Produttori di vini naturali, attenzione al trappolone!…

Non ho colpevolmente scritto nulla sinora delle impressioni riportate nel corso della mia partecipazione, il secondo giorno dei tre in programma, alla rassegna Vino Vino Vino che si è svolta presso l’accogliente Villa Boschi ad Isola della Scala.
Non ne ho scritto perché pensavo e penso tuttora di non poter aggiungere granché a quello che hanno già scritto di questa bella manifestazione (e che condivido in toto) e del clima positivo e sereno che si è respirato, colleghi e amici come Carlo Macchi (leggi il suo articolo qui su Wine Surf), e Roberto Giuliani (qui, su Esalazioni etiliche), sottolineando l’atmosfera fondamentalmente diversa da quella che si respirava dal Vinitaly.
Atmosfera di allegra kermesse anche in questo caso, con tanta gente, forse anche troppa (attenzione all’eccessivo successo che poi, vedi Wein Festival, determina la crisi ed il declino di una manifestazione…) che ha affollato tutte le sale della Villa e la tensostruttura che accoglieva fior di produttori, ma manifestazione visitata da un “popolo del vino” antropologicamente diverso, bastava vedere com’era vestito, come parlava, come degustava, come si rapportava con le aziende presenti, da quello che, in larga parte, affollava il Vinitaly.
E’ stato molto interessante, soprattutto umanamente, aver trascorso una giornata a Villa Boschi, degustando non tantissimo, ma soprattutto osservando, ascoltando, riflettendo, discutendo con i produttori e con una serie di amici accorsi lì, come me, per capire, per cogliere la diversità, che si traduce anche nei vini, ma soprattutto in una filosofia del vino completamente diversa, in un’idea del vino altra.
Dove, ovviamente, il vino è fatto per essere venduto, altrimenti le aziende vanno a carte e quarantotto, ma è anche espressione di una scelta di vita, di un modo di vivere, di una particolare idea del rapporto tra uomo e natura di cui il vino deve essere necessariamente il fedele riflesso.
Questo detto senza voler in alcun modo “santificare” questa rassegna o i produttori che vi partecipano, molti dei quali sono degli amici, come Beppe Rinaldi, Augusto Cappellano, Maria Teresa Mascarello, Gabriella Burlotto, Teobaldo Rivella, Fulvio Bressan, le gemelle Padovani di Fonterenza, perché inevitabilmente anche questo contesto non è esente da discussioni, diatribe, secessioni, frammentazioni, da un diverso pensare o concepire la manifestazione (da qualche protagonismo di troppo di qualche vignaiolo un po’ troppo “personaggio”…) che è comunque segno di vitalità, di un non voler portare il cervello all’ammasso.
E ovviamente ricordando come anche a Vinitaly siamo moltissimi i produttori seri presenti, tanti dei quali avrebbero tutte le credenziali, lavorando nello stesso segno dei vini naturali, vini che esprimono un territorio, vini veri, alieni da manipolazioni, per partecipare a Vino Vino Vino o a Vin Natur. Peccato che il contesto nel quale sono presenti esalti e privilegi la componente “industriale” del vino, quella secondo la quale se il “mercato” chiede di mettere Cabernet e Merlot nel
Brunello di Montalcino, se gli importatori esigono il Barolo in barrique, l’uso del concentratore e dell’osmosi inversa e un pizzico di Petit Verdot nel Salice Salentino, non c’è motivo di dire di no, l’importante é vendere…
Mi sono però deciso a scrivere di Villa Boschi, dell’attività del Gruppo Vini Veri e di tutti quelle altre associazioni di produttori che preferisco chiamare naturali più che biologiche o biodinamiche in senso stretto, perché dato il successo della manifestazione, la grande eco che ha suscitato, le discussioni che ha scatenato, con un inevitabile confronto con lo scenario, sempre il solito, cui ci si è trovati di fronti a Verona, temo che qualche furbetto possa essere tentato non solo di salire sul carro del vincitore (e a Villa Boschi purtroppo c’era anche qualche vino un po’ così così fatto con la consulenza di wine maker che con lo spirito del gruppo non c’entrano un tubo…), ma di sfruttare il gran parlare e, posso dirlo?, quasi una moda, che di vini naturali si fa.
E magari, con un ben calcolato modo di fare, con il pretesto di dare ulteriore visibilità alle tematiche trattate dai produttori presenti alle rassegne alternative, di evidenziarle e, parola orribile, “sdoganarle” perché ormai fanno parte del discorso corrente sul vino, perché occorre “fare sistema”, promuovere in uno stesso grande contesto diverse idee e visioni sul vino, qualcuno pensi di rimuovere il diverso, inglobandolo nel sistema e facendolo apparire meno diverso di quello che é.
Girano strane voci, messe artatamente in circolazione anche su qualche wine blog, si può immaginare da chi, che il prossimo anno rassegne come Vino Vino Vino e Vin Natur potrebbero svolgersi non nelle sedi che le hanno accolte quest’anno, e che fisicamente dimostrano una loro alterità rispetto al Vinitaly, ma nientemeno che confluire all’interno dello stesso Circo Barnum veronese, in un padiglione interamente dedicato. Magari presentato con un marchio accattivante, tipo Vini della terra, creato ad hoc e depositato.
E così, spacciata come operazione culturale, come apertura democratica ad una diversa idea del vino, ma in realtà costruita come processo di normalizzazione prenderebbe forma una vera e propria operazione di disinnesco della carica rivoluzionaria di chi il vino lo vive, lo produce, lo commercializza e lo promuove in maniera completamente diversa. In fondo la storia insegna che per rendere meno pericoloso chi invece pericoloso è e ci dà fastidio e danneggia i nostri interessi possa talvolta essere più utile ricorrere alle lusinghe, all’embrassons nous, al volemmosse bbene e al “perché continuare a farci la guerra, troviamoci e parliamone?”, piuttosto che utilizzare il bazooka.
In fondo, se un certo tipo di consumatore consapevole mostra di averne le “scatole” piene di quei vini seriali, vini marmellata, vini industriali, vini “commodity” costruiti a tavolino per compiacere il mercato e se tanta gente mostra sincero, anzi, genuino interesse per i vini naturali, perché mai quel Grande Barnum, quella perfetta vetrina del Vino Italiano che è il Vinitaly dovrebbe continuare ad ignorarli?
Perché non includerli dunque e cercare di dimostrare che grandi differenze in fondo non ci sono e che si tratta solo di un diverso modo di affrontare il mercato, e alla fine di presentarsi e di vendere?
Cari amici produttori di vini naturali, attenti al trappolone, alla polpetta avvelenata che qualcuno vorrebbe spacciarvi per manicaretto!

