Prosecco australiano e nuova Doc(p) interregionale Prosecco

Sarà anche per certi versi romantico e un po’ sentimentale vedere che dopo essere emigrato dalla natia Valdobbiadene nella lontana Australia una quarantina d’anni orsono e aver deciso di produrre vino Ottorino Dal Zotto, sicuramente per dimostrare il legame con la terra natia abbia deciso di produrre nella sua winery, nella King Valley, accanto ad altri vini ottenuti da varietà italiane come Sangiovese, Barbera e Arneis, anche un Prosecco (primo a farlo down under).
Anzi due, perché accanto ad un Pucino Prosecco (dal nome del vino decantato da Plinio che già nel Cinquecento qualche storico assogettava al Prosecco) i Dal Zotto hanno addirittura sfoderato un altro Prosecco tutta nostalgia e “saudade” già dal nome, L’Immigrante.
Omaggi alla propria terra a parte, accade però che nella terra dei canguri e dello Shiraz a produrre vini che riportano in etichetta la dizione Prosecco e che sono prodotti dall’uva che ha fatto la storia e la nobilitate della Marca Trevigiana, ci si mettano ormai in parecchi, ultima delle quali la potente Brown Brothers winery, che sempre nella King Valley, accanto a bianchi e rossi di ogni tipo e vini fortificati ha voluto inserire nella propria linea un Prosecco, che, guarda caso, per la serie è la globalizzazione bellezza, ovvero il pragmatismo di parte del consumatore e della stampa, che non si pone il problema dell’origine di un prodotto se lo trova piacevole, ben fatto e di prezzo calibrato, può anche piacere anche ad un influente wine writer britannico tipo Jamie Goode, che sul blog che appare sul suo sito Internet Wine Anorak può trovarlo, come potete vedere, “molto piacevole, vivace e fresco, con una simpatica acidità e aromi molto accattivanti di frutta”.
Che fare allora di fronte a questa proliferazione, dovuta al crescente e inarrestabile successo commerciale di questo spumante aromatico, che accanto alla classica Doc Conegliano Valdobbiadene (e alla sua “chicca” Cartizze), ha via via visto nascere Prosecco Doc Montello e Colli Asolani e poi l’Igt Prosecco della Marca Trevigiana, l’Igt Prosecco IGT dei Colli Trevigiani, l’Igt Alto Livenza, l’Igt delle Venezie e soprattutto l’IGT Veneto Prosecco?
Questo per restare nelle Venezie, mentre altrove sono arrivati impianti di uve Prosecco all’estero, in Brasile (Paese quinto esportatore di Prosecco) circa 800 acri nella provincia chiamata “Rio Grande do Sul”, in Argentina, in Romania e persino, come dicevamo, in Australia. Cosa hanno pensato dunque nella zona del Prosecco, e soprattutto al Consorzio tutela Prosecco Doc, nonché al Ministero delle Politiche Agricole, di cui è titolare l’efficientissimo trevigiano Luca Zaia, per tutelare il Prosecco veneto dalle imitazioni?
Hanno provvidenzialmente “scoperto” l’esistenza in Friuli Venezia Giulia, in provincia di Trieste, nella zona carsica al confine con la Slovenia, di una località, denominata Prosecco, che secondo alcuni sarebbe addirittura la patria del vitigno, la zona originale da cui poi si sarebbe esteso alla Marca Trevigiana.
E da qui è nato il progetto di legare il vitigno (che come tale può essere esportato ovunque) al territorio, di creare una Doc interregionale Prosecco, che prenderebbe dunque il nome dalla località e non dal vitigno, con un’area che comprenderebbe tutte le Province del Friuli Venezia Giulia nonché quelle venete di Belluno, Treviso, Venezia, Vicenza, Padova.
Un po’ il meccanismo utilizzato dagli ungheresi, con la loro storica zona del Tokaji, per costringere i produttori friulani a non chiamare più Tocai friulano, ma friulano tout court, i loro vini base Tocai rivendicando il primato della denominazione sul vitigno e la tutela a livello di Comunità Europea della denominazione geografica come marchio. Leggere, a proposito, l’interessantissimo libro di Cristina Coari Bye Bye Tocai. La guerra del Tocai tra storia e cronaca (Senaus editore Udine) che testimonia come in Italia abbia perso inutilmente un sacco di tempo e di soldi in una battaglia destinata alla sconfitta.
Un’idea che potrebbe apparire valida, se la trovata del nome geografico non chiamasse in causa una località, Prosecco, dove di vini base Prosecco (inteso come uva) non se ne sono mai prodotti, se non nelle remote circostanze risalenti a secoli fa cui fanno riferimento storici e soprattutto le grandi aziende che stanno spingendo questo progetto per poter estendere l’area di produzione di un vino il cui business non conosce sosta.
I Prosecco australiani, e quelli do Brasil, danno sicuramente fastidio, suonano paradossali e finiscono con il sottrarre spazi di mercato (estero) al vero Prosecco made in Veneto. Ma pur essendo giusta e doverosa la volontà di tutelare dalle tante imitazioni un vino che storicamente è legato al territorio di Conegliano e Valdobbiadene e alla Marca Trevigiana, siamo davvero sicuri che questa ipotetica Doc interregionale estesa anche a zone dove il Prosecco non ha davvero radici e dove è ancora da vedere come il vitigno possa ambientarsi e quali risultati possa dare, non finisca con l’essere un rimedio peggiore del male?

