Franco Ricci spara a zero sul Vinitaly: vogliamo discuterne?

Sul tema Vinitaly, pro o contro, luci e ombre, esserci o non esserci? si è distinto, per chiarezza, forza e “temerarietà” un intervento, quasi “a piedi uniti”, di un personaggio che, per quanto possa essere simpatico o meno (a molti lo è, ad altri decisamente meno, ma non é questo il discorso) è difficile negare che sia una figura centrale nell’ambito della comunicazione del vino, ovvero il presidente dell’Ais Roma e direttore di Bibenda Franco Maria Ricci.
In un’intervista rilasciata a Martino Iannone del Mattino di Napoli, (intervista il cui testo si può leggere qui e poi ancora qui) Ricci ha sparato a zero sulla rassegna veronese spiegando perché non ci sarebbe andato, affermando
Non ci vado per motivi di stanchezza. Fino a qualche anno fa avevamo un bellissimo stand Ais Roma e Bibenda giudicato tra i più suggestivi, poi l’abbiamo tolto. Questa manifestazione non è che un appuntamento per il popolo del vino, ormai ampiamente circoscritto, che ne approfitta per incontrare i suoi produttori. C’è poco business e molto star system. Del resto i dati parlano chiaro: in Italia su 52 milioni di persone, chi solo tre milioni possono considerarsi conoscitori della materia”.
Uscita molto poco politicamente corretta, reiterata da altre considerazioni tipo “degustazioni a catena, con centinaia e centinaia di etichette, rivolte a un pubblico con minime conoscenze di base, al Vinitaly come altrove, non sono che bevute in compagnia”, che non possono essere prese sotto gamba, che meritano attenta considerazione.
Conoscendo Franco Ricci non credo che la sua uscita possa essere liquidata, come qualche superficiale ha fatto su blog e forum vari, come una campagna propagandistica a favore dei corsi A.I.S., non partecipando ai quali non si sarebbe in grado di giudicare un vino e di apprezzarne il valore.
Se un uomo come Ricci arriva ad esprimere un giudizio tanto lapidario e senza mezze misure sulla fiera del vino veronese, allora vuol dire, visto che non è un pazzo, un visionario o un personaggio che il mondo del vino non conosce, che ormai del Vinitaly non si può più parlare, come alcuni fanno, difendendolo a spada tratta a priori, equiparando chi lo critica a qualcuno che sputa nel piatto dove mangia (anche in verità sono altri a mangiarci) o un blasfemo iconoclasta.
Vuol dire che del Vinitaly, di quello che significa, del sistema vino e degli interessi che rappresenta, è venuto il momento di parlare seriamente, chiamando a contribuire al dibattito innanzitutto i diretti interessati, aziende e consorzi, che ogni anno accorrono alla rassegna veronese, investendo molti soldi (non si sa bene poi, a conti fatti, se ben spesi oppure no) ed energie.
In conclusione, vogliamo prendere questa uscita di Franco Ricci come il punto di partenza di una discussione che non può più essere evitata?

0 pensieri su “Franco Ricci spara a zero sul Vinitaly: vogliamo discuterne?

  1. Non sono stata a Vinitaly, ma ho visto la pubblicità, che viene anche riportata qui.
    Non so se quello che scrivo è pertinente.
    Come mai, una fiera italiana, che si tiene in Italia, il cui protagonista è il vino italiano, si esprime in inglese (the world we love), proprio mentre l’italiano, inteso come lingua, è molto coltivato in tutto il mondo anglosassone.
    Non la prenda come un’osservazione zitellesca, caro Ziliani.
    Amo la lingua di Shakespeare, e quando ce vo’ ce vo’, ma quando ce vo’ l’italiano…
    Almeno avessero scritto THE WORLD YOU LOVE, se volevano rivolgersi agli anglosassoni!
    Ma forse intendevano esprimersi come comunità del vino…
    Ma una comunità del vino che parla inglese? Forse per farsi capire dagli americani!
    Sarà mica un lapsus freudiano!? Anzi due!
    Che abbia ragione Franco Ricci?
    Un saluto.
    Giorgia

  2. Caro Franco, confermo che il Vinitaly non poteva andare peggio, ma non mi sento di assolvere il buon Franco Ricci che un bel esame di coscienza insieme ai suoi presunti esperti dovrà proprio farlo. Cari saluti,Vittorio Cavaliere.

  3. @ Giorgia.
    Condivido in pieno la critica sull’uso dell’inglese..
    ( per la cronaca: anche io sono anglofono ..) decisamente molto provinciale…

    Come del resto è anche la carenza di segnaletica efficace all’interno della Fiera.. fuori bandiere e stendadri con un numero dentro padiglioni con altri numeri… Ma ci saranno due-lire-due da dare a Bob Noorda… !

    Magari dopo la segnaletica per la metropolitana milanese, newyorchese e brasiliana riuscirebbe a fare anche la segnaletica di FieraVerona…!

    E’ che bisognerebbe ripensare il tutto… ma le amministrative venete incombono…!

    Gianni “Morgan” Usai

  4. Buongiorno,

    trovo il Vinitaly un appuntamento irrinunciabile per chi lavora nel vino, perche’ concentra nello stesso posto i piu’ importanti operatori e quindi, per chi vuole incontrarli, consente un grande risparmio “kilometrico” e di tempo. Quest’anno ho partecipato per incontrare un po’ di persone che contatto attraverso il blog e devo dire che ho avuto una giornata particolarmente soddisfacente.

    Riguardo a cosa ne pensa Franco Ricci, mi limito a constatare che da ormai 3-4 anni sto risparmiando 70 euro all’anno dell’iscrizione all’AIS. Per ora, per stare sui numeri e considerato che non ho il tempo di partecipare attivamente all’associazione, mi sembra di avere fatto un buon affare.

    Da ultimo, mi permetto di far notare che in Italia risiedono 59.983.983 persone a fine Ottobre 2008, non 52 milioni.

    a presto

    bacca

  5. é interessante vedere quale “contributo” al dibattito e al confronto delle idee possa venire dai commenti, quelli davvero schizofrenici, di alcuni personaggi sinora intervenuti. Rilancio e ripropongo: a prescindere dal fatto che questi rilievi siano venuti da lui, piuttosto che da altri, le osservazioni e le critiche fatte da Ricci possono essere ignorate bellamente e magari stroncate con battutine, oppure, come penso, possono essere l’utile base di partenza per un dibattito su come vanno le cose nel mondo del vino italiano oggi?

  6. Piccola notazione di servizio: ringrazio coloro che hanno deciso di asfaltare la’autostrada, nel tratto di Peschiera direzione Milano, proprio nei giorni della Fiera, eliminando 2 delle 3 corsie. Risultato: 7 km di coda praticamente dall’entrata di Verona.
    E un bel premio a coloro che di quella coda si sono fatti beffe passando sulla corsia di emergenza..(però avevano le quattro frecce accese….).
    Per il resto, a me, da appassionato, la fiera è piaciuta, in generale, dove più, dove meno. NOn è da tutti i giorni farsi raccontare vini così variegati in uno spazio così concentrato. Ma capisco che per gli operatori (ai quali molte altre vie di “conoscenza” sono aperte altrove) certe situazioni di affollamento (e in certi casi persino di becera confusione) non siano gradevoli, soprattutto per lavorare al meglio.

  7. @Vittorio Cavaliere Perché invece di indulgere in demagogia spicciola dichiarando, alla spicciolata, “ma non mi sento di assolvere il buon Franco Ricci che un bel esame di coscienza insieme ai suoi presunti esperti dovrà proprio farlo”, perché non ci informi per quali cose Ricci ed i suoi “presunti esperti”, (perché presunti, poi?) dovrebbero, secondo te, fare un “esame di coscienza”? A me sembra che parlare così abbia ben poco senso…

  8. Caro Franco
    quando il mio collega che ha fatto l’intervista a Ricci mi ha chiesto se potesse andare in quanto inserita in un inserto del mio giornale, come hai molto correttamente riportato tu, ho subito risposto di sì. Un piccolo gesto, mica ci vuole coraggio. Ma sai perchè l’ho fatto? Per il semplice motivo che una formula come il Vinitaly, qui non è in discussione la qualità dell’organizzazione per quanto mi riguarda (Castellani lascia una Fiera trasformata in meglio, i colleghi dell’Ufficio stampa sono stati sempre molto bravi, i servizi alle aziende ottimi), va assolutamente rivista. Ci siamo accorti tutti quest’anno che è stato difficile sfondare nella stampa generalista, lo scandalo Velenitaly dello scorso anno fu solo un palliativo mediatico. Persino mia madre eletta a lettore medio mi ha detto: ma quest’anno non si sente proprio. Sei là? Dunque, come avevi notato tu, qualcosa non va.
    Io non ho la ricetta, ma come ha scritto in una mail inviata a tutti Fabio Piccoli, ciascuno di noi ha avuto una media di 700 (sì, 700!) inviti, a cui non corrisponde l’adeguata capacità di parlare al pubblico degli appassionati e alle nuove tendenze.
    Io sono fiducioso che Vinitaly, così come ha saputo interpretare il rilancio del vino italiano, saprà adeguarsi. Altrimenti sarà una perdita per tutti. Anche per chi organizza i contro Vinitaly.

