Per Falstaff (rivista austriaca) i Super Tuscan restano l’avanguardia del vino in Toscana

Ma chi ha detto mai che i Super Tuscan, la cosiddetta avanguardia o “argenteria nobile” della produzione vitivinicola toscana, sono in crisi? Possono essere solo malelingue e nemici della modernità ad affermare che quelle che secondo Lamberto Frescobaldi, non un pinco pallo, qualsiasi sono state (leggete qui) “le salvatrici della patria e delle sorti del vino italiano, sottratto alla schiavitù di quei disciplinari delle Doc che “limitavano le capacità dell’imprenditore” e “soffocavano il desiderio di sperimentare, di realizzare il sogno della futura qualità”, e che con le loro “regole”, se così vogliamo chiamarle, “hanno dato ad ognuno la possibilità di produrre i più grandi vini possibili”, siano in difficoltà.
E solo persone tendenziose possono sostenere che i vari mercati, anche quelli esteri, che si sdilinquivano davanti ai loro nomi sempre più fantasiosi e ai loro prezzi sempre più alti, diano idea di averne avuto abbastanza.
In realtà, anche se i Super Tuscan hanno perso gran parte dell’appeal di un tempo e la loro capacità di conquistare le attenzioni ed il consenso dei consumatori, attratti dalle mirabolanti valutazioni delle varie guide e dai punteggi dai 90 centesimi in su generosamente assegnati da wine writer felici di trovare in un vino toscano accenti bordolesi e aromi da foresta del Massiccio Centrale (quando non del Kentucky), possono sempre contare su un eroico e tenace “ridotto alpino repubblicano” pronto ad immolarsi per la causa, con tenace fedeltà.
Un esempio di questo atteggiamento lo troviamo, ad esempio, sfogliando il numero uno di gennaio 2009 della più nota e diffusa rivista del vino austriaca, Falstaff, che in copertina riporta la dizione Toskana Special, Speciale Toscana, che oltre a comprendere un ampio dossier intitolato Il Gusto di Toscana e un ampio articolo dedicato ad uno dei “soliti noti”, ovvero la dinastia dei Mazzei del Castello di Fonterutoli, propone un’ampia degustazione, curata dal responsabile della redazione italiana della rivista, il meranese Othmar Kiem, di Super Tuscan e Chianti Classico Riserva, in larga parte di annata 2005, che come potete vedere (link all’articolo) assegna una sfilza di punteggi altissimi, dai 90 sino ai 95-96 centesimi a vini che si pensava fossero passati di moda e destinati ad un onesto pensionamento, ma che invece trovano ancora, nonostante la loro serialità, il loro non esprimere nessun génie du terroir e nessun senso di provenienza, vini noiosi, prevedibili, assurdamente costosi e decisamente sopravvalutati, chi è pronto a sostenerli e ad affermare, senza arrossire, credendoci veramente, che siano grandi.
Questione di gusti, ma dopo aver visto che sullo stesso numero, questa volta a cura della firma di punta della rivista, Peter Moser, vengono proposte, sempre con punteggi mirabolanti abbondantemente sopra i 90 centesimi, degustazioni non solo del mitico (ma è davvero ancora un mito?) Sassicaia (leggi qui), dei già un po’ meno esaltanti Redigaffi e Giusto di Notri di Tua Rita (leggete qui) nonché del Siepi (e del Chianti Classico) Castello di Fonterutoli (leggete qui), come non pensare che questo massiccio intervento in difesa di vini che hanno bisogno di essere vigorosamente difesi e pompati e per imporsi ancora all’attenzione dei consumatori sia piuttosto una ben congegnata operazione di marketing? E che le “ridotte valtellinesi” di vini che furono presentati come grandi e che grandi non furono mai tentino l’estrema disperata azione difensiva, l’ultima battaglia, prima di arrendersi e dichiararsi sconfitte?

36 pensieri su “Per Falstaff (rivista austriaca) i Super Tuscan restano l’avanguardia del vino in Toscana

  1. En Belgique, en tout cas, les Super Toscans ne sont pas notre tasse de thé (ni de tisane de chêne). Il est vrai que nous, on aime le fruit, et que si l’on veut des Bordeaux, alors on préfère curieusement les acheter à Bordeaux – le Belge n’est pas compliqué.
    Dans la revue In VIno Veritas à paraître (désolé de faire de la pub, mais c’est pour la bonne cause), notre rédac chef a fait une sélection de vins toscans où je ne crois pas avoir vu beaucoup de Supertoscans. Il a surtout apprécié les Vino Nobile di Montepulciano, dont ils dit que la qualité s’améliore d’année en année. Un peu moins les Brunello, par contre.

