Sorpresa! Ora i “tribicchieristi” c’invitano ad uscire dal bicchiere…

Valeva comunque la pena, anche se, come ho già scritto qui, si è trattata di un’edizione in tono minore, (parere condiviso anche dall’amico Roberto Giulianileggete qui) che non si capisce bene perché sia stata comunque organizzata, visto che non c’era nulla di nuovo da dire e da comunicare rispetto alle precedenti edizioni, salire a Sondrio per il convegno internazionale Nebbiolo grapes, organizzato dal Consorzio vini Valtellina (in scadenza il mandato del presidente Casimiro Maule, che secondo i rumors verrà sostituito da Mamete Prevostini) con impegno e tono decisamente minore rispetto all’edizione del 2004. Anni in cui c’erano più soldi da spendere ed il convegno era stata un’eccellente operazione di marketing ed un riuscito spot a favore dei vini valtellinesi new wave, e coronamento di una gestione del Consorzio affidata ad un Carlo Alberto Panont non ancora trasferito in Oltrepò.
Valeva la pena tornare a Sondrio perché la Valtellina è bella, anche se sabato pioveva, perché ho potuto rivedere un po’ di veri amici, valtellinesi e non, perché dagli assaggi, fatti nella cornice dello spettacolare Castel Masegra, è emersa un’evidenza sempre più chiara, che le nuove realtà, anche se molto piccole, che vengono coraggiosamente alla ribalta nel mondo della più settentrionale delle zone vinicole lombarde scelgono uno stile che, per dirla in sintesi, è molto più vicino al modello Arpepe che allo stile Nino Negri.
In altre parole si punta ad esaltare la specificità del Nebbiolo di montagna, il suo stile peculiare, attraverso vini eleganti, scabri, essenziali, petrosi, di grande eleganza, vicini a quello stile difeso tenacemente da Arturo Pelizzatti Perego e poi dai suoi figli anche negli anni della nouvelle vague valtellinese e della “sforzatizzazione” e non più, anche se gli irriducibili ed i talebani non mancano, prendendo come riferimento i vini più colorati, muscolari, potenti, redolenti di legno francese o americano e pentastellati simbolo dell’azienda dove opera come enologo il presidente uscente del Consorzio o di altre aziende dall’immagine magari un po’ impolverata.
Provare per credere i vini di piccole aziende, ma dalle idee chiare, come Dirupi, Cooperativa Agricola di Triasso e Sassella, Bruno Leusciatti (esemplare il suo Valtellina Superiore Sassella Del Negus 2005), Terrazzi Alti di Siro Buzzetti, solo 800 bottiglie purtroppo il suo  bel Valtellina Superiore Sassella 2006, per capire come un certo stile, legnoso, prevedibile, noioso, rappresentato da vini che in questi anni si sono accaparrati i consensi delle varie guide e di larga parte della stampa specializzata, incapace di esaltare la finezza del Nebbiolo valtellinese, abbia fatto il suo tempo e sia ormai out e demodé.
Dicevo che la trasferta a Sondrio è comunque valsa la pena, anche se il convegno di divulgazione scientifica non ci ha comunicato alcunché di nuovo sul Nebbiolo, la sua origine, il nome dei suoi genitori, perché nel fumosissimo forum che si è mangiato tutto lo spazio pomeridiano, forum dal titolo “Uno stile chiamato Nebbiolo. Nuove visioni per comunicare il futuro” affidato dal Comitato Scientifico (formato da Osvaldo Failla, Carlo Alberto Panont, Giacomo Mojoli, Claudio Introini) a Giacomo Mojoli, che immagino sia la stessa persona che del Comitato stesso faceva parte, abbiamo avuto, tra interventi, coltissimi, ma decisamente o.t. di sociologi, designer, professori universitari, una clamorosa rivelazione.
Siamo stati invitati, da due persone che sino a ieri sono stati membri influenti dello staff dirigenziale della guida, Vini d’Italia, che più di qualsiasi altra ha condizionato e “drogato” il mercato e l’estetica del vino italiano negli ultimi 15-20 anni, da due figure che hanno contribuito a fare del sistema dei “tre bicchieri” il valore dominante nel racconto e nel giudizio sulla produzione vinicola italiana, il metro di giudizio, il punto di riferimento, ad “andare oltre il bicchiere, a raccontare quello che sta intorno, ovvero le persone che producono vino, i luoghi e le situazioni in cui il vino viene prodotto”.
Capisco benissimo che i signori Giacomo Mojoli e Gianni Fabrizio debbano voltare pagina, reinventarsi un percorso professionale, passare rispettivamente dal ruolo di membro della presidenza internazionale e portavoce di Slow Food e di coordinatore nazionale della guida Vini d’Italia, entrambi membri di quel ristretto sinedrio di degustatori che decretavano la “tribicchierabilità” di un vino, ad altra cosa.
Capisco che Gianni Fabrizio, dopo il recente divorzio tra Slow Food e Gambero rosso e la scelta di quest’ultimo di editare la guida da solo debba trovare un proprio ruolo non essendo più degustatore di punta di Vini d’Italia, e che Mojoli, dopo aver lasciato, in sordina, senza polemiche, Slow Food per trovare rifugio professionale in una celebre azienda franciacortina con aziende ad Erbusco ed in Toscana, debba proporsi con una nuova immagine.
Ma che siano persone del genere, con il loro percorso professionale, le loro storie, le filosofie che hanno incarnato, ad indicarci la necessità di voltare pagina, e a dirci che un certa idea di giornalismo del vino è prossima al capolinea, che occorre “tornare a parlare con i piedi dentro la terra”, è quantomeno sorprendente.
Questo anche se le giravolte, i trasformismi, i voltafaccia sono, dal mondo della politica al mondo del vino, prassi diffusa ed i suoi protagonisti non si preoccupano affatto di passare per facce di bronzo…             