  9. Quello che dice Ricci è condivisibile, però mi sto chiedendo a chi si rivolga. L’AIS vuol essere un interlocutore (ma di chi?), un intermediario, un filtro, ha raggiunto una posizione da difendere?
    Certamente l’Italia è un paese di analfabeti del vino, lo dimostra anche la “sete” di riviste e di guide che è esplosa negli anni scorsi, ma attenzione che da qui a chiedere che la cultura del vino si insegni alle scuole medie inferiori il passo è breve e ci si deve mettere in coda dietro all’educazione stradale, quella sessuale, civico/costituzionale, religiosa, alimentare etc.etc.
    Se invece il suo è un tentativo di “governare” il bailamme del Vinitaly, perchè tale è diventato, allora perchè non proporsi, come fecero allo sfortunato MI-wine, per gestire loro le degustazioni come momento educativo per i visitatori? E’ sempre meglio che spendere soldi per un bello stand, come sempre è stato quello di Bibenda, dove si fanno però chiacchiere “di palazzo”, ti regalano un tappettino per il mouse e si ammirano 2 belle standiste.
    E’ chiaro a tutti che, così com’è organizzato, il Vinitaly ha perso la sua vera funzione, ma prima l’ente Veronafiere se ne deve rendere conto. Diranno che anche quest’anno è stato un successo, è ovvio con quasi 158.000 ingressi, tutti lo cercano, tutti lo vogliono, tutte le TV ed i giornali del mondo l’hanno seguito etc,etc, quindi mi pare che senza collaborazione e volontà da parte loro non si vada, purtroppo, da nessuna parte.
    Per quanto riguarda l’associazione in sè io non ne faccio più parte, così come ho abbandonato da tempo anche Slowfood, semplicemente perchè pago quote ad un’associazione che a me non da più nulla. Forse sarebbe bene intervenire a livello nazionale, visto il costo dei corsi, per stabilire finalmente chi deve fare il corso professionalizzante e chi può fare solo dei corsi per appassionati o per diffondere la cultura del vino. In questo settore, come al solito accade in Italia, c’è chiunque e tutti ritengono di avere il diritto di parlare e di operare (Ascom, Onav, Fisar, camere di commercio, associazioni varie).
    Ci serve più chiarezza.

    Chiudo con un aneddoto: tempo fa ero in un negozio della zona di Digione e due bambini, di 8 e 10 anni, aiutavano mamma e papà a caricare delle bottiglie di Pinot nero in macchina. Alla mia domanda “Come mai avete scelto questo vino?” i bambini hanno così risposto: “Noi compriamo sempre l’annata nuova perchè costa di meno e beviamo quella vecchia perchè è più buona”.
    Avez-vous compris?

  10. a me pare che Vinitaly sia un evento che abbia proprio i sommelier come interlocutori ideali, per esempio rientrano nel target che anche Franco Ricci come potenziali fruitori delle degustazioni e degli incontri tecnici. Per i sommelier è anche momento di conoscenza, di ritrovo, di approfondimento e di assaggio di vini per le carte dei vini che curano.
    Vinitaly è ovviamente perfettibile e credo sia arrivata al punto in cui si dovrà scegliere tra una dimensione più professionalistica e meno popolare stile prowein, oppure spingere ancora di più sulle veline e la partecipazione del grande pubblico. Così com’è scontenta molti e non soddisfa veramente nessuno, anzi appunto forse solo i sommelier.
    Per questo la critica di Ricci mi pare giusta e in parte condivisibile ma non mi piace che parli (o venga fatto parlare) a nome di tutti i sommelier.

  11. e per inciso, se interessa, oltre ad essere socio ais sono anche abbonato bibenda e spesso a roma per le bellissime degustazione che solo franco in italia riesce ad organizzare

  12. e vai con la “dimensione più professionalistica”, ovvero l’italiano, questo sconosciuto…
    Che quello che Franco Ricci dice, a titolo personale, venga presentato come la posizione di tutti i sommmelier esiste solo nella fantasia, un po’ troppo fervida, del signore che ha commentato. A sproposito

  13. Riporto di seguito una discussione di qualche mese fa con alcuni miei carissimi amici nonché produttori di vini nella zona dell’astigiano.
    Senza dubbio le fiere in generale sono uno dei tanti modi per presentare i propri prodotti ai probabili acquirenti: sicuramente il vinitaly è una delle più importanti (o conosciute) fiere vinicole al mondo del vino Made in Italy.
    Pero’ se usiamo come esempio una cantina “normale” cioè che produce vini con un costo a bottiglia che non supera i 6 – 6,5€ (al pubblico) e con una produzione totale di 15-20000 bottiglie il vinitaly diventa subito una fiera troppo onerosa e tante volte, anzi troppe, non si ha un ritorno economico ne immediato ne futuro.
    Non è normale che una fiera, a conti fatti, vada ad incidere di 0.30-0.40 centesimi di euro a bottiglia!
    Sto parlando di cantine di giovani produttori che non hanno nessun tipo di blasone o nome ma solo il loro vino.
    Quindi, il vinitaly, è diventata una fiera che fa del bene soprattutto a Verona (alberghi, ristoranti e strutture ricettive in generale) e all’ente fiera.
    Proibitiva la partecipazione ogni anno di queste piccole cantine con conseguente malcontento generale che trova sfogo in diversi modi.
    Quello economico non è di sicuro l’ unico problema del vinitaly.
    Che ne pensate di un vinitaly simile alla fiera di bordeaux? Cioè una volta ogni 2 anni? Potrebbe essere un modo per attirare gente del settore e far risparmiare qualche € ai produttori…
    Mi piacerebbe sentire “la vostra”.
    Grazie Ziliani se vorrà pubblicare il mio “pensiero” .

  14. Penso che al di là della consideraziona circa le “bevute” tra amici più o meno condivisibile, credo che bisogna invece mettere in risalto una cosa: il Vinitaly è sicuuramente un grande affare per l’Ente Fiera di Verona che tra noleggio spazi e servizi alle aziende e alle istituzioni presenti e tra i biglietti venduti (a caro prezzo manco fossero loro a pagare il vino offerto in degustazione) sia un bel business e grandi cifre.
    Io, per quanto mi riguarda, seguo molte piccole realtà campane alle quali quest’anno ho consigliato di non partecipare: a conti fatti tra quello che si sarebbe dovuto pagare (2.500 euro a box); il pernottamento e la logistica (almeno altri 2.500 euro) ed il vino che si sarebbe consumato in degustazioni, ogni azienda avrebbe dovuto “investire” circa 6.000 euro, quello che potrebbe rappresentare per alcuni una buona fetta di utile se non di costi già sostenuti e in questo clima di crisi non è facile considerare ciò.
    Inoltre credo che ogni BUON CONSULENTE debba fare per i propri clienti anche un’analisi dei costi e dei benefici di ogni evento e non considerarlo SOLO una PROPRIA PERSONALE VETRINA per incontrare giornalisti, arruffianarsi l'”opinion maker” di turno o il buyer che in queste circostanze già sa cosa cerca. RITENGO SCANDALOSO UN SISTEMA IN BASE AL QUALE LE ISTITUZIONI ANZICHE’ PROMUOVERE PICCOLE REALTA’ EMERGENTI PROPONENDO LORO UNA VISIBILITA’ PRIVILEGIATA, LE PARAGONINO A REALTA’ GRANDI E GIA’ AFFERMATE SUL MERCATO CHE UTILIZZANO VINITALY COME HAPPENING PER I PROPRI CLIENTI, MENTRE CHI HA NECESSITA’ DI FARSI CONOSCERE A STENTO NON CI RIMETTE LE PENNE CON COSTI ESORBITANTI. Circa la posizione di Franco Ricci, che a prescindere da tutto a da tutti, è un esperto al quale tutti devono qualcosa, creda che essa debba essere considerata non fosse altro perché è la posizione di uno che ha vissuto a pieno l’esplosione del fenomeno vino in Italia e ne è stato uno dei maggiori artefici. Auspico una proficua discussione su questo fenomeno al di fuori delle mode e delle convenienze
    Pietro Razzino.

  15. anche un imbecille capirebbe che “leader storico dei sommelier” é opera del titolista dell’articolo e che non si tratti invece di un titolo che qualcuno, seppure Ricci, si sia attribuito. Il “prezzemolino” invece non ci arriva, perdendo l’ennesima occasione di tacere e di evitare cattive figure

  16. Trovo ci sia una contraddizione nel pensiero del Presidente Ricci: se Vinitaly è una manifestazione ormai assimilabile a una bicchierata tra amici, interpreto quindi non “rispettosa” del vino e del suo mondo, come si può pensare di riportarla in auge introducendo una sorta di numero chiuso per corsisti di almeno primo livello?
    Compito dell’Ais credo sia fare soprattutto divulgazione: non ha senso rintanarsi, rinchiudersi tra addetti ai lavori. A mio parere è necessario invece che l’Ais riveda il suo linguaggio, insegni a “parlare” di vino, della storia e delle persone che stanno dietro un bicchiere: benchè all’inizio necessario, il linguaggio tecnico, dell'”abbastanza fresco, abbastanza tannico etc” alla lunga non paga, come nemmeno l’atteggiamento ispirato alla ricerca di chissà quali sentori. L’avvento dei sommeliers in televisione ha scatenato anche una certa forma di rigetto e di scherno, della quale gli addetti ai lavori devono tener conto. Molto è stato fatto, ma vorrei capire e sentire che l’Ais ritiene più importante una passione, una persona, un territorio, suggestioni che alla fine fanno opinione e determinano interesse, piuttosto che coloro che semplicemente mettono il naso dentro un bicchiere.

