A volte ritornano: lanciata l’operazione recupero per il Talento metodo classico

Incredibile ma vero, nel mondo del vino, anche se di un loro recupero non si avverte di certo alcuna necessità, temi e soggetti che credevamo dimenticati, quando non morti e sepolti, talvolta si ripropongono e fanno nuovamente discutere. Per dirla con Stephen King, A volte ritornano… Sarò un po’ lungo, lo premetto, ma permettetemi di sviluppare e ben dettagliare quanto voglio raccontarvi.
Non sto parlando della Barbera bianca, del Galestro, dei Vini del Predicato, o del Verbesco, ma di un’altra invenzione, di cui sebbene possa contare – leggete qui – su un apposito decreto ministeriale del 30 dicembre 2004 che ne disciplina l’impiego, si era persa ogni traccia. E di cui, per avere notizia, occorreva ricorrere a Chi l’ha visto.
Do you remember Talento, il termine coniato intorno al 1996, che avrebbe dovuto designare gli spumanti metodo classico prodotti in Italia, e costituire il collante, il minimo comun denominatore per i vini con le bollicine (nobili, ça va sans dire) prodotti in Piemonte, Oltrepò Pavese, Alto Adige, Trentino, Veneto, Friuli, Franciacorta e chissà in quale altra vinicola landa?
Pensavate, anche se in questi anni qualcuno, ad esempio il mio amico Leonello Letrari, ha tenacemente continuato ad inserirlo sull’etichetta dei suoi eccellenti TrentoDoc, che il Talento fosse dimenticato, dopo le riserve ed i distinguo espressi già all’epoca della sua presentazione, quando per la presidenza dell’Istituto Talento metodo classico si era pensato, genialmente, ad uno storico produttore di Prosecco, produttore anche di una minima quota di metodo classico, visto che anche il sito Internet dell’Istituto Talento, da anni era stato tranquillamente dismesso?
Bene, vi state sbagliando, anche se l’originario obiettivo, nobile ma un po’ donchisciottesco, del Talento, quello di offrire una casa comune e un marchio comune ad una produzione eterogenea, era fallito, visto che nello stesso decreto, all’articolo 3,
era indicato che “la menzione «Talento» di cui all’art.1 non e’ utilizzabile per la designazione e presentazione delle partite del V.S.Q.P.R.D. «Franciacorta”, a seguito della “istanza presentata in data 15 settembre 2004 dal Consorzio per la tutela del Franciacorta, con sede in Erbusco (BS) intesa ad escludere la relativa DOCG tutelata «Franciacorta» dalla facoltà di utilizzare nella designazione e presentazione la citata menzione Talento”, e stabilito che la Franciacorta non vuole e non può essere Talento, di Talento oggi si torna a parlare. Questo a causa di un’operazione recupero, repêchage, rianimazione, chiamatela come la volete, che vede protagonisti in particolare un’azienda e una rivista.
Le prime avvisaglie di questa “mission impossible” l’avevo avuta in febbraio, quando sul Corriere Vinicolo, settimanale dell’Unione Italiana Vini (numero 5 del 2-2-09) era apparsa una pubblicità, quasi a pagina intera, del Rotari Talento TrentoDoc, che definiva il “Talento TrentoDoc l’eccellenza della spumantistica italiana del metodo classico”, advertising che aveva trovato uno sviluppo, nel numero della settimana successiva, con una doppia intervista di Carlo Flamini a Camilla Lunelli, della Ferrari Fratelli Lunelli, e a Claudio Rizzoli, amministratore delegato della Cantina Rotari proprietà del gruppo Mezzacorona di Mezzocorona nella Piana Rotaliana.
Se Camilla Lunelli, figlia dell’enologo Mauro, padre del Giulio Ferrari, al Talento aveva accennato solo per ricordare che la Ferrari ne era stata “fra i promotori e sostenitori”, Claudio Rizzoli, figlio di Fabio, per anni amministratore delegato della stessa azienda e autore di una promessa, fatta nel lontano 1997, che è ancora ben lontana dall’essere mantenuta (leggete qui), del Talento aveva parlato diffusamente, costringendo il Corriere Vinicolo a titolare “Qui Rotari: rilanciare il Talento come marchio del metodo classico italiano”.
