliorare con delle mirate e condivise modifiche dei disciplinari. Vedere la statica e ieratica immodificabilità come un dogma dannoso, anacronistico e forse storicamente anche ingiustificato.

    In questo Gaja è stato sicuramente il grande precursore, il grande innovatore. Che se ne siano accorti anche oltr’alpe ???

    Ciao

  6. il prezzemolino fa notare a Franco Ziliani che la prassi di Hermitagizzare gli chateau bordolesi è riportata a pagina 85 di World Of Fine Wine issue 11 del 2006 in una articolo del professor Rod Philips che dimosta come da sempre i vini si siano adattati al gusto delle persone e non viceversa e questo risulta, almeno storicamente, valido per Bordeaux, Champagne, Sherry, Porto.
    Davvero curioso che tu non lo hai letto franco, visto che a pagina 67 dello stesso bel numero c’è un tuo, evidentemente, omonimo che firma un articolo su Castiglion Falletto…(tra l’altro un articolo davvero interessante, tutti bravi questi Ziliani ;-)).

  7. Il progetto mi pare assurdo, ma il modo in cui lo si affronta mi pare corretto nei tempi e nei modi e tutto quanto viene dichiarato in anticipo. Il risultato della sperimentazione potrebbe infatti essere negativo, sono solo 5 vendemmie, ma non si parla di estirpare nessun filare esistente.
    Comunque si sono posti una domanda e cercano di dare una risposta correttamente.
    Noi italiani invece piantiamo le vigne dove ci pare, usiamo i vitigni internazionali per “governare” le uve come ci aggrada ed in barba ai disciplinari e se qualcuno poi ha qualcosa da ridire allora passa per rompic…..o per quello che non capisce il mercato, ne sa qualcosa il sciùr Franco.
    C’è quindi una enorme differenza nel metodo.
    Quindi io dico che ancora una volta i francesi, purtroppo, fanno scuola.

  8. la citazione colta e le ottime letture, come quella di The World of Fine Wine http://www.finewinemag.com riscattano solo parzialmente l’uscita del prezzemolino ciarlante. Come mi ha scritto Hervé Lalau, “l’histoire de la syrah à Bordeaux, qui remonte au 19ème siècle, c’est simple: les contrôles, à cette époque, étaient presque inexistants, et les règles, très confuses. Et bien sûr qu’il y a eu des fraudes, avant et après! Pas seulement entre Bordeaux et le Midi (comme dans l’affaire Geens, dans les années 1980),mais aussi entre Rhône et Bourgogne, et avant 1962, entre Algérie et Beaujolais. A l’époque, il y avait des caricatures en Algérie, qui disaient, au moment où on affichait les affiches “Le Beaujolais nouveau est arrivé” en France: “Ici, il est déjà parti”. Ma Hervé aggiunge, e qui per maggiore chiarezza traduco, “mais quelle curieuse défense des “libertaires” du vin que de s’appuyer sur des histoires de fraudeurs. Tiens, ça me rappelle Brunello”, ovvero “curiosa la difesa da parte dei “libertari” del vino che scelgono di sostenersi per le loro tesi su vicende di frodi. Guarda, questo mi ricorda proprio la vicenda del Brunello”.
    Se Syrah, in maniera fedigraga, é stato aggiunto, come sostiene il professor Rod Philips nel suo articolo “As you like it” dell’issue 11-2006 di The World of Fine Wine, in passato nei vini di Bordeaux, non v’é alcun motivo serio per farlo oggi. E sostenere il contrario equivale a stare dalla parte di chi ha “taroccato” il Brunello o proponeva di cambiare il disciplinare sostenendo che bisognava andare incontro ai gusti del mercato e dei consumatori. Che solenne bischerata l’idea di cambiare i vini ed il loro stile in base al tirar di vento del momento, alle mode, e al palato delle guide, dei Parker e dei Suckling, nonché dei potenti importatori, del momento! I grandi vini hanno uno stile che li rende unici, inconfondibili e pertanto inimitabili