  17. Caro Franco, mi sorprende l’acredine nei miei confronti nonostante gli incontri si sono diradati non ricordo di aver mai avuto scontri con te. Difatto mi dai dello stupido rileggo altri interventi e leggo di gente maggiormente in disaccordo ma sorvoli.Basta vietarmi di scrivere non è necessario offendere. Sei proprio sicuro che solo tre milioni su circa SESSANTA milioni di Italiani siano leggittimati a parlare di vino, e per quale criterio? Mi autocensuro e non partecipo più al contradittorio chissà un giorno potrai cambiare idea sul mio conto.

  18. E molto interessante il tema proposto. E’bene discuterlo, perchè liquidare i pareri di chiunque frettolosamente non è mai sano e utile. Ricci dice due cose importanti: che Vinitaly lo ha stancato e che l’Italia del vino gode buona salute, tutto sommato, e che i produttori lo sanno. Concordo su entrambe le cose. Sulla prima: mi pare comprensibile, e intuitivo, che una rassegna del genere venga a noia. E’ anche molto semplicemente umano che ciò che non cambia stanchi. E non mi sembra che la manifestazione si stia rinnovando. Io ho visto quest’anno lo stesso Vinitaly dello scorso anno e dell’anno prima. Mi chiedo come mi sentirò dopo averne fatte 15 o 20 edizioni. Ma, in fondo, non è il contenitore quello che importa. L’Italia del vino che ogni anno vi si presenta è diversa. E questo chemi sembra che sia sottlieneato in senso positivo, basta. Se poi il Vinitaly riesca adeguatamente a rappresentarla, questa è un’altra cosa. Non credo che neanche gli competa. Ti consegno un grammofono: mostrami cosa sai dire e fare. La domanda è: cosa ci si aspetta da una Fiera del genere? Risalendo a monte della questione, mi sento di escludere è che il Vinitaly possa essere preferito da un utente generalista e del tutto a digiuno della materia. Prima di tutto perchè ha un suo costo e soprattutto perchè è di dimensioni sovrumane e assolutamente alienante per chi non sa muoversi con disinvoltura. E poi perchè non mi sembra che le aziende curino con particolare attenzione quel tipo di utenza. Basta poco per accorgersene: un non addetto al settore percepisce una distanza incolmabile tra lui e il produttore, se non addirittura di essere perfino sgradito in certi momenti. Peggio ancora:dunque forse è bene discuterne perchè è sempre meglio, almeno, essere o carne o pesce, piuttosto che un ibrido. Il tema che Ricci solleva non è mi sembra se per andare al Vinitaly occorra avere una speciale preparazione, ma quale sia il livello della preparazione sull’argomento in Italia. Tenuto conto che il vino è un importante voce dell’economia nazionale, sarebbe forse giusto che, mediamente, questa conoscenza fosse più elevata. Ma pretendere che chi accede al Vinitaly abbia alcuni requisiti, mi sembra piuttosto insostenibile. La fiera stessa contribuisce in maniera determinante a fornire informazioni e esperienze a chi è meno colto. Perchè privare costoro di questo primo approccio?. Senza contare che i tanti che “razzolano” per i padiglioni fanno numero, un aspetto che, pure solo per far muovere il contatore delle presenze e il tam tam mediatico, è inutile fingere di ignorare. Non siamo mai contenti: se c’è poca gente in giro, non va, se ce n’è troppa, li vogliamo colti. A questo punto se si vuole che Vinitaly sia dedicato solo agli addetti al settore e ai più colti, possiamo anche dimezzare il salone: non lo si riempe con i soli esperti e addetti al settore. Macchè: più iniziati dovrebbero frequentarlo. Ma bisognerebbe rendere piu’ netta la divisione dei due aspetti. In modo che entrambe le tipologie di uteni siano pienamente soddisfatti. Cosa che ora forse non accade. E poi: cerchiamo di non affossare sempre con le nostre mani le cose che in Italia funzionano. Moderiamo un pò i toni quando ne va della credibilità di una manifestazione che con tutti i sui difetti è LA manifestazione di riferimento del Paese. Ogni parere va rispettato. Il mio: ho visto in questo Vinitaly, a prescindere dalla crisi, una bella vitalità. Dobbiamo esserne felici. Perchè offuscare con il pessimismo e l’ipercriticismo questa verità? Non bastano le palate di fango che ci siamo tirati addosso lo scorso anno agli occhi del Mondo? m.

  19. nessuna acredine nei tuoi confronti Vittorio. Sono solo stupefatto, ricordandoti persona capace e preparata, che tu indulga in uscite demagogiche, che non fanno onore alla tua intelligenza. Dagli sciocchi non mi aspetto niente, dalle persone in gamba pretendo che usino il cervello. Tutto qui

  20. per me che sono sommelier il vinitaly è un’occasione per assaggiare, per parlare con i produttori, per fare il giro d’italia in poche centinaia di metri. l’ais in quanto associazione di comunicatori dovrebbe essere più presente per aiutare i visitatori a capirne di più e le aziende a promuoversi meglio. un esempio luminoso potrebbe essere quello dell’ais puglia che con il suo banco di assaggi ha aiutato molte aziende a non avere lo stand intasato e contemporaneamente i visitatori a fare un bel tour tra negroamaro, primitivo e nero di troia…

  21. Non so fino a che punto AIS abbia titolo di merito per esporre progetti su Vinitaly. Ho visto numerosi sommelier aggirarsi fra gli stand; molti erano lì per acquistare, più che per degustare e aggiornarsi. AIS è forte, ha potenti interessi, ha creato un “sistema”. Certo che potrebbe rendersi utile, ma non credo che possa mettersi al centro e chiamare palla.
    Vinitaly deve essere riformato: a cominciare dalla collocazione temporale: almeno 10 anni fa ho scritto – con l’onore di essere citata da Veronelli – che dovrebbe essere alternativa a Bordeaux. Poi dovrebbe essere riservata effettivamente ai professionisti, con l’accesso a privati consumatori e bevitori limitato ad un giorno. Inutile organizzare una marea di degustazioni: agenti, enotecari, ristoratori sono impegnati a conoscere le aziende, a incontrare i fornitori e non hanno il minimo tempo da perdere!L’aspetto dell’incontro è la cosa più bella di Vinitaly; un momento di straordinaria umanità e crescita professionale che solo lì trova un incipit unico, dando avvio e consolidando relazioni che poi ciascuno sceglie di perfezionare nel tempo.
    Vinitaly va difeso ma va migliorato; le aziende non sono limoni da spremere; chi ci va per lavorare deve essere in condizioni di farlo, deve avere spazi adeguati e poi non subire il martirio dell’arrivo e della ripartenza da Verona, con ingorghi e code da delirio.
    Senz’altro anche i giorni devono cambiare: i ristoratori devono avere anche il martedì e il mercoledì, quindi Vinitaly dovrebbe partire il sabato. Vinitaly è lavoro, non una fiera strapaesana.

  22. PREMESSA: Generalizzare è sempre rischioso, la vita ci insegna che appena ci si avvicina ad una cosa complessa si trovano sempre aree di diversità rispetto alla visione che si ha “da più lontano”.

    Ad ogni modo, io NON ho trovato l’intervento di Franco Maria Ricci, letto così com’è, slegato dalla realtà: condivido in particolare la parte dove dice “la forza sono i nostri terroir, tante micro realtà che permettono di realizzare prodotti di ampia gamma e di grande interesse…”

    Anzi, personalmente ritengo sia il modo più semplice per far risaltare la nostra italianità, dove sia piccoli che grandi si esprimono secondo quella direttiva, il territorio appunto e non il mercato. Produco quello che è tipico da me e lo propongo al mercato, ci sono persone, gli addetti, che mi aiutano a farlo conoscere (i sommelier? Almeno questo è quello che mi è stato sempre detto ai corsi (per ora sono al secondo livello): “girate, non bevete solo quelli famosi, guardatevi intorno documentatevi e assaggiate, siate ambasciatori non fotocopiatori e pappagalli”)….ma anche gli enotecari, i giornalisti e tutti gli altri addetti che veramente fanno “informazione” e non semplice “divulgazione”.

    Ecco guardo con questi occhi la manifestazione e commento.

    Al vinitaly ci sono andato, pur essendo un produttore, per parlare con addetti e per conoscere produttori che ho incrociato in rete su discussioni varie, pur avendo una chiara tabella di marcia “misurata” mi sono trovato alla fine della giornata con una serie di incontri “inevasi”. Ho pensato, cavolo se io che ero realmente interessato, ho corso tutto il giorno e per motivi organizzativi (banalmente le persone con cui mi dovevo incontrare erano momentaneamente occupate con operatori) non sono riuscito a seguire la mia lista, che forza attrattiva deve avere un’azienda presente in fiera per assicurarsi “la visita”?

    E anche se riesce a far quadrare i conti, dato che gli appuntamenti sono per definizione elastici, quante persone devono assistermi per garantire a tutti di poter finalizzare almeno l’incontro (es se io fossi stato un importante contatto per quelle aziende era un nulla di fatto!)?

    Stare alla stessa fiera dove trovi i big e i piccoli, semplicemente dislocati in luoghi diversi e chiaramente organizzati “in base alle possibilità” sia in partenza una situazione da valutare attentamente: basti vedere che chi è riuscito a crescere la prima cosa che fa è prendersi uno stand tutto suo magari un pò lontano dai suoi competitor diretti di territorio…

    Lato ingressi indifferenziati, come ha detto qualche collega in altri blog della serie del “ahò mene fai due”, credo che i produttori tendano a guardarti in cagnesco per capire se compri o rompi proprio in conseguenza di quel fenomeno. Credo siano poche le ragioni per rifiutare un confronto o un opportunità, ma se la contropartita è il rischio di alimentare il tasso alcolico di un qualunque “beone” la cosa cambia e si riflette su tutti.

    Viviamo in una società con caratteristiche ben precise, chi va al Vinitaly probabilmente un po sa già cosa trova ma concordo con la necessità di scegliere il “cosa voglio fare da grande” perchè così com’è l’attrattività costo/investimento alternativo con visita ai propri importatori / distributori non sono sicuro sia vantaggiosa.

    Cordiali Saluti

  23. Premessa: Ricci non è che mi rimanga molto simpatico. Credo comunque che in questo caso sia da quotare!
    Io non sono mai stato al Vinitaly pur avendone tutti gli anni la possibilità. Però dall’immagine che passa (anche seguendo determinati blog con certe interviste) è quella di un Motor Show del vino, con veline, pr e schiamazzi a fare da contorno. Non credo che questo avvicini al vino i 49 milioni di persone che, come dice Ricci, non sono conoscitori del mondo enoico.

  24. @ Patrizia.
    E’ vero il Vinitaly và migliorato… a cominciare dalla comunicazione…

    In una qualsiasi, normale azienda privata qualsiasi persona avesse concepito una comunicazione talmente povera per non dire “scolastica”… verrebbe messo alla porta senza tanti complimenti..!

    Gianni “Morgan” Usai

  25. caro franco, che in italia ci sia una cultura del vino limitatissima è assodato e ritengo che non sia e non possa essere vinitaly a poter limitare i danni. La fiera di verona è una manifestazione enorme e può essere tutto e il contrario di tutto, dipende come uno la vive e che cosa cerca. Anch’io sono abbonato bibenda e dò atto all’AIS Roma di organizzare manifestazioni che nessun altro in italia organizza, ma sinceramente non approvo certi tipi di lezioni da personaggi che si sono anche distinti per dare assoluta precedenza a interessi commerciali o ripicche personali a scapito proprio della tanto sbandierata cultura…

    Con affetto.

  26. Io il Vinitaly lo vivo da ristoratore, oltre che da appassionato e enologo. Ogni anno è l’occasione migliore per ritrovare cari vecchi amici enologi, fissare appuntamenti con nuovi e vecchi rappresentanti che mi permettono di avvicinarmi alle aziende e ai loro prodotti, andare a trovare personaggi con cui si è collaborato in passato. E’ un punto di vista molto particolare che mi fa pensare a quanto potrebbe essere bello se questa fiera cominciasse il lunedì e finisca il giovedì, dando maggiori opportunità a gestori di bar, ristoranti e altri esercizi, di poter avvicinarsi ai produttori. Anche perchè ogni anno i produttori in confidenza mi dicono sempre la stessa cosa: “i migliori giorni sono il giovedì e il venerdì, il sabato e la domenica è pieno di ragazzi, compagnie di uomini e famiglie coi passeggini”. Con questo non ho nulla in contrario ai visitatori e a tutti gli eno appassionati, ma percepisco sempre più un malcontento tra i produttori, nonostante la gente comune rappresenti effettivamente il consumatore finale per le aziende, anche perchè è una fiera che costa parecchio al metro quadro e non ci si stupisce se i produttori, specialmente medio-piccoli, desiderano una fiera più “mirata” alla vendita (basti pensare agli “sconti fiera” che molte cantine applicano ai prodotti). Mi interessa moltissimo la sua opinione a riguardo. Lei che ne pensa?

  27. Rientro or ora da quel di Verona ed esprimo alcune considerazioni.
    Il Vinitaly è certamente da ripensare, logisticamente ed a livello di costi, al tempo stesso è un evento da cui difficilmente si può prescindere e spiego perchè.

    Non ho mai partecipato, da produttore, a tutti gli eventi mediatici, giornalistici, di presentazione delle varie guide, enologi, consorzi etc etc, perchè li ritengo, in quella sede, estremamente autoreferenziali e che difficilmente lascino il segno nella stampa e nei lettori appassionati, a meno che qualcuno non parli di Velenitaly o magari qualche produttore importante impazzisca e convochi una conferenza stampa per confessare che fa da sempre il proprio vino con i vini degli altri ;-).

    Al tempo stesso, per aziende come la mia (400.000 bottiglie/anno) o giù di li, è il posto in cui incontro quegli importatori che comprano quantità piccole dei miei vini, e che non giustificherebbero visite sul mercato di competenza da parte mia. Diventerebbe per me e per tanti come me, improponibile incontrarmi con loro in posti diversi e praticamente tutti insieme.

    Va ripensata la durata (il 50% dei produttori non è presente il lunedì ultimo giorno, lasciando gli stand spesso in mano ad hostess che fanno più danno che bene), e dovrebbe essere lasciata la sola domenica all’ingresso dei semplici appassionati.

    Io vi partecipo ormai da 16 anni, e posso dire francamente che dal punto di vista della efficienza la fiera è oggi molto più organizzata di qualche anno fa, quando regnava l’approssimazione e la totale scortesia nei confronti di chi pagava.
    Andrebbe ripensata in un contesto molto più professionale con molti meno nani e ballerine.

  28. Condivido quasi totalmente quanto scrive Luciano.
    Aggiungo che un po’ intravedo sorta di atteggiamento saturnino da parte del Presidente Ricci per come, a mio avviso,snobbi adesso quanto lui stesso, in modalità indiretta ancor più che diretta, ha contribuito a generare e, soprattutto, ad ampliare così tanto.
    Il Vinitaly, proviamo a metterla così, è mass market che . . più mass . . non si può.
    Al Presidente Ricci, e lo comprendo, adesso piace di più la lounge di SQUISITO!

  29. Nel Presidente Ricci scorgo un atteggiamento saturnino, per come adesso evita il Vinitaly, creatura che, moltissimo in maniera indiretta e non poco in maniera diretta, ha certamente contribuito a far crescere e ad acquisire notorietà tanto da diventare per il socio AIS il viaggio rituale.
    Il Vinitaly è mass market che più mass. . . non si può.
    Deve macinare grandi numeri in tutti i sensi: espositori, visitatori, stampa, eventi collaterali e deve far riempire gli alberghi di Verona (ed i ristoranti) e di tutta l’area d’intorno.
    Fateci caso, basta leggere i comunicati stampa ex-post, tutti impostati sui numeri (in analogia televisiva vorremmo dire audience) e non sulla soddisfazione degli operatori e dei visitatori (diremmo gradimento).
    E così un anno dopo l’altro. Poi un anno, temo vicino, l’implosione, la bolla che si sgonfia e . . . chi si ricorda più (tanto per dirne una) della Campionaria di Milano ? Eppure, era. . . la Fiera !
    Comprendo che attualmente il Presidente Ricci preferisca le atmosfere più eleganti, diciamo di nicchia, della lounge di SQUISITO!
    A San Patrignano il Presidente Ricci ci andrà di certo e, lo spero, ci sarà anche Franco.

  30. Ricci è un mago della comunicazione e credo che senza di lui il sommelier in Italia non avrebbe avuto la dignità professionale conquistata in questi anni. Poi può essere simpatico o meno, commerciale o culturale, credo che le persone vadano giudicate per quel che fanno. Lui ha percepito la stanchezza del Vinitaly e l’ha espressa. Credo che tutti, anche Ais Roma, stia pensando a riposizionare la comunicazione del vino

    @Andrea
    Come ha sottolineato Franco, il titolo di re dei sommelier è la classica licenza giornalistica per presentare il personaggio ad un pubblico generalista. Non dimentichiamo che l’intervista è stata pubblicata su un quotidiano. Come dire: il re del goal, il re del blues…

  31. Sono stata a Vinitaly, come ogni anno, e noto che si riscontrano sempre le stesse problematiche. L’Ente fiera potrebbe mettere qualche panchina in più, ad esempio. E i sommelier, invece che fare i camerieri vestiti da pinguino che ti servono il vino, potrebbero “spiegare”, “comunicare”, ecc. Ce le siamo dette mille volte queste cose.
    In realtà, secondo me, una fiera del vino italiano serve, è indispensabile. Verona è la location meno adatta, per la viabilità, per i parcheggi, per gli alberghi che triplicano i prezzi, e anche per certe espressioni di “fastidio” dei nativi. Noi siamo lì per lavorare, altri sono lì per divertirsi. Tutti cacciamo un sacco di soldi per essere lì. Eppure sembra che facciamo un dispetto a Verona e alla cittadinanza. Come si dice dalle mie parti: “Tiratevi insieme”! Se Ente Fiera e Comune non vanno d’accordo non vedo perché dobbiamo andarci di mezzo noi.
    Ne approfitto per rispondere anche a pietro razzino: tutte le fiere sono così. pensa al salone del gusto… che in teoria sarebbe fatto per far conoscere prodotti di nicchia e piccoli produttori, che invece spesso vengono spennati vivi e non hanno ritorno. parole dei produttori, non mie.
    Per quanto riguarda le esternazioni di Franco Ricci, forse ha ragione lui: per noi che non capiamo quasi nulla di vino, poiché non abbiamo appeso al collo nessun pentolino, sono solo bevute in compagnia.
    Ho bevuto in compagnia di Franco Ziliani alcuni (sospendo il giudizio) vini che hanno “fatto la storia”. Ma non ha alcuna importanza: era solo una bevuta in compagnia…
    M

  32. Aridànghete col Velenitaly, gemello siamese del Velinitaly e del Casinitaly.
    Lo scrivo dalla tribuna: io non capisco.
    A mio parere [ricordo che non sono socio AIS, né produttore, né ristoratore, né enotecario, sono un Non Tesserato, e perciò (purtroppo) tipicamente “out” da queste discussioni] il Signor Ricci fa strabene, a dichiarare quel che gli si attribuisce.
    Si contesta il Vinitaly, come rappresentante il Male. Sbagliato. Il Grande Ordine del Sistema Economico Mondiale è un Ipercubo di Rubik, è mobile e sincronizzato sul perno centrale che è il Bisinìss, e non si sogna nemmeno di scomporsi in pezzettini, nè di lasciarli andare per conto loro. Quantomeno, non perché la Ippocrate lo guarda storto. Il Sistema Economico del Mondo del Vino è un sottocubo del Cubo di Rubik, il Vinitaly un suo sottocubetto, le aziende che vi partecipano dei sottosottocubetti e ciascun partecipante un sottocubodelsottosottocubetto, ciascuno contribuisce con le sue scelte e coi quattrini che vi immette, esattamente come succede con le riviste e le guide vendute al Popolo Bue Sovrano. Anche chi lo contesta è pedina del gioco, giacché nel farlo ne riconosce l’identità e la forza.
    Do ragione a coloro che omologano il Vinitaly a tutte le grandi esposizioni commerciali: che si tratti di Motorshow, Smau, Bit o Fiera della pesca, fanno tutte lo stesso percorso, sputato. Lo prova (non gufo io, lo leggo nei post di Veri Iniziati) che anche Vino Vino Vino si sta instradando nel medesimo solco: è fisiologico. Fiere nascono ogni anno un tot, qualcuna cresce, altre no. Le prime lo fanno perché il Sistema si accorge che hanno successo, sono dei volani che possono macinare tanti soldi, e più crescono e più assumono la fisiologia delle altre cugine di successo, inclusi “nani e ballerine”, perché di Bisinìss si tratta, alle quali regole la fiera non può che allinearsi, dato che ormai ne fa parte. Perfidamente, confiderò che l’odierno scenario del Vinitaly era largamente previsto, da tempo: ricordo di averne parlato, alcuni anni fa, in un agosto di un certo albergo in una certa isola italiana, con un signore, che io chiamavo “Mister Vinitaly”, che è il Direttore Generale della Fiera di Verona. Avendo visto le Veline allo Smau, gli ho detto che secondo me sarebbe stata solo questione di tempo: gufavo? No, io al Vinitaly non vendo e non compro, manco ci vado, per questioni politiche e sentimentali, escluso quest’anno.
    Tutte quelle fiere arrivano a due momenti certissimi:
    1)il Glamour;
    2)l’Implosione.
    Così come nel primo punto le Veline stan coerentemente accanto alle gallerie del vento fatte di foglie ed a castelli medievali, il signor EffeEmmeRicci fa bene a dire quel che dice: egli è semplicemente uno che, facendo parte dei Sistema ed avendo la dote di vedere più lontano che altri, detta qualche tratto della linea, e la sua dichiarazione è semplicemente uno dei piccoli spostamenti d’asse del Sistema medesimo.
    Il Vinitaly dell’anno prossimo rifletterà i desiderata delle aziende che scelgono (talvolta obtorto collo) di far parte del Sistema, dalla più colossale alla più piccina: sarà simile a quello di quest’anno, migliorato in qualche dettaglio, ma scommetto che vi saranno più veline e più nanetti, e la maggior parte di loro non sarà pagato coi schei delle tasse mie, ma direttamente dalle aziende espositrici. E’ andata così OVUNQUE.
    Dunque, ben vengano tutte le critiche e le osservazioni amareggiate, che io leggo come giuste e condivise esternazioni di dolore, ma io chiedo a me stesso: ma questi mali di pancia, non è che vadano curati all’origine, anziché solamente scambiate tra malati, manco fossimo in lista d’attesa al pronto soccorso?

    Ugo

  33. Allora se dobbiamo dare retta ai “desiderata” delle grosse aziende vinicole e degli organizzatori che si facciano un “villaggio-olimpico”, stile Roma & Cafonal, con le proprie ansie aziendali, le proprie sciure, le proprie veline e palle varie…

    Oppure facciamo una succursale di Gardaland…

    Chiamiamo il distretto delle giostre di Rovigo…

    O quelli di Disneyland… gli americani sono fortissimi nell’intrattenimento..!

    Non penso che Verona Fiere abbia problemi per i budget necessari agli ingaggi di cui sopra..

    Il rispetto per il vino, però, è un’altra cosa…!

    Gianni “Morgan” Usai

  34. Non è un’uscita a favore di AIS,ma a favore di fiera di roma….che,in concorrenza con fieramilano e come tutti ben sanno a Verona ,vorrebbe papparsi il vinitalystarsystem…..

  35. Gianni Morgan Usai, chiedo venia, ma contraddico perchè mi sembra che il suo punto di vista sia tipico e sintomatico, e lo faccio cinicamente proprio perchè voglio sottolineare che cinico è il pensiero di chi vede il Vinitaly dall’altro lato della barricata.
    Il budget di spesa di Verona Fiere è costruito da chi finanzia la fiera stessa: enti locali (pochissimo), sponsor (pochissimo), espositori e visitatori (quasi tutto). La Velina è pagata coi soldi pubblici se è chiamata dalla Regione Veneto, dall’azienda X se scritturata da quest’ultima. In questo caso, la Velina la pagano i consumatori, come parte dei costi commerciali che incidono sul costo del venduto. Tutto è parte del brodazzo del Sistema commerciale. C’è che non si può permettere la velina, ed assume una standista, ossia una proto-velina, già lì ormai da anni.
    I desiderata di cui parlo non sono affatto quelli delle grandi aziende le quali (tra l’altro) pagano a metro quadro il suolo-fiera meno delle piccole ma – de facto – di queste ultime. Buone intenzioni o meno, in fiera il vino viene scontornato di ogni afflato romantico, per essere quello che è per le aziende (grandi e piccole): un prodotto. Che uno lo immetta sul mercato animato dalla sola passione è un abbaglio, perchè la polenta se la paga con gli utili che ciascuna bottiglia gli porta, e dev’essere così. Come per i medici, se uno perde di vista l’aspetto pratico della propria attività rende la (propria) piaga ulcerosa. Tutt’alpiù vi sono aziende che spontaneamente (ingenuamente, verginalmente) cercano di porsi in modo più “puro”, usando termini “belli”, “onesti”, “buoni”, ma cadono nel trappolone e si confondono con tutte le altre, perchè quei termini sono adottati da TUTTI, dai milionari ai contadini. Esempi? “Rispetto per il vino”, e/o “per la terra”, e/o “per la tradizione”. Contiamo quanti nel portfolio hanno scritto: “vino bugiardo e deciso a tavolino secondo una studiata strategia commerciale”, e vediamo cosa ne esce.
    La stragrande maggioranza delle aziende aderisce al moto comune, facendo proprio il concetto glamouristico, secondo il proprio budget di spesa. C’è un processo di emulazione dannato, che spinge a fare anno dopo anno lo stand più bello, per invidia e/o per cercare di farsi vedere meglio e di più, e derivarne più contatti COMMERCIALI. Il costo di partecipazione al Vinitaly aumenta di anno in anno, anche per questo. E chi paga? O chi chiude, o chi compra.
    L’idea romantica del vino, che io possiedo ed assimilo ed introietto da sempre, per carattere, ce l’hanno i consumatori più sensibili nell’anima, più romantici, più belli ed umani, ma che fatalmente sono anche i più acculturati, i “dentro”, che sono drammaticamente troppo pochi. Loro leggono “Rispetto” e gli danno un peso diverso da quello del giovine che va a prendersi una “storta”. Il quale è però consumatore esattamente come ciascuno di voi/noi, ed è un numerillo.
    Il Vinitaly è già, nei fatti, una succursale di Gardaland, solo che gli scivoli ancora non ci sono, ma arriveranno: come per le veline, è questione di tempo.
    Scusatemi, ma insisto: oltre a tenersi la pancia dolorante, si farà mai qualcosa di concreto?
    Faccio un esempio da beota, ma almeno ne faccio uno: se io fossi il proprietario di un’azienda che fa vino “emotivo”, rispettoso di tutto ciò che è “buono” e “giusto”, e lo fossi perchè sono uno che ci crede davvero, nel mio sogno e nel mio lavoro, sapete cosa farei?
    Andrei al Vinitaly, perchè tuttora è l’unica fiera dove poter incontrare distributori, sommeliers, enotecari, rivenditori esteri che non vengono tutti i mesi a casa mia. Mi toccherebbe, e va bene.
    Però.
    Mi farei uno stand il più povero ed economico possibile, e lo farei per due motivi:
    1) mi toglierei dall’omologazione del glamour, che appiattisca gli altri ma non me; avrei il vantaggio di indicare anche a chi mi guarda che io non investo in trucchi e nell’immagine, perchè non ho niente da occultare, ma tutto da dimostrare: fiducia nel mio lavoro, nel mio pensiero e nel mio prodotto, mica cazzate;
    2) sarei più visibile di altri, perchè “diverso”, e questo nel visual merchandising è un obiettivo;
    3) risparmierei dei quattrini, che potrei investire in iniziative mirate a qualcosa che sia più vicino al mio modo di pensare;
    4) avrei la soddisfazione (da buon utopista) di aver collaborato per il meno possibile (il meno possibile) al consolidamento del glamour.
    Gli stand di questo genere al Vinitaly erano meno di uno su trenta.
    Insomma, si può, o non si può, cambiare qualche regola coi fatti, del Meccanismo Onnirisucchiante? Ma occhio: le opinioni non fanno fatti nemmeno in politica.