0 pensieri su “Produttori di vini naturali, attenzione al trappolone!…

  1. Buongiorno

    Mi chiamo Paolo Dossena dalla provinci di Bergamo, e sono un estimatore (non nel senso di intenditore, ma nel senso più terra terra del bevitore e gustatore) dei vini della toscana, in particolare della zona del chianti e dintorni.

    Conosco bene alcune aziende anche grosse con le quali ho ottimi rapporti di amicizia e stima (come la Fattoria di Felsina) presso le quali acquisto ogni anno la gran parte dei vini destinati alla mia tavola (e a quella di molti altri amici) per tutto l’anno a venire. Naturalmente a Castelnuovo non si produce Brunello, anche se devo dire che il Fontalloro (100% sangiovese) ha un gusto superbo anche se il nome non è così “popolare” tra i comuni mortali.. Quindi ogni anno nella nostra incursione toscana facciamo tappa in Fortezza (durante la festa) e nelle circostanti enoteche e cantine per acquistare qualche dozzina di bottiglie del famoso vino di Montalcino.

    Purtroppo troppo poco si è parlato del problema del Brunello tagliato, delle annate incriminate e delle aziende coinvolte. Ho cercato anche su internet e da qui ho fatto la conoscenza con i Suoi articoli che mi hanno molto incuriosito ed interessato.

    La disturbo dunque per 2 richieste ben specifiche, sperando di poterle rubare un po’ di tempo per una risposta prima della mia partenza per Siena e dintorni prevista per giovedì.

    In primo luogo vorrei sapere se esiste un elenco di cantine annate e “variazioni” relative al Brunello “taroccato”

    Secondariamente vorrei conoscere la Sua opinione in merito alle migliori produzioni (inteso anche come rapporto qualità-prezzo) delle annate 2003 e 2004 del Brunello (qualche nome giusto x vedere se sono fortunato ;-)).