  9. se il vino è un prodotto che deve essere venduto, il fatto di tener conto di mode e gusti che cambiano si chiama marketing e senza marketing non si vende nulla, nemmeno il vino. Che ovviamente è anche un fatto culturale e quindi è ovvio che c’è chi si scandalizza di fronte a questi esperimenti e queste teorie.
    E c’è modo di accontentare il mercato e star dietro ai gusti dei consumatori senza distruggere un vino “unico, inconfondibile e inimitabile”.
    Il vino che più di ogni altro ha cambiato stile per adattarsi ai consumatori è lo Champagne che è infatti l’AOC/DOC/QMp/VQPRD di maggior successo commerciale della storia ma chi negherebbe che oggi ci sono COMUNQUE grandissimi esempi di champagne?
    Per ogni milione di Veuve Cliquot da 19 euro in GDO ci sono tantissimi Champagne Roger Brun “La Pelle” Extra Brut Cuvée des Sires Grand Cru 2002 o Duval-Leroy Cuvée Leroy Nieman 1996…
    perchè non ci possono essere (ovviamente cambiando il disciplinare) 8 milioni di bottiglie di Brunello “ruffiano”-americano” per 4 milioni di Brunello “tradizionale”?

  10. bene, abbiamo scoperto che un ciarlante sommelier toscano chiede (ma perché non l’ha fatto anche mesi fa prima che i produttori votassero e si pronunciassero a larghissima maggioranza contro questa ipotesi?) che “ovviamente cambiando il disciplinare” ci siano “8 milioni di Brunello “ruffiano-americano” per 4 milioni di Brunello “tradizionale”. E dovrebbe essere affidata a personaggi come questi la difesa e la valorizzazione delle migliori tradizioni vinicole italiane e la cultura del vino? Poveri noi, siamo proprio messi in buone mani… Gente così, per “vendere” sarebbe pronta a tutto…

  11. Credo che non debba essere il vino ad andare necessariamente incontro al gusto dei consumatori, ma sono i consumatori che devono saper apprezzare le caratteristiche intrinseche di ogni vino, con i pregi e i difetti che ogni uva dona. I disciplinari e le tradizioni vitivinicole centenarie, di cui l’Italia (e la Francia) dovrebbero andare fieri, esistono per questo!! al diavolo il marketing a tutti i costi, al diavolo le scorciatoie, che si lavori seriamente piuttosto!!

  12. Ma prendete la musica (visto l’eccelso Veronelli: il vino è il canto della terra verso il cielo), ma quanta ne esiste? Raffinata, colta, per pochi, sempreverde, eterna, commerciale, alternativa, di nicchia… Ognuno la incontra in base ai gusti, al livello di evoluzione, allo stato d’animo e alle circostanze. Spesso la ricerca di un prodotto è legata alla propria percezione della qualità, come del resto c’è gente che non sa che lo champagne viene fatto solo in Francia, o che lo scotch whiskey è scozzese.
    Il mercato sguazza su tutto ciò.