    Ugo

  36. Da consumatore:

    generalizzando non si puo’ non vedere il Vinitaly all’interno di un mondo che si e’ evoluto o semplicemente cambiato, in peggio e in meglio, in base agli aspetti, e trainato solo dal business e dal profitto e con una giungla di informazione dove prevale quella in funzione del business stesso. Ci si lamenta della politica, del calcio, della maleducazione della gente e la lista sarebbe lunga; questo Vinitaly e’ figlio dei suoi tempi.
    Trentanni fa come avremmo immaginato il mondo nel 2010? Sicuramente per certi aspetti anche peggio di come lo troviamo ora.
    Da consumatore, dico che il vino dal 90 e’ peggiorato, mediamente peggiorato. Sorrido di fronte alle dichiarazioni di chi e’ esponente di una testata che ha fatto tendenza e ha contribuito a fare diventare il vino business, annebbiando e confondendo le idee del consumatore. Si riprovino a leggere i nomi dei vincitori degli Oscar del vino degli ultimi dieci anni. Planeta, Antinori, Ferrari, Sassicaia, Banfi, Berlucchi, Argiolas ecc. Ora che il giochino mostra delle crepe. Allora ci si allontana e si inizia a cavalcare qualche altra onda? si riparla di terroir? Allora brindiamo tutti al terroir bevendo il Barbera d’Asti Quorum 1998 premiato come miglior vino rosso d’Italia nel 2001, che il suo terroir d’origine penso non l’abbia mai capito nemmeno il vino stesso (sempre che sia ancora bevibile). saluti

  37. @ Ugo Bovo.

    Nessun problema capisco la sua analisi e la mia risposta è assolutamente amichevole anche se durissima nella sostanza… e nei propositi…

    Giusto un moto di stizza per la comparazione del vino al detersivo… come ho sentito in molti stand “grossi”..!

    Io pensavo di essermi dimenticati i “bocconiani” con la cravatta gialla a Milano, negli anni ’80 e sulle coperine di Capital…

    Pensavo di aver lasciato i “detersivari” di Lever, Procter & Gamble ed Henkel e me li ritrovo nel vino..?

    Mi spiace ma allora ridivento “gappista”…

    E chi alimenta il meccanismo dei listing-fees..?

    E i buyer che prima di discutere ti danno le loro coordinate bancarie estero/su/estero.. con la compiacenza del loro top-management..?

    In Francia qualche manager ha già cominciato a prendere schiaffi…

    “Oggi in Spagna e domani in Italia..?”

    Gianni “Morgan” Usai

  38. carissimo franco,
    ho letto con molta attenzione i tuoi post e i commenti dei giorni passati, relativi al vinitaly.
    ti racconto il vinitaly che ho visto io, ieri, durante il lunedì in cui…tutti sbaraccano…
    …o almeno questa è la situazione che pensavo di trovare.
    E invece, gli stand pieni di persone, i contatti, i colleghi con cui ho avuto modo di interloquire, mi hanno confermato quei 2 – 3 contatti in più degli altri anni che, se non come prospettiva, saranno comunque un’opportunità.
    Piccole aziende, soddisfatte del loro piccolo spazio al vinitaly, che alle sei e mezza di sera, del lunedì, brindano con i colleghi (i concorrenti..) della zona, soddisfatti del vinitaly della crisi. E se le crisi sono così…
    il mondo enologico è un mondo fatto anche, anzi, soprattutto, dalle piccole aziende che vivono di piccole commesse, sono quasi completamente passive per quanto riguarda disciplinari, commissioni, pubblicità sui media.
    il mondo enologico è fatto ancora di persone svincolate dall’economia virtuale; gente che vive di un lavoro duro, manuale, fatto magari il sabato e la domenica dopo una settimana di fatiche in fabbrica (o come spesso accade in franciacorta, nei vigneti delle “grandi”)…ma che fortuna segue ancora i ritmi annuali della natura.
    L’evento del vinitaly, per questi piccoli produttori è l’occasione per dire: ci siamo anche noi; momento di presentazione della nuova annata, momento di preparazione per i lavori in campagna dopo le stabilizzazioni, le malolattiche, le lavorazioni in cantina dell’inverno.
    Io prendo atto della congiuntura economica,della situazione nazionale, del crollo del pil.
    Ma quello che ho visto ieri al vinitaly era ben altro.

    ti ringrazio per lo spazio, ti ringrazio per i post che, condivisi o no, danno molti spunti di riflessione

    colgo l’occasione per fare gli auguri a te e i collaboratori in merito alle festività pasquali
    davide

  39. Pingback: Un’altra fiera è possibile | Dissapore

  40. Non è un’uscita a favore di AIS,ma a favore di fiera di roma….che,in concorrenza con fieramilano e come tutti ben sanno a Verona ,vorrebbe papparsi il vinitalystarsystem…..

    Scritto da Cimbro Veneto, il 7 Aprile, 2009 at 12:12

    Bravo! creati in 2 poli Fieristici più grandi d’Italia a Roma e Milano, bisogna poi riempirli, per cui ho fai alleanze o quello che tu chiami vinitalystarsystem se lo pappano. 150 mila presenze Roma le fa con un giorno

  41. Trovo che Ugo Bovo altro non faccia che tentare di sollevare un velo che copre lo scenario del mondo del vino ma non si vuole vedere che c’è. la domanda che credo ci si dovrebbe porre non è se quel che sottopone ai lettori di Vino al Vino sia bello o brutto, ma se sia vero o no. Se la realtà è quella che descrive, ed io credo che lo sia, allora visto son tra coloro che preferiscono una brutta verità ad una bella illusione, trovo che il suo sia un contributo da considerare con realismo ed onestà intellettuale. Oltretutto mi sembra che qui non ci siano qui molte persone che oltre a parlare del problema offrano anche delle soluzioni.
    E poi Morgan, scusami, non capisco perchè dargli del “Bocconiano con la cravatta gialla”, che mi sembra oltretutto una sgradevole caduta di gusto, solo perchè non guarda la tua stessa faccia della luna.
    Io non penso che ugo Bovo abbia bisogno di essere difeso da me, però mi sembra giusto ricordare che a giro per l’Italia nel mondo del vino c’è un bel pò di gente che gli deve qualcosa, e non si tratta di sogni.

    Sandro

  42. @ Sandro. ( non sarebbe male mettere anche un cognome ed un sito come faccio io, da sempre, sul blog di Franco Ziliani, controverso quanto volete ma sicuramente libero..)

    Io non davo del “bocconiano” ad Ugo Bovo.

    Io parlavo del feeling in generale che c’è nelle grosse aziende…dove i bocconiani abbondano e non fanno distinzione tra vino, tampax, detersivi e programmi/candidati politici…

    Quindi non vedo nessuna caduta di stile…

    Io criticavo la perdita di anima… non chi mette le cravatte gialle…purtroppo queste ultime sono diventate il simbolo, partito dalla cosiddetta “Milano-da-bere” e dilagato in tutta Italia nonchè scimmiottato dagli Usa…!

    Da qualche parte, a casa mia ho ancora conservate alcune delle copertine piu’ stupide mai fatte da Capital…

    Le cito, a memoria, quella dove si diceva : ” Se a 30 anni non hai un miliardo sei un fallito..”

    Le sembra educativo tutto ciò..?

    Prima o poi qualche volta la sbatterò in faccia al direttore di allora… se non erro Panerai… anche lui nel settore vinicolo in polpe e camerieri…

    E allora, caro Sandro ( senza cognome..) mi dica Lei dov’è l’anima…?