    La ringrazio in anticipo per la Sua attenzione e la invito a proseguire nella sua opera di alfabetizzazione al vino che già mi sembra esser diventata un riferimento per molti anche non addetti ai lavori

    Cordialmente

    Paolo Dossena

  2. Caro Franco , ha già spiegato tutto ricordando che anche al Vinitaly ci sono molti produttori seri e a Villa Boschi qualcuno così così … sta a loro e a noi , le strutture contano sì , ma fino a un certo punto . Faccio questo ragionamento : non solo chi entra nei blog sa cosa beve , pure chi frequenta enoteche e supermercati , a lui la scelta . Se vuole , tanto per fare un nome sconosciuto , Castello Banfi , ha ragione , beva convinto fino in fondo . Non vorrà proibire le Riunite o la Fanta ?

  3. Se manifestazioni come Vino Vino Vino o Vin NAtur dovessero finire in fiera, io credo di non andarci più
    A me Villa Boschi è piaciuta anche per il prato che ti consentiva di fare una passeggiatina dopo qualche bicchiere in più, due chiacchiere all’aperto e una cena, la sera, anche questa all’aperto, sotto un tappeto di stelle. il vino è anzitutto convivialità

  4. Caro Ziliani, vorrei fare una piccola premessa:
    da quando ho iniziato a seguire questo blog ho apprezzato molti dei tanti post pubblicati, sia per gli argomento trattati che per il modo in cui sono stati presentati. Ovviamente nessuno è perfetto, a cominciare dal sottoscritto, e quindi può essere capitato di leggere, a giudizio di alcuni ma anche mio, qualche vena polemica o personale di troppo in qualche (pochi) altro post.
    Fatta questa doverosa premessa, voglio dire ora che l’argomento trattato in quest’ultimo post mi piace particolarmente. D’altronde non posso non condividere le riflessioni e le perplessità derivanti dal successo crescente di queste manifestazioni “alternative” (che brutto termine…), che iniziano a catturare l’attenzione di “qualche furbetto” che potrebbe “essere tentato … di salire sul carro del vincitore”.
    In una manifestazione simile, svoltasi a Roma pochi mesi fa, alcuni di quei vini mi hanno particolarmente soddisfatto, per non dire entusiasmato (opinione personalissima, ovvio…). Tre nomi su tutti: la vitovska di Vodopivec, il brunello di Fonterenza e il sagrantino passito di Bea.
    Vorrei per una volta, però, fare la parte dell’avvocato del diavolo. E’ verissimo che il pericolo del “trappolone” paventato da Ziliani sia un più che legittimo sospetto, ma potrebbe invece essere anche una opportunità per far conoscere e apprezzare a un pubblico più vasto le caratteristice e le diversità di questi vini da quelli, diciamo così, tradizionali.
    Questo, ovviamente, se fosse l’obiettivo della maggior parte di quei produttori, ma soprattutto se fossero compatti ad evitare il rischio della possibile “contaminazione omologatrice” che da qualche parte potrebbe arrivargli.
    Però, tutto sommato, al posto loro io eviterei questi rischi…

  5. Di colpo, di fronte ad un articolo così meditato, disinteressato, con i toni giusti e le intuizioni che contraddistinguono Franco Ziliani nei suoi momenti migliori, il sor Luciano, smette gli abiti del contestatore per dirsi totalmente d’accordo.
    Seguo le vicende dei produttori natural-bio-biodinamici da tanto, dalle prime (o quasi) di Fornovo e di Asti, dove si respirava quel clima così conviviale che si sta, inevitabilmente, perdendo.
    L’entusiasmo di tanti produttori, il “fascino” di qualche vino (si pensi a quelli estremi dell’anfora ed ai pas soufre), unito al richiamo di qualche grande precursore (Joly su tutti), attirano sempre più gli aficionados del vino.
    Ma il pericolo è proprio quello sottolineato da Ziliani, che questo ormai indiscutibile successo venga sfruttato da qualcuno che del vino natural-bio-biodinamico non gli importa nulla, se non per far soldi.
    Personalmente credo che queste manifestazioni debbano cercare il più possibile di mantenere una propria originalità ed uno spazio ben distinto, per non creare ulteriore confusione al consumatore.
    Mi pare però che si vada in senso contrario. Ziliani parla di un possibile inglobamento di VinoVinoVino e Vin Natur nell’ambito fisico del Vinitaly e, se non sbaglio, credo di aver letto che anche la ressegna Biodinamica troverà posto nei saloni del Kursaal di Merano.
    Per fortuna si inaugurano rassegne più a misura d’uomo, come quella di Agazzano, di qualche settimana fa, dove si poteva chiaccherare tranquillamente con i produttori (molti poi presenti a Villa Boschi ed altri a Vin Natur – ad esempio lo stesso Maule) e portarsi a casa qualche bottiglia a prezzi di cantina.
    Prosit.