  13. Caro Franco,
    come anche la recente vicenda montalcinese ci ha ribadito, la questione è essenzialmente ideologica: da una parte c’è chi, per ragioni innanzitutto di principio, vuole mantenere l’integrità dei disciplinari (ritenendoli giustamente un punto fermo), dall’altra chi vuole “migliorarli” (cosa che talvolta può essere necessaria – vedi certe orribili doc nostrane – ma non certamente nei casi di cui ci stiamo occupando). Sono posizioni inconciliabili, anche dialetticamente, perchè si fondano su presupposti antitetici. La querelle potrebbe del resto valere per tutto. La musica, ad esempio, che può essere più o meno “commerciale” secondo il produttore e gli arrangiamenti: vedi ad esempio l’aggiunta di ritmi disco per rendere più ballabile/vendibile un brano d’autore.
    A mio parere tuttavia il discorso, espresso in questi termini, è miope e mal impostato.
    Nel lungo periodo, tutto è soggetto ad evoluzioni e cambiamenti. La continuità non è fissità, ma evoluzione lenta. Compiutasi cioè in un arco di tempo in cui la novità ha modo di essere metabolizzata, assimilata fino a diventare essa stessa tradizione, sotto l’influenza dello stratificarsi di eventi, fatti, circostanze, interpretazioni.
    Ecco: una cosa è se un cambiamento viene introdotto occasionalmente o anche intenzionalmente, ma in una prospettiva di futura stabilità, un’altra è se si tratta di introdurre novità nell’ambito di un’operazione estemporanea a soli fini di ritorno o di adeguamento commerciale.
    Nessuno credo (merlot a parte, dico) si sognerebbe di dire che oggi a Montalcino il Brunello si fa allo stesso modo di cinquant’anni fa, ma ciò non toglie che esso resti e debba restare un grande rosso a base di Sangiovese 100%. Se poi, per ragioni imprevedibili, in futuro verrà reintrodotto qualche antico vitigno locale scomparso e recuperato e l’uso di esso si protrarrà per un altro mezzo secolo, avremo un caso di innovazione assimilata. Cosa ben diversa che ammettere ex novo il merlot perchè “fa vendere”.
    Anzi aggiungo che, in genere, la vera evoluzione è quella che, con un cambio di disciplinare, prende atto di mutamenti già intervenuti nei fatti e metabolizzati dal sistema e non quella che introduce novità “migliorative”.
    I segnali che arrivano dalla Francia sono perciò estremamente preoccupanti, perchè dimostrano che la mentalità global-mercantile sta assediando anche le ultime roccaforti dell’identità e della tradizione. E’ insomma, come dicevo all’inizio, una questione ideologica prima che tecnica. E sarà dura opporsi.
    Ciao,

    Stefano

  14. incredibile,mi sembra assurdo che i bordolesi debbano impiantare nuovi vitigni per migliorare i loro vini…………
    a Bordeaux non hanno bisogno di questo,e mi sembra incredibile che debbano tentare di “migliorare” i loro cru’ con altre uve,per rispondere al mercato o al gusto del consumatore e assecondare le richieste,davvero assurda questa scelta..
    e sul fatto che prima del novecento i bordolesi usassero gia’ lo syrah per migliorare i loro vini mi sembra una assurdita’,quasi una leggenda metropolitana…allora in piemonte tanti anni fa’,il barolo veniva taglliato con il nero d’avola della sicilia,in spagna nella rioja i loro vini venivano fatti con una parte di quello di castilla-la mancha e in toscana si faceva il brunello con il petit-verdot oh! scusate questo e’ il presente(ed e’ un fatto certo)…

  15. la leggenda metropolitana walter è che qui vi ostinate a vedere solo la storia e la tradizione e vi dimenticate sempre del mercato e del pubblico, ma capisco che sia una dimensione difficile da percepire da chi il vino non lo deve vendere tutti i giorni che Dio mette in terra.
    Lo stile e l’evoluzione dei vini sono parte integrante del vino e della sua cultura e se non ci fosse evoluzioni, invenzioni e cambiamenti a Montalcino adesso voi berreste quasi solo Moscadello, rinomata specialità medioevale e tradizionale di Montalcino.
    La “tradizione” del Brunello nasce nel 1888, il moscadello quasi 3 secoli prima: che facciamo? Se avessero messo fuori legge Biondi Santi perchè imbottigliava solo Sangiovese scrivendoci sopra “Montalcino” 120 anni fa di cosa discuteremmo?
    E se avessero avuto da ridire su Cavour e il suo eretico Barolo secco?
    Cerchiamo di essere realistici!