0 pensieri su “Prosecco australiano e nuova Doc(p) interregionale Prosecco

  1. But is it REALLY Prosecco? Yesterday was announced officially that 150 ha of Albarino in the Barossa were actually… savagnin, so they will have to change the name.

    A bit like Friulano, but not for the same reasons. Sorry to write in English, mà il Italiono mio non è buono.

  2. Dopo aver visto il prosecco austro-americano in lattina, promosso da una nasty-testimonial, cosa ci si doveva aspettare?
    http://www.youtube.com/watch?v=yzmXbqLVlB0

    Non abbiamo gli strumenti adatti per proteggerci, è inutile perorare cause perse con il Parmigiano reggiano, il prosciutto di Parma etc. etc. etc. con una DOP/DOC valida in Italia e non in tutti i paesi europei e soprattutto in nessun paese oltremare. Agire così non serve a niente, oltretutto molti paesi, Brasile in primis, non aderiscono al WTO e non gli si può contestare nulla. Infatti il Brasile produce la barbera d’Asti! Un paese a noi caro, la Russia, attende l’ingresso nella WTO da ben 16 anni perchè a molti paesi confinanti fa comodo questa situazione di stallo e votano contro. Io penso che l’unica soluzione possibile, a livello mondiale, sia il marchio registrato WIPO (agenzia dell’ONU per la proprietà intellettuale) http://www.wipo.int/members/en/
    che attualmente è l’organizzazione alla quale aderiscono il maggior numero di paesi.
    Almeno si possono intraprendere delle cause legali contro i “presunti” contraffattori od emulatori. Certo che queste azioni legali costano ed anche i Consorzi di tutela devono fare la loro parte. La DOC interregionale non serve a niente, se non ad accontentare chi vota la Lega.

  3. Ecco a cosa porta la politica della CE che ha come obiettivo quello di uniformare tutte le produzioni senza valorizzare territorialità
    e tradizioni!
    E il nostro ministro pensa ad allargare le DOC (vedi la prossima nata, la DOC Sicilia)… dovrà forse assecondare le richieste di qualche “grande” produttore??

  4. Che brutto vedere un marchio che ha fatto la differenza in Italia e nel Mondo come “bollicine di qualità” affibiato a vini nati ieri in zone in cui probabilmante non è radicata nemmeno la cultura del “bere bene”…..figuriamoci quella del terroir e della viti-vini-coltura!
    Ma la cosa più schifosa (permettetemi il termine) è vedere i vari consorzi a tutela che non trovano soluzioni valide!!! Forse il problema siamo noi produttori, appassionati, esperti, tecnici e chi più ne ha più ne metta che permettiamo a questi “enti magna-magna” di chiamarsi consorzi a TUTELA… Per fortuna ci sono consorzi che meritano il nome che portano; ma sono solo eccezioni..dovrebbe essere tutto al contrario!!!Il mercato mondiale deve capire che in Italia si producono vini di qualità inimitabile non solo per il tipo di uva usata ma soprattutto perchè quell’uva è radicata profondamente nella storia degli uomini e dei luoghi in cui viene prodotta..
    Mi piacerebbe leggere quì sotto una risposta, del consorzio a tutela chiamato in causa, che smentisse tutte le mie “fandonie” dicendomici che è ormai da parecchi anni che si battono per la causa!!
    Si, mi piacerebbe proprio…

  5. Pingback: Paris Hilton, l’ereditiera che trasformava in oro tutto quello che toccava | Dissapore

  6. E che dire di DELSECCO. Elegantemente prodotto in Rheinessen, Germania ?
    Venduto alla melodiosa cifra di franchi svizzeri 13,80 ?
    1. Der Moderne
    Einen durchschlagenden Erfolg im Delinat-Sortiment feiert der DELSECCO. Noch kein Perlwein hat in nur einem Jahr eine so grosse Anhängerschaft erobert. Sein Preis-Genussverhältnis ist aber auch erstaunlich. Schon an seinem ersten Wettbewerb hat er bei der Best of Bio 2008 den ersten Preis gewonnen.

    CHF 13.80 DELSECCO, Rheinhessen 2008

    Copia indice di successo ?

  7. Il “sacco” dell’Italia, da parte di chi si è appropriato di nomi (sostantivi e aggettivi) e di toponimi(!) anche distorcendoli o cambiandone il senso, non riguarda solo alcuni vini che evocano uno stile, un luogo, o dei valori organolettici precisi; ma vale per prodotti di ogni tipo e genere e continua a svolgersi sotto lo sguardo imperturbabile di quelli che per ruolo avrebbero il dovere di capire prima il valore del “nome della cosa”.
    Pazienza per ciò che riguarda l’uso improprio di brandelli della nostra lingua per creare dei ‘naming’ a prodotti che stanno sugli scaffali di mezzo mondo; pazienza se quei prodotti non sono nemmeno lontanamente analoghi a ciò che evocano (uno per tutti la PIZZA), ma per i toponimi che diventano prodotti – i toponimi, di cui il nostro paese è un’immensa miniera – nemmeno uno straccio di deputato ha avuto l’idea di cominciare a lavorarci.
    Chiudiamo la porta dopo che armenti e greggi son fuggiti, perché c’è troppo politica e poca professionalità. A mio modo di vedere anche la denominazione “Friulano” che succede a “Tocai”, poteva essere lavorata in modo molto molto più suggestivo e appropriato.

  8. Buongiorno,
    Non ho assaggiato il “Prosecco” australiano e non penso di riuscire a farlo, ma ritenendo la vite un prodotto agricolo con grandi caratteristiche di adattabilità non escludo che anche in australia si sia riusciti a produrre un vino frizzante da uve prosecco con alcune specifiche peculiarità e caratteristiche del territorio e dei produttori locali.
    Ben altro discorso è il riconoscere l’originalità e l’identità del vino Prosecco (ma di qualsiasi altro prodotto alimentare) che spetta indiscutibilmente al Veneto, ma per questo ci si deve affidare all’intelligenza ed al buon senso del consumatore finale che personalmente reputo coscienzioso e capace di riconoscere un signor Prosecco da un prosecco straniero.
    Senza entrare nel merito di uin vero e proprio esame organolettico, ma semplicemente attenedosi alle indicazione riportate in etichetta imposte dai disciplani d.o.c.g. e d.o.c. italiani.
    Se in etichetta mi viene indicato che il prosecco è prodotto in Sardegna, sicuramente sarò mosso dalla curiosità di assaggiare un prodotto più unico che raro, ma non posso pretendere di ricevere in cambio le stesse sensazioni che mi può dare un Prosecco di Valdobbiadene.
    LA coltivazione della vita e la produzione del vino è un mercato libero, totalmente dipendente dal consumatore finale che ne determina l’andamento e non dai vari consorzi di tutela (quest’ultimo è un parere molto personale…)
    Quindi degustatori di vino informatevi e bevete con coscienza ed il “Prosecco australiano ” farà ben poca strada.

    Buona giornata

  9. @Luca
    Al mercato mondiale non gliene frega niente dell’Italia e non vuole capire nulla se non incassare tanti soldi in sua vece. Invocare i disciplinari che 10km dopo il confine non contano nulla non è sufficiente. Se è la legge che regola il vivere civile degli uomini, allora usiamola una volta per tutte e bene invece di farci sempre prendere in giro o di arrivare per ultimi, come in questo caso, e poi sorprenderci a cose fatte.

    Sento già la gente nei bar, da Sommacampagna fino a S.Stino di Livenza, che commenta :”Eh, ma il prosecco xe nostro, ciò!”, non è così, diamo per scontate certezze che nessuno ha mai voluto/saputo regolamentare.
    Una volta tanto sarebbe il caso che anche i viticoltori nel resto della UE si facessero sentire.

  10. Egregio Ziliani, il suo è un gran bel quesito: più dannosa la medicina o la malattia?
    Comunque concordo con quanto sostengono, nei loro interventi, Biasutti e Cravanzola: si vuole chiudere la porta della stalla a vacche fuggite, ed il bello è che chi doveva chiuderla non era neanche al suo posto!
    In una serata di confronto, risalente a non più di 5 anni fa, ebbi a chiedere perché non si cercasse la tutela del nome Valdobbiadene anziché del nome Prosecco (a mio avviso già a rischio), bene, una figura di spicco del consorzio mi rispose che non serviva: nessuno avrebbe mai confuso il Prosecco per qualcosa d’altro, e la parola Prosecco era già, a suo dire, sinonimo di Valdobbiadene…. (sic!)

    Comunque parte del problema va addossato anche ai produttori: per troppo tempo hanno sopperito ad eventuali defaillance in vigneto lavorando in cantina, certi che il frutto della loro bravura nella frase di spumantizzazione sopperisse ad ogni problema… in realtà così facendo hanno solo favorito le imitazioni perché un’autoclave la puoi adoperare bene in qualunque parte del mondo (ed infatti si vedono i risultati) mentre era sul territorio e sui vigneti (realmente unici) che bisognava intervenire.
    Uno dei “giochi” più divertenti che si può fare in zona è partecipare alle varie manifestazioni denominate “Primavera del Prosecco” dove si può assaggiare il vino nella versione tranquilla: bene, si è talmente snaturato il concetto “gusto uva-gusto vino” che nella stessa zona rischi di incontrare prodotti così dissimili tra loro da sembrare estranei l’un l’altro, perché oramai più figli dei lieviti (aromatici) che dell’uva.
    Ne è esempio il vituperato Cartizze: oramai talmente privo di un’identità che i produttori ne giustificano la differenza, rispetto al normale Prosecco DOC, limitandosi a spumantizzarlo in versione Dry, come se qualche grammo di zucchero potesse avallare quella differenza oramai presente più in etichetta che nella realtà.