  6. Ecco,speravo davvero che tu ne parlassi.Quest’anno come sai ho partecipato a vinitaly con le mie aziende,per la prima volta.Per “noi”,microscopici produttori in un lembo di terra tra due laghi,le cose sono andate davvero bene(con esclusione della domenica).Molti ristoratori,enotecari,sommellier,intenditori o presunti tali,importatori e poi l’entusiasmo delle persone che hanno scelto di credere nel mio progetto e molti amici.Per il popolo della sbronza non eravamo appetibili e quindi,ci hanno fortunatamente ignorato.Come ben sai,il rapporto tra i “miei”contadini e la loro terra è assolutamente vero e lo ritrovi poi nel vino che producono.Credo fortemente in movimenti come quelli da te citati,ma ho sempre paura che il troppo interesse immediato,possa venire prima o poi strumentalizzato con il fine unico di fare mercato,sfruttando “l’onda buona”del momento,trasformando il tutto in una moda passeggera(parlo dell’interessa che può suscitare).Un po come quando un territorio diventa importante e allora si investe nello stesso(chi ha da investire naturalmente),non perchè ci si creda a livello produttivo,ma bensì esclusivamente a livello commerciale.Così facendo si distrugge la cultura di un territorio e quella intrinseca del fare vino e di chi fa vino.Bisogna stare attenti ai lupi e a non farsi incantare dai loro occhi di ghiaccio,perchè come già sappiamo,il lupo alla fine si mangia sempre l’agnello.capiscimiamme…

  7. Capisco che Franco Ziliani se la sia un poco presa, ma perbacco (meglio per Bacco) quando si pensa nella stessa maniera e magari si cerca, ognuno con i propri mezzi, di affermare un’idea condivisa, andare a cercare il pelo nell’uovo non giova alla causa.
    In ogni caso, non intendevo, sia chiaro, mettere in dubbio l’indipendenza di Franco Ziliani, bastava andare a rileggersi i miei recenti interventi da “contestatore” per rendersene conto. Possibile che non si riesca a distinguere la sostanza dalla forma.

  8. Era un piacere essere a Villa Boschi per diversi motivi. Interessanti i vini, piacevolissima l’atmosfera, cordiale, poco protagonismo, produttori appassionati, no business. Qualche vino a mio gusto eccessivamente estremo nel suo essere naturale, vd. bianchi da lunghe macerazioni.
    Anche al consumatore dispiacerebbe che la dimensione vera e alla mano percepita nell’occasione venisse contaminata/disturbata dall’invasione di qualcuno che vorrebbe intromettersi, perché i venti delle mode sono/ stanno cambiando. Anche se qualche borioso invadente professore sembra già presente…

  9. caro franco, credo che tu abbia ragione, forse è ancora troppo presto per unire le manifestazioni. Credo che potrebbe essere una buona opportunità per i produttori “vini veri” solo quando la loro differenza sia stata ben capita dalla nostra cultura e dal consumatore. Solo in questo caso, le manifestazioni possono essere unite senza rischi di omologazione. quando il consumatore sarà consapevole della differenza culturale enologica esistente tra cantinieri e vignaioli allora potremmo stare tranquilli che le differenze saranno sottolineate e percepite

  10. Buon giorno, Franco. Avendo visitato entrambe le manifestazioni (Vino Vino Vino e Vin Natur) mi sento di dire che la prima cosa che mi aspetterei dal popolo dei produttori degli “organic wines” sia una unità d’intenti maggiore, nel presentarsi al pubblico. Ho visto invece nelle due sedi una varietà di atteggiamenti e parecchie contraddizioni. Tu scrivi di un pericolo di “trappolone”? Francamente, mi pare che se questo variopinto mondo del vino “altro” vuol veramente mantenere una propria identità forte e rispondere al crescente interesse del pubblico dovrà anche trovare momenti di confronto diversi. Mi piacerebbe, ad esempio confrontare in degustazioni cieche vini organici e non, relativamente alle stesse tipologie. Siccome citi wine blogger che auspicherebbero un confluire di queste rassegne alternative in uno spazio di Vinitaly, mi par giusto citare qui quanto ho scritto. Probabilmente non lo avremo mai, ma sicuramente mi pare che non sia più il tempo di rinchiudersi in atteggiamenti individualistici eccessivi. E’ pur sempre ancora una “élite” di appassionati che raggiunge sedu come Villa Boschi e Villa Favorita. Mi chiedo se i tempi siano maturi per un confronto con un pubblico più vasto. Se si vorrà continuare solamente esclusivamente con queste “rassegne alternative”, si abbia il coraggio di farle in periodi non contemporanei a Vinitaly, e magari senza troppe frammentazioni.
    Cordialmente,
    M. Grazia

  11. Io sono un ragazzo semplice, e mi sfugge un punto. Dice Franco:
    > se tanta gente mostra sincero, anzi, genuino interesse per i vini naturali, perché mai quel Grande Barnum, quella perfetta vetrina del Vino Italiano che è il Vinitaly dovrebbe continuare ad ignorarli?
    Perché non includerli dunque e cercare di dimostrare che grandi differenze in fondo non ci sono e che si tratta solo di un diverso modo di affrontare il mercato, e alla fine di presentarsi e di vendere?

    Già, perché no? Questo, davvero, mi sfugge.

  12. Io non credo che manifestazioni come Vini veri, Vin Natur o Triple A potranno mai confluire nel Vinitaly, per un semplice motivo: stare 3 giorni a Villa Boschi con un tavolino, od in un luogo simile, costa quanto stare 1 giorno al Vinitaly con lo stand. E quindi chi fa 5/10/40 mila bottiglie e le vende tutte, perchè dovrebbe andare a proporsi in uno spazio enorme se non ha materia prima da vendere e soprattutto da vendere ad un prezzo stabilito dalla GDO o da un importatore?

  13. Egregio Ziliani, a me ancor più del trappolone preoccupano i così detti trappolai: quelli che appena fiutano come gira il vento sono pronti ad indossare una maglia diversa da quella indossata sino ad allora.
    Preciso che per formazione ricevuta è mia abitudine soffermarmi su quanto ritrovo nel bicchiere piuttosto che sulla filosofia che anima un produttore, ma trovo quanto meno offensivo assistere all’improvvisa nascita di aziende che seguono filosofie biodinamiche per poi scoprire che vigneti e cantine appartengono al noto produttore assurto alla fama per essere stato il primo del circondario ad acquistare un concentratore per osmosi… (che nell’azienda “ufficiale” continua a funzionare a pieno regime).
    Per me è un pò come comperare una bottiglia di Brunello per poi sapere che dentro c’è una bella percentuale di merlot!

  14. La manifestazione Vino,vino,vino racchiudeva un insieme di produttori (e di vini) molto eterogeneo, al limite della decifrabilità.Il target della manifestazione era il pubblico generale ed i giornalisti, che avevano una posizione privilegiata potendo usufruire di accrediti per l’ingresso, a differenza degli addetti vari al commercio che invece dovevano necessariamente acquistare invece il biglietto d’ingresso e che erano guardati quasi con un certo disprezzo, quasi non fossero stati graditi.Effettivamente era possibile degustare con facilità, cosa che invece al Vinitaly non sempre è agevole o perlomeno non sempre per il semplice gusto di poterlo fare.Pensare che il Vinitaly possa tentare di fagocitare una manifestazione del genere pone degli interogativi innanzitutto a monte della questione: i vini naturali sono commercialmente un filone da sfruttare e/o da industrializzare ? E’ possibile industrializzare i vini naturali applicando “in grande”i metodi produttivi bio o biodinamici oppure c’è da attendersi che gli industriali tentino di simulare il filone naturale tentando sostanzialmente solo di carpirne le apparenze:Il dibattito è aperto. Quello che davvero chiederei a voi critici è di affinare le vostre capacità di degustazione cercando di capire (e fare capire) quando i vini sono davvero naturali oppure sono solo il frutto di qualche “mago”winemaker, perchè se il filone “vini Naturali” diventa commercialmente interessante, il consumatore ed il giornalista enogastronomico sprovveduti potrebbero essere in procinto di un’altre fregature (e figure di m….) dopo il Brunello taroccato.Saluti.

  15. Assolutamente concorde con il sig.Carlassare.L’Italia è piena di “campioni del mondo” che non sanno radicare la propria identità se non cambiando maglia a seconda degli umori di mercato.Oggi vini veri,domani vini sulla luna,dopo domani vini con le tette ecc…

  16. Leggo con molto interesse l’intervento del signor @Cristiano Castagno e le osservazioni del signor @Antonio Tombolini – qui sopra – e mi viene in mente, ancora una volta, l’affaire olio extra vergine.

    E’ qualcosa che ha molte più affinità con il filone dei ‘vini naturali’, di quanto non appaia a prima vista.
    Per non fare un intervento fiume (come mi verrebbe, dato il tema), mi limiterò a portare un esempio.

    Vent’anni fa, chi viveva e consumava in città non aveva un interesse spiccato per l’olio (i media cominciavano allora a parlare di dieta mediterranea e si dava per scontato che l’olio d’oliva fosse quello che trovavi sugli scaffali del super).

    Chi però aveva l’occasione di visitare la Toscana (o l’Umbria, o il Garda, ma soprattutto la Toscana)aveva anche l’opportunità di assaggiare un olio che era galatticamente diverso da quello a cui si era abituati in città.

    Cerco di farla breve: all’inizio l’olio ‘di frantoio’, non piaceva più di tanto (un sapore così forte!), poi, complici la riscoperta della campagna, le vacanze in agriturismo, la dieta, le proprietà dei polifenoli propagandate da medici e dietologi
    (e a seguito anche di altri fenomeni importanti), l’olio d’oliva divenne oggetto di ricerca e discussione…con un problema: costava infinitamente di più dell’olio cosiddetto extra-vergine dello scaffale del super, e non tutti potevano permetterselo tutti i giorni.
    (Perché un prodotto se è fatto artigianalmente ha un costo unitario diverso da quello di un prodotto industriale.)

    Tralascio tutto ciò che appartiene al rapporto tra frantoi, piccoli produttori, nascita e gestione delle dop, industria del condimento, lobbies delle grandi marche, assenza della nostra agricoltura, Bruxelles, eccetera, per soffermarmi solo su un fenomeno, ancora in corso.

    Quando le marche dell’olio si sono accorte del nuovo interesse dei consumatori per l’extra-vergine, hanno cambiato confezioni e diciture ai loro prodotti (complici le leggi e i regolamenti europei dull’olio d’oliva), e hanno soprattutto cominciato a COMUNICARE l’olio in modo diverso, RAPINANDO i gesti (e il nome dei gesti) dei piccoli agricoltori che coltivavano poche centinaia di olivi.
    E in tivvù, improvvisamente, l’olio “di frantorio”, fatto con olive “raccolte a mano” sulle “nostre colline” e “frante in giornata”, acquisiva il fascino di un prodotto GENUINO, che giungeva al super direttamente dalla fattoria.
    Nel frattempo al super, il prezzo di quell’olio aumentava un po’, il sapore era un po’ più ‘forte’, e questo nuovo prodotto occupava lo spazio, il gusto, e l’immaginario dei consumatori e diventava un MERCATO NUOVO.

    Con beneficio per i bilanci delle multinazionali del condimento (uno dei mercati più potenti del mondo!); con frustrazione degli olivicoltori (che hanno tagliato oliveti per piantare vigne), con vantaggi per l’import di olive dalla Turchia e dalla Tunisia, che sono state frante in Italia per lungo tempo (made in Italy).
    E nell’incapacità degli amministratori che si sono dedicati a creare denominazioni collettive che non vengono comunicate (valorizzate) ai consumatori costituendo così una tassa per i produttori, senza però il corrispettivo vantaggio!

    Che c’entra questa storia con i piccoli produttori dei ‘vini naturali’?
    C’entra: non passa giorno che sui quotidiani, in tivvù, al cinema, non si canti la poesia della campagna, della naturalità, della tracciabilità, del biologico e persino del biodinamico.
    La politica già cavalca questi claim, quanto aspetterà il mercato?
    Perchè questo è, di certo, UN MERCATO MOLTO INTERESSANTE (altrimenti i media non ne parlerebbero), e il vino è al suo centro.

    Spero che i numerosi amici di Vin Natur o di Vino Vino Vino, così diversi tra di loro, così bravi ma così ‘dialettici’, siano capaci di trovare almeno un comune denominatore, che gli faccia ben distinguere le lanterne dalle lucciole.
    E facciano soprattutto in modo che nessuno usi il loro lavoro quotidiano per farlo diventare comunicazione pubblicitaria.

  17. Non so se è vero che le due manifestazioni vogliano davvero riunirsi a Vinitaly l’anno prossimo, ma se anche fosse non ci vedrei nulla di male. Mi dispiacerebbe perchè la qualità della manifestazione (con la mia azienda partecipo ogni anno a Vinnatur) sicuramente diminuirebbe a causa del sovraffollamento e della mancanza di momenti di aggregazione e confronto tra i produttori , che una location come il Vinitaly sicuramente toglierebbe. E a tutti noi mancherebbe la bellezza di un posto come Villa Favorita. Non credo però che le due associazioni rischierebbero di perdere la loro anima e penso che abbiano le radici ben piantate per resistere all’assalto di quanti per moda vogliono salire sul carro dei “vini naturali”. Queste radici sono rappresentate dal lavoro necessario a produrre vini da agricoltura bio e biodinamica, che è un lavoro che non si inventa in un anno e dove il cialtrone è facilmente smascherabile. A garanzia di questo lavoro ci sono le certificazioni (biologica e Demeter o AgriBio se biodinamici)e soprattutto ci sono i vigneti, che (specialmente in questa stagione) non mostrano il passaggio del diserbante sulla fila e hanno terreni ricchi di vita. I cialtroni si smascherano facilmente, basta sapere guardare le vigne o assaggiare i vini o anche solo ascoltarne bene le parole: c’è chi passa direttamente dal convenzionale a biodinamico, oppure c’è quello che è “praticamente” biologico ecc. ecc.. Invece quelli veri hanno vigneti vivi e hanno una storia da raccontare su come è avvenuto il loro passaggio al bio, che non è fatto solo di belle parole ma soprattutto di lavoro, di rischi, di perdite, di errori e di costanza. Quindi, secondo me, il problema non è se Vinnatur o Viniveri espongano al Vinitaly, ma se chi ha il compito di divulgare il vino sappia riconoscere chi cavalca la moda e chi invece lavora con onestà (cercando pure di fare reddito, in quanto non si capisce perchè i produttori bio debbano disinteressarsi all’aspetto commerciale…). Gli strumenti per non ridurre il bio ad una moda ci sono.

  18. Egr. Sig. Ziliani,
    seguo da molto tempo i cosiddetti vini naturali, vini veri, vini veri + veri dei veri e vorrei dire che in questi anni ho assaggiato dei veri e propri capolavori (pochi) e tanti vini al limite dell’imbevibile; quando poi si chiedeva conto al produttore delle spiegazioni in merito a quelli che a mio modesto parere erano dei difetti, la risposta più gettonata era ” sono vini particolari ” o ” io il vino lo faccio così, prendere o lasciare ” (magari pronunciate da qualche sbarbato che ha iniziato a fare vino da domani).
    Le volevo poi chiedere due cose:
    – Perchè pur non adoperando grandi tecnologie in cantina, non usando barriques nuove ogni anno, non facendo dei grossi interventi in vigna con diavolerie chimiche, etc.(quindi pochi investimenti) i vini veri costano delle cifre così ” importanti ” ? (che negli ultimi anni hanno avuto un incremento vertiginoso)
    – Perchè ultimamente quando telefono nelle cantine per chiedere informazioni, per preventivi e per ordini, ho sempre più la sensazione di parlare con delle rockstars e non più con dei vignaioli?
    Alcuni non ti ricevono nelle cantine, non rispondono alle email e la giustificazione ” é un personaggio ” francamente mi ha stancato(non tutti ovviamente).
    Un cordiale saluto
    Angelo

  19. Condivido ogni singola parola del suo pezzo. Complimenti e speriamo stiano davvero attenti al trappolone..
    In fondo come si dice..se non puoi battere i tuoi nemici..fatteli amici!
    Un saluto!
    Emiliano

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