  16. Andrea, la tua realta’,mi dispiace dovertelo dire,mi fa paura, tu parli di gente che deve lottare per vendere il vino tutti i giorni,percio’ deve assecondare la richiesta dei clienti,della moda,dei sapori e anche del narcisismo.
    percio’ se da domani,questa benedetta richiesta o domanda,e se la moda richiede un cambiamento,dovremmo aspettarci dei cambiamenti nel mondo vinicolo da farci rabbrividire i capelli,
    cioe’,se il mercato vuole un vino piu’ dolce e saporito da domani dovremmo bere dei barolo o dei borgogna che assomigliano ad un marsala,dei vini bianchi con aromi a spezie orientali,vini passiti con anidride carbonica come l’acqua gassata,perche’,quello che vuoi dire tu,e'”che bisogna far qualsiasi cosa ed adeguarsi alla richiesta del cliente,pur di vendere”,beh! a me questo discorso mi sembra narcisista ed ipocrito, e la storia e’ fatta per leggere,rispettare,studiare ed imparare,ma il futuro,non ha il diritto di distorcerla e di modificarla,percio’ i miglioramenti vanno fatti,senza dubbio,ma non devono stravolgere la realta’ e l’origine di un prodotto, che e’ quello che si sta facendo ultimamente nel mondo vinicolo italiano e non,e quello dell’inserimento di altre uve nella zona di bordeaux,mi sembra una grande bufalata,o italo-americanata come quella che si cercava di fare a montalcino,con voler cambiare il disciplinare…
    p.s.
    sono quasi vent’anni che lotto tutti i giorni

  17. A volte ho l’impressione, e come me credo molti altri, che oggi voler conservare la storia, le usanze e le tradizioni di un popolo, qualunque esso sia, debba necessariamente essere bollato come antiquato e fuori moda (…e pensare che quasi quasi l’UNESCO potrebbe definirle “patrimonio dell’umanità”…).
    Concordo pienamente con le critiche e le perplessità di Ziliani, specie quando si vorrebbe imbastardire, sia pure a scopo sperimentale (per ora…) un vino che ha fatto storia, anzi è la storia del vino, con qualcosa che ha a che fare solo con la scienza, come gli incroci menzionati.
    Il punto di vista pratico e “commerciale”, ad esempio di andrea gori, ha la sua ragion d’essere se applicato a qualcosa che può seguire la moda del momento, ma che non può chiamarsi ugualmente Brunello, Bordeaux o Barolo. E’ stato detto più e più volte che in Italia c’è una Babilonia di doc e igt: molte di queste sono recenti o recentissime, quindi con una storia più facilmente plasmabile e adattabile al vino di moda.
    Come tutte le mode, sono convinto che anche questa della ricerca frenetica della novità ha come scopo prevalente quello di incuriosire il cliente e attirare l’attenzione mediatica, salvo poi, una volta terminato questo effetto, spostare i riflettori verso un nuovo e più stimolante obiettivo.
    Per nostra fortuna, a proposito di tradizioni, c’è anche chi punta a riportare molte varietà autoctone al loro giusto valore, storico soprattutto. Ben vengano allora i vari moscadello, picolit e tanti altri!
    Alcune mie personali e modeste considerazioni, in qualche modo attinenti all’argomento di questo post, le ho riportate un po’ di tempo fa sul sito di una cara amica sommelier, che mi ha gentilmente “ospitato”. Ecco il link:

    http://www.dvinum.it/modules.php?name=dvNews&file=article&sid=112

    E Buon Anno a tutti…

  18. La moda…. ma di cosa stiamo parlando??? La moda può andare bene per gli abiti o i gioielli, da un giorno all’altro si cambiano i materiali e il gioco è fatto!Per fare un vigneto produttivo di qualità ci vogliono decenni, per “fare” le tradizioni secoli… cosa facciamo estirpiamo e reimpiantiamo vigneti ogni dieci anni, COME MODA COMANDA?! In Sicilia negli anni ’90 si è estirpato di tutto e di più per piantare cabernet, merlot, syrah, chardonnay, viogner etc… adesso si ri-estirpa per ripiantare quello che c’era prima, pignatello, nerelli, frappato etc… e questo sempre e solo in nome del DIO MODA=$$$. Di tradizione e cultura ne vedo davvero poca!!!
    Giovanni

  19. Il marketing e la comunicazione sono indispensabili per vendere un vino,ma non deve essere il vino ad essere plasmato attorno a quanto si dovrà comunicare.E’necessario sviluppare un marketing ed una comunicazione,inattaccabili,veritieri e possibilmente privi di inutili paragoni tipo “questo vino è stile bordeaux o borgogna…”.Spesso certi paragoni appaiono come una giustificazione del vorrei ma non posso.Puntiamo sull’unicità e con la stessa creiamo mercato.

    Buon anno a tutti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *