Teobaldo Cappellano, polemista per professione, vignaiolo per hobby

Domani pomeriggio sarò a Serralunga d’Alba, sono certo insieme a tante persone e tanti amici che gli hanno voluto bene, per dargli l’ultimo saluto e dirgli che resterà sempre nei nostri cuori, ma oggi voglio ricordare Baldo ripubblicando un articolo che gli avevo dedicato cinque-sei anni fa pubblicato su Spirito di Vino.
Un articolo che a Baldo era piaciuto molto già dal titolo, che rendeva volutamente omaggio alla sua natura incrollabile di polemista, che l’ha accompagnato in ogni momento della sua vita.
Ho ancora tante cose da scrivere su di lui, che ancora sono compresse dalle emozioni e dal dolore e non riescono a venire fuori, ma prima o poi dovrò raccontare, quando sarà arrivato il tempo del ricordo, del sorriso e non questo, amaro, della sofferenza per un grande uomo che ci ha lasciato…

Per avere notizie su di lui, per sapere dove sia ubicata la sua cantina e quali vini produca non cercate, come normalmente accade, notizie sulle varie guide. A differenza dagli altri produttori, che per comparire su questi illusori baedeker (e possibilmente con valutazioni positive) farebbero (o possiamo dire che fanno ?) carte false, disponibili a scalare l’Everest in bicicletta oppure ad inghiottire qualsiasi rospo, sperando che con un bacio possa tramutarsi in principe, Teobaldo Cappellano, semplicemente Baldo per gli amici, non solo sulle guide non figura, ma ha chiesto apertamente di non inserirlo.
E non l’ha fatto in una maniera qualsiasi, che ne so, inviando una circolare alle sei (o sette, abbiamo perso il conto) pubblicazioni specializzate, convocando una conferenza stampa, o organizzando per tutti una bella mangiata di tajarin con una grattatina di tartufo, ma dichiarandolo, apertis verbis, perché non passasse inosservato, e nientemeno che sulla retroetichetta dei suoi vini, che da qualche anno, con disinvolto candore, presentano la seguente dicitura, intitolata “A chi di “Guide” si interessa”.
Leggiamola: “Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Così fece, ma non solo, sul libro “Italian Nobles Wine” scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica. Non ho cambiato idea, interesso una ristretta fascia di amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da 20 mila bottiglie l’anno, credo nella libera informazione anche se a giudizio negativo. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori o opposte fazioni, interiormente ricca perché stimolata da severi e attenti critici; lotto per un collettivo in grado d’esprimere ancor oggi solidarietà contadina a chi, da Madre natura, non è stato premiato. E’ un sogno ? Permettetemelo. Teobaldo”.
Ecco, in questa genialissima pensata di “anti-marketing”, in questo tenero invito a dimenticarsi di lui e dei suoi vini, rivolto a chi il vino è abituato a valutarlo ad un tanto al chilo (campione n°x in una serie di 100 vini “assaggiati” uno dopo l’altro in infinita sequenza..), in questa orgogliosa rivendicazione della propria diversità, dettata da un infinito amore per la propria terra e da un rispetto assoluto per il lavoro, faticoso, dei suoi protagonisti, c’è tutto Baldo Cappellano da Serralunga, 60 anni compiuti lo scorso primo luglio, una di quelle persone che se non ci fossero, ebbene sì, bisognerebbe inventarle.
Tutto difatti, in questo piccolo produttore di Barolo, (e che Barolo !) orgoglioso del proprio artigianato e di una piccola dimensione per pochi eletti che sanno quello che vogliono e soprattutto quello che bevono, concorre a determinarne la particolarità ed il carattere di outsider. Di personaggio, insomma, che non passa inosservato nel panorama, seppure molto articolato e animato e ricco di tipi umani, dei produttori di Barolo.
Innanzitutto l’aspetto allampanato, con quella fronte altissima e l’occhio lucido e indagatorio, che quando lo incontri per la prima volta ti evoca subito atmosfere da film di Mel Brooks e Gene Wilder come Frankenstein junior, e rende Baldo una sorta di Marty Feldman dell’albese. Poi, basta dargli la parola, e quando afferra il boccino non lo molla più, facendoti subito capire di che pasta sia fatto, prende il sopravvento la sua tempra di polemista – la sua “vera” professione, a tempo perso fa anche il vignaiolo… – che l’ha portato, negli anni, a discutere e a confrontarsi con tutti (soprattutto con se stesso), a combattere (spesso uscendone con le ossa rotte, ma a fronte sempre alta, e senza pentimenti), tutte le battaglie possibili, le più belle destinate già in partenza a sicura sconfitta.
Perché il buon senso, e la sana abitudine di dire le cose come stanno rappresentano un pericoloso limite, quando sono viceversa la diplomazia, e una clericale concezione delle cose, il dire senza sbilanciarsi troppo e soprattutto senza inimicarsi nessuno (in maniera molto democristiana, se mi è concesso…) a costituire l’arma vincente, il pedigree indispensabile nel mondo ristretto della politica del vino, albese e non.
Cappellano, con quel cognome che curiosamente evoca atmosfere clericali che mal si attagliano alla sua natura di laico integrale, di libero pensatore anarcoide, fa naturalmente a suo modo i conti con la storia del Barolo e con gli antenati Giuseppe Cappellano, farmacista, ingegnoso inventore della formula (insuperata) del Barolo Chinato, ed il fratello Giovanni intraprendente imprenditore vinicolo ad inizio Novecento, e da vero progressista, che vive nel presente guardando al futuro, ma mantenendo ben salde le radici con il passato e con le migliori tradizioni, ha cercato a sua volta di inventarsi un percorso personale che sembra uscito da un romanzo d’appendice, da un feuilleton ottocentesco. Innanzitutto per la nascita, non in Langa bensì in Eritrea, dove a 18 anni, sbarcato seguendo le orme del bisnonno andato in Africa per cercare un vitigno resistente alla fillossera e del padre Augusto che era riuscito, con la sua Uve (Unione vitivinicola eritrea), a fare vino con fichi d’india, datteri e karkadé, fonda, indebitandosi per 6 milioni (di allora), una propria azienda produttrice di vino.
Un qualcosa che ci riesce difficile immaginare oggi, ottenuto con un procedimento speciale di re-idratazione e fermentazione, da uva passita proveniente da Cipro, Candia e Yemen e facendo tesoro dell’acqua recuperata tramite una condotta forzata, che forniva anche energia elettrica, da un lago.
Il destino di Baldo non si poteva però consumare, nonostante il fortissimo legame con questa terra (patria d’origine della madre) scelta dal padre, che muore nel 1964 all’Asmara, per le sue avventure vinicole, e adottata dal figlio per prendere progressivamente le misure del suo Barolo, che aveva in mente, ma che al momento doveva accontentarsi di essere solo…eritreo, in Africa.
Sia a causa delle lotte tribali, che negli anni Sessanta portarono alla chiusura della centrale elettrica, provocando serissimi problemi per la conduzione dei vigneti, sia da un voglia di fare veramente vino, dopo le esperienze di vinificazione con uva fresca, uva da tavola, importata dal Libano, nei primi anni Settanta Cappellano fa ritorno alla base.
Alla Serralunga d’Alba avita, dove una piazza ricorda Maria Cappellano, la giovane figlia del farmacista, morta per un attacco di febbre spagnola. Del 1970 – 1971, con una fortuna sfacciata, perché esordire con una grande e una grandissima annata e non con la disastrosa 1972 è un segno del destino, e la sorte aiuta gli audaci e i puri di cuore, le prime vendemmie ed un percorso, sempre lineare, segnato da grandi polemiche e discussioni con tutti, e grandi slanci e idee troppo generose o lungimiranti, e quindi tacciate di “idealismo” dai pragmatici, che l’hanno condotto a presiedere per un decennio, cruciale (da fine anni Ottanta a fine anni Novanta) l’Enoteca del Barolo, a diventare vice-presidente del Consorzio, in una terra, fortemente bianca e cattolica, dove il suo essere stato per anni “responsabile agricoltura” per il vecchio PCI ad Alba, costituiva la pietra dello scandalo. Anche se Baldo, libertario senza mordacchia né padroni e spirito liberissimo, non ha mai condiviso, di quella “parrocchia”, i grigi ideologismi ed il ferreo dogmatismo.
Sfiorata, qualche anno fa, l’elezione a Presidente del Consorzio Barolo Barbaresco, una grande occasione persa, non tanto da Cappellano, ma per pavidità e conformismo e mente poco illuminata dall’intero mondo del vino albese, per dare al Barolo in primis e ai grandi rossi della zona una tutela veramente all’altezza del loro blasone, oggi Teobaldo, aiutato dal figlio Augusto, un ragazzo sveglio che promette, com’è giusto e naturale che sia, di fare meglio del padre, e con maggiore realismo, continua ad occuparsi delle sue vigne e della sua cantina.
E cerca di produrre vini che riescano a dare al consumatore la sensazione “che non abbiano nulla d’industriale” e facciano saltare fuori la mano, e l’intelligenza del viticoltore avveduto. Cosa che Cappellano sicuramente è, al punto da aver adottato da anni, prima che facesse tendenza o moda, un protocollo interno e una filosofia “bio” che lo porta a non diserbare nemmeno gli interfilari ricorrendo ai disseccanti, a non filtrare i vini, a non usare lieviti selezionati, a fare trattamenti in vigna solo con verderame e zolfo, ad utilizzare le vinacce esauste per concimare la vigna “restituendo quel che ho tolto”, in uno spirito di assoluto non interventismo che è alto artigianato, da consulente, operaio, amministratore delegato della sua azienda agricola, quale ama definirsi.