0 pensieri su “Sorpresa! Ora i “tribicchieristi” c’invitano ad uscire dal bicchiere…

  1. Caro dott. Ziliani,

    seguo da molto i suoi interventi ma non sono mai intervenuto. Stavolta peró mi sorge una piccola riflessione che mi permetto di sottoporle. Ora, non é mia intenzione difendere né la Guida dei VIni d’Italia, né Giacomo Mojoli, né Gianni Fabrizio, che se lo riterranno sono in grado di farlo da soli. Penso peró che questo suo post, nella seconda parte, sia un po’, per cosí dire, viziato da una certa ostilitá nei confronti della guida di slowfood e delle persone che ne fanno o ne hanno fatto parte. Detto che, a mio modo di vedere, al di la del giudizio espresso con i bicchieri, la guida di Slowood e Gambero ha, da sempre, avuto l’obiettivo di andare oltre il bicchiere raccontando le storie di chi il vino lo produce e del territorio dove esso é prodotto. A tutti interessavano solo quanti bicchieri venivano dati, ma sopra c’era una scheda piuttosto lunga che raccontava tutto il resto. Non era la michelin del vino che riassume e semplifica tutto in stelle… Quindi non mi stupirei piú di tanto che due persone che provengono da quel mondo pensino che in prospettiva questo elemento vada ancor piú tenuto presente. E poi non vedo perché non prendere come buono il fatto che la nuova guida possa andare in questa direzione, che mi pare di capire é anhe la sua. Si sta cambiando in meglio no?

  2. ciao Franco, hai già letto i vincitori dei vari concorsi del vinitaly? vorrei un tuo commento, a caldo…
    buona giornata,
    Davide

  3. @eugenio
    Premesso che : non compro vino, non vendo vino, non aspiro a fare il giornalista di Blog, di carta stampata e d’altro, non ho niente da spartire sotto il punto di vista lavorativo con il signor Franco Ziliani concordo in pieno con lui.Se io ne fossi stato capace avrei scritto le stesse cose. Nelle sue parole non vedo alcun astio ma solo un’analisi giusta, sincera ed impietosa d’una realta’ drogata, autoreferente ed autocelebrante.Certe espressioni come “raggiungimento dei fatidici tre bicchieri”, “mancare per un soffio il raggiungimento dei tre bicchieri”, la commissione s’e’ alzata in piedi ed ha fatto un applauso di fronte al vino xyz che all’unanimita’ ha ricevuto i tre bicchieri” fanno parte d’una informazione o in confronto della quale Tiziano Crudeli ed Elio Corno quando parlano del Milan e dell’Inter sono esempi di imparzialita’, di sobrieta’ e d’equilibrio.
    In uno de suoi interventi Il Robert Parker der Tufello
    diceva :
    http://www.gamberorosso.it/grforum/viewtopic.php
    “Ci sono poi dei casi dove la conoscenza è così precisa da sfiorare la perfezione. Uno come Riccardo Viscardi saprebbe dire di ogni vigna di Montalcino a chi appartiene e quando è stata piantata.”
    Per fortuna che le conosceva perfettamente !!!!!! Visto cos’à successo nel mondo del Brunello all’uomo della strada sorge il sospetto che non distinguesse il Merlot dal Sangiovese.
    Parlarsi addosso e’ il motto che piu’ s’addice a certi giornalisti.
    Un’altra guida sarebbe la peggior iattura per il mondo del vino : altro rottura di scatole per i produttori che, per fortuna, hanno incominciato a rifiutare di mandare i campioni. Altri alberi abbattuti inutilmente, altri studi di pubbliche relazioni intestati ad amici, mogli, amanti prestanome e manutengoli vari.
    Un produttore mi diceva : ho bisogno di trattoristi e di cantinieri, di addetti alle pubbliche relazioni che mi rompono il ritmo del lavoro con la loro petulanza non so che farmene.
    Da vecchio rincoglionito non posso che citare per l’ennesima volta quanto disse Baldo Cappellano :