Dapprima sottolineando che grosse soddisfazioni per il loro metodo classico “continuano ad arrivare dal Nord Europa, in particolare Svezia e Norvegia, dove siamo in Talento più venduto” e accennando ad una “ridefinizione del messaggio Rotari” intrapresa anche “con l’utilizzo della menzione Talento, che affianca in maniera ufficiale il brand dell’azienda e quello del territorio, costituito dal TrentoDoc”. E quindi, in un secondo momento, rispondendo alla chiarissima domanda dell’intervistatore “ma Talento non era stato “seppellito”?” affermando che “Rotari è la cantina che più sta spingendo sulla riproposizione del marchio collettivo Talento, divenuto nel 2005 di proprietà del ministero delle Politiche Agricole dopo la cessione operata dall’Istituto Talento di cui Rotari stessa faceva parte”.
E, se non bastasse, ricordando che il Talento “sebbene sia a disposizione di tutte le aziende che fanno metodo classico di alta qualità non è stato ancora compreso nella sua piena valenza per definire con chiarezza la categoria dell’eccellenza spumantistica italiana”. Un vero e proprio manifesto programmatico questa intervista, con una serie di risposte che meritano di essere riportate testualmente.
“Voi invece ci credete?” la domanda, cui Rizzoli junior replicava: “Sì, crediamo sia una straordinaria opportunità per la spumantistica italiana di alto e altissimo livello per riconoscersi in una grande categoria che faccia pulizia nel settore del metodo classico, termine in cui ormai confluisce un po’ di tutto e che disorienta il consumatore. Se oggi in Italia Asti è sinonimo di spumante dolce e Prosecco di spumante aromatico da aperitivo, Talento potrebbe diventare la nuova frontiera dell’eccellenza italiana in fatto di metodo classico come vino da tutto pasto, fatto con tecnica e vitigni ben definiti”.
E ancora: “Essendo un marchio che identifica una categoria di prodotto e non una zona, Talento non sminuisce o sovrasta la denominazione, ma anzi la esalta come concetto di specificità e peculiarità regionali. Questo consente due cose: primo, di dare finalmente al consumatore un servizio in termini di chiarezza, secondo di fare massa critica unendo sotto un unico ombrello le diverse denominazioni che oggi, pur con la grandissima qualità che le contraddistingue, difficilmente riescono a competere con la potenza di fuoco di Champagne e Cava”.
Comprensibile lo zelo missionario di Rizzoli, teso a sottolineare la positività del suo progetto, ma come possano competere, con nemmeno dieci milioni di bottiglie complessive i vari spumantisti metodo classico italiani (mettendo insieme tutte le zone di zone, Franciacorta a parte), contro i 322 milioni dello Champagne e gli oltre 200 del Cava resta un mistero… Raggiungendo “una massa critica importante”, dice, ma per essere concorrenziali a Champagne e Cava serve davvero un impegno sensazionale…
Evidenza che sfugge, evidentemente, all’a.d. di Rotari – Mezzacorona, persuaso che convincere anche i franciacortini ad adottare il Talento, (anche se il decreto del 2004 esclude che possano farlo) non sia impossibile, perché “riunirsi sotto il marchio comune Talento non comporta sacrifici in termini di esaltazione del territorio, né di brand aziendale, ma anzi convoglia su un unico tema energie e risorse che oggi vengono spese spesso per competere gli uni con gli altri: penso alla comunicazione e al marketing”.
Questo sino alla tirata finale: “sappiamo che per realizzare questo progetto ci vorranno dai cinque agli otto anni – del resto sono passati solo 12 anni da quando il suo babbo promise che Rotari sarebbe diventata l’azienda leader del metodo classico italiano ad oggi, quando il figlio parla di “2,5 milioni di bottiglie” vendute fra Italia ed estero – ma se ci crediamo possiamo riuscirci. Rotari si è da tempo impegnata con energie e risorse a farsi portavoce di questa opportunità, continuerà a farlo perché convinta che sia la strada giusta per la spumantistica italiana”.
Dopo questa dichiarazione d’intenti in forma d’intervista, a parte una nuova pagina pubblicitaria del Rotari Talento TrentoDoc apparsa ancora sul Corriere Vinicolo, il numero 9 del 2 marzo, non era successo granché, fino a quando nelle edicole italiane non fece il suo arrvo, con tanto di strillo “Grande Novità Talento” e ”22 pagine dedicate allo Champagne italiano”, e una quarta di copertina pubblicitaria dedicata alla Cuvée 28 Rotari Talento TrentoDoc (vino sulla cui etichetta, ad abundantiam, si può leggere Talento, Metodo Classico e TrentoDoc) il numero di aprile della rivista Il mio vino, direttore responsabile ed editore Gaetano Manti.
