La crisi come opportunità di crescita e cambiamento: alcune riflessioni

Di fronte ad una crisi, profonda e strutturale, come l’attuale, diverse possono essere le risposte. La più istintiva consiste nel chiudersi in difesa, nel cercare una sorta di protezione nei confronti di un presente e soprattutto di un futuro che assumono tinte sempre più fosche, quella più razionale prevede che dalle difficoltà, oggettive, si riparta, come in contropiede, con una propensione all’attacco, una reazione, che spinge a delineare, con coraggio, nuovi scenari e a sperimentare forme nuove.
Per Ugo Bovo, un lettore di cui ho già ospitato, con grande piacere, qualche commento e che ho avuto il piacere di conoscere personalmente lunedì sera in occasione della Serata Brunello tenuta per l’A.I.S. di Treviso, alla crisi si risponde rilanciando, riflettendo e proponendo soluzioni ardite e nuove sintesi, come fa in questo intervento che mi ha inviato e che ho il grande piacere di pubblicare, invitandovi ad intervenire e a dire la vostra su come il mondo del vino, oggetto della riflessione di Bovo, debba reagire alla crisi e sperimentare nuove vie.
f.z

Perdonatemi se la prenderò larga, ma un motivello c’è. Per chi sta nel commercio, il mondo si divide in due blocchi: chi vende e chi compra. Dove l’obiettivo di un’azienda sia vendere i propri prodotti, lo scopo del marketing è il far combaciare le due metà della mela. Do ut des, tocca farci caso. Innanzitutto, dividerei il settore del “mondo” del vino in produttori e consumatori. In Italia la maggioranza dei primi è costituita da piccole  e medie aziende, ovvero quelle che producono modeste quantità (la butto lì: meno di trentamila?) bottiglie l’anno, o la loro equivalenza in ettolitri di vino. Ignoro quali  siano i reali numeri e le conseguenti proporzioni, ma spero che qualcuno potrà illuminarmi al riguardo, ringrazierei anticipatamente.
Questa benedetta straparcellizzazione dei produttori fa la gioia sicuramente dei giornalisti di settore (Ziliani, fortunato mortale!) e talvolta dei consumatori. Al contempo,  questo fatto è un pregio, una straordinaria meraviglia, ma anche un vero e super realistico guaio, e lo è tanto per il produttore quanto per il consumatore: se da un lato l’appassionato può godere di una miriade di opportunità golose, dall’altro il medesimo ha un problema: comprale.
La catena distributiva del vino è lunga, è costruita come un imbuto, ed il canale dominante è (e sarà sempre più) in mano alla GDO (grande distribuzione organizzata), le cui regole commerciali tutto vogliono, tranne che spendere tempo e quattrini per andarsi a cercare fornitori piccoli, e/o di nicchia: trovarli, trattare, acquistare, codificare, etichettare, distribuire ha un costo troppo elevato, in confronto al margine ottenibile dalla vendita. Perciò la GDO tratta solo con medio-grandi produttori, e questo produce un ulteriore da un loro rafforzo, perché godono dell’allargamento del numero dei possibili clienti, fattore indotto dalla diffusione dei supermercati/ipermercati di catena, ed anche della loro fidelizzazione forzata. La sfera di chi può vendere i prodotti dei “piccoli”,  dunque, è costituita dai negozi specializzati, da osti e dai ristoranti, stop, e ciascuno di essi acquista ‘soprattutto’ attraverso agenti e/o distributori.
Ora io chiedo: quanti sono i produttori di vino soddisfatti dei loro agenti e/o distributori? E quanti i negozianti, gli osti ed i ristoratori lo sono di chi vende loro i prodotti? Per quel che ne so, per la maggior parte i  prodotti vengono offerti spesso in “pacchetti”, e comunque ciascun venditore dispone di un listino prezzi “chiuso”. Quante cantine potrà avere nel portafoglio un agente, che non sia una grossa piattaforma di distribuzione (che però rientra nel giro della GDO)? Trenta, cinquanta, cento? Ehi, ma se solo a Montalcino non sono mica già oltre 250, ad imbottigliare?
Dunque, anche l’essere piccoli produttori implica il doversi affidare ad un canale che moltiplica anche di tre-cinque volte il costo del prodotto al consumatore. Così succedono tante cose preoccupanti. Per esempio, spesso il margine operativo per il piccolo produttore è basso, ed il costo per il consumatore alto. Vi è poi la questione della crisi economica, che porta una drammatica riduzione delle chance di vendita, all’aumento delle quantità di oggetti che rimangono in magazzino, dei prezzi che crollano e dei fatturati che calano.
L’altra sera, un signore dotto in questo ramo mi raccontava di bravi produttori che si vedono ribassare il prezzi anche del 50% rispetto al 2008 dai loro acquirenti massivi. Ora, nelle parole di Paolo (un lettore intervenuto con un commento su questo blog), ritrovo quel che a me sembra un errore di parallassi, sul quale mi viene da ragionare.
L’idea di “mercato”, inteso come possibilità di vendita indiretta è – come ho provato ad illustrare poco sopra – un miraggio, almeno per il piccolo produttore, e di conseguenza è ‘semplicemente’ sbagliato limitarsi a pensare ad esso.  Metaforizzando: se io fossi pescatore, andrei la notte nella zona in cui so vi sia pesce. Però se quest’ultimo si esaurisse, avrei due opzioni: vado a lavorare al Casinò, oppure cambio zona. Io non amo la globalizzazione, intesa come sistema commerciale, ma faccio il pescatore, e non scelgo di non vedere la realtà. La realtà è che i mercati non sono uno, ma due: la vendita indiretta ed internet. E quest’ultimo è – per definizione e conseguenza – il mondo inteso come Terra. I
l pensare che il primo sia aggredibile è sbagliato quanto ideare che il secondo sia costituito da fanatici del Web. Io non ho letto le pubblicazioni di cui riferisce, Paolo, ma so una cosa: il volume di quattrini spostati dall’e-commerce non sono rilevanti: sono enormi. I
l settore turistico muove ormai quasi al 50% delle prenotazioni via web, attraverso canali misti, tra indiretti (i portali di prenotazioni e le Web agencies)  e diretto (i siti delle strutture ricettive). Le previsioni indicano che entro due ani il tasso salirà al 74%, il che è tanta roba: in certe aree le aziende di quel comparto vivono – letteralmente – di questo.
Due certezze: il cosiddetto “profilo” dell’acquirente dei servizi turistici, ed il suo comportamento all’acquisto prevedono la sua propensione a cercare, scegliere ed acquistare via Internet, perché quella è la sua mentalità. Egli tende ad acquistare ciò che gli piace, purché gli sia offerto, perché si concede il piacere della selezione, a seconda del desiderio momentaneo.
Personalmente, conosco diverse aziende dagli utili milionari, che operano esclusivamente nell’ambito dell’intermediazione di servizi via Web. Amazon l’anno scorso ha fatturato 15 miliardi di dollari, vendendo libri e dischi. L-i-b-r-i  e  d-i-s-c-h-i: oggetti che si possono comprare anche al supermercato, e dal costo unitario modesto: sei, dodici, trenta Euro al massimo. Quanto costa in negozio una bottiglia di vino dalla qualità medio-alta?
Bene: Amazon sta allestendo una piattaforma di vendita on-line di vino, e questa sarà l’unica variazione al suo modello di business. Le loro stime prevedono che il  mercato passerà in cinque anni dall’odierno 2-3% al 10% di acquisto di vino, e loro vogliono esserci da dominatori. Ciò che trovo interessante è che Amazon stima anche che il costo della filiera di vendita del vino incida per circa un terzo del prezzo di vendita, il che è di nuovo tanta roba. Attraverso il progetto di Amazon, il produttore aumenterà del 47% il proprio margine di guadagno: ora fatemi il nome di un vignaiolo che non vorrebbe ottenere questi miglioramenti OGGI, ed io lo farò incontrare con Naomi Campbell in un agriturismo che so io.
Si obietterà: il mercato statunitense è diverso dal nostro. Sbagliato: la mentalità dell’acquirente via Web non ha colore, né territorio, e subisce un processo di emulazione istantaneo: ciò che viene avviato oggi negli Stati Uniti sarà realtà in Italia dopo uno-due anni al massimo.  Basta fare una personale e veloce indagine per scoprire che almeno il 70% delle aziende vitivinicole italiane ha un sito Web con una sezione di e-commerce. Certamente una fetta di esse l’avrà allestito senza particolare soddisfazione, ma ciò indica chiaramente che esse percepiscono la necessità di avere anche quella porta aperta. Definendo la necessità di siti “pesanti” mi sono espresso male: alludevo al fatto che per avere successo su Internet (Internet=Google, e basta) occorre fare i siti come Google vuole. E – purtroppo – essi devono essere costruiti seguendo alcuni criteri, che non sono assolutamente alla portata di una singola azienda.
I portali che vendono servizi turistici hanno capito come funziona il “trucco”, ed è per questo che hanno successo: se uno cerca, trova. Un altro fatto curioso: i servizi turistico-ricettivi sono contigui, nella mentalità diffusa, a quelli enogastronomici. Questo lo sanno bene gli Assessorati al Turismo italiani, l’ex Enit, i Consorzi locali, ed anche tutti i proprietari di agriturismi, che stanno allegramente veleggiando verso il 15% delle presenze per vacanze. Guarda caso, molte sono le aziende agrituristiche che producono anche vino.
Da qui il collegamento ideale ai piccoli produttori di vino è questione di centimetri. Per quanto concerne i costi di spedizione elevati, anche questo è un errore di valutazione: il costo di spedizione di un libro o un disco è sovente molto superiore al costo dell’oggetto stesso, che costa come una bottiglia medio-alta. I corrieri propongono carnet di ticket di spedizione che prevedono sconti rilevanti per chi spedisce. Questo lo sanno bene tutti quei produttori di vino che hanno la sezione di e-commerce.
Infine: quante volte (noi consumatori, mica Ziliani) abbiamo letto recensioni di vini che vorremmo ma che non abbiamo la minima idea di dove comprare (attenzione: non voglio entrare nella querelle del valore etico delle guide, giammai!)? Dunque, ecco il teorema, tutto mio, ma io ci credo: esiste un mercato indiscutibile ed in crescita, che è quello delle vendite ad un cliente diverso da quello abituale, che è quello del Web.
E’ presumibile che una fetta di coloro che vanno al supermercato siano anche disposti a fare acquisti on-line, a condizione di esser in grado di cercare e trovare un’offerta interessante. Perché questo succeda occorre realizzare dei portali “pesanti” per i motori di ricerca. Vi sono dei “trucchi”, al riguardo, ma qualcuno li conosce. Se si è in gruppo, è possibile acquistare pacchetti di tickets di spedizione a costi molto bassi. La filiera di distribuzione si accorcerebbe, ed i tempi di rotazione dei prodotti (la giacenza in magazzino, che un costo fisso ce l’ha, eccome) si ridurrebbero istantaneamente.
Anche il mercato indiretto (quello delle enoteche, degli osti e dei ristoranti) ne deriverebbe enormi vantaggi, avendo costi minori, nessun obbligo ai “pacchetti”,  acquisti parcellizzati, possibilità di variare l’offerta continuamente, minimo stock a magazzino. E- soprattutto – la facoltà di scegliere direttamente cosa e quando comprare, mutando secondo voglie, scelte, e gusti della clientela.  Anche gli agenti di commercio potrebbero godere, direttamente, delle stesse convenienze; tanto, secondo me, una qualche necessità di cambiare zona di pesca ce l’hanno pure loro. Infine: l’idea associazionistica.
Sbaglierò in tronco, ma sono del parere che: a) abbiamo gli “ultimi mohicani”, e sono gloria per il nostro Paese, e per me modelli cui ispirarsi, e tracce da seguire. c) esiste una crescente voglia di comunicazione libera dentro ed intorno al mondo del vino, e la blogosfera ne è un mezzo evidente, primo fra tanti Vino al Vino. b) esistono modelli di associazioni (libere, non dipendenti da editori et similia) – ad esempio, in Francia, in Austria, in Germania – in zone molto meno fortunate delle nostre, e mi chiedo se non sia possibile fare la stessa cosa. d) E’ facile credere tra i piccoli produttori vitivinicoli  vi sia una mentalità “contadina”, ristretta, tradizionalista, chiusa e retrò, ma i dati sulla presenza dei siti Web delle loro aziende dimostra che non è proprioproprioproprio così. E comunque, poiché credo che chi fa vino buono abbia anche intelligenza, sensibilità, cuore, fantasia e coraggio, io non vedo il problema.
Concludo. Oggi, a molti imprenditori, tocca scegliere: o cambi modello di business, o rischi la casa. Nel frattempo ed intanto, io porto la barca dove il pesce c’è, poi speriamo che me la cavo. Ugo Bovo

0 pensieri su “La crisi come opportunità di crescita e cambiamento: alcune riflessioni

  1. Essendo totalmente fuori dal settore mi pongo delle domande, che poi probabilmente risulteranno delle immani fesserie, per cui chiedo il conforto del parer di uno dei piccoli produttori in questione o di Lei stesso, Ugo:
    Mi immedesimo nel produttore che cerca di vendere secondo quanto da Lei (in maniera sacrosanta e ineccepibile) scritto: mi faccio il mio bel sito di e-commerce per la vendita del mio vino, ma il mio agente/rappresentante, che già mi tiene in pugno sui margini, non la prende bene e in qualche misura mi “osteggia” sulle sue vendite; sono forte, lo mollo del tutto e mi butto totalmente nella vendita diretta via internet, ma non ho un nome di primo piano (se non fra gli espertissimi) e, a differenza di un libro di Calvino che è di Calvino e basta, nel motore di ricerca l’acquirente di un buon Chianti trova me e trova mille altri che hanno fatto la mia scelta. Da ultimo: benchè a un prezzo imposto e tirannico, prima trasferivo il rischio delle giacenze sui ristoranti/enoteche che l’agente mi garantiva in misura più o meno standard, ora rimane tutto su di me fino alla vendita effettiva…

    Come finto produttore/venditore e come vero acquirente so per certo che Lei ha ragione. Ma queste domande mi ronzano nella testa. Mi rassicuri che sono fasulle…

    P.S. Come acquirente devo dire che i produttori da cui ho acquistato dirattamente bottiglie in loco non hanno fatto granchè, a dire il vero, per far notare che non c’erano canali di vendita intermedi fra me e loro, per quel che concerne il prezzo….

  2. Una possibile chiosa al suo bellissimo intervento è dire ai produttori che facciano bene il loro lavoro e a chi vende in modo professionale – leggasi soprattutto enoteche – che si apra alle nuove frontiere del mondo commerciale.
    Ci vuole coraggio da parte delle enoteche per intraprendere percorsi nuovi, inizialmente paralleli poi prioritari, nei quali si realizzi veramente la rete commerciale de factu di cui abbisognano tanti produttori emergenti, altrimenti spiazzati dal mercato per costi e impossibilità di penetrazione capillare. Chi è “marchio” è alleato-ostaggio della GD, inutile stare a parlarne, sono anni che lo dico.
    Il resto del miglior mondo vinicolo ha bisogno di scegliere una sorta di braccio professionalmente armato che si ponga come interlocutore dei consumatori: ritengo ridicolo, oltre che scorretto, che moltissimi produttori tentino di sfangarsela da soli col turismo della domenica o con i loro siti internet. Certo che occorre una iniziativa forte, coesa e intelligente da parte di chi è vicino al produttore e vicino al consumatore: io credo che sia l’enoteca, quella non compromessa con acque e altro, perchè ha l’anima e le palle per rinnovarsi e entrare di forza nel mercato proprio ora, mentre da più parti se ne desidera e se ne proclama l’estinzione perchè converrebbe che così fosse. E’ l’unico modo per spezzare l’egemonia dei poteri economici forti e dare voce in filiera corta al rapporto produttore-venditore-consumatore. E’ una ipotesi su cui qualcuno sta già lavorando, caro Bovo, e si tratta davvero di cambiare le teste e portare la barca in zona di pesca senza paura. La forza irresistibile è sempre l’uomo e le soluzioni arrivano. Ne riparleremo presto. Grazie!!!

  3. Interessante anche se hai preso un giro larghissimo.
    Concordo pienamente sulle potenzialità di internet e dell’e-commerce.
    Io stesso ho cercato più volte di comprare vino dai siti internet del produttore ma poche volte son riuscito a concludere per problematiche tecniche (soprattutto di pagamento).
    Sei sicuro che quel 70% di aziende con l’ecommerce lo abbiano anche funzionante?
    Non sono così sicuro.