    “Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Cosi’ fece, ma non solo, ma sul libro “Italian Noble Wines” scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, e’ disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica.
    Non ho cambiato idea , interesso una ristretta fascia d’amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da 20 mila bottiglie l’anno, credo nella libera informazione,positiva o negativa che essa sia. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori o opposte fazioni, interiormente ricca se stimolata da severi ed attenti critici; lotto per un collettivo in grado d’esprimere ancor oggi solidarieta’ contadina a chi, da madre Natura, non e’ stato premiato.
    E’ un sogno ? Permettetemelo.”

    Teobaldo Cappellano

  4. E ancora una volta, nel rileggere le parole di Baldo Cappellano (pare di sentire la sua voce pacata, capace di esprimere concetti netti e fermi)si possono misurare gli anni-luce che lo separano da un certo demi monde di assatanati del punteggio.

  5. E così c’è un nuovo santo, tanto più santo perché appena scomparso.
    Io trovo imbarazzante usare il pensiero altrui e non il proprio per dare forza a un’idea e tanto più adesso che non c’entro nulla con la guida dei vini posso dire che trovo assurda questa demonizzazione della guida dei vini.
    Vorresti parlare della guida dell’Ais e di come l’ottimo franco ricci, che si firma senza il senso del ridico fmr, assegna i premi?
    Vogliamo parlare di quella manifestazione televisiva degli oscar del vino?
    Scusa, ma se uno deve fare il puro prima guarda a casa e tu sei uno che prende soldi dall’Ais, o no?
    E allora dimmi come vengono dati i 5 grappoli, su, smerdiamo tutto e tutti, avanti con questo modo settario e idiota.

  6. Che dire, sig. Ziliani? Ripecorrendo il suo blog, sapevo – come al solito – cosa aspettarmi dai suoi interventi e da quest’ultimo, in particolare, che non mi ha certo deluso o sorpreso, anche se un’informazione in esso contenuta non è storicamente esatta (e le lascio il piacere di scoprirla da solo…). La sua posizione non cambia; i buoni sono sempre e comunque tutti da una parte (basta ripercorre le tracce su questo suo blog, soprattutto da due anni a questa parte); i cattivi, invece, sempre e comunque a priori dall’altra (tra questi, sistematicamente la Chiocciola di Bra che, non certo infallibile come tutte le realtà umane, è da lei ritenuta il Grande Satana). Lungi da me farle cambiare idea, vada avanti così. Mi permetterà di invidiare le sue salomoniche certezze di schieramento, pure perfettamente legittime; vedo una realtà decisamente più dinamica e sfaccettata, forse perchè sono più ingenuo, forse perchè conosco aspetti a lei non noti o deliberatamente da lei sottovalutati o ignorati. Rispetto le sue scelte e la sua linea editoriale, per carità! La prego, non cambi: mi mancherebbe un punto di riferimento. Mi lasci solo rimpiangere il Franco Tiratore (buonanima) di Wine Report, la cui angolatura di tiro al bersaglio era senz’altro più ampia. Saluto e mi sposto a Verona, prima di ritornare a fare il lettore del suo e degli altri blog in rete.

  7. caro Bonilli, innanzitutto, per l’esattezza, una doverosa precisazione. A differenza di come scrivi, con intento volutamente denigratorio, con una caduta di tono davvero squalificante, io non sono “uno che prende soldi dall’Ais”, ma un giornalista indipendente che collabora con l’A.I.S. scrivendo sulla sua rivista De Vinis, curando le news del sito Internet, e conducendo serate di degustazione in giro per l’Italia. E che per questo, come professionista, viene pagato. Ben altri sono i giornalisti o i personaggi che “prendono soldi”, non si sa bene a quale titolo, da aziende, consorzi, associazioni varie.
    Quanto alla guida cui ti riferisci, non ho nulla a che fare, per cui non ho elementi per pronunciarmi in merito alle questioni che sollevi. Per avere chiarimenti su come vengano attribuiti i “cinque grappoli” rivolgiti alla redazione, a Franco Ricci, non chiedere a me, che di queste faccende non so assolutamente nulla e non mi riguardano. Prendo atto del “riflesso pavloviano” che, nonostante tu sia fuori da tempo dal Gambero rosso, uscita avvenuta in circostanze che in molti abbiamo condannato, ti spinge ad ergerti a difesa dell’operato di quella guida. Molto interessante…

  8. A me pare che se ‘prender soldi’ vuol dire che uno è pagato per il lavoro fatto, sia giusto e ineccepibile.
    Se invece ‘prender soldi’ vuole dire che uno scrive cose meravigliose di un’azienda (agricola o non) solo perché la suddetta fa pubblicità (pagante) sul giornale (o sulla guida) su cui egli scrive, allora oscilliamo tra la scorrettezza e la corruzione. O no?
    E a proposito di ‘santi’, in un mondo come questo, Cappellano parrebbe davvero un santo!

  9. A proposito di Nebbiolo grapes porto alla vostra attenzione il passo finale del comunicato stampa diffuso ieri dal Consorzio Vini Valtellina. Assolutamente istruttivo, soprattutto quando accenni all’ipotesi di una quarta edizione del convegno da svolgersi in quella terra da Nebbiolo per antonomasia che é… la California…
    Il comunicato dice: “Nebbiolo Grapes 2009 è un successo non solo per quello che si è visto durante il convegno – ha dichiarato Valentino Borzi, direttore del Consorzio -. Nei mesi che hanno preceduto l’evento e nei mesi a venire si è parlato e si continuerà a parlare della Valtellina vitivinicola, dei suoi spettacolari terrazzamenti e di quell’uva straordinaria da cui si creano i grandi rossi che il grande pubblico ha imparato a conoscere e ad apprezzare”.
    In archivio Nebbiolo Grapes 2009 si pensa già alla quarta edizione con l’annuncio del presidente del Consorzio Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe, Roero che ha lanciato la candidatura delle Langhe per il 2011 qualora non venissero individuate altre sedi. Andrà quindi prossimamente sciolto il dubbio se tenere l’evento in Italia oppure andare oltreoceano, in California, dove esistono diverse realtà produttive innamorate del Nebbiolo che rappresentano la più importante espressione di questo vitigno al di fuori dei confini nazionali”.

  10. Dopo l’Amarone in Argentina mi sembra giusto parlare di Nebbiolo in California.
    Propongo al Vinitaly di istituire un premio denominato “Masochismo Enologico”. Sarebbe veramente difficile scegliere chi premiare data l’abbondanza dei candidati.

  11. Beh non mi sembra che la questione Amarone/Argentina (sulla quale mi sono documentato proprio su questo blog) abbia molto in comune con l’idea di promuovere il Nebbiolo e i vini prodotti con questo vitigno (fino a prova contraria al 99% made in Italy…) in aree extra italiane.

  12. Caro Franco, sai che non sono mai stato tenero con i Gamberisti, se mi permetti però, almeno nei confronti di Giacomo Mojoli, spezzerei una lancia.
    L’ho conosciuto personalmente, e venuto diverse volte in zona senza mai scrivere una riga, nonostante l’impeccabile accoglienza ricevuta, la mia difesa nei suoi confronti riguarda proprio il suo atteggiamento critico, nei confronti della eccessiva importanza che anche secondo lui si dava alla Guida dei Vini d’Italia. Atteggiamento critico espresso pubblicamente ma ovviamente in una forma molto pacata tipica del suo carattere (tu stesso hai sottolineato la sua uscita in punta di piedi da Slow. Il fatto che abbia messo la sua esperienza a servizio di un produttore è chiaramente una scelta di vita, probabilmente legata alla insostenibilità, caratteriale e di salute, a me spesso dichiarata dei ritmi di vita a cui il suo ruolo lo sottoponeva.
    A me è sembrato una persona con una ottima preparazione, buona comunicativa, appassionato del suo lavoro e della materia e poco attaccato al dio denaro. Questa ovviamente è la mia impressione, una difesa d’ufficio di cui Giacomo non aveva certamente bisogno ma che mi è venuta spontanea per la stima che ho della persona.
    Il diretùr Bonilli, al solito reagisce acidamente, mi è già accaduto in altre sedi on line, il carattere non si modifica e solitamente peggiora con gli anni.
    Permettimi la battuta nei tuoi confronti, amico mio, chissà a settantanni come sarai tu! Con affetto perchè mi piaci esattamente come sei. Beniamino

  13. Non capisco perchè Bonilli si svegli ora criticando il sistema. Si tolga gli occhiali da sole e pensi bene a dov’era lui quando la sua guida faceva pubblicità alle stesse grandi aziende che, guardacaso, venivano giudicate dalla guida e guardacaso, alcune di queste prendevano sempre i 3 bicchieri un anno per l’altro. Come mai non facevate la pubblicità di acque minerali, auto di fascia premium o pullover di cachemire? Che poi le altre guide abbiano seguito la stessa strada, perchè l’Italia è un paese di pecoroni, non significa che quel metodo fosse il migliore o comunque che fosse corretto. E se vi siete sempre considerati una spanna sopra gli altri perchè non avete invertito la rotta per primi, anni fa, dimostrando qualità che altri non possedevano? Ora vorreste buttar via il bimbo con l’acqua sporca? Ma ci faccia il piacere…

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