Nell’editoriale, purtroppo ancora non visibile sul sito Internet della rivista, ed intitolato Champagne!!!, si legge tra l’altro: “Vero che nel  dopoguerra molti produttori italiani si sono cimentati nella produzione di vini bianchi con bollicine. Vero che in alcuni casi queste produzioni hanno raggiunto livelli di assoluta eccellenza. Vero però anche che gli italiani non sono mai riusciti a fare squadra per lavorare ad un concetto e ad un marchio che fosse in grado di ben raccontare ciò che di buono si fa nel nostro Paese nel produrre bollicine di grande qualità usando le stesse tecniche dello Champagne. Questa assoluta mancanza d qualsiasi voglia di fare squadra è sintetizzata dalla triste storia che sin qui ha caratterizzato il marchio Talento”.
Si chiede retoricamente Manti: “voi pensate che i produttori di spumanti italiani che potevano fregiarsi del marchio Talento abbiamo mai fatto nulla per promuovere il marchio comune? Sapete bene quale è la risposta perché sono certo che a nessuno di voi il termine Talento dice qualcosa”.
Prima di proseguire con il ragionamento del direttore de Il mio vino, mi sia consentito, come persona a diretta conoscenza dei fatti, un intervento. Che non si sia “mai fatto nulla per promuovere il marchio comune” non è vero, perché, posso assicurarlo, avendo collaborato per un anno con l’Istituto Talento Metodo classico e con la società che ne curava la comunicazione, nella seconda metà degli anni Novanta, le aziende aderenti all’Istituto, tra cui Ferrari, Rotari Mezzacorona, La Versa, Cavit, Banfi, Antinori, Martini, Bisol, spesero cifre considerevoli per promuovere il Talento, attraverso manifestazioni, pubblicità sui giornali, comunicati stampa, iniziative di vario tipo.
Purtroppo, come ricordo bene, gran parte degli sforzi venivano vanificati dal fatto che gli stessi aderenti all’Istituto dimostravano, nei fatti, di non credere al progetto e che molte energie, in uno strano gioco di ostacoli e bastoni tra le ruote, venivano spese soprattutto per vanificarlo e destinarlo al fallimento. Anche all’epoca la Franciacorta si chiamò fuori e rifiutò di partecipare anche alle diverse riunioni organizzative per tentare di lanciare il progetto, ma il vero ostacolo non furono i bresciani, legati ad una loro coerente (e poi vincente) idea di legame vino-territorio, bensì lo scarso entusiasmo degli aderenti, molti dei quali preferivano continuare a chiamare “spumante” i loro vini che Talento, (come del resto avviene ancora oggi, quando passando in autostrada davanti ad una notissima azienda del nord, non si legge di certo il nome della denominazione, TrentoDoc, oppure Talento, bensì il termine “spumante” seguito dal nome dell’azienda…) e faticarono molto prima di convincersi a scrivere in etichetta Talento…
Cosa si propone di fare oggi, con una legittima operazione promozionale e commerciale, oltre che di comunicazione, Manti con la sua rivista? Come chiaramente spiega, “far conoscere quel grande tesoro che si nasconde dietro gli spumanti italiani che si possono fregiare del marchio Talento”, e dedicare dal numero di aprile “una nuova sezione della rivista a quello che noi consideriamo il vero Champagne italiano e cioè lo spumante metodo classico che si può fregiare della dicitura Talento… un tesoro di etichette che possono battersi alla pari con molti Champagne, costando anche meno”.
Questo “non in una contrapposizione, ma in un confronto”, dice, anche se scrivendo del Talento continua a definirlo “spumante metodo classico” (ma non basterebbe dire Talento?) e se con una certa quale disinvoltura parla, in un modo che forse non sarebbe gradito ai francesi e a quel C.I.V.C. che ne cura gli interessi, anche in Italia, di “Champagne italiano”, che sarebbe un po’ come definire Barolo australiano i rari vini base Nebbiolo prodotti nella terra dei canguri… 
Come proverà Il mio vino a “promuovere il concetto di Talento fino a che esisterà la nostra rivista”, in una sorta di madre di tutte le battaglie promozionali a favore delle italiche bollicine nobili, appare chiaro già da questo primo numero: un mix di articoli che spiegano come nasce il Talento, quali sono le uve utilizzate, quali le regole di produzione, i territori, i protagonisti, gli abbinamenti possibili a tavola, e di altri articoli dove dapprima si degusta un grande Champagne da 100 euro in enoteca e poi lo si trova così così, insomma “la grande delusione”, dal titolo di una celebre rubrica della rivista.
E poi, tanto per capire che il Talento non ha nulla da invidiare, anzi, ai francesi di Reims ed Epernay, un’altra degustazione dove “cinque Talento sotto i 22 euro” se la cavano benone “contro uno Champagne da 51 euro”. Senza dimenticare di proporre, come “Talento del mese” il TrentoDoc dell’azienda, vedi caso Rotari, che come si diceva sopra, é “la cantina che più sta spingendo sulla riproposizione del marchio collettivo Talento”.
Tutto legittimo, niente da dire. Da me interpellato via mail del resto Manti appare determinato e ottimista, assicurando “che dietro il progetto di lancio (credo che non si possa parlare di rilancio visto che il tutto non aveva nemmeno imboccato mai la rampa di lancio) del marchio e del concetto Talento vi è molto di più che la volontà di Mezzacorona, azienda per altro di grande importanza nel segmento. Dietro il nostro progetto c’è la ferma volontà nostra e di un importante gruppo di aziende d’eccellenza. La volontà è mirata a diffondere un concetto e un marchio che meglio di qualunque altro può identificare la produzione di spumanti italiani metodo classico di grande qualità”.
Progetto presentato non senza qualche spunto polemico, come quando il direttore-editore de Il mio vino osserva: ”conosciamo benissimo chi ha operato negli anni affinché il marchio e il concetto Talento non lasciassero il segno. La Franciacorta ha espressamente rinunziato alla possibilità di usare il marchio e altre aziende lo hanno osteggiato perchè, per usare l’espressione di un operatore del settore, avevano già la pancia troppo piena. I tempi cambiano e con loro gli atteggiamenti delle aziende. Così è maturata la convinzione che sia importante fare uno sforzo  per dare dignità di marchio  ai molti milioni di bottiglie prodotte con la metodologia prevista dal Talento. Si sente in altre parole la necessità di fare sistema anche se per una nicchia relativamente piccola ma di assoluta eccellenza”. Quanto all’impegno di portabandiera del progetto assunto dalla sua rivista, Manti ribadisce, come nell’editoriale apparso sul numero di aprile, che “noi ci siamo assunti la nostra parte facendo da precursori e investendo molte risorse in questo progetto al quale io personalmente credo molto. Noi andremo avanti con assoluta determinazione e lo faremo operando contemporaneamente in Italia, nei paesi di lingua tedesca e negli Stati Uniti dove la nostra nuova iniziativa sta avendo un successo straordinario. Io sono convinto che la nostra presenza nei tre mercati più importanti per il vino italiano, assieme alla nostra determinazione, potrà fare la differenza. Il tempo ci dirà se abbiamo avuto una buona intuizione o no.
Il gruppo di aziende che produce con metodo Talento è molto più ampio di quanto si possa immaginare. La Franciacorta ha fatto una scelta ormai definitiva e quindi non è questione di rifiutarsi. I produttori di quella zona non possono utilizzare il marchio Talento né ora ne mai. Io sono convinto che vi sia molto da dire anche senza i produttori di Franciacorta ai quali nulla potrà essere tolto del gran lavoro svolto. La scelta a suo tempo fatta dalla Franciacorta non pone alcun problema al nostro progetto e anzi forse offre ulteriori opportunità. Come dicevo sarà il tempo a dire se abbiamo visto giusto”.
Nulla da eccepire, ripeto, sull’operazione, promozionale e di comunicazione, decisa dalla rivista e dal suo editore, ma come non chiedere alle aziende che dichiarano oggi, nel 2009, di nutrire tanta fiducia nelle possibilità del Talento, perché di quello zelo, di quell’impegno, di quella volontà di rendere questa parola (peraltro non bellissima) sinonimo di metodo classico italiano e soprattutto di convincere a crederci il consumatore, non abbiano dato tangibile segno dieci anni fa, magari anche aumentando la produzione di Talento e facendo crescere la “massa critica?”
Va bene che “non è mai troppo tardi”, ma credo si tratti di un treno già passato e che non passerà mai più, di un’occasione sprecata quando forse poteva davvero essere un’occasione, e non, com’è oggi, l’ennesima utopia vissuta dal vino italiano… 

0 pensieri su “A volte ritornano: lanciata l’operazione recupero per il Talento metodo classico

  1. Buon pomeriggio,
    Non v’è dubbio che gli Spumanti metodo classico italinao siano (se fatti con coscienza) di ottima qualità……
    E’ altrettanto risaputo che in Ialia tre zone ben distinte siano particolarmente votate per la produzione di questo eccellente prodotto…….
    Tre zone che a loro volta godono di uno specifico e rigoroso disciplinare di produzione D.O.C. e D.O.C.G. …..
    Mi sembra che siano già a disposizione tutti gli elementi per dare agli Spumanti metodo classico italiano l’immagine che si meritano, facendogli ricoprire il posto giusto nel panorama mondiale.
    In questa fase entra in gioco l’ormai essenziale, ma non fondamentale, marketing.
    Se non sbaglio ogni Zona di produzione dispone di un Consorzio di tutela???? Ecco in quale direzione dovrebbero lavorare, collaborando per un fine comune.

    Grazie.

  2. accidenti Franco , con tutte le difficoltà non dico a battere , ma solo a sfidare un Dio come champagne che affonda la sua nobiltà nei secoli , come si fa a proporre un terroir con limite geografico : Italia

  3. L’idea è molto buona, ma sono anch’io del parere che ormai è troppo tardi. Se il progetto Talento fosse partito una decina/dozzina di anni fa, si pensi alla potenza commerciale del marchio in questi periodi, dove le bollicine rappresentano un punto di forza dell’export italiano…

  4. Una quindicina di anni fa, quando fu indetto il concorso per il nome da dare allo spumante metodo classico, partecipai anch’io come migliaia di appassionati di vino. Devo confessare che rimasi deluso dal nome che vinse il concorso. Una moneta antica… per forza che non ha successo!
    Quella schifezza del Nano, invece, quindici anni prima, ebbe successo per la gran campagna pubblicitaria, per la canzone di Amanda Lear e per il nome indovinato!
    Quando si e’ giocoforza slegati dal territorio bisogna trovare un nome che tira e fare una grande campagna che tira. Senno’… nisba! Anche se il prodotto, sinceramente, e’ davvero ottimo.

  5. Mi sarei aspettato, considerati i precedenti, una critica più affilata a questa iniziativa. Al di là dell’opportunità di “riesumare” un progetto palesemente fallito, mi sembra lapalissiano che il tutto non sia altro che una (triste) operazione commerciale orchestrata da “Il Mio Vino” per dare visibilità ad uno dei suoi inserzionisti più “pesanti”. Tutto legittimo, ci mancherebbe, ma parimenti patetico. Invero non si può negare una coerenza di fondo che ha reso la rivista così “autorevole” nel corso degli anni. Penso ad amenità come la vicenda Firriato v. http://www.ilmiovino.it/ilmiovino/index.asp?idart=ywpse o alla spassosa scelta della Cantina dell’anno 2008, guarda caso la stessa che crede nell’inverosimile rinascita del Talento. Tempo fa, ricevendo a casa la rivista (ne ignoro la ragione, non avendone mai fatta richiesta) mi ero preso lo sfizio di controllare quante delle aziende citate nei varii articoli (o redazionali?) avessero anche pagato per delle pagine pubblicitarie. Il numero era cospicuo ed in testa alla classifica delle più assidue chi mai poteva esserci? Ma la Cantina dell’anno 2008, chi altri!

  6. domanda: secondo voi il giorno in cui Mezzacorona decidesse di fare come fece Firriato qualche anno fa, ovvero di annullare i contratti pubblicitari con Il Mio Vino, l’impavido editore seguiterebbe a fare crociate nel nome del prode Talento oppure andrebbe a cercar fortuna presso nuovi feudatari? Alla fine è sempre e solo una questione di talenti…

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