    L’altro aspetto interessante è relativo alle spese di spedizione: un salasso che non giustifica l’acquisto in internet visto che il prezzo della bottiglia viene ad equipararsi a quello di un distributore di bevande (sempre abbia quello che interessa).

    A me piace andare in visita alle cantine ma molto spesso il prezzo di vendita franco cantina è uguale a quello di un negozio ben fornito (non acquisto mai più di 10-12 bottiglie). Allora penso: se non c’è una politica di prezzo funzione dei costi come si possono presentare in internet? venderanno le bottiglie allo stesso prezzo del negoziante?
    Se si, meglio andare allo scaffale.

  4. A quanto esposto in maniera egregia e completa nel presente articolo, provo ad aggiungere un paio di dati analizzando le vendite del nostro prodotto che sono in netta relazione con l’e-commerce o comunque con la vendita a distanza in generale.

    Analizzando lo stesso periodo dell’anno scorso riscontriamo un aumento del 120% di vendite che provengono sopratutto da aziende produttrici di vino medio piccole. In altre parole la crisi credo stia stimolando la ricerca di nuovi territori (seppur virtuali) di vendita.

    Inoltre moltissime sono le piccole/mesie realtà di vendita online (enoteche, EBAY SELLER) che cominiciano ad affacciarsi sul web.

    Come dire : non tutto il mal vien per nuocere.

    Cordialmente
    Angelo

  5. Riflessioni molto interessanti. Due osservazioni pratiche: secondo me, in internet si venderà sempre meglio un disco o un telefono che una bottiglia di vino; i costi di spedizioni in Italia sono facilmente fattibili, ma per l’estero i prezzi possono cambiare continuamente anche con contratti di spedizione stabiliti (vedi per esempio la voce Fuel surcharge, cioè addizionale del costo della benzina), senza contare le limitazioni o i divieti, o le tasse in alcuni Paesi (USA in primis) per cui non è semplicissimo fare un listino spedizione. Comunque, basta organizzarsi naturalmente. Qualcuno poi ha suggerito di partecipare ai gruppi di acquisto collettivi, che stanno avendo un grande successo per gli ortaggi. Anche questo mi pare un’altra possibilità.
    Sono infine d’accordo che la crisi possa incentivare la creatività soprattutto dei piccoli produttori. Il che, almeno, è un fatto positivo.

  6. Lo scenario descritto da Ugo Bovo è inquietante, ma penso che se fa male leggerlo è perchè fotografa la realtà, senza tanto girarci intorno o addolcire la pillola, ma te la spara dritta in faccia. Per questo gli faccio i miei complimenti.
    Una domanda. Ma la crisi non colpisce tutti? Non potrebbe fermare quelli che chiama “i grandi produttori”, prima che i piccoli?
    Negli altri settori, penso a quello automobilistico, sono le grandi fabbriche ad essere più colpite, non le sembra?

    Mario

  7. Signor Ugo, penso di essere io quel Paolo al quale lei fa riferimento. Sinceramente quello che lei afferma, sulla carta, è fattibile, ma nella realtà no. Glielo dico perchè la mia azienda faceva e-commerce 10 anni fa, quando a farlo in Italia c’erano Esperya (Tombolini), un’enoteca di Milano, noi e 2/3 altri. Le dirò di più,: le aziende censite dall’osservatorio e-commerce italiano nel 2001, creato dal prof.Rangone del Politecnico di Milano, nel settore enogastronomico erano meno di 250 e nella loro ranking list Esperya era primo e noi noni, in più Esperya e noi eravamo le uniche 2 aziende ad avere un call center virtuale. Sono d’accordo che il mercato è il mondo, ma una cosa è vendere un libro, un’altra una bottiglia di vino. Provi lei a spedire una bottiglia a New York o a Damasco, poi mi dirà. Oltretutto le spese di spedizione incidono più del costo del vino stesso e a tutt’oggi è ancora antieconomico grazie all’euro, già costa caro spedire 6 cartoni col corriere tradizionale e bisogna pure assicurarlo, altro che carnet! Comunque un piccolo viticoltore astigiano o del sannio beneventano, posto che sappia da dove cominciare, non ha nè il tempo, nè i mezzi per farlo. Un conto è un sito vetrina, può costare anche meno di 500€, un conto è un sito con piattaforma di vendita e di transazione economica. Le uniche esperienze positive italiane sono quelle di Esselunga, con la spesa a casa e consegnano anche le bottiglie, ma non è un vero e proprio e-commerce, bensì un servizio domiciliare con ausilio tecnologico. Poi guardi, le enoteche, ma soprattutto i ristoranti, non sanno nemmeno cosa siano i gruppi d’acquisto, figuriamoci gli acquisti parcellizzati e sto generalizzando senza voler offendere nessuno. Inoltre gli agenti di commercio, mi scuseranno, ma da tempo lo sto dicendo in più blog, appartengono alla preistoria. Avrebbero potuto organizzare loro l’e-commerce, ma l’hanno mai fatto? Non conosco nessuna case history e se guarda i loro siti, 9 su 10 sono statici e vengono aggiornati una volta l’anno con i nuovi listini. Per questo e per tanti altri motivi che non posso spiegare qui, chi può si butta nelle braccia della GDO. L’Italia è ancora vittima di monopoli e se non si spezzano i monopoli non se ne esce, è inutile procedere per tentativi, ci vuole una riforma strutturale. Se Antonio Tombolini ci sta leggendo, sono convinto che concorderà con me. Comunque io sono sempre a disposizione per discuterne, autorizzo il sig.Ziliani a darle la mia e-mail e se venite a Torino ci possiamo vedere davanti ad una bùta di Barbaresco per approfondire ben volentieri il discorso.

  8. Quanta carne al fuoco! Interessante riflessione, pero’ noto delle imprecisioni che mi fanno sospettare che l’estensore non sia proprio del mestiere (del vino). Sulla distribuzione del vino mi piace sempre parlare, perche’ mi accorgo spesso, e sovente anche tra gli stessi produttori, di come sia un oggetto misterioso. Dovrebbe essere semplice, io produco, poi vendo, gli altri mi pagano. Pero’ chi comincia a fare questo mestiere, il vino, subito si accorge di una selva di ramificazioni: la GDO, il rappresentante, il grossista, l’importatore, il cliente privato in cantina, il sito internet, ecc. ecc. E come si fa’, e sopratutto quali prezzi fare a tutta questa teoria di fiugure, ognuna diversa e con esigenze proprie. Ecco che qui ci si perde facilmente.
    Ugo ci dice che Amazon stima che il costo della distribuzione del vino e’ un terzo del prodotto, e questo sembra farlo trasalire. Ed e’ cosi’ veramente, e del resto Amazon non e’ fatta da cretini, il costo e’ proprio un terzo. Ma non si potrebbe mettere, almeno in parte, questo terzo nelle tasche del produttore, magari con le nuove tecnologie e con internet. La mia risposta e’ sicura: certo, a patto che il produttore si assuma parte degli oneri della distribuzione, ed allora questo costo non scompare, semplicemente viene trasferito da una figura che fa quel lavoro (rappresentante, distributore, negozio, ristorante) ad un altra, il produttore, che si assume parte di quel lavoro. Come nella 2 legge della termodinamica, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Ma per vendere qualcosa esistono dei costi, che vanno remunerati. Amazon sara’ la soluzione per i piccoli produttori (a proposito, 30.000 bottiglie, a meno che non sia Barolo o Brunello, siamo quasi a livello amatoriale)? E chi impedira’ ad Amazon di operare comprimendo i margini ai produttori come fa la GDO oggi, che non e’ altro che un fornitore di spazi di vendita, poco importa se reali o virtuali.
    Io ho il mio bel negozio online sul mio sito, che funziona anche piu’ di quanto pensassi quando l’ho fatto (e senza spese pesanti, non servono), ma non credo che mi risolvera’ il problema delle vendite. Perche’ le vendite non sono un problema, sono un lato del commercio. Nulla si vende da solo, quello che sembra che si venda da solo se si va a guardare bene, o e’ transitorio, oppure c’e’ dietro un lavoro importante.
    Se dovessi dire qual’e’ la ricetta giusta per me, direi senz’altro che nel mondo del vino l’unico investimento affidabile per creare le vendite e’ fare bene il proprio lavoro di produttore di vino, ognuno poi lo intenda e lo metta in pratica secondo la sua sensibilita’, ed accettare che il mercato ha le sue leggi. Ed internet non cambia le leggi del mercato, cambia solo le modalita’, la vetrina.

  9. Io vivo la situazione di chi ha sempre cercato di proporre i vini che gli piacciono cercando di offrirli al prezzo più equilibrato possibile.
    E’ verissimo che comprare i vini “giusti” è sempre più difficile… quante volte tocca acquistare anche bottilgie che non vorrei tenere sugli scaffali…
    è più che ovvio che i rappresentanti vendano i prodotti che hanno la maggiore probabilità di vendita, i più conosciuti, meglio pubblicizzati e premiati sulle riviste. Ma oggi molti di quei prodotti li vendono anche gli ipermercati, a volte addirittura a prezzi più bassi di come li acquisto io, ed in ogni caso con ricarichi estremamente bassi.
    Allora cosa succede? Che dopo anni di cura paziente del cliente, di informazione, di passione ed investimenti, passi di colpo per ladro. E quando il cliente ti trova caro su un prodotto che conosce, dubita ancora di più su quelli che non conosce,e ti fa i conti in tasca.
    Quel che dice Ugo è sacrosanto. Vorrei poter scegliere giorno per giorno i prodotti che meglio si adattano alle esigenze della clientela, proponendo etichette poco note, ma di qualità e con un equilibrato rapporto qualità/prezzo, e poter acquistare pochi pezzi liberamente, senza fare scorte di magazzino, questa è la strada giusta. Solo così la professionalità e l’amore per il “buon bere” e questo lavoro possono fare la differenza rispetto ai supermercati.

  10. E bravo Ugo, era ora!
    Era ora che si iniziasse a voltare la faccia verso il domani, invece che verso ieri. La cura della vigna, l’amore per il lavoro, la coerenza delle scelte, il rispetto per il territorio, la natura e la tradizione sono tutti requisiti fondamentali nel nostro mondo. Ma se poi non si riesce a vendere ciò che si è prodotto con la fatica, con la paura della grandine e del secco, con tanti sacrifici di tempo, di soldi ed anche di passione, a cosa è servito tutto questo? A far ingrassare quelli che riscrivono le etichette sul retro delle bottiglie mentre noi rischiamo di non arrivare alla prossima vendemmia?
    Ben venga qualsiasi iniziativa che possa aiutare il vero patrimonio vitivinicolo italiano, purchè sia mirata a tenere insieme e valorizzare la qualità e l’onestà delle aziende che lo costruiscono giorno dopo giorno.

    Petrus

  11. Caro Ziliani,
    a proposito di crisi e di come mai la crisi, eccetera. Stamattina apro il giornale (la Stampa) e leggo che: la UE ha scoperto il rosé (purtroppo) e sta per stabilire che si può fare “mescolando il rosso con il bianco”.
    Imbastardire anche quel che il rosé può esprimere (eventualmente)? Anche ad essere europeisti non si può fare a meno di notare che per la UE tutto deve diventare business (di pochi), alle spalle delle idee di altri. Niente cambia.

    Quanto alla provocazione di cui sopra. Buon’idea, purché non si abbia in mente un altro club delle fattorie. Del resto, Google ha messo un saldo piede in Toscana, probabilmente proprio perché i fondatori hanno l’occhio lungo. Chissà.

  12. Caro Bovo,
    lei argomenta in modo intelligente e documentato. Su molte cose le do ragione. Su altre meno, però. Internet è certamente un grande canale di business, ma è adatto a prodotti seriali e durevoli come appunto i libri e i dischi, che lei cita. Un settore che conosco molto bene, visto che sono da decenni un compratore accanito di questi articoli su tutti i mercati.
    Libri e dischi sono un’industria. Finchè via internet si comprano produzioni di massa, industriali, seriali, c’è certamente grande convenienza. Il discorso però già cambia drasticamente se si passa a dischi e libri di nicchia, editi cioè da case indipendenti, con tirature e distribuzioni non globalizzate: provi e vedrà che l’e-price finale (articolo + spedizione) sarà uguale o maggiore a quello del negoziante di fiducia. Con la differenza che, in negozio, il prodotto posso anche vederlo, toccarlo, sfogliarlo, ascoltarlo.
    Il vino invece è innanzitutto molto più deperibile. La sua qualità è molto più influenzabile dal tempo e dal modo di trasporto, stoccaggio, approvvigionamento. Inoltre il vino “dura” poco, al contrario degli oggetti durevoli ha un’utilità immediata: si apre e si beve. Per riberlo bisogna ricomprarlo, le bottiglie possono essere diverse l’una dall’altra e il contenuto è comuunque influenzato dal trascorrere del tempo. Già questo lo rende meno adatto a internet. Se a ciò si aggiungono i problemi di cui sopra già menzionati a proposito dei costi di libri e dischi non “industriali”, il quadro si aggrava.
    Comprare e vendere via internet del buon vino di costo medio basso prodotto in milioni di pezzi sarà (forse probabilmente già è) pratico e conveniente tanto per il consumatore quanto per il produttore, ma dubito che possa accadere lo stesso per i vini a “tiratura” inferiore ai 100mila pezzi e/o di costo superiore ai 10 euro. Cioè per i vini che rappresentano il 90% dei casi da lei menzionati nel suo post.
    Ciò non vuol dire naturalmente che il commercio elettronico del vino non possa funzionare o svilupparsi, ma in tutta sincerità non credo possa rappresentare uno sbocco commerciale reale e significativo per i piccoli produttori.
    Cordialità,

    Stefano Tesi

  13. Molta carne al fuoco, e condivido l’osservazione di Gianpaolo circa un tono un po’ approssimativo a proposito della catena distributiva del vino, soprattutto quello prodotto in piccole quantita’. Non riesco a capire molto bene il punto di tutto l’intervento, quindi mi limito a prendere alcune osservazioni sparse che mi hanno colpito:
    Innanzitutto non trovo particolarmente incisivo suddividere il “mondo del vino” in chi lo produce e chi lo compra. Mi pare che si perdano di vista altri due attori fondamentali che messi accanto a questi primi due ci inducono a spostarne uno (chi compra) dal palco verso la platea, e sono “gli enologi” e “i recensori”. Se nel caso del problema della vendita si puo’ trascurare in una prima approssimazione la figura dell’enologo e sussumerla in quella del produttore, non cosi’ per il recensore: la critica e’ parte essenziale del circuito in cui si forma la percezione del valore (di scambio) di un vino, ne’ piu’ ne’ meno di come lo e’ nel campo della produzione artistica. Ci sarebbe da sviluppare molti interessanti ragionamenti sulla dialettica critica-produttori e critica-pubblico, sulla sua fisiologia e soprattutto sulla sua patologia.

    Altro punto che mi ha colpito e’ l’importanza data allo strumento dell’e-commerce, a mio avviso eccessiva se si intende l’e-commerce in senso stretto, ossia come possibilita’ di concludere una compravendita direttamente online. Siamo sicuri che sia proprio necessario, per venire incontro a quel popolo che si nutre di recensioni di vini che vorrebbe assaggiare e che non sa dove poter comprare (di piu’ su questo piu’ avanti), un sito di e-commerce pienamente funzionante? A mio avviso un semplice indirizzo email che funziona (ossia che da’ riscontro in tempi ragionevoli) e’ largamente sufficiente per un appassionato che si possa dire tale.
    E vengo a questo punto del non sapere dove comprare un vino di cui si sia letto qualcosa. Generalmente chi scrive di un vino da’ anche un recapito, nella peggiore delle ipotesi da’ il recapito postale ordinario del produttore. Ci vuole molto a contattare il produttore? Se poi esiste un indirizzo email, cosa ci vuole a scrivere due righe e chiedere informazioni sul vino e sulla possibilita’ di acquistarlo? Ve lo dico io cosa ci vuole: nulla. Ci vuole di volerlo fare. Come si chiama questa forma di commercio in cui il potenziale cliente (che puo’ essere il privato comsumatore finale, come anche l’enotecaro o il ristoratore) contatta il vignaiolo, gli chiede informazioni, ne riceve, prosegue con la corrispondenza, chiede come, dove e a quanto puo’ procurarsi qualche bottiglia di quel vino, e come risultato si ritrova a casa quanto desiderato con la possibilita’ di pagare o per bonifico o in contrassegno (e magari prima di questo si ritrova pure un campione omaggio per assaggiarlo)? Non lo so come si chiama, ne’ mi interessa appurarlo. Se non sara’ e-commerce sara’ qualcos’altro. Ma potrebbe funzionare. Potrebbe, se solo anche qualcun altro della filiera, oltre al produttore a cui si chiede sempre di tutto, facesse la sua parte, ossia il compratore.

  14. Gianpaolo, concordo con te. Teniamo anche presente che Amazon stima, non presenta il bilancio spiegandoci quanto è l’utile, ne riparleremo. Poi tu sai benissimo che il mercato USA è chiuso, che ogni stato ha una propria regolamentazione sulla vendita degli alcolici, che ci sono 200 milioni di potenziali clienti, che la logistica funziona bene etc. etc. Ecco, in Italia tutto questo non c’è, ci sono invece tanti bei monopoli. La riforma non deve partire dai produttori, fermo restando che devono sempre migliorare il loro prodotto, ma dal sistema del commercio, quindi ci volgiono delle leggi che nessuno è intenzionato a fare. La “vecchia” Bersani è rimasta acefala, inapplicata ed è già polverosa, ma nessuno se ne preoccupa, come mai?
    Intanto , scusatemi il paradosso, il prezzo del petrolio è sceso, quello della cocaina è sceso, ma quello del vino (al consumatore) no.

  15. Ma siamo sicuri che il problema del vino in Italia, Paolo, sia il prezzo al consumatore? Se si tolgono i vini superpremiati, che sono una piccola percentuale, e qualche ristorante superlusso o qualche enoteca in zone di particolare pregio, il prezzo al consumatore finale in Italia e’ tra quelli in tutto il mondo, subisce meno ricarichi dal prezzo del produttore. Siamo tre il 35-40 % di ricarico in enoteca e 100% al ristorante, contro il 250-300% della Francia, degli USA, della Germania, dell’Inghilterra, ecc.
    Un problema distributivo c’e’, ma non sono i monopoli, quelli sono semmai in USA con distributori che fatturano 10 miliardi di dollari all’anno (miliardi, non milioni). In Italia il problema semmai e’ nell’estrema frammentazione della proposta, fatta di miriadi di figure commerciali diverse, dalla vendita diretta al consumatore, a quella diretta al ristorante con agenti propri, a quella attraverso i distributori, questi ultimi tutti medio piccoli e regionali. L’efficenza logistica e commerciale e’ bassissima, la necessita’ per gli esercizi al dettaglio di caricarsi di magazzini enormi, che hanno un costo che poi per forza deve essere scaricato al consumatore, le spese di spedizione, gli incassi. Tutto questo e’ figlio dell’anarchia italiana e dalla mancanza di imprenditori della distribuzione capaci di riorganizzare questo caos.
    Il problema non e’ neanche il costo della distribuzione, che e’ giustamente un terzo del costo del vino, il problema e’ rendere questo costo il motore di un sistema efficente, limpido, capace di creare valore per i produttori e per il resto della filiera, e quindi, alla fine, per il consumatore.

  16. Fatemi capire: io ho una enoteca; compero il più possibile dal produttore senza intermediari ma anche da agenti se ne vale la pena e mi trattano bene. La legge mi impone un ricarico dal 30 al 40% (al supermercato no: è esente!!); il produttore vende nella sua cantina o dal suo sito, andando spesso al pubblico col prezzo che fa a me. Però Senza di me, che presidio il territorio 365 l’anno, il produttore non avrà mai modo di essere veramente presente dando costanza alla sua produzione. Allora perchè deve farmi concorrenza?? Se abbiamo assodato che l’anarchia commerciale che mette consumatori e produttori di fatto in condizione di aggirare il sistema commerciale stabile non ha prodotto altro che una massiccia frammentazione della circolazione del vino, con sgradevoli e ricorrenti episodi speculativi che danneggiano tutti e soprattutto i produttori stessi, perchè andiamo avanti così? Non sarebbe meglio separare chi produce da chi vende, responsabilizzando gli uni e gli altri nei loro rispettivi ruoli? La rete commerciale stabile garantisce al produttore una dimensione “aziendale”; ha regole e costi, ma se efficiente, corta e trasparente, rende. Altrimenti siamo al produttore-bottegaio: allora si venda tutto il suo vino da solo. Il servizio di vendita è connesso alla natura del vino, che va scelto, conosciuto, comunicato; non è un articolo statico come un libro. E’ vivo e sempre diverso e solo un venditore professionale può rivolgersi al consumatore e al tempo stesso interagire col produttore, per il quale sarà la principale fonte di notizie e indicazioni sugli orientamenti del mercato. Internet è uno strumento, una potente soluzione, ma non è LA SOLUZIONE. La soluzione sta nel regolamentare la vendita e premiare le profesisonalità con la consapevolezza dei costi della vendita stessa: perfetta l’analisi di Gianpaolo e molto realistica. Finiamola di non voler calcolare il costo e il valore del lavoro di chi vende; il produttore produca, l’agente si liniti a promuovere ( e non a mettere i vini in garage e a rivenderli in nero per dimostrare di aver raggiunto i target), il venditore venda. A ciascuno il suo mestiere.

  17. Secondo forse solo alla teologia, l’argomento dell’economia applicata al sociale a me è sempre sembrato, più che un mosaico policromo, un cubo di Rubik, dove due sembrano le dimensioni, ma che invece nella realtà se non sono N, poco ci manca.
    Data la quantità e la qualità dei commenti ai miei pensieri dell’altro giorno, più che una risposta, scelgo la via dell’approfondimento, che trovo più consona all’argomento ed al mezzo di comunicazione in cui ci stiamo incontrando.
    Gianpaolo, Filippo e Paolo: è verissimo che io non sono un espertissimo di vino: non ne produco, non ne vendo, ma ne studio, ne compro e qualche zampetta in aziende che ne fanno ce l’ho pure. Ho passione per il mondo del vino, per le persone che – mica tutte, ohè – lo popolano, e soprattutto per chi il vino lo soffre e lo ama ancor prima di venderlo. Ma proprio per questo, sostenendo di essere comunque parte di quel mondo – e non amo esserlo passivamente – offro il mio pensiero esclusivamente perché credo che gli uomini (grazie Patrizia), le idee e la comunicazione siano vie obbligate per migliorare i contesti, soprattutto in periodi di difficoltà globali. Sostengo anche che proprio il punto di vista di un “esterno” possa – se accettato nonostante la sua apparente “diversità” dai membri del club – un vantaggio del quale approfittare, e ringrazio l’esimio Ziliani per avermi dato spazio, pur in quanto tale.

    Primo punto: la crisi c’è, non c’è, cucù, settete? Perché se qui ed ora decidiamo che non esista, metà buona delle mie riflessioni possono essere cancellate; solo temporaneamente facciamolo. Anche così rimane in piedi uno dei due punti cui tendevo, che è l’idea dell’associazione tra viticultori indipendenti come strumento necessario per la continuità della loro attività.
    Quello del numero delle bottiglie era un pretesto per fissare un concetto: la divisione dell’insieme dei produttori tra “grandi” e “piccoli”, perché una separazione esiste, ed incide su tutti gli aspetti dell’attività dell’azienda, da quello finanziario, a quello economico e commerciale. Vi è dunque il problema di come definire la separazione tra le classi.
    Attenzione: quando scrivo di separare “grande” da “piccolo”, non cerco di creare l’assioma “grande = vino cattivo, piccolo = vino buono”; Gianpaolo ne è la prova provata, non è quello il modo.
    E’ interessante la precisazione di Gianpaolo circa il numero di bottiglie prodotte: 30.000 sono poche, ma allora quante sono le “tante”? Gianpaolo ne fa, se non ricordo male, 250.000. Egli rappresenta, quindi, il profilo di un certo tipo di azienda vitivinicola italiana, che non è né piccolissima né grandissima, ma certo non si potrà negare che i suoi volumi non siano quelli della maggior parte delle aziende sue colleghe, e che possiede fattori di scelta imprenditoriale ad altri impossibili.
    Gianpaolo ha anche fatto un accenno interessante: “barolo, brunello”. Ma quanti sono i produttori di Barolo e Brunello? Trecento? Bene: oltre a loro, in Italia ne abbiamo altri 770.000, e mi piace pensare che tutte abbiano il diritto di campare.
    Le aziende di Langa e Montalcino tanti problemi potranno avere, escluso due: far sapere/capire al cliente cosa imbottiglino, e dove trovarle. Sono delle privilegiate, non ultimo dal fatto che – almeno fino a ieri – la loro condizione permetteva di vendere a prezzi dall’elevato margine contributivo; come diceva il Marchese del Grillo: “io so marchese e voi..:”.
    La massa delle altre ha, invece, come problema primario, il fatto di farsi vedere, avere l’opportunità di far conoscere i propri prodotti. Il passaggio sotto le forche caudine del mondo delle riviste e delle guide specializzate è oggetto di giusti dibattiti e scazzi da millenni, ma una cosa è certa: stiamo parlando di una forma pubblicitaria, tout-court, e come tale è sottoposto a meccanismi che premiano qualcuno e deprimono qualche altro.
    Troverei la tesi di Filippo corretta, se non fosse che vi sono in giro aziende che scelgono di non essere presenti su riviste e guide, ma non per questo si deve assumere che fan vino cattivo.
    D’altro canto, siamo bombardati da messaggi, soprattutto dai blogs e dalle riunioni tra esperti, che raccontano l’asservimento di gran parte della stampa ai “marchi”. E se anche questa una panzana fosse, provocherei: fornitemi subito (ma subito, perché ho voglia di assaggiarne uno buono adesso, neh?) una guida in cui siano recensite, con metro di valutazione paritetico, trasparente e coerente, in modo da offrire loro il medesimo livello di visibilità, TUTTE le aziende vitivinicole italiane (allegatemi anche Lothar, però).
    In quel modo sì, che uno potrebbe cercare e trovare ciò che vuole: avrebbe l’effettiva possibilità di scegliere, ed ecco che allora potrebbe ben esercitare il proprio mestiere di compratore. Infine, io non mi sento mica bene, se devo identificare come interlocutore delle aziende vitivinicole “l’appassionato che si possa dire tale”. Cosa vuol dire? Che chi non è Membro Anziano del Club del Sacro Ordine degli Antociani deve bere scoasse? Ma allora, scusi, perché l’AIS non chiede all’ineffabile ministro Zaia di chiudere i corsi di degustazione ed almeno 500.000 delle aziende produttrici di vino italiane, alè?
    Oggi la GDO tiene stretto in pugno il 60% del volume di vendite di vino. Non ho cifre circa quante siano le aziende da essa distribuite, e sparo: 1000, 2000?
    E’ notizia diffusa da pochi giorni la scelta d’indirizzo della GDO di installare all’interno dei supermercati dei tecnici (sommellier? AIS?) che supportino il compratore nella scelta del prodotto più adatto a lui. Il Vinitaly sarà il luogo in cui “discuterne”.
    Scusatemi, ma io ho trovato la voce agghiacciante: aldilà di ogni valutazione etico-deontologica, questo vuol dire che i “marchi” stanno per ottenere un ulteriore vantaggio, che è quello della fidelizzazione del consumatore. E quando il popolo bue sarà stato definitivamente abituato a bere cabernello, più di qualcuno riderà, ma troppi altri piangeranno.
    Uhm, Frank, il cerchio si restringe, solo che stavolta in mezzo non ci stanno i conestoga, ma i Mohicani.

    Conclusioni? Arrivano.
    Se qualcuno ha inteso che io indicassi Internet come l’’unica’ via per distribuire vino, certamente mi sarò spiegato male, e me ne scuso.
    Internet è solo un passaggio obbligato, perché le altre vie sono strette, ancora di più si stringeranno, e certamente intasate. Si dirà: “questo è il Sistema, qualcuno vive, e qualcun altro muore”. Bene, ma prima che succeda a tuo cugino, pensiamoci su, e possibilmente insieme.
    Quel che affermano Stefano e Paolo è verissimo: una bottiglia di vino che non sia da investimento non è un bene durevole e la spesa di trasporto incide pesantemente sul valore all’acquisto. Chi ordina un libro ad Amazon lo fa conoscendone i limiti fisici, non teme che nel trasporto il barolo sia diventato gasosa. Un CD puoi tenerlo dritto in piedi (sì?) per dieci anni senza che crepi.
    Vero anche che il mercato statunitense è grandissimo e compatto sul piano comportamentale, dai gusti adatti a stili che le migliori produzioni nostre evitano, ma non credo si possa dire “chiuso”: esso importa un terzo dei loro consumi di vino dall’Italia, e tra i nostri esportatori vi sono anche aziende “piccole”, ma davvero poche (mi sembra poco più di 1.000), e spesso si tratta proprio di “marchi”, per le note questioni redazionali di cui sopra e sotto, dappertutto.
    La domanda è: e se il mix dei prodotti distribuibili in Italia ed esportabili nel mondo potesse allargarsi anche a produttori oggi non (bene) rappresentati qui e lì?
    Ecco, cosa intendevo: c’è un terreno di pesca che oggi non vede come protagoniste la maggior parte (il 90%, Stefano?) dei nostri produttori, e può essere trovato solo qualora le aziende acquisissero un peso specifico commerciale che – individualmente – non hanno oggi e che un po’ per volta perderanno ancor di più, e questo è amaramente indiscutibile.
    In situazioni come quelle correnti non è il mercato a decidere cosa comprare, ma il Sistema Commerciale Organizzato ed Imposto da chi può permettersi investimenti in marketing capaci di colpire ed a rastrellare i clienti da dove sono, per portarseli a casa propria.
    Il mercato degli iniziati capaci di cercare ed acquistare direttamente i prodotti è dimostratamente troppo piccolo per mantenere le aziende OGGI, e domani lo sarà anche meno. Le leggi speciali a supporto delle aziende che mi/ci interessano (ha ragione Paolo) non funzionano, non è detto che proprio adesso saranno riproposte e finanziate, e poi la Comunità Europea certo non suda dalla voglia di proteggere i viticultori italiani.
    E’ vero che il prezzo del petrolio è sceso (della coca non so, non fumo neanche), ma so anche che le piccole aziende si sono trovate quasi di colpo coi magazzini pieni (sto parlando di gente, ad esempio, che pur facendo vino di qualità ha uno stock inevaso di 5.000 pezzi su 6.000). Certo, quelle che hanno avuto la capacità, la bravura e la fortuna di scavarsi una nicchia esistono, ma quante sono?
    In questi momenti (e vado alla Crisi) si sa che la “ripresa” ci sarà. Ciò che non si dice è che – dalla rivoluzione industriale, dal ’29 in qui: guerre mondiali, crisi petrolifere, Golfi, 11 settembre e via – le crisi passano ed arriva la ricrescita, ma chi la farà saranno le grandi aziende, quelle che per fattori finanziari ed economici hanno la materiale capacità di restare in piedi durante la Crisi, fino a quando il mercato si riaprirà, vergine ed affamato, e loro ci saranno, ma tuo cugino forse no. Da quel momento in poi, San Vincenzo Ferrer, san Brunello, Noè, proteggetemi/ci voi.
    Poiché non ambisco a finire sparato davanti ad un motel, né a diventare President of the United States e né a fare il segretario trombato di un partito politico italiano, scriverò: “I have an idea”. La quale è un gruppo di aziende vitivinicole indipendenti, che abbiano omogenee: idee circa l’etica della produzione del vino nel rispetto della tradizione e del territorio di localizzazione; capacità circa la definizione ed il rispetto di standard di qualità di produzione; esigenze; visione delle prospettive commerciali.
    E’ un casino? E’ aria fritta? Sono generico, superficiale? Per definizione le aziende piccole hanno proprietari con la testa piccola e non vanno d’accordo tra di loro? Ci sono già i consorzi locali ( ed monopoli di cui scrive Paolo)?
    Raga, sì, raga, no. Se c’è un modo di non far funzionare quelle iniziative è essere territoriali, condizione su cui allignano politica, spreco, delusione e cagnara. Se c’è un modo di farle funzionare è avere un unico obiettivo comune, che è campare, senza se e senza ma.
    Un esempio fiacco? Il “dilemma del prigioniero”, lo si insegna in Teoria dei Giochi. Andatelo a cercare – se vi piace – su quella cosa inutile per trovare informazioni “strane”, che è internet, o Google, sai.
    Internet diventa allora uno strumento di supporto, che OVVIAMENTE non va pensato come l’unico (la questione divulgativa va affidata ad altri mezzi, ossia alle persone, come dice giustamente Filippo, ma un conto è organizzare una serata di degustazione pagandosi un terzo delle spese, altro è organizzare un Italian Wine Trail col pullman colorato ad hoc) , ma è anche l’indispensabile, e quello che garantisce il più rapido “Return of investment”, al costo/contatto più basso. I negozi on-line sono degli intermediari, comunque, e poi ormai sono obsoleti, perché “pensano” come fa un agente “old fashion”, come ancora ben dice Paolo. Dal 2001 ad oggi Internet si è rivoluzionata ed ha mutato l’atteggiamento dei propri fruitori, in arrivo c’è Web 3.0 quando ancora pochi sanno che esiste Web 2.0 e troppi hanno dei siti statici, invisibili ed improduttivi. Ma questo si risolve, non ci vuole niente.
    Sì, secondo me si può fare meglio: bisogna pensare, capire, comunicare, comunicare, comunicare, ancora comunicare ed infine accendere i motori.
    L’Utopia è un concetto. Ma Oligopolio no, diavoloporco, è una (amara, almeno per me) realtà.