    Désolé,Franco, mon peu d’Italien ne me permet pas d’écrire tout ça. Buon giorno!

  2. io dico che sono vini passati di moda che tuttora sono fatti “apposta” per ottenere quei punteggi. Di conseguenza se uno li beve e usa i criteri di valutazione classici, non può certo assegnarli punteggi inferiori! Poi penso anche io che ci sia un pò di barricate in difesa di questi vini, non fosse altro per i costi che i produttori continuano a sostenere per mantenerli in vita.
    vedi anche http://ilviandantebevitore.blogspot.com/2009/02/under-supertuscan-sun.html

  3. Non capisco il tedesco, ma i numeri sono numeri..forse però caro franco sei stato troppo severo. non entro nel merito dei singoli punteggi, anche perchè non li ho assaggiati tutti, ma nella lista generale trovo personalmente diversi i vini che amo (Fontalloro, anfiteatro, i vini di ama, fontodi, il rancia, rampolla, san giusto (ma dov’è il percarlo? e il mio amato montevertine?)isole e olena etc) che a mio modesto parere di supertuscan hanno forse solo il nome ma che esprimono filosofie e territorio meglio di tanti pprodotti docg ( e nel chianti purtroppo sono tanti). Sono troppo indulgente?
    ciao, un saluto
    francesco

  4. Però, Franco, non possiamo trascurare il fatto che il consumatore poco evoluto gradisce molto questa tipologìa di vini. Tuttora, di fronte ad un bicchiere di questi esemplari il bevitore ritiene di individuare determinate caratteristiche che per lui sono positive: colori molto ricchi, naso dolce, fruttato di frutta molto matura, bocca molto suadente, rotonda, con acidità basse o camuffate.
    Solo con un approfondimento che significa tempo e voglia di, quel consumatore autonomamente si renderà conto che quel tipo di vino stanca presto e soprattutto dimostra i suoi limiti nell’abbinamento.
    La loro marcata flessione nelle vendite iniziata ormai cinque,sei anni fa, dipende dai prezzi veramente molto alti e dalla consapevolezza del consumatore che sono vini senz’anima. Ma ci vuole tempo e pazienza.
    Francesco Bonfio

  5. Signor Ziliani, ma lei non ne salverebbe nessuno di questi supertuscan? ad esmpio pergole torte? (che poi è un sangiovese in purezza!!)

  6. @ Francesco e Paolo
    per conto mio i vini che avete citato sono l’espressione massima e caratterizzante di un territorio che produce vini minerali, ruvidi e grandi.
    Definirli supertuscan al pari di altri marmellatoni miscuglio di sintesi freudiane di calamai anglosassoni e portapiccioli italiani, mi pare riduttivo e poco conforme alla realtà.
    I citati sono vino, gli altri sono supertuscan!

  7. Grazie andrea,
    è quello che penso anch’io, sono nati come reazione a vecchi disciplinari e sono finiti nella categoria supertuscan per comodità della critica ma, almeno al mio palato, “suonano bene” e poco hanno a che spartire con gli altri e per questo cercavo il conforto di un esperto come Franco.
    ciao
    @laura non capisco il tuo intervento sul (da me) amatissimo montevertine

  8. non entro nel merito dei singoli vini e alcuni, come Montevertine e Pergole Torte, Flaccianello, Percarlo, Fontalloro, Cepparello sono anche per me splendidi vini di territorio, che mi rifiuto di equiparare alla stragrande maggioranza dei Super Tuscan. Trovo assurdo che ancora nel 2009 una rivista come Falstaff (che si trova in compagnia di parecchie riviste italiane e di qualche guida) continui a considerare i Super Tuscan l’avanguardia, la punta di diamante del vino toscano.

  9. Secondo me, ci sono due tipi di consumatori: il primo vuole vini morbidi, mollicci, senza impegno, che non richiedono di pensare, facili da bere. I secondi, più evoluti, cercano esperienze diverse, pensano, ragionano, cercano le nicchie di produzione, le storie. Come ad esempio è successo per Eluana che quando è deceduta “Il grande Fratello” ha avuto il record di ascolti in tv, la categoria che non pensa e non vuol pensare è più numerosa. Ma le scelte editoriali, redazionali, possono influenzare ed educare le persone.

  10. Infatti aziende come fontodi, felsina, montevertine, sangiusto a rentennano e isole e olena dovrebbe trovare il coraggio di riportare i loro vini di territorio con sangiovese 100% all’interno della denominazione chianti classico (con la sola eccezione del fontalloro che invece serebbe chianti colli senesi credo). Proprio per differenziarsi dalla massa di coloro che hanno come vino portabandiera i vari cabernetmerlot.

  11. concordo in toto e sottoscrivo Giulio, e l’ho più volte detto ai diretti interessati, perché sarebbe opportuno distinguersi dalle decine di vini seriali che affollano la categoria spuria dei Super Tuscan. Ma ormai i Flaccianello, i Fontalloro, ecc. sono marchi cui é difficile che le aziende possano rinunciare. Per fare cosa poi, per entrare in un altro contenitore super variegato e pieno di cose diverse come il Chianti Classico? 🙂

  12. Servirebbe anche una buona revisione del disciplinare del classico e cercare di eliminare (proprio togliere di mezzo) le altre tipologie di chianti! Poi trovo veramente assurdo il fatto che certe aziende “debbano” produrre un vino da uve alloctone per cercare di accontettare una certa fetta di mercato e di critica. Inoltre è sconcertante che certi soloni della critica enologica esaltino la TERRITORIALITA'(????) di un merlot in purezza chiantigiano piuttosto che bolgherese! La Toscana DEVE fare del Sangiovese ciò che il Pinot Nero è per la Borgogna esaltando l’assioma vitigno/territorio. Tutto il resto è noia!

  13. beh, non sarei sempre e comunque integralista come mi sembra essere giulio, e tanto per dire nel bolgherese il sangiovese è quel che è, e lo stesso dicasi per la maremma (anche se qui ho dubi che si tratti solo di snagiovese, visti i colori e la mollezza generale)ma non penso proprio che si possa arrivare alla pulizia etnica proposta. ormai è tardi, ci sono troppi interessi intorno e tutti, più o meno, hanno piantato i loro cabernet e merlot. E’ altrettanto certo che comunque i vari flaccianello o fontalloro o montevertine non rientrino nella massa indistinta dei chianti. sono marchi ormai consolidati ed hanno sempre perseguito una linea, perchè tornare indietro ora, solo perchè alla distanza i loro vini si stanno imponendo? la vedo dura
    ciao
    francesco
    PS concordo comunque con Cianferoni, che fa a mio parere dell’ottimo chianti, tantissima gente vuole ancora certi vini, io non avrei dubbi ma molti tra una bottiglia di ornellaia ed un pergole torte propendono per il primo, anche perchè ormai non c’è pèiù tempo per aspettare nulla, neanche una corretta ossigenazione di un vino

  14. credo che il mercato fortunatamente non sia fatto di tutto questo chiacchierare ma di fatti. oggi esistono venditori capaci ed esigenti, sicuri di quello che vuole il loro mercato. così credo che montevertine non abbia mai usato il termine supertuscan per il suo vino mentre altri lo abbiano dovuto usare. tutto è regolato da come e quanto si vuole vendere. esistono reti di vendita specifiche per vini supertuscan molloni ed altre per supertuscan di carattere ed eleganza. si dice supertuscan dove il mercato lo richiede e si dice igt in un altro mercato ecc, ecc….credo anche che in passato certi supertuscan (non amo chimarli così), certi igt, abbiano risolevvato le sorti del vino toscano tanto che il chianti classico (unico degno per il sig. Cianferoni) non sia più quello che sarebbe dovuto essere……(forse ora qualcuno inzia a fare marcia indietro) (comuqnue sig. cianfroni di un semplice e puro chianti da 8€ al giorni c’è bisogno nel mondo e l’italia è conosciuta per il chianti e non per il chianti classico)

    nella degustazione di falstaff, ancora non rientro come grande igt super…..quindi non sono di parte,
    l’unica cosa che mi stupisce è il sentire parlare ancora di sangiovese, solo sangiovese, quando carmignano (per esempio) si chiama così dall’antico nome del cabernet che i francesi si sono ripresi o dopo avere visto terreni ed esposizioni estrememente vocate a quella coltura……oltre a questo, vogliamo davvero considerare il terroir senza confonderlo con il vero lavoro che snatura il vino, il lavoro di cantina, anche di tanti cazzoni enologi superpagati??