    Aspetto news, bocconiani permettendo…

    Gianni “Morgan” Usai

  43. Salve, io vendo vino, ho una Enoteca, Vinitaly rappresenta l’unico appuntamento nel quale posso concordare incontri con le aziende che tratto e portare alcuni miei clienti ad assaggiare in anteprima i vini che andranno ad acquistare. Mel mio caso questa fiera e’ necessaria ma non indispensabile. Certo che in due giorni riesco a fare quello che dovrei fare in 15/16 domeniche durante l’anno. Se non ci fosse? Mi organizzerei diversamente. Potrei farne a meno? Certo che si. Per la sparata del Sig. in questione non mi pronuncio. Ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Saluti Massimo

  44. Morgan, io non la metto sul piano personale e, per non mettere in imbarazzo il nostro ospite, ti chiedo la misericordia di contattarmi in privato qui: ugo.bovo@libero.it
    Questo vale anche per chiunque altro volesse comunicare con me senza metter in mezzo Ziliani e Vino al Vino.
    Nel merito: se qualcuno mi sempre costipato gli zebedei è il consimile che anzichè ascoltare le tue idee, ti valuta in funzione dell’abito che indossi. Oltretutto, secondo me stiamo dallo stesso lato, e quel che ci divide è l’osservazione di due lati complementari dello stesso fenomeno.
    Please, dimmi se la mia lettura del fenomeno su cui si stava discutendo è realistica o no, se è corretta o no, se è giusta o sbagliata, fammi capire, anche perchè non credo di essere l’unico a pensarla come la penso. Magari ne informi uno per informarne cento. Ma in questo caso vorrei che me lo dicessero anche Rivella, Farinetti e Cernilli, ad esempio, ossia soggetti che esistono, operano, che a me pare stiano dall’altro lato dello steccato e che si servano – loro sì – di “bocconiani”, nel senso che attribuisci tu al termine.
    Infine, oltre a prendertela con ciò che scrivo, hai qualche idea costruttiva?

    Per Sandro: il passato è meglio che resti lì dove sta.

    Ugo

  45. Caro Ugo, in merito alla tua ultima richiesta (idee costruttive) io ne avrei anche, ma vedendo come si comporta “certa gente” in determinate occasioni, quella che sta dall’altra parte dello steccato come tu dici, ebbene se le vogliono stare a sentire devono pagare una tariffa oraria e la consulenza, tutto fatturabile ovviamente. Mi sono stancato di chi sta a “lurkare” e poi si fa bello con le idee degli altri. Se ti fa piacere discuterne, io ti aspetto a Torino davanti alla solita bùta di Barbaresco.

  46. Paolo, eccosi qua.
    Grazie per l’offerta, che non mancherò di sfruttare.
    Sai, io “ci credo”, credo che si possa far molto, se non tutto, ciò che serve per rendere veri quelli che sono oggi solo sogni. Nel mio piccolo, resto dell’idea che la primissima cosa da fare sia comunicare, cercando le persone che la pensino allo stesso modo, perchè se non fai questo, scusate la figura retorica banale, non sarai mai un esercito di formiche che abbatte una sequoia, ma dei ditteri schiacciabili col tacco noncurante.
    In questo mio approccio ci stanno perfettamente anche Morgan, Filippo, Ag e ciascuno tra coloro che spendono tempo a scrivere qui dentro, perchè vuol dire che ci sono, che aiutano a trovare il baricentro che da qualche parte dovrà pur essere, e che magari vorrebbero crederci pure loro.
    Per quanto riguarda la riservatezza, io non credo che si debba temere che il “nemico ci ascolti”. Anzi, più lo fa, e meglio è: tanto il lupo non sarà mai veramente agnello, e coso, lì, non passerà mai per la cruna dell’ago. Facile ricordare la ricerca del confronto coi bloggers del Sig. Gaja (e giusto ieri, quella di Minetti sul barolo di Fontanafredda), che è uno dei modi per dimostrare che il fenomeno della fronda è una spinetta sotto al piedone.
    Mi sta benissimo che ci incontriamo per ciacolare con la faccia ed una buta, ma intanto continuiamo a scambiarci idee ed opinioni. Se tu o Franco o altri riteneste che sia meglio non intasare Vino al Vino con questi scambi, scrivimi pure privatamente, sarò ben contento di continuare.
    Ad majora.

    Ugo

  47. Pingback: Procida – Liquida cita Procida Blogolandia

  48. Buongiorno a tutti,
    E’ la prima volta che scrivo, non so assolutamente se le persone che hanno dibattuto sin’ora siano tecnici, operatori o semplici appassionati, ma le vostre parole rafforzano ancora una volta quella che è la mia idea del vino:

    E’ uno dei PIACERI della vita…… ci si discute, ci si litiga verbalmente, va preso sicuramente sul serio il mondo che lo circonda, ma sempre con un pizzico di ironia e leggerezza, ma la cosa importante che alla fine ci si ritrova a sorseggiarne uno di qualità ringraziando il buon Dio di avrcelo donato ed averci reso intelligenti per poterlo apprezzare nel modo migliore.

    Cin Cin al Vino!!!!!

  49. in effetti quello che dice oggi Ricci é totalmente diverso da quello che ha detto nell’intervista. Anch’io mi chiedo cosa possa essere successo e mi viene da pensare che per quello che dice nella dichiarazione di oggi, il prossimo anno Ricci al Vinitaly ci sarà di certo, anzi ci scommetterei!

  50. Beh, io mi iscrivo tra gli analfabeti, stupidi e miopi, che devono rileggersi l’intervista di Ricci al Mattino, perchè, francamente, a me sembra che attacchi chiaramente Vinitaly. Come mai questa marcia indietro, questo suo improvviso celebrare un Vinitaly dove, diceva “c’è poco business e molto star system”, dove non si fanno “che bevute in compagnia”? Se non erano critiche al Vinitaly queste, allora abbiamo tutti bisogno di andare dall’oculista…

  51. sinceramente non ci capisco più niente! Quale dei due é il vero Franco Ricci? Quello che al Vinitaly non si fanno “che bevute in compagnia”, o quello che “il Vinitaly è quanto di meglio esiste nel nostro Paese. È quanto di più importante e meglio organizzato si possa fare per il Vino. È stata un’idea vincente di qualche anno fa, ed oggi lo è ancora di più”? Chi dei due Ricci dice la verità? Se é il primo, perché oggi la necessità di questa dichiarazione apparsa sul sito Bibenda.it, lo stesso che nei giorni scorsi pubblicava, paro paro e senza precisazioni, l’intervista al Mattino di Napoli? Cosa é successo nel frattempo? La domanda, come diceva Lubrano, nasce spontanea…

  52. Sono anch’io andata dall’oculista, dopo aver riletto l’intervista a FMR su il Mattino e dopo aver letto le successive dichiarazioni di FMR riportate da Bibenda.
    L’oculista dice che ho la vista perfetta, allora può darsi che si tratti di due Ricci diversi, oppure di un Ricci unico, in due momenti diversi: prima della telefonata, dopo la telefonata. La telefonata di chi?

  53. @ Ugo Bovo.

    Gentile Ugo, sono in viaggio dopo il Vinitaly…

    Oggi sono ancora a Milano.

    Per carità Ti scriverò in privato… nessun problema…!

    E’ solo un discorso di logistica..
    Penso anch’io che combattiamo la stessa lotta…

    Solo che vorrei vedere scorrere idee invece di polemiche… ma… Fiera Verona forse non è dello stesso avviso…!

    Saluti

    Gianni “Morgan” Usai

  54. Caro Franco, mi collego al tuo blog e mi trovo nel mezzo di un “vespaio”.
    Le virgolette ce le ho messe perché il sostantivo non è manco metaforico. Cinquantasei interventi! (Cosa aspetti a trovarti una concessionaria?).

    Non avrei mai immaginato che il Vinitaly fosse un argomento così bollente.
    Da incompetente del settore (ma molto curiosa, per ragioni affettive) e da competente del settore comunicazione (che guarda allucinata tutti gli pseudo all’opera) mi domando chi muove le fila.
    Credo che la risposta non sia scontata, se l’aver solo citato un’intervista (che avevo letto su Bibenda, l’altro ieri) neanche così piccante, crea tutta ‘sta turbolenza!
    Be’, in fondo, tutta gloria per il Vinitaly.

