Neal Rosenthal, wine terroirist che sarebbe piaciuto a Baldo

Ferito e toccato profondamente dalla scomparsa di Baldo Cappellano, troppo assurda e crudele per essere accettata, la scorsa settimana non ho pubblicato su questo blog altra parola che non riguardasse l’amico ed il grande produttore di Barolo che ci ha lasciato.
Non è stata una scelta voluta, ma un comportamento naturale e ovvio nato da un’esigenza di silenzio e dalla consapevolezza dell’inutilità e della precarietà, dell’assenza di senso di ogni altra parola che non fosse di rimpianto e di dolore per questa ferita che ci è stata inferta e che non accenna in alcun modo a rimarginarsi.
Tornare, come se nulla fosse, al “chiacchiericcio” che, anche se alto e ispirato nei momenti migliori, rappresenta il discorso sul vino che si sviluppa su questo e su molti altri blog, mi sembrava offensivo. Prima o poi, questo silenzio, che è stato intenso, commosso, partecipato, pieno di significati e gravido di riflessioni, doveva essere rotto, perché, come sicuramente avrebbe detto per primo Baldo, la vita deve andare avanti, magari con quel sorriso dolcissimo e disarmante che lui sapeva trovare in ogni frangente, perché un wine blog deve trovare comunque le ragioni per proseguire, anche dopo che un grande uomo del vino se n’è andato, di sorpresa, troppo presto, lasciando un vuoto incolmabile.
Ma con quali parole riprendere il discorso, quale tema trattare che non suonasse troppo stupido, troppo banale, privo di senso, dopo il dolore? Difficile trovare il tema giusto, fino a quando qualche giorno fa mi sono finalmente risolto a rileggere e a tradurre in italiano un’intervista che un grande personaggio del vino americano mi aveva concesso, intervista relativa ad un suo bellissimo libro, Reflections of a wine merchant, che se capite l’inglese vi consiglio di non perdere, ma soprattutto alla sua attività di wine merchant, di importatore di vini di qualità, italiani e francesi, negli States.
Leggendo le risposte che Neal Rosenthal mi ha dato ed il risultato complessivo dell’intervista che ho poi pubblicato (leggete qui) nello spazio delle news che curo sul sito Internet dell’A.I.S., mi sono detto che le idee di quest’uomo, suo coetaneo, che ha speso trent’anni della sua vita non solo per far conoscere una serie di vini di qualità agli americani, ma per convincerli che il vino è soprattutto fenomeno di cultura e non di business, sarebbero piaciute moltissimo a Baldo, e che sarebbero state il modo migliore di consentirmi di infrangere quel silenzio che non riuscivo a rompere e che mi sembrava l’unico modo non inadeguato, non banale, non stupido, per rispettare Cappellano e la sua morte.
Sentire Rosenthal, un americano permeato di cultura europea e più europeo nella mente e nel cuore di tanti europei, ricordare che “siamo spinti ad acquistare i vini da una forma di amore e ammirazione per loro e non tenendo conto di quello che in quel determinato momento tira sul mercato. Il nostro metodo nel selezionare i vini si basa su una reciproca conoscenza che si sviluppa tra noi ed i nostri fornitori e ci consente di accettare e trarre vantaggio dagli imprevisti e dai capricci della natura”, leggere la sua assicurazione di non avere “mai selezionato e acquistato un vino semplicemente perché pensavo che si sarebbe venduto bene. Devo amare il vino che acquisto e vendo. Il nostro obiettivo consiste nel selezionare vini che esprimono il nostro gusto e le nostre idee di qualità: in seguito noi cerchiamo di trovare clienti che condividano i nostri obiettivi ed i nostri ideali”, è stata quasi una forma di consolazione.
E sapere che quell’uomo, come Baldo, si dice persuaso che “il terroir costituisce l’anima del vino ed il vino deve esprimere la propria identità. Il suo carattere è definito dal suolo e dal clima e dalla cultura dell’area specifica in cui il vino cresce. Andare alla ricerca di vini che esprimono il terroir ci porta ad avvicinarci alla natura e ci consente di rimanere umili, consapevoli che non possiamo controllare nulla e che dobbiamo in un certo qual modo “arrenderci” alle ragioni del nostro piacere.
L’esatta accezione di terroir costituisce una forma di difesa della nostra cultura contro l’omogeneizzazione del gusto e la dittatura del marketing”, e ammonire che “il produttore non deve puntare ad influenzare e determinare il carattere del vino manipolandolo attraverso i processi di vinificazione o imponendo uno stile che di fatto evidenzia influenze e stili estranei al vino”, mi ha aiutato a capire che se gli uomini, anche quelli più giusti, possono lasciarci, le idee, quelle giuste, quelle sane, continuano ad esistere.
E l’incarico di portarle avanti, di ricordare la loro evidenza, la loro forza, di difendere, con la stessa disarmante incrollabile convinzione può passare, come un testimone, ad altre persone.
Ed é per questo, con la sicurezza che il figlio di Teobaldo, Augusto, saprà proseguire, proprio come ha fatto Maria Teresa Mascarello, e senza flettere di un solo millimetro, l’opera del padre, che mi piace riprendere “il chiacchiericcio”, il simpatico conversare e di dialogare di vino, con voi lettori e amici, su questo blog, con l’intervista a questo wine terroirist, impegnato a diffondere l’esprit du terroir, il genius loci, l’individualismo di un vino ed il personale savoir faire di un produttore, e non solo a vendere.
Sono persuaso che se avesse letto questa intervista Baldo avrebbe voluto dirgli bravo e stringergli la mano…

0 pensieri su “Neal Rosenthal, wine terroirist che sarebbe piaciuto a Baldo

  1. E’ bello poter vedere che persone così esistano davvero.In un certo senso è però preoccupante vedere che si tratti,con tutto il rispetto,di un americano e che certi pensieri,certi modi di “trattare il vino”,non provengano da una terra(l’Italia)dove questa cultura dovrebbe essere radicata in ogni singola produzione,in ogni singola zona.

  2. Credo che questo post sia come una radice, una radice di una vite (e di vita) che si fa strada nella profondità del suolo con le mille difficoltà che la vita (e la vite) può incontrare. Chi ama il vino ama un certo mondo, un certo modo di essere, originale e genuino.

  3. “anche se la crisi imperversa e l’economia va male”, conclude Rosenthal, rispondendo all’ultima domanda dell’intervista che ho appena letto.
    vengo proprio dalla lettura del ‘foglio’ odierno (quello di ferrara) e in prima pagina c’è un interessantissimo (per chi ha terra e fa vino)articolo che menziona (a proposito di crisi) le “maxi svalutazioni dei patrimoni che le società saranno costrette a fare”, citando ovviamente gli asset che le garantiscono nei confronti delle banche.
    per chi fa vino questo dovrebbe significare una sempre maggiore vicinanza al territorio e ai suoi caratteri originali, per mantenerne i valori. e per mantenere alta la sua valutazione, anche come asset dell’impresa, piccola o grande che sia. insomma, affrontare la crisi mantenendo alto il patrimonio identitario. almeno così pare a me.

  4. Buon pomeriggio.
    Tanto per sbagliare, eccomi a fare il bastian contrario. “il produttore non deve puntare ad influenzare e determinare il carattere del vino manipolandolo attraverso i processi di vinificazione o imponendo uno stile che di fatto evidenzia influenze e stili estranei al vino”. Si vuole forse dire che il produttore (che è anche investitore di capitali fianaziari, materiali e immateriali che teoricamente dovrebbe remunerare) deve subire passivamente l’ambiente? Una vendemmia 10, la prossima 100 (€ o q.li decidete voi)? Vi prego basta con il marketing al contrario.
    Buon pomeriggio.

  5. @ag:c’è una cosa che si chiama identità e una che si chiamo macro mercato.Le piccole aziende che cercano di entrare nel macro percato perdono la possibilità di crearsi un’identità(da quest’anno sarà parola molto usata),in quanto lo stesso è determinato dalle mode e da un marketing massificato ed orientato esclusivamente alla vendita del prodotto(qualsiasi prodotto) nel minor tempo possibile.Un mercato non lungimirante e non attento a creare radici e basi solide per il proseguo di un’attività nel tempo.Non è marketing al contrario,ma bensì uno è marketing cafone e ignorante,l’altrò si chiama comunicare la realtà delle cose.

  6. Buonasera.
    Gentile signor Arcari, per chiarire: 1)il marketing al contrario è quello sopra raccontato e applicato dal signor Rosenthal. Ed è una strategia usata e riusata, è su tutti i testi in materia. 2)il mercato è mercato, è il luogo virtuale di incontro tra domanda (sia essa piccola o grande) e offerta (sia essa piccola o grande), non c’è micro e non c’è macro. Detto questo fare l’imprenditore significa unire diverse forme di capitale e remunerarle tramite la vendita di beni e servizi a valore aggiunto. Come diceva qualcuno, “il risultato naturale della fermentazione dell’uva è l’aceto”…………

  7. Credo che gli insuccessi che si vedono oggi nel mercato del vino(che di virtuale ha davvero poco)siano dovuti in gran parte ad una applicazione sbagliata del marketing,atta alla massificazione e globalizzazione del prodotto vino…Oggi si cerca di creare un vino che risponda ai requisiti del mercato e si utilizza il marketing per comunicare al mondo”abbiamo fatto qualcosa che vi piacerà di certo”.Spesso avviene che si faccia comunicazione ancora prima di avere il prodotto.Rosenthal,non ha fatto altro che selezionare alcuni produttori che fanno della loro unicità il valore aggiunto della propria produzione.Nel primo caso la comunicazione è frenetica ed orientata a fare notizia per creare interesse immediato e vendite altrettanto facili del tipo “finche ce n’è viva il rè”.A moda finita si comunicherà altra cosa e si cercare di commutare il prodotto con il fine unico di dare novità al mercato, e di nuovo “finche ce n’è viva il rè” e così via all’infinito.Nel secondo caso si cerca di comunicare la realtà delle cose con il fine di far conoscere un’identità (che in un prodotto come il vino dovrebbe essere cosa certa)che sia in grado di sviluppare un mercato duraturo e solido nel futuro,per quanto piccolo.Finche non diventa aceto naturalmente…

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