    Grazie per l’attenzione, ad majora.

    Ugo

  18. No, non lo è o meglio non è solo quello. Intanto però precisiamo che quei ricarichi si aggiungono a quelli già fatti in precedenza: quindi se tu produttore vendi a me distributore a 5+IVA, io aggiungo il mio 30% minimo, saliamo a 6.5+IVA, poi io rivendo all’ingrosso ad un altro che aggiungerà il suo 30% minimo ed arriviamo a 8.45+IVA. In finale il consumatore, se tutto va bene, pagherà quella bottiglia 10.14.
    Da consumatore dico che anche nella GDO i prezzi sono saliti. Tralasciando il succo d’uva degli industriali, il vino che viene fatto veramente da un produttore sta sparendo dalla fascia 4-6€ e lo si ritrova nella fascia 6-8€. Ovvero sotto i 5€ ci sono quasi solo più i prodotti industriali. Sull’efficienza logistica sorvoliamo molto in alto, così come per gli incassi e gli insoluti. E qui ritorniamo alla necessità di una legge: è mai possibile che ancora nel 2009 non sia possibile pagare una fattura a 30gg? E’ possibile che il vino sia questa merce così difficile da vendere senza una pletora di intermediari, esperti, consulenti, narratori e quant’altro che ci speculano sopra? Infine ti sorprendo con una provocazione: saresti disposto a vendere, senza una rete commerciale, a chiunque, privato, ristoratore, enotecario, distributore, esportatore che sia, stabilendo tu i prezzi con un listino differenziato esclusivamente con pagamento alla consegna? Ci stiamo avvicinando al Vinitaly, pensa cosa succederebbe se tutti gli operatori, anche solo in un padiglione, decidessero all’unanimità di fare così…

  19. @Patrizia
    Non ho capito perchè la legge impone un ricarico all’enoteca, mentre il supermercato è esente…
    E poi i produttori le fanno così tanta concorrenza con la vendita diretta?
    Faccio un esempio: a me piace molto un vino della Borgogna, se me lo faccio spedire a casa a Torino pago 420€+65€ di spedizione a cartone, se vado di persona lo prendo all’ingrosso 320€+105€ di viaggio, se vado a prenderlo a Genova dall’importatore lo prendo all’ingrosso 360€+45€ di viaggio, in ogni caso lo pago sempre meno in enoteca (l’unica che ce l’ha), 464€, perchè non faccio fatica e non spreco mezza giornata che a me costa.

  20. Gianpaolo, sì, Gianpaolo, no; Paolo: altrettanto. Se ci si orienta a pensare che il “problema”, o anche il padre di Tutti i Problemi sia il prezzo, secondo me stiamo cadendo nella Famosa Sindrome del Capitano Drogo. Il prezzo non è un elemento assoluto, e l’idea che sia lui a determinare il successo di un prodotto è un postulato errato. Il prezzo di VENDITA (non di produzione o distribuzione, che vengono dopo) lo fa il mercato. La maggior parte dei consumatori ha un “orientamento all’acquisto”, che si basa sulla propria disponibilità economica, ma questa diventa pratica in relazione al personale interesse verso uno specifico oggetto. Esempio estremo: uno può mangiare pane e cipolle per sei mesi, per potersi permettere una singola bottiglia di un Famoso Supertuscan, e poi bersela da solo, col tost. Il prezzo non è mai il primo, nella scala dei fattori decisionali nell’acquisto di un bene: viene prima di lui (tra le altre cose) lo stimolo dato dal desiderio, così come codificato da quel tizio, Maslow. Il consumatore dà un valore al prodotto secondo quello che considera un rapporto qualità/prezzo che gli stia bene, e sceglie in base a criteri personali che includono più motivi, il quali, se vengono esaminati campionando la massa, producono dei profili. La definizione delle fasce di prezzo è una semplice conseguenza di quel genere di osservazione. Le grandi aziende, che hanno un obiettivo massivo (è per questo che proponevo di distinguere in solo due classi i produttori), questo lo sanno bene, ed orientano conseguentemente non la vendita, ma l’intera gestione dell’azienda, fino all’acquisto di terreni in cui piantare barbatelle dalla dubbissimissima dignità territoriale, ma dalle quali trarranno oggetti che hanno elevate probabilità di essere venduti. Sottolineo il fattore “scelta”: il topo nella gabbia fa il suo mestiere di compratore di vini secondo ciò che gli viene offerto e/o propinato. I topi sono gli obiettivi delle grandi aziende (produttori e GDO) e poiché esse hanno bisogno di far conoscere (imporre) i loro prodotti, inducono la Cosa, la “comunicazione” a collaborare. Questo sta alla radice del problema delle guide e delle riviste specializzate, che solo raramente riescono ad essere indipendenti: non si mangia polenta. E poiché anche i giornalisti, gli enologi, i consulenti d’immagine vogliono campare, ecco che il Sistema è costruito, ma ricordiamoci che non è asservito alla soddisfazione del consumatore, né al miglioramento della sua cultura. Ne rimangono fuori le frange ed i “borderline”, che si incontrano nelle “contro fiere” ed in certe enoteche ed in questo ed altri blog, ma che sono per questo osservati ed affrontati non per comunicare, ma per essere annusati, conosciuti meglio, ed infine – in ogni circostanza possibile – combattuti e vinti: pesce grande mangia pesce piccolo, mentre cane non mangia cane.
    Un aspetto interessante è che come esistono le Fronde dei Consumatori, vi sono anche quelle dei produttori: citiamo Vini Veri, come esempio. Proviamo a farli incontrare, quei due schieramenti ma scusatemi se percepisco anche un laterello di compiacimento, in alcuni dei membri del Club, che a volte si avvita nel legno tenero dell’inerzia e della sconfitta, e questo mi dispiace.
    Il problema di fondo è che ambedue le correnti minoritarie sono e rimarranno tali SOPRATTUTTO a causa del fatto che ciascuno dei piccoli produttori non ha la capacità economica di sviluppare marketing abbastanza efficace da competere col battage dei grandi. Poiché ritengo che questo sia il vero problema, e lo dico da consumatore e topo, l’idea di un modello di offerta diverso da quello attuale, che mi permetta una scelta libera, è una esigenza.
    Resto del parere che per uscire da quella gabbia vi siano solo due strade: l’intervento legislativo e/o l’evoluzione del modello di offerta al consumatore. Qualora il primo non ci fosse, o non bastasse, sono gli imprenditori a dover provvedere: non sarà comodo, ma è così.
    Dunque concordo con Gianpaolo, “il problema semmai e’ nell’estrema frammentazione della proposta, fatta di miriadi di figure commerciali diverse, dalla vendita diretta al consumatore”, con Patrizia “La rete commerciale stabile garantisce al produttore una dimensione “aziendale”; ha regole e costi, ma se efficiente, corta e trasparente, rende. Altrimenti siamo al produttore-bottegaio: allora si venda tutto il suo vino da solo” e con Paolo, “E’ possibile che il vino sia questa merce così difficile da vendere senza una pletora di intermediari, esperti, consulenti, narratori e quant’altro che ci speculano sopra?”.
    Gianpaolo: “Il problema non e’ neanche il costo della distribuzione, che e’ giustamente un terzo del costo del vino, il problema e’ rendere questo costo il motore di un sistema efficente, limpido, capace di creare valore per i produttori e per il resto della filiera, e quindi, alla fine, per il consumatore.” “Tutto questo e’ figlio dell’anarchia italiana e dalla mancanza di imprenditori della distribuzione capaci di riorganizzare questo caos. Il problema non e’ neanche il costo della distribuzione, che e’ giustamente un terzo del costo del vino, il problema e’ rendere questo costo il motore di un sistema efficente, limpido, capace di creare valore per i produttori e per il resto della filiera, e quindi, alla fine, per il consumatore”. Patrizia: “La soluzione sta nel regolamentare la vendita e premiare le professionalità con la consapevolezza dei costi della vendita stessa”. Mi piace.
    Temo, invece, che Patrizia sbagli qui: “Non sarebbe meglio separare chi produce da chi vende, responsabilizzando gli uni e gli altri nei loro rispettivi ruoli?”, alludendo alla funzione dei rivenditori specializzati. Ma la situazione è già quella: vendita, acquisto. Solo che la potenza di fuoco vincente è della GDO, e quella in cui opera Patrizia è costituita da un pattuglione, mentre ci vorrebbe un esercito. Così non fosse, avremmo centomila enoteche, presiedute tutte da possessori di Pòrsce Carrera GT nuove e fiammeggianti. Le enoteche sono adatte a fare un lavoro specifico, orientato a fidelizzare la clientela, ma soffrono – come giustamente osserva lei – proprio della disorganizzazione del sistema commerciale, che si presta a mille e più triccheballacche, ma si può fare molto per migliorare la soddisfazione del loro lavoro: Patrizia lo conferma.
    Alla bruttoggiuda: vi sono e vi saranno sempre consumatori orientati ad andare al supermercato, ed altri a fare due ciacole con l’enotecario o il ristoratore, ben consapevoli di pagare quelle chiacchiere con un prezzo un po’ più alto che nel primo scenario. Io penso che sia possibile aumentare la fetta di questi ultimi, e contemporaneamente anche quella degli acquirenti non-iniziati, attraverso un sistema comunicazionale che ora non c’è, non esiste.
    Come esempio, sottolineerò che l’unica vera fiera popolare, dove uno potrebbe incontrare TANTi produttori, il Vinitaly, è chiuso al consumatore, ed ingenuamente mi chiedo se questo non sia un altro espediente per lasciare il popolo bue fuori del sistema.
    Un pensiero è rivolto a Paolo: “provocazione: saresti disposto a vendere, senza una rete commerciale, a chiunque, privato, ristoratore, enotecario, distributore, esportatore che sia, stabilendo tu i prezzi con un listino differenziato esclusivamente con pagamento alla consegna? Ci stiamo avvicinando al Vinitaly, pensa cosa succederebbe se tutti gli operatori, anche solo in un padiglione, decidessero all’unanimità di fare così…”
    Giusto: facciamo in modo che se ne parli, provochiamo, proviamo a guardare dietro l’angolo e cerchiamo di migliorare la conoscenza attraverso la comunicazione ed offriamo ai due lati della mela informazioni corrette, ma dobbiamo farlo in modo potente, e democratico (ops!), guardiamo a chi ha già fatto esperienze che funzionano, anche se magari sono all’estero. Populisticamente chiedo dove: al Vinitaly? Sui blogs, la sera a cena? In enoteca, in osteria, alle riunioni AIS, nelle piazze, nei tribunali? Diamoci una mossa, raga, che lì fuori pioverà per un bel pò.

    Ugo

  21. Ugo, l'”appassionato che si possa dire tale” da me citato nel contesto del discorso sul modo che il consumatore ha di reperire il vino desiderato, ovviamente non e’ affatto un plurititolato assaggiatore o il membro di qualche esclusiva setta. E’ semplicemente una persona che non si ferma davanti a un numero di telefono o a un indirizzo postale o di email e che si prende la briga di contattare direttamente il produttore anche solo per scambiarci due chiacchiere, prendendosi con essa briga anche il rischio di trovare al posto del produttore qualche altro addetto totalmente incapace di dare una risposta, o di non avere riscontro del tutto. Un appassionato che si possa dire tale non si ferma di fronte alla mancanza di un sito di ecommerce in cui sia possibile perfezionare l’acquisto del vino desiderato con tre o quattro colpi di mouse. Mi sbaglio? Suona troppo selettivo come criterio?

    Quanto alla mia tesi che troveresti corretta “se non fosse che vi sono in giro aziende che scelgono di non essere presenti su riviste e guide, ma non per questo si deve assumere che fan vino cattivo”, c’e’ probabilmente un fraintendimento dal momento che non mi sognerei mai di contestare il dato di fatto che enunci e che ho qua sopra citato fra virgolette. Immagino che la tesi cui alludi sia quella della formazione della percezione del valore (d’uso e anche di scambio) di un vino all’interno del circolo consumatore-produttore-critici. Bene, se come penso e’ questa, faccio presente che essa non presuppone affatto la partecipazione a guide e riviste come requisito essenziale perche’ quella percezione possa formarsi. Si puo’ parlare di critica anche (soprattutto!) quando la recensione non e’ richiesta, ossia quando non ci si candida a nessuna selezione, non si richiede nessun inserimento. Prendiamo l’esempio di un produttore recentemente scomparso, diventato famoso anche per la sua programmatica diserzione da guide e quant’altro, il compianto Teobaldo Cappellano. Forse che i suoi vini non hanno mai goduto della considerazione della critica, intesa nel suo senso piu’ ampio e completo? Non so quanto questa mia considerazione potrebbe essere piaciuta a Baldo, ma il mio punto e’ che l’unico modo per non essere assolutamente considerati dalla critica sarebbe quello di non esistere. Ma credo di intendere il senso piu’ ristretto e preciso della diserzione di Baldo, e secondo me non riguarda “la critica”, bensi’ un fenomeno piu’ ristretto e particolare all’interno dell’universo della critica, qualcosa piu’ contiguo agli aspetti deteriori dei fenomeni della spettacolarizzazione e dello star system.

    Circa l’idea di un gruppo di produttori indipendenti (nozione che mi sembra di per se’ ossimorica: se sono indipendenti non fanno parte di gruppi, se sono parte di un gruppo cessano di essere indipendenti) con idee omogenee, direi che a parte il dettaglio di avere idee omogenee (che porterebbe alla formazione di migliaia di gruppi diversi, fra loro non solo in competizione ma in lotta), iniziative simili esistono gia’. Ogni gruppo con la sua idea di vino, col suo manifesto, disciplinare ecc.. Il problema e’ semmai che di gruppi e associazioni c’e’ ne’ persino troppi rispetto all’esigenza di “bucare lo schermo” nel marasma di informazione da cui siamo tutti bombardati.
    Io credo che le cose siano meglio lasciate a se stesse il piu’ possibile. Credo cioe’ nelle capacita’ ultime di trovare la via migliore che un sistema naturale col tempo ha. Interventi legislativi possono solo peggiorare le cose, in genere. Ci sono delle eccezioni, o per meglio dire esistono degli ambiti in cui e’ non solo possibile ma persino auspicabile un’azione normativa e -soprattutto- di “enforcement”. L’ambito dell’ igiene e salute degli alimenti. Quello dell’igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro. Quello della corretta descrizione di un prodotto. Ecco: io credo che sarebbe bene che l’intervento delle istanze istituzionali sarebbe bene si focalizzasse su questi punti: qualita’ del prodotto, rispondenza del prodotto all’etichetta (intesa in senso ampio), disciplina sensata di quello che va in etichetta, ossia inquadramento sensato delle categorie descrittive di un prodotto (nel nostro caso di un vino). Sarebbe per esempio opportuno che la si smettesse di confondere le tre cose concettualmente diversissime che al momento sono grandemente mischiate dall’attuale sistema di denominazione di un vino: qualita’, origini territoriali, tipicita’.