  55. Non so se il Filippo rammentato da Ugo Bovo nel suo commento delle 11:02 di questa mattina, sia il sottoscritto o Ronco o un altro ancora. Importa poco, in fondo. Dal discutere di Vinitaly se permettete preferisco astenermi, se non altro perche’ si tratta di una manifestazione che, se mi vedra’, sara’ come parte del pubblico. Preferisco, sempre se permettete, mettere a fuoco un altro punto riportato nell’intervista a FMR pubblicata dal Mattino, ovviamente fatta salva una eventuale (piu’ che probabile, a questo punto) implicita smentita da parte dello stesso FMR. Nel qual caso non mi restera’ che prendermela con il mio analfabetismo, la mia miopia e la mia stupidita’, aggiungendo (a un eventualmente in ascolto FMR) hic manebimus optime.
    Il punto che mi ha colpito e’ il seguente, molto a proposito di “cultura” del vino:
    “…Chi produce un grande vino conosce le regole dei mercati esteri. Chi e’ piu’ tipico, invece, basa il suo business sul territorio…”.
    Invece, si badi. Invece.
    Oggi ho imparato una nuova (per me) caratterizzazione dicotomica di un vino: vino “grande” vs vino “tipico”

  56. Dalla prima intervista rilasciata al Mattino, sintetizzando, mi sembra che Ricci affermi che oramai Vinitaly non sia più business, quindi sarebbe venuta meno la motivazione di fondo per la quale è nata questa manifestazione. Ergo, tutti i momenti degustativi organizzati si rivolgono in realtà a quello che lui chiama “popolo del vino”, che di vino ci capirebbe poco (parla di generale analfabetismo della conoscenza del vino in Italia). Ora, questo, per me, se non proprio un attacco, è comunque una critica, sostanziale, all’intero sistema Vinitaly. Bisognerebbe che i produttori, gli enotecari, i ristoratori, i sommelier che operano realmente nel settore etc..ci dicessero se hanno questa percezione: cioè se quando tornano poi alla base hanno la sensazione di aver perso tempo oppure di aver concluso qualcosa di proficuo per il loro lavoro. Se così non fosse, Ricci ha ragione. Vinitaly nasce per far incontrare, giusto o sbagliato che sia, sostanzialmente, due attori della catena distributiva: chi produce e gli intermediari. Non gli appassionati ed i consumatori finali. E volendo, neanche i giornalisti. A Vinitaly si va per vendere, secondariamente per far chiacchere, ma finalizzate alla vendita. Stop. Da questo punto di vista trovo perfetto il post che Gianpaolo Paglia, da produttore, ha fatto prima del Vinitaly sul suo blog.
    Nel comunicato che invece si legge su Bibenda Ricci afferma che lui ce l’aveva in realtà con i comunicatori del vino “che nulla hanno da dire alle presenze acculturate né, tantomeno, a chi è digiuno di cultura dell’arte del bere giusto”. Io sinceramente, questo passaggio, nell’intervista del Mattino, non lo trovo, così come non trovo l’altro appunto circa il fatto che sia “vecchio e sbagliato il sistema di spendere milioni di euro come, per esempio, ed è solo un piccolo esempio, fa la Regione Lazio”. Questi, sinceramente, mi sembrano ancora altri temi, interessanti per altro, ma non presenti nell’intervista rilasciata al Mattino.

  57. @ Silvana Biasutti.

    Molto acuto il Tuo intervento…ma soprattutto l’invito a Franco Ziliani perchè si cerchi una concessionaria…

    Non sarebbe male se se la cercassero, sia il Vinitaly che Verona Fiere, una vera concessionaria..!

    Gianni “Morgan ” Usai > Jazz Wine

  58. Non penso che Vinitaly sia una delle piaghe d’Egitto che ti piomba addosso e che non puoi evitare.
    Il Vinitaly “E’” ciò che i produttori vogliono che sia. Quindi non so se sia da riformare o meno. Lo decideranno le aziende che sceglieranno di parteciparvi ancora o meno. Un fatto certo è che questa Fiera e’ una grande vetrina che muove molti soldi su cui tutti, come faceva osservare qualcuno, vorrebbero mettere le mani. Certamente andrebbe rivista una certa mentalità. Ad esempio quella di fare il “terzo grado” a chi si avvicina ad uno stand,magari anche solo per un “goccetto”. Non è mostrandosi inquisitori, scontrosi e ostici con chi non è del settore, che si avvicinano le persone alle proprie aziende e quindi al vino. Ogni espositore sa bene che in certi orari o giornate, il pubblico è più interessato ad alzare il proprio tasso alcolico che quello culturale, e se decidono di esporre in fiera, almeno che portino rispetto ai visitatori che si sottopongono al supplizio di Tantalo dell’ingresso e della uscita. La scarsa propensione a comunicare nasce proprio da chi il vino lo fa. La scarsa ospitalità e la malcelata sgarbatezza sono sempre più frequenti. Sui sommelier che fanno servizio presso i vari stand, vorrei ricordare che, in genere, fanno ciò che vuole chi li paga. Ci saranno i più bravi ed i meno bravi, ma credo che ognuno di loro sappia descrivere il vino che stanno proponendo. Ma è veramente ciò che il grande pubblico vuole? Forse è ora di ripensare a chi ripensa e riformare i riformatori. Saluti a tutti.

  59. @Filippo
    Io tradurrei quel “grande” in milioni di bottiglie e quel “tipico” in migliaia di bottiglie, che ne pensi?

    Forse FMR sta gettando dei ciotoli nella palude per vedere l’effetto che fa. D’altronde le strade in Italia sono sempre le stesse, se vuole andare in TV a far proseliti sa quali sono i paletti, se vuole una TV satellitare presto ce ne sarà una in saldo.
    La fiera di Verona ci vuole, se non altro perchè è storica, se pensa di portarla a Roma o di farne un’altra simile deve avere le spalle ben coperte o sapere già cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare. Io noto che il Prowein è organizzato molto bene rispetto a Verona, anche se entrambi si svolgono troppo presto rispetto ai progressi dei vini.
    Per il resto io trasformerei il Vinitaly, come vado dicendo da anni, in due giorni per gli operatori, in religioso silenzio, e due giorni per il pubblico con il circo Togni. Poi per le finezze ed il marketing one-to-one aspetto che mi paghino la consulenza, perchè molto ci sarebbe da fare e da dire.
    Sarebbe bene invece che a Verona, per rispetto dei vini e di chi li produce, gli interlocutori locali capissero che l’unione fa la forza e l’incasso fa la differenza.

  60. Buonasera,
    concordo con Lei che la suddetta è una vetrina costosissima il cui ritorno economico per i più è nullo (parlo dei piccoli produttori) argomento lungo da trattare,comunque mi rivolgo a Voi affinchè nelle vostre peregrinazioni eno-gastronomiche possiate ricordarvi dei produttori Laziali,quelli piccoli e veri di cui la nostra regione è piena.
    Questo è un appello e un invito a scoprire delle realtà interessanti che vengono annullate da Roma come bacino di utenza e ancora da Roma come affare commerciale(meno costa e più caro lo vendo oppure vuoi vendere compra una mia pagina!!!!).Sul Vino e nel Vino vi è un enorme giro d’affari in cui pochi sono veramente sinceri,forse è per questo che ogni tanto si sente qualche nota stonata ma che stonata non è.Velletri 10 aprile 2009

  61. è vero,il vinitaly è costosissimo,ma il ritorno economico è nullo per gli incapaci o per i millantatori.un piccolo produttore che oggi spera di andare a verona e trovare il successo come potrebbe trovare le pesche su di un albero,è meglio che rimanga a casa.oggi,nella vendita del vino,la parte del leone la fa la comunicazione,ma la stessa deve essere atta al racconto della verità e nulla più se vuole durare nel tempo, per poter radicare un’identità fatta di realtà e non di fregnacce per circuire il consumatore.quando sento “comunicatori” del vino paragonare una regione vinicola italiana ad una francese,senza che il confronto possa allontanarsi dal più grottesco ridicolo,mi vien da dire:povera Italia!oggi va di moda “vini veri”e avanti con il prolificare di aziende che sbandierano la naturalezza dei propri prodotti…perchè ci credono davvero,oppure perchè oggi parte dell’interesse si è spostato su quella sponda e il tutto potrebbe creare mercato?un’azienda di 10 ettari coltivati con agricoltura bio-dinamica in mezzo a 4000ha condotti con “agricoltura tradizionale” che speranze può avere?agricoltura sostenibile è possibile e fare vini figli della terra è ancor più possibile.ci vuole coraggio,una vera cultura contadina e la coscienza di comunicare la verità e non le cazzate solo per mostrarsi diversi e puri,quando di diverso e puro non c’è molto.

  62. mi sembra davvero una sparata fuori luogo, come se ais fosse davvero l’autrice del risveglio della cultura del vino. non basta l’ais con i suoi corsi a ruota, dove si bevono vini medi molto spesso. il vinitaly potrebbe essere e sarà sempre un bel banco di prova per tutti i provetti ais……se la vede così sig. Ricci, lei risparmierà ancora più soldi sui vini dei corsi e potrà investirli in una cultura più oggettiva…..ormai nel mondo del vino si parla di gusto AIS……non va molto bene. saluti

  63. Perchè nessuno parla mai di Tavernello? Il vostro è una forma brutta di razzismo!Io faccio una campagna nazionale dal titolo L’Arte Salvata dal Vino per la sostituzione in tutti i dipinti famosi con la confezione proletaria di Tavernello di tutti i diversi contenitori di Vino compresi quelli dell’Ultima Cena.
    Il vino per essere vino deve costare da mille in sù? E i poveri cosa bevono: merda?

    • piano con gli insulti, immaginifico fotografo! Ho visto alcune delle sue foto e le trovo anche divertenti, ma rivendico il mio diritto di non occuparmi, se non come fenomeno di marketing e commerciale, che merita rispetto, del celebre vino in tetra brik cui lei accenna, senza venire per questo insultato gratuitamente da lei… A me, come consumatore e appassionato di Bacco, il vino in cartone interessa ben poco. Se a lei piace, si accomodi e se lo beva tranquillamente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *