Guerra dei rosé: un contentino (che accontenta poco) i francesi

Ho già relazionato, nelle due ultime uscite della rassegna stampa settimanale WineWebNews (leggete qui e poi ancora qui) delle reazioni sdegnate che ha suscitato lo strampalato progetto degli euroburocrati di Bruxelles di autorizzare la produzione di vini rosati ottenuti dalla cuvée di vini bianchi e vini rossi.
Tra i commenti più interessanti un articolo, ben dettagliato, della Stampa (leggete qui), un intervento del produttore Gianpaolo Paglia sul suo blog (leggete qui), un post di Stefano Bonilli sul blog Papero giallo (leggete qui) e un aggiornamento del sito Internet specializzato francese Vitisphère (leggete qui).
Gli euro burocrati si sono trovati di fronte ad una reazione più “incazzosa” e compatta di quanto s’immaginassero e allora quale soluzione hanno tirato fuori dal loro “cappello del mago”?
Come c’informano una serie di lanci di agenzia diffusi ieri pomeriggio, su proposta della commissaria europea all’agricoltura, Mariann Fischer Boel, avrebbero trovato, con il via libera di 26 stati membri su 27 (solo la Francia si è astenuta) l’escamotage per distinguere il rosé vero, che viene tradizionalmente prodotto dalla vinificazione di uve rosse in bianco, con una tecnica, particolare e delicata, collaudata in Francia, ma anche in Italia in regioni come Puglia, Abruzzo e l’area gardesana lombardo-veneta, dal “rosé de coupage” fatto mischiando disinvoltamente ed in maniera beota vini bianchi e vini rossi.
Si tratterebbe, dicono le notizie diffuse dall’Ansa e dalle altre agenzia, “di riconoscere la produzione europea di vero vino rosè, tramite un’etichettatura facoltativa con la dicitura “vino rosè tradizionale”.
Tuttavia, la proposta prevede la possibilità per gli stati membri interessati di introdurre un’etichetta obbligatoria per la loro specifica produzione, ed un’ampia discrezionalità «per modificare la menzione tradizionale con un’altra valorizzante, o aggiungere altre espressioni valorizzanti». La proposta, per quanto riguarda le miscele di vino da tavola, prevede che la menzione «rosè per miscelazione» può essere utilizzata volontariamente oppure resa obbligatoria, ma solo per la produzione interna di uno stato membro.
Ufficialmente si tratta di un voto indicativo in quanto il documento verrà ora trasmesso all’Ufficio per le barriere tecniche agli scambi dell’Organizzazione mondiale per il commercio, che avrà due mesi di tempo per esaminare se il documento è in linea con le regole della Wto. La proposta ritornerà quindi al Comitato di gestione per il varo definitivo da parte di Bruxelles.
Le reazioni a questa “soluzione”, anche in Italia, non si sono fatte attendere e se secondo la Confagricoltura, “la proposta di Bruxelles di valorizzare la produzione di vero vino rosé con la dicitura in etichetta «vino rosé tradizionale» è un segnale positivo per la difesa delle produzioni vinicole di pregio” e “al fine di tutelare al meglio i produttori ed informare con maggiore precisione i consumatori, sarebbe stato più opportuno, ad avviso di Confagricoltura, imporre l’obbligo di indicare in etichetta il prodotto ottenuto dal taglio di vino rosso e bianco”, secondo la Coldiretti si tratta di una “decisione che abbassa il livello qualitativo dell’offerta vitivinicola europea aprendo di fatto la strada ad una scorciatoia che  inganna i cittadini europei e danneggia i produttori di vero rosé che si ottiene vinificando in bianco le uve rosse.
Il fatto che le imprese che sceglieranno la via naturale per la produzione di rosé potranno volontariamente indicarlo in etichetta con la scritta “vino rosé tradizionale”, non è sufficiente – sostiene la Coldiretti – a tutelare il mercato dalla concorrenza sleale. La possibilità accordata agli Stati membri interessati di introdurre un’etichetta obbligatoria per la loro specifica produzione non impedisce peraltro l’arrivo sul mercato nazionale di “falsi rosé” di produzione comunitaria”.
Una scelta, quella della UE, che “segue l’autorizzazione della pratica dello zuccheraggio, la possibilità di chiamare vino anche quello ottenuto dalla fermentazione di frutti diversi dall’uva ed è una diretta conseguenza della riforma di mercato europeo del vino, la possibilità di eliminare parte dell’alcol naturalmente contenuto nel vino e di utilizzare i trucioli per invecchiare il vino senza alcuna indicazione in etichetta. Una riforma che favorisce la concorrenza sleale a danno del vino italiano, che è già il piu’ “taroccato” all’estero dove sono molto diffuse imitazioni che mettono a rischio l’immagine del prodotto e le opportunità di penetrazione dei mercati”.
Non soddisfatto da queste brevi note d’agenzia, ho voluto saperne di più, scoprendo, dalla consultazione dell’informatissimo blog Wine Business Intelligence, che si tratta di una soluzione per modo di dire, perché l’autorizzazione ad utilizzare anche in Europa una pratica quella della mélange di vino rosso e bianco già utilizzata dai principali concorrenti extraeuropei, passa con un contentino, quella della dizione “vino rosé tradizionale” oppure “rosé traditionnel” apposta in etichetta, che accontenta solo in apparenza i francesi.
Difatti, come si può leggere qui, la Francia potrà rendere obbligatoria l’indicazione “rosé par coupage” solamente per i vini prodotti in Francia, mentre i rosé de coupage prodotti in Spagna o nei Paesi del Nuovo Mondo tipo Australia, Nuova Zelanda, California, che sono i principali competitors dei rosé, stile tradizionale, francesi, non saranno tenuti a fornire questa indicazione in etichetta.
Quando si parla poi di un’ampia discrezionalità “per modificare la menzione tradizionale con un’altra valorizzante, o aggiungere altre espressioni valorizzanti”, che potrebbero essere quella di “rosé véritable” o “vero rosé”, si fa riferimento ad un percorso molto complesso che passa attraverso un’autorizzazione comunitaria che è tutt’altro che certo possa essere concessa.
Ha un bel dichiarare, a piena ragione, il ministro dell’Agricoltura francese, Michel Barnier, che “occorre dire la verità ai consumatori, ovvero che un vero vino tradizionale rosato è ben altra cosa da un vino rosato ottenuto da un mix, da un coupage tra un vino rosso e uno bianco come quelli dei concorrenti extraeuropei”, ma mi sa tanto che che quello di Monsieur Barnier resterà un pio desiderio.
E, a proposito, la dizione “vino rosè tradizionale” vale anche per i produttori italiani oppure è solo un contentino, che accontenta ben pochi, concesso ai francesi?

0 pensieri su “Guerra dei rosé: un contentino (che accontenta poco) i francesi

  1. l’Association générale des Entreprises Vinicoles françaises, qui soutient les rosés de coupage, rappelle que la décision de principe de les autoriser en Europe, prise à Bruxelles voici quelques jours, est le fruit d’une longue concertation… à laquelle ses prétendus adversaires d’aujourd’hui, en France… ont participé!

    «En France, nous avons présenté cette proposition à nos amis de la production dès octobre 2008, nous en avons reparlé officiellement à trois reprises dans des réunions à caractère interprofessionnel; jamais aucun commentaire n’a été fait dans ce cadre ».

    Pour l’AGEV, «Les arguments avancés dans ce dossier relèvent du fantasme, car chaque vin à IG conserve la possibilité de définir dans son cahier des charges, les disciplines qui lui paraissent nécessaires pour défendre ses qualités spécifiques. Comme pour les autres conditions de production (rendement, taille cépage,…); jamais il n’a été question d’imposer à tous les mêmes pratiques. Et d’ailleurs qui peut sérieusement prétendre que la mezcla espagnole (qui d’ailleurs est un vin rouge) serait le concurrent des AOC Côtes de Provence ? ».

    On ajoutera que la pratique est déjà autorisée depuis des lustres en Champagne, où elle ne semble pas poser de graves problèmes, ni qualitatifs, ni commerciaux!

    L’AGEV est très dure vis-à-vis des opposants de la dernière heure: «Faute de participation active à des travaux techniques, préparant le cadre réglementaire issu de la nouvelle OCM, ils n’ont pas eu d’autres recours – alors que les négociations étaient quasi terminées – que d’aller sur le terrain politique. Ils cherchent à contraindre le Ministre de l’Agriculture, comme certains l’avaient déjà fait sur la question de l’arrachage, à défendre des positions incompréhensibles pour ses différents partenaires au Conseil européen ».

    Une chose est sûre: cette cacophonie franco-française ne va pas redorer le blason des instances viticoles françaises auprès de la commission de Bruxelles: celles-ci apparaissent comme des girouettes et préfèrent souvent le diktat politique à la négociation.

    Hervé

  2. Fantastica la UE, eh? Mi secca fare come Cassandra, ma è da più di un anno che vado dicendo che la riforma era una trappola per i produttori seri ed un gran marchetta per gli industriali. Adesso cosa ci dobbiamo aspettare il vino marrone, quello blu, quello in busta da mescolare con l’acqua del rubinetto? Il danno è fatto e il ministro può solo stabilire per decreto, con l’appoggio dell’EFSA, che cosa vuol dire vino prima di ritrovarci sugli scaffali “allegre bevande” che recano in etichetta quella magica parolina.

  3. E’bene precisare che si tratta di una possibile pratica che riguarda unicamente i vini da tavola(o meglio vini senza indicazione di origine o denominazione d’origine protetta secondo la nuova OCM), che oramai sono commercializzati in formati tetra-pack,bag in box e che quindi non sono di certo vini di qualità.
    Quindi a mio parere non c’è molto da preoccuparsi visto che non interesserà i vini a denominazione protetta e quindi il consumatore non entrerà in confusione, perchè ormai la persona media è consapevole che i vini da tavola attuali non sono certo l’espresione massima della qualità enologica europea.

  4. @Vittorio
    Questa è l’anticamera del vino-cola, se passa il messaggio allora chiunque potrà fare qualunque cosa e non ci saranno denominazioni od etichette a difendere chi lavora seriamente. La forbice sarà il prezzo ed è già molto ampia adesso. D’altronde, se legge i commenti sul blog di Bonilli, dove di vino non se ne intendono, il messaggio sta già passando perchè a molti il Tavernello piace e va bene così e poi costa poco, vuol mettere? Chi se ne frega di quei soloni che fanno girare il bicchiere come fa il comico Albanese in TV e ci sentono i profumi di banana asfaltata? Perché spendere 10 euro per una bottiglia quando con 1.5 mi compro un bel cartone?
    Attenzione però, perché questo significa cedere agli industriali e far morire i produttori di qualità.
    Ribaltando la situazione allora io potrei produrre chimicamente una polpa rossa, senza usare il pomodoro o al massimo usandolo all’1% e chiamarla conserva di pomodoro, magari anche S.Marzano, con un bella foto in etichetta di Manuela Arcuri vestita da contadina mentre stacca il prezioso frutto dalla pianta. Peccato che dentro la bottiglia di pomodoro non ce ne sia! Intanto è una truffa ai danni del consumatore, secondo è una truffa legalizzata se il nostro governo non stabilisce la regola onde per cui la conserva di pomodoro deve contenere almeno il 50% di polpa di pomodoro.
    La stessa cosa sta succedendo ora, se non si definisce il “contenuto” della parola vino, chiunque venderà per vino un prodotto che non è fatto con l’uva. Si scatenerà solo una guerra dei prezzi al ribasso e chi ci rimetterà saranno solo i nostri produttori seri, cioè l’1.5% del PIL nazionale, scusi se è poco. Poi tutti sono liberi di vendere i loro prodotti, ma regolamentiamo prima il mercato.
    Guardi bene questo filmato fino in fondo, non è uno scherzo, quei 2 prodotti esistono, sono prodotti in Germania e sono venduti anche in Inghilterra, peccato però che su quella busta ci sia scritto VINO:
    http://www.youtube.com/watch?v=k9u42zDPU7s
    E’ chiaro adesso il concetto?

  5. Pingback: Il nome del rosé | Dissapore

  6. Gli interventi del mio omonimo e di capric, qua sopra, mi hanno fatto ricordare un passaggio del recente e interessantissimo per certi versi (a mio modesto parere…) libro di Roberto Cipresso, “Il romanzo del vino”.
    Parlando del cosiddetto “vino-vetrina”, abbiamo appreso che in Canada c’è un sito web che “sta lanciando a prezzi strepitosi e con assoluta garanzia di qualità il vino-bibitone. […] Vi arriverà a casa un kit per farvi da soli il vino preferito. Per soli 37 dollari avrete 8 litri di moasto concentrato di Sauvignon Premium, e aggiungendo […] 18 litri d’acqua del vostro rubinetto avrete fatto un figurone con gli amici.” Nel listino “troverete il Valpolicella-bibitone, il Negroamaro-bibitone, il Verdicchio-bibitone naturalmente superati dal Brunello-bibitone e dal Barolo-bibitone, che vi porterete a casa per 83 dollari”.
    Non so se sia il caso di aggiungere altro… (non al bibitone, intendo).
    Ma uno degli obiettivi della nascita dell’Unione Europea non avrebbe dovuto essere quello di tutelare meglio i mercati del vecchio continente? Se proprio volevamo farci del male, anche ciascuno per conto suo ci sarebbe riuscito benissimo…

  7. Trovo che la questione sia al contempo più sottile e più maliziosa di quanto non sia stato rilevato nei precedenti post. Non concordo nè con Paolo, nè con Vittorio; condivido, invece, quel che mi sembra il punto di vista di Ziliani. Oggi non è in discussione il senso etimologico del termine vino, perchè di vino comunque si tratterebbe, e questo vale anche per il Tavernello, per i brik e per i brok. Non esiste – almeno, non Italia, non dopo la faccenda del metanolo – un’azienda che possa pensare di immettere sul nostro mercato decine di milioni di contenitori di falso vino: lo farà spendendo il meno possibile, ma chimicamente vino quello pur sarà. Ci sarà sempre vino e vino, roba che andrà sullo scaffale dell’iper a 1,5 Euro, ed altra al ristorante a 1.500.
    Allo stesso modo non credo affatto che il consumatore NON farà confusione: egli NON acquista quel che NON trova sullo scaffale del supermarket, luogo in cui è un pò attirato, ma sopratutto spinto, a recarsi.
    Trovo che, invece, stiamo osservando un progetto molto ben congegnato, naturalmente dal punto di vista di chi l’ha promosso, dotato di grande forza politica (consenso in commissione redigente), sostanzialmente inattaccabile sul piano giuridico, e perciò destinato al successo. Solo ad esempio, sottolineo che – per quel che se ne legge – nessuno potrà criticarlo sul terreno dell’offesa della salute del consumatore, che è l’unico aspetto che possa essere tutelato da un’ente più forte dell’OCM. Inoltre, si osservi che non lo si può nemmeno dimostrare come coercitivo verso i piccoli produttori, visto che la norma non impedirà a questi ultimi di vinificare come la medesima consentirà.
    I punti preoccupanti e spiacevoli che vi intravedo sono invece questi due.
    1) Molto prima che alle piccole aziende produttrici ed alla loro professionalità e qualità di lavoro, il danno sarà procurato ai consumatori, che saranno legalmente ingannati. La regola obbliga ad esplicitare in etichetta il metodo di produzione, e consente (che culo!) a chi produce in modo tradizionale ad annunciarlo allo stesso modo? Ora ditemi voi chi si prende la briga di studiare al supermarket la controetichetta stampata a micron di una bottiglia sulla quale non penda un neon che lampeggi: “achtung tarocco”? Chi? Gli indottrinati? Loro non sono i bersagli di quella campagna commerciale. E se poi il Furbo Produttore ti fa una bottigliettina bella bellina, con la cartina stagnolina, coloratina di rosettina, tanto da distrarre la massaina?
    2) E’ sbagliato affermare che si tratti di una “marchetta per gli industriali”. I beneficiari della norma non sono i grandi produttori di vino, ma la GDO, dalla quale i primi ormai totalmente dipendono: è sulle indicazioni della seconda, che i produttori sviluppano i prodotti, non il contrario. Ipotizzo, immagino, straparlo, banalizzo, demagogizzo: la GDO tiene per gli zebedei produttori e consumatori, sotto il sorriso paterno di santi paradisiaci nell’olimpo della politica. A conforto di questa supposizione, ricordo una indignata indicazione di Patrizia, in altra sezione di questo blog: la GDO è strafavorita (a tutti i livelli imprenditoriali, dalle concessioni comunitarie e regionali per apertura dei centri commerciali, all’accesso ai finanziamenti, alle regole sindacali, agli orari di apertura dei negozi, alla logistica, e via premiando), a tutto discapito dei negozi individualmente gestiti, incluse le enoteche ed i ristoranti che, casualmente, ma dico solo casualmente, sono soggetti a studi di settore, a ricarichi obbligati ed a pagamento di imposte che alla GDO sono risparmiati.
    Esattamente, e chissà se ancora casualmente, come i produttori del comparto vitivinicolo.
    Il punto è ovvio, e si chiama: rappresentatività, peso economico, peso politico, ed infine lobbing.
    Ditemi quali sono le associazioni ed i centri di rappresentanza delle piccole imprese del mondo vitivinicolo, e convincetemi della loro possibilità di esercitare pressioni a Roma ed a Bruxelles, tanto da spingere queste ultime verso un indirizzo che premi ciò che tutti vorremmo: la totale e determinata difesa dell’identità di un alimento, che sarà anche leisure, sarà anche a volte sopravvalutato, sarà incasinato, sarà tutto quello che volete, ma tale in primo luogo nasce e rimane, sopratutto per la stragrande maggioranza dei consumatori.
    L’isolamento, la frammentazione, la dispersione, la mancanza di identità comune e di unione delle piccole imprese, in quanto contadine, dal podere piccolo, dalla tanta fatica, dai grandi rischi e dalle visioni individualistiche si paga e si pagherà sempre, perchè sono bersagli facili, deboli, e facilemente rintracciabili e separabili.
    Almeno fino a che, a furia di prendere bastonate, non si capisca e si accetti che se dai del “deficiente” sul muso a Tyson sei un Great Phess, ma se si è in cento, anche se non tutti in intrisi di empatia reciproca, forse forse…

    Ora vi dirò ciò che mi fa VERAMENTE male, alla pancia ed altrove: il sospetto che tra i 26 Stati membri (ho scritto membri?) vi possa essere anche l’Italia.

    Ugo

  8. Il “vino-bibitone” era stato presentato al Vinitaly 2 o 3 edizioni fa, a me non spaventa che si vendano porcherie del genere, sono cattive e faranno pochi affari con quella roba, mi preoccupa che vengano chiamate vino. Dopodichè, passato quel concetto, ognuno sul mercato sarà libero di fare e vendere cosa vuole, a tutto danno del consumatore.

  9. studio i vini rosati e, per passione, mi piace incrociare i dati strumentali con una valutazione sensoriale.
    Certi colori ottenuti da alcuni importanti produttori francesi non sono de-coupage, per cui meglio che si faccia, tutti, un po’ di outing.

    esiste inoltre, a livello tecnologico, la possibilità (ancora da studiare e definire) che permetterà di ottenere tinte più “rosate” e meno “cipolla”, e forse tra qualche anno questa innovazione diventerà di dominio pubblico.

    Tutelare – e preservare – un range di colori accettati (come sta cercando di muoversi qualche consorzio) e scartare altri range, considerati “artificiali” anzi “artificiosi” non è il modo corretto per muoversi.

    Spero che il miglioramento e la migliore definizione delle tecnologie atte ad una selezione più mirata del colore finale possa conciliarsi alle legislazioni vigenti e future e, magari, alle preferenze del consumatore…

  10. Much ado about nothing?

    Il 99% dei rosati “veri” prodotti in Francia (e soprattutto qui in Provenza) sono ciofeche immonde per turisti con generose aggiunte sistematiche di acido tartarico. Hanno un bel coraggio per protestare contro questa riforma!

    La gente che lavora bene i rosati rimane una infima minoranza. Per loro queste riforme non hanno alcuna conseguenza.

    Dirò di più, il rosato di grande qualità viene fatto con la tecnica della saignée, e quindi sono per definizione un’attività secondaria e complementare della produzione di grandi vini rossi.

    Mike

  11. Il problema del Vino attuale è una sola : si produce 10 si consuma 5. Basterebbe togliere tutti gli aiuti di Stato è il mercato si regolarizza da solo, costringendo i produttori a fare un prodotto. Che avrà successo , se di qualità, su una fascia di mercato. Avrà successo se mediocre su un’altra fascia di mercato. Se continuiamo a dare soldi per mettere una vigna sotto il ponte del Saval (quartiere di Verona) bisogna poi inventarci porcate come quella del rosè.Nel vino si applica lo stesso meccanismo dei giornali, che prendono i contributi di Stato non su le copie vendute , ma su le copie diffuse. A me lettore del Corriere da 40 anni da un anno mi propinano (a gratis) con il mio giornale la Gazzetta dello Sport. Nelle classifiche di vendita la gazzetta rosa risulta il giornale più venduto. Cornuti e mazziati !!

  12. Tanto per ribadire il concetto riporto un articolo dal Corriere di oggi:
    -Recepita dal Senato la direttiva comunitaria che prevede il limite minimo del 12% di succo di arance-

    Il Senato, nel recepire l’annuale Legge Comunitaria, ha approvato l’art. 21 della stessa, che prevede la possibilità di commercializzare bibite con colore e aroma d’arancia pur essendo prive del vero succo d’agrume, il cui limite minimo oggi è al 12%. Per Adoc una decisione «gravissima, danneggiati consumatori e made in Italy». Approvare il commercio di aranciate finte, prive di vero succo d’arancia, «è gravissimo- dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc- i consumatori, soprattutto i più giovani, subiranno un gravissimo danno, sia economico che nutrizionale, si mette a rischio la salute e la qualità dell’alimentazione dei cittadini. Non solo, permettendo la messa in vendita di tali bibite, si crea un danno di centinaia di milioni di euro ai produttori di arance e al made in Italy. Lamentiamo, ancora una volta, l’assenza di una legge quadro sull’etichettatura e la tracciabilità, estesa a tutti i prodotti».
    Ad essere particolarmente colpiti sono – sottolinea invece la Coldiretti – i prodotti base della dieta mediterranea come il vino per il quale l’approvazione della riforma di mercato comunitaria ha sancito inganni vecchi e nuovi: dal consenso all’aggiunta di zucchero nei vini prodotti nel nord Europa al rosè ottenuto miscelando vini bianco e rosso. Per dirne solo qualcuno. L’Unione Europea ha poi imposto all’Italia di aprire i propri mercati anche al cioccolato ottenuto con l’aggiunta di grassi vegetali diversi dal burro di cacao, ma c’è anche la possibilità inquietante – sottolinea Coldiretti – di utilizzare caseina e caseinati invece del latte per ottenere formaggi a pasta filata venduti come analoghi alla mozzarella. Un inganno favorito – sostiene la Coldiretti – dalla mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine degli alimenti.

  13. ma non c’hanno proprio nient’altro da fare?
    devono legiferare anche sul rosè, ma io dico eliminiamola (la UE, non serve), teniamoci la moneta unica, la banca centrale e buttiamo il resto.

  14. Pingback: Meglio così??? | Paladar

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