    secondo me dovrebbe essere fatta una critica veramente mirata solo alla cattiva gestione delle doc e docg, in cui per prezzo e qualità si trova ogni sorta di esperienza, da quel punto si riparte.
    ai supertuscan o igt o puttanoni o markettari o come dir si voglia lasciamo fare la loro parte, lasciamoli recitare, lasciamo che ogni produttore abbia la libertà di esprimersi in un vino come vuole ma salviamo le denominazioni toscane, battiamoci per quelle.

  15. @Francesco
    Il fatto che a bolgheri il sangiovese è quel che è non è una giustificazione per esaltare i vini da vitigni francesi che, bene o male, vengono buoni ovunque nel mondo. Quindi definire territoriali e toscani i vini di bolgheri mi sembra eccessivo e forzato!dicamo che alcuni sono veramente piacevoli. Stop. Poi dimmi quanti e quali interessi ci sarebbero dietro al chianti colline pisane o colli aretini, tanto per dirne due? Io intanto comincerei dall’eliminare queste denominazioni che spesso confondono e basta. Poi se all’alba dei supertuscans le varie aziende si sono allontanate dai disciplinari per distinguersi dalla massa…oggi sono esattamente come allora! Una massa di vinoni IGT tutti sullo stesso piano e poco identificabili tranne pochissime eccezioni!

  16. @Filippo Ferrari
    Scusa se quando parlo di Toscana parlo di Sangiovese…solo Sangiovese. Vorrà dire che quando l’argomento sarà il Piemonte parlerò di Merlot solo di Merlot!

  17. @giulio. capisco la foga, ma personalmete non ho mai detto che i vini di bolgheri siano territoriali o l’ espressione più profonda della toscana. gli interessi ci sono eccome, che vuoi, fare espiantare tutto quello che non è sangiovese (e te lo dice un amante del sangiovese)dal chianti? guarda che tanto merlot e cabernet è piantato nel cuore del chianti classico, altro che il colline pisane che non se lo fila nessuno e viaggia in cisterna. che vuoi fare, espiantare tutto ciò che non è snagiovese dalla toscana intera? mi sembra un po’ troppo, anche perchè mi sembra, e su questo blog se ne è parlato a sfare, che per vitigni ostici come il sangiovese non tutti i terreni sono vocati. che si fa, si chiudono tutte le aziende che non fanno sangiovese? mah, neanche l’ayatollah komeihini…io comunque a tanti pseudo sangiovese ( e c’è ne sono tanti, te lo assicuro) prefersico sicuramente che so, un paleo! concordo invece sull’inutilità di tante troppe denominazioni, ma questa è un’altra storia
    francesco
    ciao
    francesco
    ps

  18. Salve, io credo che la scelta di non far rientrare i vari Igt 100% sangiovese all’interno della denominazione e imbottigliarli come Chianti Classico o Chianti Classico riserva e’ solo e solamente una questione di prezzo…..solo Ama con la casuccia ha un prezzo importante per un Chianti Classico riserva,anche se la dizione sull’etichetta non c’e’…ma di fatto lo e’ per affinamento…….Le annate e le riserve hanno quasi un prezzo di mercato oltre il quale il consumatore…..difficilmente va…..il Chianti Classico sta in una fascia ormai, “storica” di prezzo e stop…….come l’igt a parita’ di costo per l’azienda…ha un altro prezzo di vendita, sempre maggiore……perche’ aziende blasonate che producono Chianti Classico hanno TUTTE nel loro igt il vino di punta e piu’ costoso….quando dal punto di vista fondiario….un ettaro di vigneto specializzato 100% sangiovese iscritto all’albo del Chianti Classico vale 3 volte tanto rispetto allo stesso ma iscritto solo all’albo dei colli della toscana centrale..????….con un disciplinare mooolto piu’ elastico che ti consente di produrre piu’ di 90 qt di uva a ettaro….?????….

  19. Una semplice osservazione pratica occorre farla. Il territorio del Chianti Classico (se poi ci mettiamo anche le altre sette denominazioni di Chianti…) è talmente grande con le sue differenze di altitudine, di terreno, di esposizione e tutto il resto, che in effetti è un gran calderone di vini diversi. L’unica cosa che li accomuna è il territorio di produzione. Al contrario, territori più piccoli (vedi Montalcino) hanno il terreni più uniformi e sicuramente vini più simili (almeno sulla carta!). Detto questo, secondo me l’unico modo per tutelare e difendere questa Docg è il territorio che deve essere il legame unico e certo tra vari modi di intendere il vino.
    Mi scuso se parlo solo di Chianti 🙂

  20. @Francesco
    Man quale foga? Guarda che il mio discorso voleva proprio sottolineare l’ultimo aspetto che hai affrontato.
    L’ esistenza delle varie sottodenominazioni del chianti e delle altre decine di doc sparse per tutta la regione non aiuta a capire cosa sia veramente il vino in Toscana. Io non voglio far espiantare ettari ed ettari di merlot e cabernet. Mi piacerebbe soltanto che le aziende che credono fermamente nel sangiovese potessero distinguersi della massa. E secondo me una strada da percorrere potrebbe essere quella del ritorno alla docg chianti classico rivista e corretta.
    Poi chi vorrà continuare a fare i suoi merlotcabernet libero di farlo. Sarà il mercato a decretare negli anni chi aveva ragione.

  21. @michele
    Non è vero quello che dici. Fontodi esce con il flaccianello e la riserva più o meno allo stesso prezzo. Felsina lo stesso con il fontalloro ed il rancia.

  22. Non credo che si debba fare di tutta un erba un fascio.

    Concordo con chi sostiene che al di là della ormai “sputtanata” etichetta Super Tuscan, ci siano anche vini con un’anima, che non sono solo il frutto di un ricerca esasperata per compiacere la critica e di conseguenza il mercato . Non ritengo neanche che i vini Igt siano inutili , credo che molte volte i produttori facciano il vino troppo condizionati dai disciplinari ( tante doc hanno ormai dimostrato di fare acqua da tutte le parti , vedi le continue richieste di modifiche e le frodi di questi ultimi tempi) e le igt permettono maggior elasticità.

    Io sono per la libera interpretazione di un vino , per la creatività e per la passione , quando si beve un vino non c’è solo la storia di un territorio ma soprattutto di un uomo . Non è così scontato il fatto che con i vitigni alloctoni si producano vini impersonali , omologati e ripetibili e neanche che non ci sia un filo conduttore che riporti al territorio. Credo che ci voglia una conoscenza profonda del proprio terroir, delle sue potenzialità , della sua miglior espressione come interazione tra suolo e vitigno.Il produttore deve rispettare il frutto che raccoglie senza snaturare l’essenza dello stesso. con questo concetto e con la conoscenza maturata in anni di sperimentazioni,qualunque vitigno può portare con sé le peculiarità di un territorio.

    Oltre a questo penso che un vitigno autoctono debba essere tutelato,in quanto parte essenziale della cultura di un territorio e della sua storia, così come le Doc e Docg .
    Quello che voglio dire è che una cosa non esclude l’altra purchè fatta con passione ed onestà da parte del produttore.

    Saluti a tutti.

  23. @Laura. ho capito, per me non sono supertuscan, anzi sono tra i vini meno palestrati e sono tra quelli che preferisco
    ciao
    francesco
    @Giulio. Cpaito, anche se credo che le aziende da me citate già ora si distinguano dalla massa, a prescindere che il loro vino sia chianti come il rancia o montevertine igt. ribadisco che a mio parere indietro non tornano…e stasera mi berrò un isole e olena 2006 per celebrare l’amato sangiovese!

  24. gentilissima Cristina Inganni, il suo ultimo pensiero mi è piaciuto di più… ma nel chianti ,quello classico, non è del tutto ”rispettato”(vedi malvasia del chianti e trebbiano toscano). In più ”una mano” è data …”da chi comanda”facendo ”scomparire”(dall’elenco dei vitigni autorizzati alla coltivazione nella regione) vitigni storici (vedi san colombano per il vinsanto)…

  25. gentilissima Cristina Inganni, il suo ultimo pensiero mi è piaciuto di più… ma nel chianti ,quello classico, non è del tutto ”rispettato”(vedi malvasia del chianti e trebbiano toscano). In più ”una mano” è data …”da chi comanda”facendo ”scomparire”(dall’elenco dei vitigni autorizzati alla coltivazione nella regione) vitigni storici (vedi san colombano per il vinsanto)…

  26. Carissimo Signore Chiantigiano il “rispetto”, purtroppo ,oggi come oggi ha perso molto di significato , o meglio , la gente ne ha perso il significato .Ecco perchè ritengo che sia una di quellle cose che va conquistata anche lottando . Nel caso specifico da lei riportato “chi comanda” deve essere ostacolato ed affrontato dai produttori stessi che vogliono tutelare i vitigni in questione.
    saluti

  27. Caro Franco,
    Leggendo il suo post ed i commenti che sono seguiti era ovvio che la discussione vertesse sul valore dei cosidetti supertuscan e gli altri vini comunque inclusi nell’articolo, ma personalmente i quesiti che mi sono posto sono stati altri.In particolare mi domando che posizione dovrebbe tenere un giornalista con i lettori a proposito dei propri di gusti che sono tendenzialmente soggetti ad evoluzione nel tempo anche in relazione alla crescente esperienza di degustatore (e di età).In tale ottica mi riesce difficile credere che Othmar Kiem e Peter Moser, che pur non conoscendoli personalmente siano ancora a “quello” stadio direi da neofita che porta a premiare e a credere in certi stili di vino.La mia domanda quindi sarebbe: un giornalista è obbligato a essere coerente con il proprio “stadio” di degustatore,(come riconosco essere lei al 100%)oppure all’occorrenza ci si deve piegare alla linea della redazione, facendo finta comunque di apprezzare anche ciò che in cuor nostro non ci garba affatto,perchè in fondo si “tiene famiglia”?E’ una domanda meno scontata di quello che si pensa e che potrebbe essere posta anche ai produttori.
    Saluti

  28. bella domanda Cristiano, che potrebbe essere l’oggetto di un post da proporre prossimamente sul blog. Spero di avere modo di poterla incontrare in occasione della degustazione di Chianti Classico martedì 17 a Firenze e di cominciare a discuterne…
    Su un wine blog si dovrebbe essere liberi di scrivere solo dei vini che ci piacciono o di indicare chiaramente, dicendo i perché, quelli che non ci piacciono, ma su riviste, che ospitano pubblicità e vivono, anche, di pubblicità, tutto diventa più difficile. Ed é per quello che accennavo ad una “ben congegnata operazione di marketing” per l’insieme di articoli a sostegno dei Super Tuscan di Falstaff… Comunque posso testimoniare, conoscendone i gusti, che al redattore italiano della rivista austriaca, Kiem, i Super Tuscan piacciono davvero molto…

  29. guilio
    mi scusi sig giulio se non sono integralista come lei. se in certe zone non avessero obbligato la gente a metterci il sangiovese, ora ci sarebbero meno frodi. consideri sempre prima di tutto il terreno!! ancora e spero mai avremo delle piante ogm!

  30. eh che sfortuna, che sfiga, che terribile costrizione, che condanna essere “costretti”, per modo di dire (per gli amanti del genere vitigni internazionali c’é anche la mitica Doc Sant’Antimo…) a dover piantare Sangiovese a Montalcino volendo produrre Brunello di Montalcino! Io la mentalità di certi toscani non la capirò proprio mai…

  31. Mi piacerebbe pensare che Paolo Cianferoni, parlando “solo di Chianti” e ritenendo (giustamente) il comprensorio del Chianti Classico “talmente grande”, troppo grande, da essere un gran calderone, intendesse riferirsi al “solo Chianti” corrispondente alla verita’ territoriale, ossia al Chianti-territorio, quello della tradizione, della storia.
    Il Chianti dei tre comuni, quello di cui allo stemma che vollero darsi i fondatori della “Chianti Geografico” (laddove “geografico” era opposto non certo a “storico”, anzi semmai di questo sinonimo, bensi’ proprio a “Classico”), lo stemma dei tre comuni-terzieri. Sempre vario e variato sarebbe come territorio vinicolo ma…. vogliamo scommettere che chiamando pane il pane, vino il vino e Chianti il Chianti, una qualche raison d’etre, una cifra comune facilmente identificabile la si coglierebbe?

  32. Caro Filippo Ferrari, “se in certe zone” non avessero proprio accettato che si piantassero vigne, forse l’obbligo stesso di piantare sangiovese sarebbe stato superfluo.

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