  22. @ I venditori al dettaglio sottostanno ai paramentri di settore, la GD invece no.
    In Francia – e solo talvolta in Italia – i produttori rispettano il rivenditore; in Italia se lei come privato cittadino si reca da un produttore facilmente paga lo stesso prezzo che viene fatto a me che rivendo. Questo è scorretto e in questo senso il produttore fa concorrenza al venditore. Per non considerare poi quei rappresentanti che vendono anche ai privati e non solo ai titolari di partita iva. C’è una confusione di ruoli esagerata. Inoltre, se lei da privato acquista all’estero non deve fare nessuna pratica legale; se una enoteca acquista all’estero è considerata importatore e deve sottostare ad una serie considerevole di gabelle e procedure amministrative: serve il codice di accisa, il magazzino fiscale, i documenti Intra, il Das.. le basta?Al prezzo sorgente applichi quindi il margine minimo che è quello imposto dai parametri di settore e il risultato è fatto. Il prezzo si forma in modo corretto solo se fra produttore e venditore ci sono coerenza e rispetto: in caso diverso, i professionisti della vendita, che svolgono un servizio reale al consumatore da un lato ma anche a tutti quei produttori che non hanno rete commerciale e hanno bisogno di “essere” presenti sul mercato, a buon diritto si rivolgeranno sempre più solo a chi sceglie loro come tramite. Altrimenti, come dicevo, è bene che il produttore apra bottega e si arrangi da solo, pagando tutto quello che pagano le enoteche. Internet non risolve questo problema, a meno che non si parli di portali capaci di avere in esclsuiva la distribuzione dei marchi che propongono. Sempre comunque il punto di partenza è il comportamento del produttore: non si può servire Dio e mammona…

  23. Ugo, da come scrive si direbbe un guru del marketing, abituato a misurare le situazioni coi numeri.
    Ma lei è davvero così sicuro che le teorie che espone e le esperienze di cui parla possano essere valide anche per il mondo del vino? Non le sembra di volare troppo alto?

    Mario

  24. @Patrizia
    Allora si vede che la mia realtà e la sua sono diverse, eppure Cremona non è così lontana da Torino. Guardi, io ho più di 500 fornitori, ma nessuno si sogna di fare il prezzo all’ingrosso ad un privato, però non praticano neanche quello che può trovare in una enoteca del centro di Milano, ovviamente, potrà essere un 10% in meno circa. Tenga anche presente che il privato fa un viaggio per andare a prendersi il vino. Non credo che i suoi clienti di vernaccia di S.Gimignano partano tutte le domeniche per fare rifornimento in Toscana, tanto da crearle problemi….o no?
    Poi sugli agenti di commercio ci sarebbe tanto da dire, ma lasciamo perdere.
    Sulla GDO concordo, adesso mi è chiaro cosa voleva dire, ma la colpa è della Confcommercio che ha lasciato fare quelle concessioni, IVA agevolata compresa, indietro non si torna, si fa prima a bloccare le aperture.
    Invece le ho fatto l’esempio francese dove, se nota, io pago all’ingrosso, con relativa documentazione perchè la mia azienda ha il suo bravo codice all’agenzia delle Dogane di Genova, proprio per dimostrare a tutti i lettori che sia internet, sia il cosiddetto self-service anche per chi ha la partita IVA non è poi così conveniente. Da Torino in Borgogna ci impiego lo stesso tempo che andare a Forte dei Marmi, però devo sottrarre al lavoro mezza giornata buona, la mia schiena ne risente ed alla fine ho risparmiato sì e no 50€, ne valeva la pena?

    Seconda cosa, noi abbiamo fatto e-commerce 10 anni fa: allora con 118.000 lire si spediva a Londra un cartone da 6 nel suo imballo specifico per via aerea. Fatti i debiti conti un privato, appassionato di Brunello per esempio, risparmiava col cambio mediamente 8/10.000 lire a bottiglia rispetto al prezzo della stessa bottiglia venduta in enoteca e da noi trovava anche diverse annate. Con l’arrivo dell’euro i corrieri, si sono comportati tutti allo stesso modo, hanno convertito le 118.000 lire in 118€, a quel punto è finita la fiera, non c’era più nessuna convenienza e noi ci siamo riposizionati sul mercato.

    Terzo, non è possibile avere esclusive nell’e-commerce, nessuno in Europa ha il potere economico per farlo, lo potrebbe fare un’industria od una grande cooperativa, già noti sul mercato, che decidono di utilizzare esclusivamente quel canale, sia all’ingrosso che al dettaglio e che vendono solo il loro prodotto. In altri settori, caldaie a gas per esempio, ci sono delle ottime realtà. Amazon venderà il solito cabernettaccio californiano, di certo non l’Amarone. Se voi aveste studiato l’esperienza di Richard Branson, patron della Virgin records, con il Virgin-wine, la Virgin-cola etc. sapreste che è stata fallimentare. I prezzi erano bassi, facevano continuamente offerte, ma il prodotto era veramente pessimo. In 2 anni ha chiuso.
    Concludo che in Italia le regole nel commercio ci vogliono, poche e chiare, ma soprattutto ci vogliono i controlli e non quelli degli scontrini fiscali, altrimenti non cambierà nulla e tenete presente che le banche hanno più interesse a dilatare i debiti per tenere in pugno le aziende che a rientrare degli investimenti. Attenzione che questa è una enorme stortura del mercato, infatti in Italia non ci sono norme chiare sui pagamenti, sull’usura, sull’autoriciclaggio, la UE ci multa, ma poi nessuno paga lo stesso, chissà come mai?

  25. @Ugo
    Io penso che sarebbe bene approfittare di questo momento di crisi per ridimensionare gli eccessi e potare i rami secchi, vedi gli enologi che fanno consulenze a 30 o più aziende contemporaneamente, giornalisti che il più delle volte parlano a vanvera, un mucchio di riviste e guide inutili che sono lì solo per vendere spazi pubblicitari, una pletora di parvenues che si ritengono nasi sublimi, arredatori di cantine, sommeliers dei VIP, guru dell’abbinamento dei colori nel piatto etc.etc.
    Poi poche regole chiare e precise: per i produttori definiamo cosa è vino e cosa non lo è. Via i mosti rettificati/concentrati, tannini sintetici, lieviti in bustina, solfiti, lacche, gomme arabiche, bentonite, trucioli e quant’altro.
    Per i venditori 2 figure sole,ingrosso e dettaglio ben separati, senza parametri di settore, ma con scontrini e fatture on-line da inviare obbligatoriamente alla chiusura, quindi tutti sullo stesso piano e chi è più capace incassa di più.
    Solo che tutto questo non fa comodo a troppe persone….. e allora che si fa Ugo?

  26. Con rispetto parlando suggerirei di darci una calmata. Vedo mettere nello stesso periodo (inteso in senso sintattico), all’insegna del “via..”, ossia dell’ora basta con, i seguenti articoli/gadgets: mosti rettificati/concentrati, tannini sintetici (sic), lieviti in bustina (la bustona da un chilo e’ ok? cosi’ per capire..), solfiti, lacche, gomme arabiche, bentonite, trucioli, quant’altro (quanto?).
    Ora io mi domando: e’ questo un blog dove si discute o e’ un autobus sotto il solleone con l’impianto di condizionamento guasto? Stiamo parlando con cognizione di causa o stiamo inanellando slogan? Alla faccia delle poche regole chiare e precise!
    Patrizia, mi scusi, o scusami, mi pare il caso di fare un paio di precisazioni.
    Una, in punto di merito su un dato di fatto, la metto per prima: il produttore agricolo ha diritto per legge di vendere al privato consumo (vendita diretta) i suoi prodotti avendo una semplice DIA al comune come procedura abilitativa. La vendita all’ingrosso e’ ovviamente immediatamente possibile senza alcuna formalita’. In conseguenza di questo fatto, delle due l’una: o il suo (tuo) auspicio sul produttore che “e’ bene che apra bottega, si arrangi da solo, pagando tutto quello che pagano le enoteche [esercizi commerciali di vendita al minuto, quando non anche di somministrazione, Nota mia]” si basa su un fraintendimento della realta’ di fatto; oppure e’ un auspicio che riguarda proprio la realta’ di fatto, ossia e’ l’auspicio che la succitata situazione a favore del comparto agricolo cessi di essere. Io voglio proprio sperare che si tratti del primo caso, ossia che si tratti di un difetto di informazione su come e’ organizzata la materia da un punto di vista normativo.

    UN’altra precisazione, sempre in punto di fatto, riguarda il dettaglio che i famigerati studi di settore non obbligano l’esercente a guadagnare un minimo tabellato per legge. Essi semplicemente fissano dei minimi tabellati per legge in violazione dei quali sara’ l’esercente a dimostrare che le cose stanno diversamente. In altre parole se non si e’ congrui agli studi di settore semplicemente si viene squadernati e passati al setaccio. E’ appena il caso di aggiungere che se si e’ ok, la cosa si conclude con un “ok, ci siamo sbagliato, effettivamente hai guadagnato cosi’ poco” e bona le’.
    A me questo risulta. Se sono male informato vi prego di correggermi (cortesemente indicandomi una fonte) e saro’ felice di ricredermi.

    Terza osservazione, puramente d’opinione: le (ti) sembra strano/iniquo che mentre un privato puo’ comprare dall’estero (o all’estero) senza troppe formalita’, invece un operatore commerciale che dell’acquisto di beni col fine di rivenderli fa la propria attivita’ d’impresa, debba sottostare a qualche procedura amministrativa supplementare? Se per questo per aprire un ristorante e somministrare al pubblico devo dotarmi di un piano di autocontrollo, avere i requisiti morali, professionali, strutturali, devo redigere un documento per la valutazione dei rischi ai sensi della legge per la salute e sicurezza dei luoghi di lavoro, ecc.. ecc… Invece per cucinarmi una cena a casa mia, e magari invitare degli amici, posso semplicemente farlo senza avviare tutto questo macchinario amministrativo! Pensa un po’ che ingiustizia…
    Non ho poi capito dove sarebbe la “scorrettezza” del produttore che vende il suo prodotto a UN prezzo, sia al privato che all’operatore. Magari fa qualche sconto merce, dopo tutto l’operatore si suppone che acquisti una quantita’ ben piu’ rilevante di quella acquistata dal privato in gita di piacere… eh? come dite? Faccio male a supporlo? Avete ragione, che sciocco che sono. Allora, facendo i conti per bene… vediamo: se vendo a un operatore generalmente questo mi paga differito. E magari passano anche mooolti mesi prima che mi saldi. Il privato invece (sempre generalmente) paga cash sull’unghia. Vogliamo monetizzare il “finanziamento” (cosi’ si chiama quando a comprare qualcosa sono io da privato e non lo pago subito)?
    La vita e’ dura? Eccome, a chi lo dite, e’ durissima. Per tutti. Pensate poi che per chi fa il vino fra il momento in cui si sostengono le spese di produzione e il ricavo dalle vendite passano difficilmente meno di 24-30 mesi. Non parliamone nel caso di veri e propri investimenti come rifare una vigna. A volte, poi, capita anche che grandini a meno di un mese dalla vendemmia. O che passi qualche branco di cinghiali assetati. Riassumendo quest’ultimo discorso, a proposito di mammona: dove sarebbe la “scorrettezza”, che non ho sentito bene?

  27. leggendo questi interventi, ampi, meditati, talvolta un po’ concettosi, ma mai banali, mi viene da pensare che sarebbe interessante fare incontrare le persone che sono intervenute, metterle intorno ad uno stesso tavolo, innescare una discussione che magari possa condurre a sbocchi meno teorici e più concreti…

  28. Filippo, è chiaro che la mia “sparata” verso i produttori è provocatoria e non per quelli che lavorano bene, ma per quelli che lavorano male (industriali).
    Il “sottotitolo” è: tutte le categorie vogliono qualcosa in più, ma qualcuna è pronta anche a rinunciare a qualcosa? Perchè in Italia nessuna categoria vuole rinunciare ai cosiddetti privilegi…
    Poi il rischio d’impresa lo affrontano tutti, ovviamente anche i vignaioli, questo è chiarissimo.

    Approvo l’iniziativa del sciùr Franco, io sono sempre disponibile ai confronti, decidete voi dove e quando.

  29. Uhm.
    Quando ho inviato al nostro ospite Ziliani quella mia riflessione sull’argomento che è titolo di questa pagina, l’intenzione era di lanciare insieme una provocazione, un’idea ed uno stimolo intorno ad un argomento che mi interessa molto, dentro ad un mondo nel quale ripongo parte importante delle mie emozioni, come molti altri amabili umani.
    Poiché dentro a questo cubo di Rubik convivono figure diverse, ancorché complementari, mi aspettavo un dibattito ed il confronto dialettico magari acceso – com’è nello stile di questo blog e del suo patron – ma sempre istruttivo, e possibilmente costruttivo.
    Mi è piaciuto che punti di vista inizialmente diversi siano venuti velocemente a sovrapporsi, e ringrazio per quel che ne ho imparato da ciascuno.
    Credo che un blog, per definizione, sia terreno di confronto dialettico basato sulla libertà di pensiero ed espressione: diciamolo democratico, se vi piace. Poiché confido nel primato dell’intelligenza e della comunicazione, pure pensavo che non fosse necessario tirare una riga fra “chi sa”, e chi no, che si potesse scambiare opinioni fino a formare delle idee, e quindi delle possibilità, delle soluzioni.
    Ma non immaginavo che quella linea fosse così marcata, e che potesse condurre ad un muro-contro-muro, duro, che è l’esatto opposto di ciò che desideravo.
    Poiché non era affatto mia intenzione disturbare gli equilibri che reggono questo blog, mi sia permesso, così come ho acceso l’interruttore, di suggerire ora di spegnerlo, e passare ad altri dibattiti.
    Ciascuno tragga le più personali delle conclusioni. Di mio, suggerisco di incontrare chi vorrà, presso “Vino Vino Vino”, a Isola della Scala. Ziliani stabilisca quando, io ci sarò, soddisfatto che la mia iniziativa abbia portato a qualcosa di realmente buono.
    Grazie a tutti, ed arrivederci in una prossima e straordinaria avventura.

    Ugo

  30. Paolo, bisogna stare attenti a non mettere nello stesso buglione pratiche completamente diverse sia tecnicamente sia “moralmente”. Ne cito solo un paio che oltre a essere ammesse dalla legge sono anche ammesse dalla tradizione e dal buon senso: l’aggiunta di solfiti e l’uso di lieviti; la prima quasi irrinunciabile (il punto semmai e’ di usarne il minimo indispensabile), la seconda da me non praticata ne’ particolarmente amata ma sentita giustificare da serissimi produttori in nome di criteri rispettabilissimi. Vogliamo metterle insieme all’uso di gomma arabica (quanta? e per quale scopo? questo il punto; come stabilizzante ammette un dosaggio e potra’ dirsi alla peggio una pratica forse poco utile; come ammorbidente del gusto vuole dosaggi nettamente superiori, pratica consentita soltanto da un legislatore distratto e assolutamente deprecabile da un punto di vista etico-estetico, a mio parere), all’uso di trucioli? Anche la bentonite: e’ un chiarificante banalissimo che agisce per meccanismo fisico, che non resta nel vino, di cui si puo’ anche fare a meno ma che con vendemmie difficili puo’ essere pure utile.
    Bisogna stare attenti, dicevo, non soltanto perche’ ci vuol poco ad alimentare cacce all’untore basate sul nulla ma anche perche’, non distinguendo il fieno dalla paglia e questa dalla trave, si puo’ far venire il dubbio sul tipo servizio essenziale al produttore si e’ in grado di rendere con la vendita e con la comunicazione del prodotto che l’accompagna.

  31. Vorrei aggiungere al tema del rischio d’impresa una considerazione. Lo affrontano si’ tutti, pero’il mio punto e’ che l’attivita’ agricola e’ di tipo molto particolare. Come si suol dire e’ “sotto al cielo”. Oltre a tutti gli altri fattori di rischio comuni agli altri settori produttivi, l’agricoltura ha dei rischi molto corposi supplementari. Il settore vitivinicolo, per di piu’ ha dei tempi di rotazione del capitale che sono particolarmente lunghi come caso fisiologico (i casi patologici di anomalie atmosferiche tutt’altro che rare, poi, fanno si’ che il capitale non ruota affatto: il raccolto e’ perduto in parte o totalmente). Queste caratteristiche rendono unico il settore primario, come da sempre recepito dal legislatore.

  32. L’argomento è interessantissimo e sarebbe veramente importante confrontarsi apertamente. Aggiungo solo una cosa. Cremona è vicina al piacentino, all’oltrepò pavese, alla franciacorta, al Lago di Garda.
    Lo sport collettivo è acquistare in azienda, non in enoteca e per questo sono costretta – ma anche i colleghi di altre enoteche – a rappresentare pochissimo il mio territorio. Avete idea di come è piacevole stare a sentore i clienti che entrano per comperare un Brunello e ti raccontano che hanno pagato quel franciacorta o quel lugana allo stesso prezzo che viene praticato a me??? E tante volte è accaduto che il consumatore ha conosciuto il marchoi in enoteca e poi è andato a comperarselo in ditta!!
    Ma non ho finito. Come distributori alla ristorazione, scegliamo ovviamente di non essere troppo capillari e di dare rispetto al cliente che usa un certo prodotto. Accade spessissimo che il concorrente vicino, da privato, va in gita dal produttore e questo gli vende il vino. Risultato: il nostro cliente, quello che garantisce all’azienda una continuità di vendita, si infuria e l’altro, che di regola ha voluto fare solo un dispetto, compera solo una volta e alla fine quel vino è fuori da quel giro. Non ci ha guadagnato nessuno.
    Sig. Cintolesi, lei ha mille buone ragioni e la capisco, ma ogni medaglia ha due facce. iL PRODUTTORE DEVE SAPERE COSA VUOLE E COME VUOLE OTTENERLO,
    E’ TUTTO QUI.

  33. D’accordo, Patrizia, d’accordo. Condivido la sua chiusa che mi permetto anzi di estendere dai soli produttori a tutti quanti: tutti gli attori in commedia devono sapere cosa vogliono e come vogliono ottenerlo.
    Mi permetto di sottoporre un particolare del suo racconto alla riflessione: per quale motivo “lo sport collettivo e’ acquistare in azienda”? Cerchiamo/cercate di dare una risposta convincente a questa domanda.

  34. Una volta, parlo dei miei posti, tanta gente veniva nei luoghi di produzione a far rifornimento di vino direttamente nelle aziende perchè come ovvio risparmiava.
    Adesso andare a comprare vino nelle vendite dirette equivale ad andare a comprarlo in un qualsiasi negozio, anzi spesso e volentieri i prezzi sono anche più alti.
    Come mai? Semplice, il negoziante è un cliente fisso a cui si praticano buoni sconti e pagamenti a 60 o 90 giorni, un Chianti Classico esce di media sui 4 € e di media si trova sui banchi intorno agli 8, massimo 10, la vendita diretta al turista o acquirente di passaggio vende allo stesso prezzo, poco più poco meno, quindi dove sta la differenza e il motivo di lamentarsi da parte dei rivenditori?
    La differenza forse sta nel fatto che il distributore negoziante acquista molte volte al prezzo che vuole, altrimenti va da un’altra parte e l’azienda, le non molte bottiglie che vende al punto vendita le mette al prezzo dei rivenditori.
    Dov’è il dramma? Che chi tocca appena quella bottiglia ne moltiplica il valore di varie volte o chi ci sta dietro tutto l’anno in campo per arrivare al prodotto finito cerca di venderselo da solo a quanto lo metterebbe un negozio?

  35. @Filippo
    Non voglio entrare in polemica, ma tra quello che è ammesso in campo alimentare e quello che è salutare la forbice è troppo ampia. Negli ultimi 5 anni io sono diventato intollerante sia ai solfiti che ai lieviti, pensi che paradosso, di alcuni vini che io vendo se ne bevo 2 decilitri mi sento male, per non parlare della maggior parte dei vini serviti nei wine-bars.
    Per rendersi conto di quante sostanze ammesse in campo alimentare siano a lungo andare nocive, la invito a leggere un ottimo blog gestito da una ricercatrice in biochimica: http://trashfood.com/

  36. Se organizzate l’incontro, mi piacerebbe partecipare, ho letto con molto interesse tutti i vostri interventi.
    Un saluto
    Simone

  37. Sì, ho proposto Vino Vino Vino proprio perchè è promosso da Vini Veri: lo trovo un luogo simbolicamente importante, e contemporaneamente ambiente nel quale potrebbero partecipare alle chiacchiere vinose anche persone (espositori e fiancheggiatori) già vicini ad alcune delle mie idee. Che poi magari si scopre che sono anche le loro.

    Ugo

  38. Paolo, il discorso sarebbe lungo. Oltre a cio’ che la legge prescrive, c’e’ anche quello che le regole non scritte del bel gioco impongono. Il problema della salubrita’ degli alimenti e’ anch’esso articolato ma la legge dovrebbe essere (nel senso di credo che sia) abbastanza attenta a questo.
    Essere diventato intollerante ai solfiti e ai lieviti e’ un dramma per un appassionato al vino, perche’ non esiste un vino fatto senza lieviti. Che siano lieviti selvaggi presenti sulle bucce dell’uva o che siano ceppi selezionati, sempre lieviti sono, e senza questi ho paura che l’unico modo per avere dell’alcool nel vino sia quello di aggiungerci etanolo dall’esterno. Diro’ di piu’: i lieviti, pur entrando in modo essenziale nel processo di produzione del vino, con tutte le decantazioni, eventuali chiarifiche e filtraggi che il vino subisce, non finiscono nella bottiglia. Piu’ probabile che l’intolleranza riguardi qualche cosiddetto “eccipiente”. Quanto ai solfiti, idem: non esiste un vino che non ne contenga, in quanto che la produzione dello ione solfito e’ una delle vie metaboliche dei lieviti, il che equivale a dire che i solfiti vengono spontaneamente prodotti dai lieviti durante la fermentazione, spesso in concentrazioni superiori alla soglia che fa scattare l’obbligo di segnalazione in etichetta (10 ppm). Mi permetto di supporre che questa intolleranza riguardi un certo ammontare di solfiti, ossia che si manifesti in prodotti contenenti piu’ di tot ppm (mg/L) di solfiti.

    Sarebbe bello partecipare all’incontro proposto ma temo di non potermelo permettere.
    Incidentalmente mi permetto in questa sede di formulare le mie critiche a Vini Veri e al suo manifesto (se, come credo, non e’ cambiato da un anno a questa parte) che trovo a tratti inutilmente fondamentalista e a tratti troppo generico. Anche lo stesso nome del movimento qualche perplessita’ me la desta: darsi il nome Vini Veri e un ben determinato manifesto equivale implicitamente a dichiarare vini falsi quelli che tale manifesto non seguono, il che non e’ molto corretto. Questo detto al movimento, non ai singoli partecipanti a detto movimento, alcuni dei quali conosco e stimo molto.

  39. Purtoppo, evidentemente non potro’ partecipare al vostro incontro visto che il 3 aprile mi staro’ guadagnando, o almeno ci provero’, il pane in quel del Vinitaly (Area D, Stand E3).
    Ammetto che non sono riuscito a raccogliere tutte le provocazioni di Ugo, e anche che fondamentalmente non ho ancora capito dove vuole andare a parare (e’ bravo, ma gli manca il dono della sintesi se mi posso permettere).
    La cosa che mi sembra evidente, da piu’ parti, e’ che il mestiere di vendere il vino sia un fastidioso sottoprodotto del mestiere di produrlo. Come sarebbe bello se io mi faccio il mio Morellino, gli metto il mio prezzo sopra di euro 5,50 + Iva (reale) e poi aspetto che mi vengano a cercare i seguenti: il privato in azienda, il ristoratore, l’enotecario, il distributore, l’importatore, e persino, e in fondo chi se ne frega, la GDO. Io me ne sto li’ finita la vendemmia, col mio taccuino in mano (o col mio sito internet dove vendo on line), e mi bvendo il mio bravo Morellino a 5,50 + IVA, chi viene viene, il prezzo e’ quello.
    La realta’ invece non e’ questa, per nessuna cosa e tantomeno il vino. Per vendere un prodotto ci vuole chi lo propone, chi lo rende disponibile nei vari momenti della vita di chi lo consuma, che possono essere a casa, al ristorante, al bar. Ci vuole quello che spiega il vino a chi non lo conosce, in fondo non sono tutti degli appassionati come noi i consumatori, e questo e’ il lavoro del dettagliante e del ristoratore. Ci vuole la persona che porta al dettagliante il prodotto, glielo spiega, glielo fa conoscere e glielo rende disponibile in modo commercialmente efficente.
    Tutto questo ha un costo, e quel costo e’ circa un terzo del prezzo finale. Per cui io so gia’ che se il mio prezzo di listino e’ di 5,50 + Iva, saro’ contento di mettere in tasca al netto dei costi circa 3,80 – 4,00 euro, con i quali mi ripaghero’ dei costi di produzione e trarro’ il mio profitto.
    Siccome ogni lavoro ha un costo, anche nel momento in cui mi metto a vendere il vino al dettaglio, per es. in azienda, io assumo che in quel momento sto compiendo il lavoro dell’enotecario, che riceve, spiega, in alcuni casi rende disponibile l’assaggio, e come tale ne assumo il prezzo. Questo anche perche’ non considero l’enotecario (o il ristoratore) un accidente di percorso utile a svuotarmi la cantina, ma come il terminale necessario perche’ il mio vino sia disponibile alla maggior parte dei consumatori potenzialmente interessati, e che lo sia nelle migliori condizioni possibili, per il consumatore e per colui che gli rende il servizio.
    Quindi, e anche io perdo il dono della sintesi, il problema non e’ quello di ridurre la filiera per poter, io produttore mettere un 10% in tasca in piu’ o far pagare un 10% in meno al consumatore, ma e’ quello di renderla efficente in modo che ogni passaggio abbia un valore aggiunto vero. Come per es rendere possibile all’enotecario e al ristoratore la possiblita’ di acquistare solo 6 bottiglie di un mio vino, anche miste se lo vogliono, senza doversi caricare il magazzino di scorte estremamente costose. Esiste gia’ la soluzione, si chiama distribuzione. Ma in Italia e’ poco sviluppata, anzi si discute sul fatto che porti via troppe risorse (il fatidico 33%) invece di pensare a come farla funzionare e perche’ da noi non funziona.
    Io sospetto che uno di questi motivi sia legato al mito della filiera corta, che puo’ andare bene per gli ortaggi o per vino sfuso, ma non per un prodotto come quello di cui si discute qui.
    Ecco, di questo mi piacerebbe discutere, magari non durante il vinitaly 😉

  40. Eh, Gianpaolo, purtroppo certe materie non sono assolutamente compatibili con la sintesi, tanti sono gli aspetti e le variabili da considerare. A meno che non ci si limiti a sparare tavole di numeri, o non si sia uno di quei consulenti – altrimenti detti Guru – che arrivano in azienda, ti fanno un contratto di Xmila Euri, ti sparano due proiezioni di vendita a dieci anni (tanto, fra dieci anni, chi si ricorderà delle cazzate che ho detto), e ti predicano le strategie ed i metodi per conseguirle, sacrosantemente fotocopiate.
    Poi se ne tornano a casa, e tu sei pirla come prima, uguale.

    Mooolto d’accordo con lei, se me lo permette verrei a trovarla io, allo stand, il 1 aprile, durante l’allestimento. Già, perchè essendo io tanto appassionato ma gnente Guru, vado ad aiutare una sua collega ad allestire lo stand. E’ un buon compromesso: un minimo di fatica, e la soddisfazione di andare a trovare qualche amico, e berci su un’ombra di quello buono, in strabenedetta compagnia.
    Magari si parlerà un pò anche di rogne, ma ci sta, possiamo essere complementari, non divisi.

    Ugo

  41. Questo argomento è un argomento che mi prende particolarmente e mi potrei divulgare troppo e per evitare (spero) Rispondo ad una domanda di Filippo Cintolesi

    “per quale motivo “lo sport collettivo e’ acquistare in azienda”?”

    Semplice perchè in Italia si cerca sempre di essere più furbi (per nn dire altre parole) di altri, Si pensa che facendo cosi la gente risparmia ecc. Quando invece è solo un rovinare il mercato…

    Ora chiudo qui il mio intervento perchè mi divulgherei troppo e sarei noiso… Ma io dico solo una cosa Facciamo in modo di fare una catena di mercato invece di pensare al nuovo mondo “Virtuale” se le radici sono poco profonde di mentalita di mercato come si puo “Allargare” ?

    Saluti a tutti

    P.s. Sarebbe bello un incontro !!!

  42. prendiamo atto che a Vini Veri il Paglia non potrà esserci. E se gli chiedessimo di ospitarci in azienda, area Morellino di Scansano, per un incontro-dibattito (magari da trasmettere live tramite i nostri blog) sui temi trattati?
    Oppure un’alternativa potrebbe essere qualche altra azienda piemontese o veneta dove trovarci

  43. Direi che reinventarsi il modello di business non vuol dire semplicemente denigrare la distribuzione o proporre l’alternativa online (che perlatro nel caso del vino non “diffuso” soffre anche del problema “assaggio”), ma provare ad estrarre di più da quello che abbiamo oppure trovare quello che manca. Se guardiamo banalmente ad internet e a quello che avrebbe dovuto fare per come lo vedevamo nel 2000 e per come poi si è rivelato, direi che da soli senza commenti ci rendiamo conto che è semplicemente “un nuovo canale”. Ma la realtà, quella tangibile resta. E “credo” mantenga un senso: quanti di voi hanno provato qualcosa offline e poi magari (soprattutto nell’elettronica) lo hanno comprato “a sconto” online? Stai a vedere che gira gira finisce così anche col vino….
    Io, la dico tutta: spero di no! 🙂
    Buon Vinitaly a tutti, sperando porti con se un po di positività.

  44. Io sarò a Villa Boschi il 4.
    L’ipotesi del sciùr Franco per me va bene, non so quando potrò esserci, ma non voglio pesare sugli altri. Decidete voi io mi adeguerò.

  45. @Ugo. Purtroppo io arrivero’ a Verona la sera tardi del 1 Aprile in quanto sono all’estero. Ma potremmo prendere la proposta di Ziliani di organizzare qualcosa di piu’ organico.
    @Ziliani. Per me va bene, sia da me che in altre zone, l’importante e’ organizzarci per tempo.

  46. avviso a tutti coloro che sono intervenuti in questo post con i loro commenti. Esiste la concreta possibilità di trattare tutti questi temi, possibilmente in maniera meno centripeta e dispersiva, in un convegno tavola-rotonda che amici (sui quali mantengo per il momento l’anonimato) mi hanno detto essere interessati ad organizzare ad inizio giugno in Toscana, zona Siena. Invito pertanto Ugo, Gianpaolo, Filippo, Patrizia, Paolo, Giorgia, a pensare ad un tema unificante e chiaro per questo incontro e ad una serie di temi, tra loro legati, da mettere in scaletta

  47. Ovviamente troverei molto allettante l’ultima proposta di Franco, che ringrazio dell’invito anche a me rivolto, ma trovo anche poco rilevante una mia presenza a un dibattito simile, se non fra le seggiole del pubblico che assiste. Il senso di questa mia affermazione sara’ piu’ chiaro alla fine di questo commento.
    Mi permetto infatti un’ultima precisazione perche’ non vorrei che dalle parole dei miei commenti si traesse l’idea che io considero distribuzione e vendita come corpi parassitari di un immaginario asse virtuoso produttori-consumatori di cui sia auspicabile la sconfitta da parte delle forze di tale asse. No, il mio punto e’ invece esattamente quanto sintetizzato da Gianpaolo con l’espressione “che ogni passaggio abbia un valore aggiunto vero”. Ecco, questo era il senso del mio chiedere il perche’ della situazione denunciata da Patrizia, perche’ e’ uno sport collettivo l’acquisto in azienda. Da questo punto di vista non trovo per nulla convincente la semplicistica risposta di Andrea_Milano a base del solito argomento “l’Italia e’ il paese dei furbi” (che poi non ho capito chi sarebbero i furbi che cercano di rovinare il mercato: i consumatori che vanno direttamente in azienda? o i produttori che li ricevono senza bastonarli?). Credo che ogni comportamento reale debba trovare delle spiegazioni razionali e non moralistiche. Evidentemente i consumatori che preferiscono acquistare in azienda piuttosto che alla loro enoteca di riferimento, lo fanno perche’ non percepiscono bene “il valore aggiunto vero” di quest’ultima, e se non lo percepiscono e’ inutile accusarli di essere ciechi e sordi all’importanza del ruolo dell’enotecaro; probabilmente significa che qualche difetto di comunicazione c’e’ stato. Un valore, se c’e’, deve anche essere evidente.
    Come giustamente ha sottolineato Andrea Pagliantini, e’ molto difficile che un’azienda media possa permettersi di vendere direttamente il vino allo stesso prezzo praticato all’enotecaro, visto che dovrebbe contabilizzare un addetto tenuto li’ apposta per la vendita diretta. E’ difficile cioe’ che con il ricarico fisiologico il dettagliante sia fuori mercato rispetto alla vendita diretta in azienda. Se invece questo avviene, evidentemente si tratta di un tipo di azienda per la quale i canali distributivi tradizionali non sono adeguati, in primo luogo. In secondo luogo, anche se fossimo nel caso eccezionale di un prezzo nominale di uscita del vino fosse uguale verso un dettagliante o verso un consumatore privato, ben diverso sarebbe comunque il costo reale sostenuto dall’acquirente privato che opta per la vendita diretta, una volta monetizzato il tempo perso, l’usura del veicolo e il costo del carburante. Se l’acquirente preferisce accollarsi questi costi aggiuntivi al punto da pagare in termini reali una bottiglia piu’ di quanto la pagherebbe dall’enotecaro sotto casa, anche nel citato caso raro, evidentemente e’ per quel discorso di valori aggiunti veri: si vede che si tratta di una situazione in cui il valore aggiunto percepito e’ maggiore andando a casa del vignaiolo che non andando alla bottiglieria sotto casa, e troverei puerile gridare allo scandalo commerciale o alla scorrettezza.
    Ha pur ragione Gianpaolo quando dice che le cose mediamente non stanno cosi’, cioe’ che il vino non si vende cosi’ nella stragrande maggioranza dei casi. E io sono piu’ che d’accordo: si tratta infatti di situazioni di ultranicchia che pur non esistendo, non disturbano nessuno e non turbano nessun mercato, non fanno media, e questo e’ un motivo di piu’ per chiedere che si cessi di stracciarsi le vesti per questi impudenti che si distribuiscono da soli. Sfigati sono (siamo) e sfigati restano (restiamo), orgogliosamente consapevoli di essere degli untorelli che non spianteranno nessuna Milano.

  48. Filippo, le chiedo di ripensarci. E’ risultato evidente che tutte le parti che sono intervenute siano interessate all’argomento-padre di questo dibattito. Così come è anche vero che il medesimo si è dimostrato molto più ampio e complesso di come ciascuno dei convenuti ipotizzava.
    Ho visto evidenti problemi di raccordo tra le parti, che credo causati anche dal fatto che forse ciascuno pensava di conoscere le figure e le problematiche dei propri interlocutori, ma così in realtà non è. Ed io dico che questo è il primo aspetto da affrontare.
    Me ne sono convinto definitivamente leggendo la sua serie articolatissima di questioni, che hanno toccato anche argomenti tecnici, apparentemente fuori dal tema, ma che fuori tema non erano affatto.
    Pertanto, lei rappresenta una gamba del tavolo della discussione, e senza quella gamba ci tocca tenerci le bottiglie sulle ginocchia, non va bene, non funziona.
    C’è bisogno di lei, come di tutti gli altri che Ziliani ha invitato. Venga, e porti le sue conoscenze ed i suoi punti di vista. Venga.

    Ugo

  49. Dal mio punto di vista di produttore, il mercato del vino risente molto di quello che è la storia di chi lo fa, la comunicazione (del territorio, della produzione, della poeticità di un certo mondo, ecc). Questo riferito naturalmente ai vini artigianali, che quindi hanno un valore aggiunto alto. I vini industriali hanno invece un percorso diverso nella commercializzazione, assimilabile ad un qualunque prodotto (un cd, un televisore).
    Le due strade sono divergenti e indipendenti.
    La consapevolezza di questo fatto deve spingere gli artigiani a sviluppare la creatività per la collocazione del loro prodotto cercando di diversificare il più possibile i canali; la diversificazione della vendita è importante, per poter affrontare con maggior prontezza le crisi, che sempre ci perseguiranno, oggi una domani l’altra. Naturalmente la correttezza nella politica dei prezzi deve essere cristallina.
    I vini industriali, quelli che hanno i numeri di quantità, non possono far altro che affrontare il mercato della sola grande distribuzione, o quasi, al miglior prezzo.

  50. ribadisco la mia ferma volontà a partecipare,in maniera fattiva all’incontro, portando tutte le nostre esperienze maturate negli ultimi anni; spero che l’incontro non avvenga il fine settimana noi non abbiamo personale che possa sostituirci al locale…
    Simone

  51. E’ che è passato un messaggio chiaro: l’intermediario commerciale è uno speculatore, quindi è possibilmente da evitare.
    La grande disponibilità dell’offerta, la grande massa di prodotti proposti, fa sentire il consumatore in una sorta di paese dei balocchi dove può avere tutto quello che vuole, assumendo il controllo della filiera, quindi preferisce anche la macchina o i rischi (e le comodità) di internet pur di fare da sè. E questo viene anche prima del concetto di risparmio reale. E’ la mancanza DI FIDUCIA la chiave dell’inceppamento del sistema commerciale tradizionale. Si è fatto di tutto per indurre il consumatore a questo: e dico ben chiaro che anche se ci sono stati errori gravi da parte di venditori filibustieri questo non giustifica se non in parte lo scollamento che c’è fra consumatore e venditore oggi.
    Tutto concorre da un lato a disperdere i clienti e dall’altro a moltiplicare le fonti di approvvigionamento; Il sistema economico ha avuto interesse alle concentrazioni di capitali della GD, per la quale i produttori più grandi sono alleati e ostaggi al tempo stesso e, al tempo stesso, tutta la massa enorme di produttori si è giocoforza organizzata per sopravvivere mettendosi a vendere direttamente. Chi sta nel mezzo, a valle di tutta la storia, dovendo in ogni caso attenersi a parametri di settore non lievi, è doppiamente vessato. Se abbassa i prezzi, l’agenzia delle entrate lo considera ladro perchè potrebbe non essere congruo e per questo suppone ipso facto che sia evasore; se regola – come di fatto avviene – la formazione del prezzo sul parametro standard compreso fra il 30 – 40% di ricarico – viene considerato sempre ladro ma questa volta dal consumatore, che immediatamente confronta il prezzo con quello della GD o quello fattogli dal produttore. Per inciso, sappiate che l’Agenzia delle Entrate ha sanzionato ristoratori perchè non avevano rivalutato il valore dei vini in giacenza ( e per farlo hanno preso le guide, considerata l’immagine di certi vini blasonati e applicato una rivalutazione ipotetica su cui ricalcolare la base del reddito!! ) e anche perchè avevano una carta vini con prezzi..troppo bassi!! L’enoteca, longa manus del produttore in un territorio, come può cavarsela se non con la massima specializzazione delle sue scelte? E come potrebbe collaborare ancora con quelle aziende produttrici che non la rispettano?

  52. Patrizia, confesso che quanto racconti, ovvero che “l’Agenzia delle Entrate ha sanzionato ristoratori perchè non avevano rivalutato il valore dei vini in giacenza ( e per farlo hanno preso le guide, considerata l’immagine di certi vini blasonati e applicato una rivalutazione ipotetica su cui ricalcolare la base del reddito!! )” é la bischerata super del giorno, l’ennesimo danno arrecato da quegli strumenti che dovevano informare, invece hanno deformato, i consumatori ed il mercato. Allucinante!

  53. Credo che sia esagerato dire tout court che l’intermediario finanziario sia uno speculatore solo perchè lucra nella rivendita.

    Credo anche che la “mera” rivendita non sia l’enoteca, vedrei piuttosto la GDO come mera rivendita (sei li che fai la spesa, già che ci sei compri il vino).

    In enoteca, salvo alcuni casi e per la mia esperienza, l’enotecario dovrebbe avere valore aggiunto. Cito quel canale per dire che se io, ad esempio, uomo della strada organizzo una cena e voglio un abbinamento ideale ad un menù (senza fare corsi) e voglio comprare 1 o 2 bottiglie per abbinare, l’enotecario dovrebbe (?) essere la mia soluzione.

    Ci sono molti fattori che giustificano il ricarico del commercio, che poi in realtà “solo” commercio non è: vogliamo parlare della logistica? Dei costi del magazzino? Del marketing (inteso come comunicazione sul territorio) che fanno i commercianti al tuo prodotto?

    Si, usiamolo il canale internet, perchè no, ma io per esempio lo trovo più utile per chi mi conosce già, perchè sono piccolo, e più che allestire un e-commerce gestisco gli ordini via mail (ma quello non è definibile e-commerce).

    Sarò miope, ma essendo il territorio la chiave di scelta per molti ed essendo io in una zona tutt’altro che famosa credo che l’investimento in internet sia più utile nel contesto del “farsi trovare”.

    Tornando allo speculatore: è colui che sfrutta utiltaristicamente le situazioni per il mero fine di utilità personale, a prescindere da etica e qualunque altro concetto. Si trovano in tutti i settori, ma normalmente sono conosciuti come tali, quindi o lavorano meramente per soldi (borsa finanza e dintorni) oppure col pubblico han vita breve.

    Chiedo scusa, non voglio difendere nessuno.

    Sulla definizione di “utile” o “profitto” gli esperti di economia già nella storia hanno scritto diverse opere, sull’allocazione dello stesso si sono fatte rivoluzioni: quindi credo sia difficile affermare con certezza quanto sia “giusto” e a chi debba andare, a prescindere dal ruolo e dallo sforzo che ogni attore della filiera compie.

    Mi auguro che il dibattito porti frutti, sono un’appassionato di economia e lavoro nella finanza: purtroppo il vino non mi campa forse perchè la passione vera non paga abbastanza per sopravviverci se sei un piccolo produttore di una zona non famosa.

  54. Caro Ugo Bovo, esserci ci saro’ senz’altro se l’incontro sara’ pubblico e ovviamente se non me lo impediranno impegni inderogabili: l’incontro sara’ sicuramente interessantissimo. Dico solo che trovo poco congruo che io mi sieda al tavolo del dibattito perche’ da un lato sono parte in causa, dall’altro la mia dimensione mi impedisce di esserlo in modo significativamente rappresentativo.
    Circa alcuni resoconti fatti da Patrizia mi piacerebbe sapere piu’ in dettaglio il contesto della sanzione comminata dall’Agenzia delle Entrate. Ovvio che se un ristorante rivalutasse in carta il proprio magazzino ma non lo rivalutasse in sede di determinazione del reddito per la dichiarazione, la suddetta Agenzia troverebbe giustamente qualcosa da ridire. Se in carta non lo rivaluta, e carta canta, e’ proprio il caso di dire, l’Agenzia potra’ dichiarare incongruo agli studi di settore una certa impresa, ma la possibilita’ di dimostrare il contrario per il contribuente dovrebbe esistere sempre. A questo riguardo avevo chiesto in precedenza in questo thread di essere smentito ma non mi pare di aver ricevuto una esplicita correzione.
    Sui ricarichi, personalmente voglio essere chiaro: in un regime libero (nel quale fermamente credo) non esiste ricarico “eccessivo”, o “ingiusto” cosi’ come non esiste prezzo “equo”. Il sistema trova da solo la soglia su cui possano attestarsi la domanda e l’offerta, e nessuno viene fucilato se compra o non compra un prodotto a un certo prezzo.

    Circa i motivi di una relativa diserzione delle enoteche da parte del consumatore, azzarderei un’ipotesi forse non vera per tutte le enoteche, ma credo non sbagliata per molte (e non solo enoteche): per un enoteca che fa il suo con l’ingrediente essenziale, ossia con PASSIONE, e che tale passione per il vino riesce a trasmettere, quante ne esistono che invece danno l’impressione di avere il tal vino solo perche’ “ben noti”, o peggio perche’ per avere il tal altro hanno dovuto ciucciarsi un quantitativo di questo?
    Personalmente ho toccato con mano in ben piu’ di un caso una sconcertante mancanza di conoscenza dell’argomento e della materia. Il ruolo essenziale dell’enoteca per distribuire capillarmente il vino restera’ anche, ma se questo puo’ essere un argomento caro ai produttori, non credo che commuova assolutamente i consumatori, i quali (sempre ipotizzo) forse hanno bisogno di provare qualche emozione in piu’ non solo al momento di stappare una bottiglia, ma anche nel momento drammatico in cui devono mettere mano al portafogli per procurarsela.
    Sbagliero’..

  55. Caro Filippo Cintolesi…

    Ho voluto Intervenire cosi e andare su una morale vecchia per semplificare la risposta che sarebbe lunga e a volte pure noiosa….

    Insomma io i “Furbi” era rivolto alle persone proprietarie di una azienda che sono a “produrre” il vino e dovrebbero pensare soprattutto a farlo bene. Senza dover fare tutto (Dar da dormire, mangiare, bere, venderlo) a tutti. Soprattutto ricordiamoci che il vino ora e cosi appezzato non perchè siamo tutti discepoli di bacco ma perché persone hanno lavorato per far conoscere il vino.

    Penso che l’italiano è abituato a cercare di superare i passaggi intermediari (Qui da me a Milano, oppure come Patrizia che li ha gia detti alcuni ci sono a quantità infinita) Comunque il mio discorso non è che il produttore non debba vendere al privato ( e bastonarli come dice lei) ma solamente fare il modo di non essere più similari e meno competitivi da fare concorrenza alle persone che lavorano per loro a far conoscere il prodotto che vendono con professionalità ed esperienza il prodotto da loro fatto in un anno e a volte di più con la loro bravura…

    Poi…

    Il fattore che il primo che non da valore aggiunto non è il consumatore ma in primis il produttore perché non tutti riconoscono che avere il proprio vino in una città è una cosa di importanza ed quando un privato che si reca in azienda trova il 85% lo stesso prezzo che ci fa a noi per rivenderlo. Un altro esempio… i siti internet delle aziende che hanno pure una vetrina o sito normale, NESSUNO SEGNALA I PUNTI VENDITA nelle varie CITTA’ dove possono trovare il loro prodotto ma TUTTE (o molte) hanno il modo per poter ordinare campionatura o acquistare il vino.

    Per finire… per me il consumatore capisce il valore che da l’enoteca, chi non lo da sinceramente non penso che siano persone che possono appezzare il vino venduto dall’enoteca. Ma visto che si trovano in posizione di poter acquistare direttamente ed avere un risparmio a volte parecchio,lo prende al volo ed come una persona ha scritto, in enoteca ci si va per le occasioni particolari, per saper abbinare il vino giusto ecc…

    Comunque io spero di essere presente alla discussioni è un argomento che mi interessa molto, ma nello scrivere non sono un campione ed mi scuso gia per i miei errori.

  56. Due spunti di approfondimento per Tomaso che di economia ne mastica:
    analisi del danno nel settore commerciale che hanno provocato guru+ guide ed una scorretta applicazione della legge Bersani (nata monca); strumenti per trasformare il produttore da semplice “agricolo” a imprenditore in un mercato reale.

  57. Grazie Paolo,
    anche se di economia ne mastico ho imparato a masticare a bocca chiusa per evitare di sporcare la giacca a quello con cui sto parlando….sai com’è c’è tanta gente che si offende…
    Ciò detto, credo sia difficile quantificare dei danni, normalmente le stime dei danni le fai a fronte di richieste di risarcimento per identificare, prima di tutto, il danno e poi valorizzarlo. Scusa, non è che non ti voglio rispondere, ma ho paura di cadere in una facile generalizzazione. Credo si debba sempre cercare di oggettivizzare un contesto per fare un’analisi, per cui la tua prima proposta mi risulta troppo difficile da seguire. Meno la seconda, per la volontà di mettermi in discussione e per aver già affrontato e dimostrato qui http://tinyurl.com/c5pb8p cosa ho fatto io, ma ognuno dovrebbe seguire la sua strada, per operare come imprenditore agricolo. A mio modesto modo di vedere il mondo è cambiato quel tanto che basta a ridurre a zero le possibilità per i semplici appassionati e richiede professionalità a tutto campo. Sto leggendo Vino al Vino di Mario Soldati, mi sembra oggi la realtà sia cambiata. La parola imprenditore davanti ad agricolo c’è sempre stata, solo che forse finora forse non era stata capita: una volta che hai fatto il vino al meglio devi anche (i) trovare il modo di farlo conoscere e (ii) fare in modo che una volta conosciuto la gente possa comprarlo (iii) saper gestire tutto perchè il prodotto finito abbia un prezzo tale da poter essere acquistato. Due su tre di questi punti li definisci grazie al confronto con i commercianti, a meno che non hai uno Chateau o non hai amici veramente ricchi. Concetti forse poco poetici, ma che banalmente riguardano ogni vino prodotto (scusate la prosaicità). Ogni Contadino (che ricordo essere un pregio non un difetto, da me si è sempre detto “scarpe grosse cervello fino”) lo sa.

    Chiedo scusa a chi dice “Insomma io i “Furbi” era rivolto alle persone proprietarie di una azienda che sono a “produrre” il vino e dovrebbero pensare soprattutto a farlo bene. Senza dover fare tutto (Dar da dormire, mangiare, bere, venderlo) a tutti. ”

    rispondo pacatamente: l’attività dell’imprenditore agricolo si chiama azienda agricola e si basa oltre che sull’efficacia (lavoro per ottenere il vino che voglio) come altre attività del mondo umano su criteri di economicità ed efficienza (definizioni http://tinyurl.com/da9868).
    Ora dato per assodato che senza il raggiungimento dell’efficacia, ovvero il vino viene secondo quello che è lo spirito entro cui lo voglio realizzare e rispecchia la qualità che io mi prefiggo, è meglio lasciar perdere, senza le altre due condizioni (economicità ed efficienza) qualunque attività è destinata (algebricamente) a fallire in un tempo più o meno breve.

    Ecco, “semplicemente” io ho fatto due conti e col vino da solo, sebbene lo vendessi tutto, fallivo.

    Siccome per me la mia azienda, che guarda caso è anche la mia casa, è importante (ed è “anche” parte del territorio), con la mia famiglia abbiamo deciso di “dar da dormire e mangiare”.

    Ma non fa tutto la stessa persona, siamo una famiglia: mia madre cucina, mia moglie cura l’estetica e la comunicazione e io mi occupo del vino ora anche con aiuti esterni.

    Questo mi ha permesso di poter investire ancora nel vino e di intraprendere un percorso di crescita altrimenti impossibile.

    Scusate, ho solo espresso il mio parere, il territorio per me è davvero importante http://tinyurl.com/d79aey
    Grazie per l’attenzione e scusate il disturbo

  58. Salve Tomaso Armento…

    Allora Continuo a non farmi capire il mio intervento ora provo a rispondere a lei.. io non volevo dire che lei (produttori) non dobbiate far tutto (ciò che ho elencato) ma come avevo gia detto nell’intervento stesso ma poco più avanti… “ma solamente fare il modo di non essere più similari e meno competitivi da fare concorrenza alle persone che lavorano per loro a far conoscere il prodotto che vendono con professionalità ed esperienza”

    Intendo dire che spesso che in quel modo molti “produttori” vendono il vino direttamente ed non sempre ci sta una differenza tra appassionati e commercianti ed io quelli dico “furbi” ora mi sono riuscito a farmi capire ? spero di si

    spero che nessuno se la prende io sto parlando generalmente)

  59. Tomaso Armento e’ stato veramente di una pacatezza e di una signorilita’ nella sua risposta alle pretese del signor Andrea_Milano, delle quali io non sarei stato certo capace. Approfitto anzi del fatto che l’esigenza della pacatezza e’ stata soddisfatta, per permettermi il lusso di esserlo un po’ meno. Evidentemente Andrea_Milano pensa che “persone proprietarie di una azienda che sono a “produrre” il vino” possano essere solo facoltosi che campano di rendite varie e che si possono permettere il trastullo di fare il vino senza dover campare dei risultati di tale azienda; o, in alternativa, che soltanto proprietari di aziende che possano muovere un numero importante di bottiglie da poter campare degli utili relativi, abbiano diritto di “essere a ‘produrre’ il vino”.

    Visto che lei sostiene che il vino e’ ora “cosi’ apprezzato” (perche’ persone hanno lavorato per farlo conoscere), le chiedo: che fa, me li paga lei i conti venendo a svuotarmi la cantina, cosicche’ io possa
    resistere alle peccaminose tentazioni di fare “tutto”(dar da dormire, da mangiare, da bere) a tutti?
    E come la vede, signor Andrea_Milano, la circostanza che in una “azienda che e’ a ‘produrre’ il vino” (la quale, lo ricordo, e’ un azienda…. agricola), ci possano essere altre distrazioni per le “persone proprietarie”? Che so, dico cose del tutto peregrine per un’azienda agricola, come… un’oliveta e il “fare” relativo (altro che “fare tutto” dando da dormire, da mangiare, da bere… le resterebbero ancora mille altri “tutto” da fare, creda), eventuali altre colture, presenza possibile di animali (ohibo’… animali in un’azienda che e’ a produrre il vino? eppure.. ci sono anche queste aziende degenerate), con tuuutto il fare connesso…
    Insomma, di queste cosacce qui, che ne pensa? Ma quanto “io i furbi” saranno questi proprietari qui, ne’?

  60. Spero proprio che non ci sia un termine alla partecipazione a questo dibattito, perche’ arrivo con gran ritardo, e me ne dispiaccio; in realta’ avevo letto i primi commenti successivi al post, e sinceramente avevo qualche perplessita’ – le stesse che ha espresso Gianpaolo Paglia, e Filippo Cintolesi – anzi, volendo essere brevi, diro’ che mi sono trovato d’accordo, leggendo tutto, con i loro punti di vista. E mi sono trovato in leggero disaccordo con coloro i quali – Patrizia, e Andrea, se ho inteso bene – sostanzialmente fanno il mio mestiere, cioe’ il commerciante. Il post parlava delle opportunita’ da cogliere, segnatamente attraverso la rete, ma i commenti hanno finito per focalizzare l’attenzione sulla funzione del dettagliante o sulla vendita diretta in azienda; potrei dire che ho un interesse doppio, pure triplo, a dire la mia.

    Dicevo: disaccordo lieve con Patrizia. Chi mi conosce sa che ritengo la vendita diretta un falso problema, per svariati ordini di motivi. La gran parte di questi li hanno detti Gianpaolo e Filippo, io posso integrare confermando: si tratta di valore aggiunto. Ma, soprattutto, terrei a dire: se i commercianti credono veramente di poter regolare un tale “flusso”, si dovranno preparare a combattere l’ennesima battaglia che non potra’ essere mai vinta – e dico “ennesima” perche’ la mia categoria ha qualche esperienza di errori strategici. Io credo che le nostre energie debbano essere destinate appunto a sforzi sostenibili, e produttivi; la critica, o peggio, lo sbarramento alla vendita diretta, non e’ tra questi. La mia personale esperienza e’ sostanzialmente una immensa disintermediazione, sia sul piano della conoscenza che su quello della comunicazione; non troverei alcuna coerenza a predicare forme di sbarramento per proteggere un mio eventuale status. Al contrario, trovo proficuo e quasi rivoluzionario abbracciare un flusso che solo in apparenza va contro il mio interesse. Mi rendo conto che le mie affermazioni possano apparire, ora, superficiali rispetto alla complessita’ del tema, e del resto lo spazio di un commento non ha grande possibilita’ di sviscerare tutto (non a caso si sono succeduti cosi’ tanti commenti). Per questo trovo interessante il fatto che i molti punti messi sul tavolo possano venire in qualche modo dibattuti, e chiariti, “in real”; fin da ora direi che, se mi e’ possibile, volentieri parteciperei.

  61. Difficile non condividere le parole di Fiorenzo Sartore. Riprendo qui un pensiero nutrito piu’ in alto in questo thread, leggendo della proposta di un “gruppo di produttori indipendenti” formulata da Ugo Bovo: perche’ non pensare invece a un gruppo di dettaglianti indipendenti? Nessun pensi all’idea di tagliare fuori, o peggio far fuori, i distributori, per carita’. Pero’ potrebbe essere uno di quei fattori di cambiamento, di quelle cose che mettono un po’ sotto salutare pressione quegli anelli della catena che a volte danno l’impressione di non funzionare appieno. Sempre in tema di distributori, pero’ di carburante, mi viene in mente la recente ventata di salutare concorrenza che le cosiddette “pompe bianche” hanno portato nella foresta di “pompe proprietarie”. In generale io penso che quando un’attivita’ crea una concorrenza che “da’ fastidio”, essa, per questo stesso motivo, e’ alla fine destinata a essere portatrice di beneficio. Per tutti.

  62. La vendita diretta è un problema solo se scorretta. Se il produttore rispetta tutta la filiera delle persone a cui deve in parte la sua sopravvivenza perchè gli vendono il vino 365 giorni l’anno non c’è niente di cui parlare. Il fatto di cogliere altre opportunità è stato il punto di partenza, ma non credo sia possibile eludere la realtà di tutti i giorni. In ogni caso un produttore in quanto è tale se si mette a vendere è sempre più “credibile” di un venditore terzo. Se poi quest’ultimo, che venda da internet o dal suo negozio, viene screditato perchè non c’è regola nella proposta dei prezzi a partire proprio dal produttore, è evidente che si deve parlare di regole. E certo non per ingessare il libero mercato, ma per farlo vivere in modo trasparente.

  63. Salve Filippo Cintolesi

    Io la penso come Patrizia che ha scritto qui sopra di me.. se lei Filippo legge tutto vedrà che io dico una cosa molto chiara….

    “MA SOLAMENTE FARE IL MODO DI NON ESSERE PIÙ SIMILARI E MENO COMPETITIVI DA FARE CONCORRENZA ALLE PERSONE CHE LAVORANO PER LORO A FAR CONOSCERE IL PRODOTTO CHE VENDONO CON PROFESSIONALITÀ ED ESPERIENZA”

    Guardi che io ci lavoro con Az. Ag. Che lavorano con altre realtà tipo carne, olio… Ma IO non sto dicendo che non DOVETE voi produttori. Anzi fate pure con il rispetto che date hai clienti pure a noi “Commercianti” Poi io sto parlando in generale e mica di “Cascina tollu o di lei” e come lei sa (immagino) non tutti sono seri e fanno i furbi.

    Ora penso che sia stato chiaro

  64. Signori, è chiaro che il modo di vendere in Italia è vecchio, anzi ha la muffa. Ognuno si prenda le proprie responsabilità, ma andiamo avanti perchè qui in Italia con la crisi che c’è i negozi stanno chiudendo a ripetizione e non va bene. Per andare avanti bisogna abbattere le rendite di posizione, sono anni che lo dico anche qui ed ho sempre avuto tutti contro. Il sig. Bonfio si ricorda certamente di me quando dicevo che l’enoteca era destinata a sparire. Con questa crisi è destinata a sparire, ma sono gli enotecari che devono fare le proposte, non bastano 4 appassionati su di un blog.
    Vi siete mai lamentati 11 anni fa presso il ministero, come categoria, per le aperture selvagge, per le licenze che avevano perso il loro valore? O per tutte quelle associazioni inutili che rappresentano solo a parole i commercianti, che plaudono i politici all’apertura degli ipermercati e che vi mangiano il 5% ad ogni rata per “garantire” un finanziamento fatto dalle banche, ma con i soldi delle regioni o della UE? Avete fatto delle controproposte in quelle sedi? Avete mai pensato di confrontarvi con i vostri colleghi europei?
    Possiamo confrontarci tra di noi, ma ricordatevi che senza investire non si ottiene nulla. In Italia ci sono fior di società che si occupano di sviluppo economico e lo sanno fare anche bene, ma per “chiedere un consiglio” bisogna scucire minimo 100.000€. Siete disposti a spendere queste ed altre cifre? Ovvero, siete disposti a perdere qualcosa oggi per garantirvi il futuro domani?

  65. I commercianti hanno lavorato, taciuto, tenuto le vele al vento a testa bassa; mai hanno avuto la lungimiranza di disegnarsi il futuro. In altri tempi erano connessi al tessuto sociale,pensavano che nulla sarebbe potuto cambiare, ma sbagliavano. Sono orqa diventati “titolari di rendite di posizione”, quindi meritevoli di essere abbattuti.- Ovviamente trasferendo le rendite ad altri.
    E’ vero. Siamo stati miopi, divisi, illusi. Buoni per lanciare i grandi nomi del vino dagli anni 80 in poi; blanditi e beneficiati da tanti produttori che hanno intessuto rapporti di ogni tipo pur di prendersi la vetrina; complici e artefici dello show businness del vino, riferimento di moda, più che di sostanziale competenza. Poi siamo stati traditi, da colleghi ingordi ma anche e pesantemente da quegli stessi nomi che prima ci cercavano e che poi, ottenuta visibilità, ci hanno solo banalmente usati.
    Solo l’AIS è riuscita a ottenere il riconoscimento giuridico della figura profesionale del sommelier: non esiste, anzi, si griderebbe allo scandalo, se gli enotecari rivendicassero un albo, una qualifica professionale a fronte di un serio percorso formativo. Ma chi l’ha mai visto un commerciante fare formazione??? Anzi: la demagogia politica farnetica di liberismo dicendo di fatto che è l’unica professione che possono fare tutti!!!! Quindi mi suona quasi come una presa in giro l’invito ad alzare la voce quando tutti si rivoltano se osiamo semplicemente dire che ai produttori è concesso fare tutto e agli enotecari no. Se gli enotecari parlano dite che si lamentano!!
    Ma so bene, anzi benissimo che se non ci uniamo in modo forte perderemo del tutto il nostro ruolo, anche se il consumatore ha più che mai bisogno di entrare in un posto dove si ama il vino, lo si conosce e lo si comunica. Il mconsumatore è solo: intern o la gita della domenica non colmeno i suoi bisogni. E’ una presa di posizione di comodo quella di dire le enoteche sono destinate a sparire: di certo in molti lo vorrebbero, ma non credo sarà davvero così. Certo che le enoteche, gli enotecari DEVONO cambiare e fare una cosa che mi vien voglia di chiamare CORPORAZIONE. I produttori, davanti ad una massa critica competente che potrà dire a ragion veduta chi merita e chi no di entrare in negozio, avranno il coraggio di scegliere e di rispettarci?

  66. Patrizia, penso abbia capito che io non voglio vedere chiuse le enoteche così per un mio sfizio, il mio semmai è uno sprone a voi perchè restino aperte. Purtroppo nelle città le insegne delle enoteche sono poche rispetto a quelle delle panetterie, dei negozi di abbigliamento, di divani e quant’altro. Poche quando si tratta di votare in seno ad un’associazione, tipo l’Ascom, che vuole eleggere un suo associato a presidente e poi lo appoggia quando questo successivamente si propone come presidente della locale camera di commercio promettendo benefici a tutti e blocco alle aperture di nuovi ipermercati. E quando scopre che costui mantiene la doppia carica, si assegna uno stipendio di 200.000€ l’anno, compra azioni del locale aeroporto senza spendere un centesimo, si fa fotografare a braccetto con i politici il giorno dell’inaugurazione del nuovissimo, moderno e gigantesco centro commerciale ben servito dalla tangenziale, allora è troppo tardi.
    Sono queste le rendite di posizione che vanno eliminate, sono queste le “associazioni“ che vanno chiuse per sempre, queste e quelle dove i presidenti compravano mobili d’antiquariato alle aste usando il fondo pensione degli associati.
    Non è certo ristabilendo le medievali corporazioni delle arti e dei mestieri che vincerete la battaglia.

  67. Ringraziando per le considerazioni, provo ad inserire una considerazione: la carta patinata, i vini lanciati con gli anni 80 e tutto quello che ormai è famoso credo sia, in quanto tale, ormai poco interessante.

    La crisi è, come ho detto altrove, per certi versi una manna: ha riacceso la razionalità di un popolo che non era abituato ad aver a che fare con la scarsità, ogni acquisto, prima ancora ogni scelta, viene valutato in base all’effettivo valore cui si deve rinunciare per poterlo effettuare.

    Bene, ora finalmente è giunta l’ora per uscire di nuovo dai propri retaggi e faticare un po per andare a trovare qualcosa di nuovo, che magari cè sempre stato, da raccontare per giustificarsi e non fare banale intermediazione.

    Sta crescendo l’attenzione verso vini fatti da contadini che, per natura o per mezzi, son sempre stati restii a mostrarsi: mi piacerebbe cominciare ad avere a che fare con commercianti che oltre a negoziare il prezzo del prodotto dopo l’anticamera di mesi per riceverti “lo scoprissero” e lo promuovessero, facessero anc’essi quegli sforzi che servono per fare emergere piccole realtà con prodotti anche particolari.

    Utopia? Mah, io credo sia meglio rifletterci seriamente, portare una merce da A a B o dire al cliente cosa c’è sullo scaffale che arriva col rappresentante quanto “ti differenzia”?

    Magari un giorno smetterò di sentir dire, come mi è successso, che un vino col fondo non si può vendere nel canale commerciale dalla stragrande maggioranza dei commercianti “perchè ti chiede un innvestimento di tempo per spiegarlo” e inizierò a sentire persone che mi chiedono il perchè di certe scelte e si fermano a sentire, disposte (secondo anche il loro umano punto di vista personale, oltre che tecnico) di condividere e se ci credono promuovere.

    Ah, e perchè no: magari attenti anche a individuare i ciarlatani che si mascherano da piccoli vignaioli con piccoli vigneti e grandi portafogli.

    Ecco, questo, secondo me, tra gli altri potrebbe essere un’ottimo spunto: se il panorama diventa incerto, magari potrebbe essere utile concentrarsi di più sul percorso….come quando per caso trovi qualcosa di bello….per terra….

    Cordiali Saluti

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