Nemico della modernità, quando la modernità assume l’aspetto globalizzante e livellatore dei rotomaceratori, dei concentratori, della tostatura spinta da barrique,  che uccide i profumi ed il gusto vero e l’anima del Barolo, vignaiolo slow che predica l’urgenza di “recuperare l’abitudine di osservare quello che ci sta intorno, soprattutto in vigna” e che ha atteso l’estate 2004 per imbottigliare i suoi Barolo 1999, Cappellano, da persona abituata a riflettere, avendo riscontrato dalla lettura di quel tesoro di studi e ricerche che corrispondono al nome de I convegni di Casale, che le aziende agricole albesi in epoca pre-fillosserica sapevano fare grande qualità, cosa si è inventato ? Nientemeno che un ritorno al passato, sotto forma di una vigna, impiantata nel 1989, e dal 1994 entrata in produzione, su piede franco, Nebbiolo rupestris su vecchio portainnesto americano innestato in campo, una vigna che vuole provocatoriamente sostenere, altrimenti Cappellano non si divertirebbe, che è stato l’innesto su vite americana, fatto per avere maggiore produttività, a causare la fillossera…
Naturale, che oltre a rappresentare la pietra angolare di questa tesi praticamente indifendibile, il Barolo Otin Fiorin Pié franco – Michet (ne esiste anche una versione innestata normalmente), con i suoi 5000 ceppi ettaro allevati a Guyot sulla collina Gabutti, la sua resa di 60 quintali uva, le lunghe fermentazioni e l’affinamento di 36-48 mesi in botti di rovere di Slavonia ospitata nella piccola ma razionale cantina che si trova sulla destra, superata la Fontanafredda, prima di percorrere i tornanti che conducono su a Serralunga, faccia la sua signora figura, quando stappato e degustato con tutta calma.
E riveli il suo spiccato carattere, la struttura tannica ben sostenuta, la severità da giovane e poi, raggiunta la maturità, la grandezza assoluta e la trama fitta, il velluto e l’inimitabile aroma nebbiolesco, dei Barolo di Serralunga d’Alba. Quelli che occorre capire e conquistare, che non si concedono facilmente e sfacciatamente, ma quando entri in sintonia con loro hanno mille storie da raccontare ed emozioni uniche da regalarti. Affascinato, come lo sono gli altri suoi due sodali, Beppe “Citrico” Rinaldi e Bartolo “Barolo” Mascarello (e la figlia Mariateresa) che gli sono più che mai vicini come visione del mondo e come filosofia in vigna ed in cantina, dall’estetica che porta un gruppo crescente di Agricoltori Artigiani Artisti a riconoscersi nell’esperienza della cosiddetta tripla A (AAA) – “Un’emozione vini così diversi, profumi freschi che esprimono il territorio e l’idea che questo si può fare rispettando il più possibile la natura!” – Cappellano, in un’epoca di grandi comunicatori e di operazioni dettate solo dal marketing e dalle leggi del business, continua a rappresentare il paradosso della libertà creativa. Che non ha leggi, se non quella dettata dal cuore “che aiuta a superare le pecche”, come ama dire.
Ma che conferisce, unica, l’anima vera, la verità, la forza ai vini, senza costrizioni e vincoli di natura tecnico – enologica. Il suo Barolo Chinato, che è tornato a produrre appena tornato a Serralunga dall’Eritrea, è tuttora il migliore, senza discussioni, tra quelli (e ormai cominciano ad essere numerosi) che si trovano in commercio. Dolce-amaro al punto giusto, capace di corroborare, rinfrescare, facilitare la digestione e accompagnare, senza sfigurare, un dessert al cioccolato.
La ricetta segreta, che Baldo dice scherzando di non ricordare, è sempre quella inventata, o piuttosto, pazientemente messa a punto, dopo prove e controprove, dal suo avo, da quel farmacista Giuseppe Cappellano che, sono pronto a scommetterlo, sarebbe fiero di questo suo discendente, orgoglioso sostenitore di un pensare contadino tutto “scarpe grosse e cervello fino”. E soprattutto tanta libertà di scherzare e ironizzare su se stessi, senza prendersi troppo sul serio, anche se si produce Barolo a Serralunga d’Alba…


0 pensieri su “Teobaldo Cappellano, polemista per professione, vignaiolo per hobby

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  2. Penso di fare una cosa gradita per tutti i tuoi lettori che non potranno essere presenti a Serralunga domani, se ti chiedessi, a nome di tutti noi, di portare idealmente con te il nostro saluto ed esprimere tutto il nostro cordoglio ai suoi famigliari.

    Un grazie anticipato.

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  4. Alla gentilissima Signora e al figlio Augusto, profondamente rammaricato per non essere stato presente, Condoglianze.
    Franco Allais

  5. mi ha fatto piacere ritrovare un compagno di scuola anchio son nato ad asmara e ricordo i tempi che noi andavamo a scuola facevamo le industriali finito la scuola ci siamo persi di vista io a lavorare in torneria e cosi ognuno ha preso una strada siamo partiti per l’italia e dopo piu di trenta anni cercando notizie sul karkade pianta eritrea (qui lo chiamano te rosso)chi ti trovo il compagno di scuola teobaldo mi dispiace non potersi piu’trovarci in questa vita terrena peccato un saluto all’amico Baldo

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