    Grazie dell’ospitalità.
    Alessandro

  11. @Paolo
    sono d’accordo su quello che dici ma se al mercato modiale non frega niente di nulla allora perchè non fare una bella “docg Italia” che comprende tutti i vini italiani?? Correggimi se sbaglio ma quali sono i vini più rinomati,famosi e venduti(meglio dire ricercati) d’Italia?? Sono vini estramanente legati al terroir e per questo unici e non riproducibili altrove se non in quei piccoli fazzoletti di tereno oppure sono i vini internazionali che possono essere ricreati quà e là a piacer di riviste e “gusti morbidi”?? Io è quello che vorrei difendere…almeno è quello che vorrei fosse difeso dai nostri consorzi a tutela.
    Per il resto ovvio che la vite è adattabile e si possono creare vini ovunque (o quasi) senza difetti e piacevoli… Ma non stiamo quì a raccontarci la storia del lupo…difendiamo le nostre autentiche “chicche”(e in Italia, vivaDio, sono molte)… con loro siamo più forti sul mercato anche per vendere tutti gli altri nostri vini…anche quelli di massa!

  12. @ivan pasinato
    Champagne e Franciacorta sono due nomi geografici: imitarli sarebbe un reato punibile dalla Commissione UE. Il nome prosecco, invece, indica un vitigno ed il vino ricavato, quindi lo possono scrivere tranquillamente tutti quelli che producono il vino con quel vitigno, anche al Polo Nord, se ci riescono. Parte della “colpa” sarebbe da addebitarsi a chi non ha fatto conoscere quell’eccellente prodotto della Valdobbiadene con il nome della regione geografica…
    Cordiali saluti.

  13. Comunicare il territorio con i suoi contenuti,in un gioco di riflessi dove ogni elemento sia atto a creare una identità da difendere come patrimonio culturale di un paese e del valore storico della sua anima.
    Sono anni che molti si sono scordati di questo.Sono anni che si cerca di creare “territori vitivinicoli”,privi di contenuti,solo per fare mercato.
    Non stupiamoci ora..

  14. @Luca
    Forse non mi sono spiegato bene. Non sto invocando allargamenti di DOC/DOCG, nè sto negando l’importanza del territorio che resta fondamentale.
    Sto dicendo che a livello legislativo e fuori da determinati contesti UE, tutti questi elenchi di denominazioni ci intralciano, primo perchè non le abbiamo mai sostenute, secondo perchè in tribunale non valgono nulla. L’unica difesa è la registrazione della denominazione come marchio, quindi Prosecco di Valdobbiadene diventerebbe un marchio come Levi’s o Coca-Cola e qualunque tribunale del mondo, anche di un paese non aderente al WTO, ti darebbe ragione, non ci sono santi. Abbiamo già visto il Valpolicella bianco prodotto in Cina e venduto a Verona, ne vedremo delle belle sull’Amarone, che pare sia considerato un metodo di lavorazione e non un vino, ho già nominato la barbera d’Asti prodotta in Brasile e che dire della sterminata serie di parmesan? Il miglior formaggio USA è lo “Stravecchio parmesan” prodotto nell’Oregon con lo stesso metodo e la stessa stagionatura del Parmigiano reggiano. E adesso? Gli USA consumano 1.7 milioni di tonnellate di formaggio l’anno, noi gliene vendiamo 30 mila tonnellate, circa il 2%. Negli ultimi 40 anni milioni di emigrati, anche di terza generazione, vivono là. Che ne sanno questi consumatori del vero prodotto italiano? Niente, perchè noi per anni abbiamo solo mantenuto carrozzoni come l’ICE che organizzavano un party annuale all’ambasciata di Washington e nulla più o sprecato i soldi in promozioni inutili come mandare un jet a Chicago, pieno di assessori lombardi, per partecipare alla festa di S. Patrizio. Sarebbe questa la promozione che facciamo all’estero? Se è così, allora questi sono i risultati che ci meritiamo.

  15. Ho conosciuto Otto Dalzotto nel 2002 e mi é parsa una bravissima persona: emigrato in Australia giovanissimo, ha cominciato facendo il meccanico. Mi raccontò la nostalgia del “ciacolar” per le strade del suo paese e quando si pensa al suo prosecco bisogna ricordare anche questo. Non credo che il prosecco australiano faccia male al nostro, anzi. Se è buono, ed è probabile che lo sia perchè King Valley a occhio e croce mi pare una zona adatta al Prosecco, farà anzi nascere la curisosità per l’originale, e questo vale un po’ per tutti i vitigni italiani, almeno finchè non diventa un’inflazione. Sul Pinot grigio ormai lo è, ne fanno a vagoni sia in Australia che in America (e spesso pure buono). E’ chiaro che un nome di vitigno non è tutelabile, infatti fanno ridere quelli che non vogliono che si possa fare Piemonte Nebbiolo in tutto il Piemonte, quando vini con nome nebbiolo si fanno ormai nei due emisferi e se ne farà sempre di più. Se invece di far crescere il nome prosecco si fosse puntato su un nome geografico tutelato da una doc, ad esempio Conegliano (con tutto il rispetto per Valdobbiadene e altri, ma Conegliano è una culla della scienza del vino e poi c’é anche un problema di “eufonia”)tutto sarebbe stato diverso. Ora si cerca di correre al riparo con l’escamotage del paese di Prosecco ma è difficile anche per super-Zaia rimettere il dentifricio nel tubetto. Del resto l’episodio che ho prima citato dimostra che il nostro mondo è ben lontano dall’apprendere dai suoi errori.

  16. @paolo
    pienamente d’accordo.
    Vorrei solo fossero i consorzi a “tutela” a parlare di questi argomenti…

  17. Buongiorno,
    Condivido pienanamente quanto scritto dal signor Paolo Bargelloni!
    E’ inutile rivendicare l’unicità e l’esclusività di un vitigno con la creazione di Enti che ne tutelino il nome, che a mio parere sono inutili, basterebbe valorizzare al massimo le già presenti DOC e DOCG, valorizzare il nostro territorio che godendo di un “microclima” riesce a rendere unico un vino.
    Perchè globalizzare i nostri prodotti con un unico marchio Italiano, si andrebbe a perdere l’IDENTITA’di ogni singolo prodotto.

    Buona giornata.

  18. @paolo, una testimonianza a proposito di quello che lei afferma e tanto per fare un esempio della confusione – in mala o buonafede – che genera danni infiniti ai nostri prodotti.
    Tre anni fa, a Washington, durante la fiera del libro, ho “degustato” in un party offerto dal nostro paese, ma forzatamente organizzato da una società locale (un ‘pedaggio’ obbligatorio!), vini di altra regione, spacciati per toscani, serviti da ‘sommelier’ messicani che si spacciavano per italiani. Il tutto avveniva in un luogo in cui c’erano lettori, scrittori, librai, operatori culturali, giornalisti (e il nostro ambasciatore!); cioè un pubblico predisposto alla curiosità, all’informazione, al cosmopolitismo delle idee.
    Un’ulteriore dimostrazione non della necessità, ma dell’estremo bisogno, dell’urgenza di fare meglio, di avere idee chiare, di metterci – finalmente – più competenza disinteressata (cioè non in favore di quella o quell’altra parte politica), per ‘fare cultura’ con l’obiettivo di tutelare marchi, prodotti e tipicità.
    Però deve essere un’azione organica, che non può avvenire in modo casuale. Di politico ci vuole solo la volontà di metterla in atto e di farlo in modo efficiente.

  19. Quanto afferma la signora Silvana è la dimostrazione del pressapochismo che regna sovrano in Italia e di quanti “trappoloni” si tuffino in progetti improbabili pur di portare a casa prebende dai politici. Quando i governi tengono in piedi enti inutili per 30/40 anni ed azzerano il lavoro che persone competenti svolsero nei ministeri competenti, turismo e commercio cancellati de facto per decreto, non ci si può aspettare niente di più. Significa solo lasciar il campo libero a chiunque voglia organizzare, senza controlli, la più fantasiosa delle iniziative che renda solo quei “4 soldi maledetti e subito”.
    Ci stiamo continuando ad illudere.

  20. Avevo capito, volevo dire che ci stiamo continuando ad illudere che la soluzione arrivi dall’alto, ma non è così. Se i produttori non reclamano e non pretendono dal loro consorzio di tutela, preferendo arruffianarsi i politici di turno, sto generalizzando ovviamente, è inutile allora lamentarsi a posteriori con gli scaffali della GDO pieni di Prosecco australiano o brasiliano, magari anche buono.
    Ergo: si facciano sentire e si organizzino.

  21. Va detto: il prosecco è un vitigno, come nebbiolo, come sangiovese ecc e quindi nessuno ha ‘rubato’ un doc, un docg o un territorio. In più tanti italiani stessi dovrebbero imparare a valutare i loro prodotti prima di urlare “ci hanno copiati”. Quanti di noi beviamo il “prosecco” a happy hour senza sapere nemmeno cosa c’è nel bicchiere e se è di qualità (che spesso non lo è)? Se gli italiani sono bravi, non avranno problemi di avere comunque un mercato per i loro prodotti di qualità e in fine, Brown Brothers fa dei vini veramente buoni. Il loro prosecco sarebbe da provare lo stesso… Non credo minaccia il mercato del prosecco italiano: valdobbiadene, conegliano o sardo che sia.

  22. @Alison. Vero. Per non essere copiati – nell’apparenza, cioè nel ‘nome’ che ci si dà – occorre registrarlo accuratamente, in giro per il mondo. E’ complesso e non appartiene ancora alla cultura ‘de noatri’.

    Ma il ‘nome’,che così diventa marchio registrato, protegge (dovrebbe, se i produttori vedono al di là del proprio naso!) anche la sostanza, quando/se al nome-marchio si legano regole precise, che diventano un disciplinare di riferimento.

    Ciò non impedisce che esista – a livello mondiale, ma principalmente negli USA – l’”italian sounding”, cioè un mercato di prodotti pseudo italiani costituito da prodotti con il trucco, per accreditarne l’autenticità, qualche esempio:
    - denominazione evocativa (es. Bella Pasta),
    - presenza di termini italiani, o addirittura del tricolore,
    - nome di una località italiana in etichetta (toscanito),
    - creazione di una ‘storia italiana’ (es. la bisnonna faceva la pasta per il principe tal dei tali), per accreditare un’italianità inesistente.
    E così via…
    Una divagazione oziosa? Ma no, un furto da 60 miliardi di euro perpetrato alle nostre imprese, ma soprattutto alla nostra agricoltura.
    Ma tornando a bomba: cibi e vini fasulli hanno un sapore altrettanto imbastardito (qualcuno lo ha chiamato ‘internazionale’) che diventa un riferimento dei sapori autentici; qualcosa di familiare, che mandi giù pensando di mangiare e bere italiano, e invece bevi ‘na sola.

    A Milano, ancora oggi non si conosce il sapore dell’olio extravergine. E sto parlando del primo mercato italiano…, come si fa poi a pensare che in un grande mercato internazionale si distinguano i sapori veri da quelli “italian style”, se nessuno fa niente per A)tutelarli B)diffonderli C)promuoverli correttamente?!

  23. Se non si dovesse riuscire a combattere i “fake” con il SuperZaia, allora si può provare a rendere pan per focaccia suggerendo ai produttori di Prosecco di avviare produzioni alternative quali: il guaranà dop dell’altopiano di asiago e dei colli asolani oppure i filetti di canguro igp della hunter river valley, un presidio Auslow food, o addiritura i pregiatissimi cosciotti di Ausligator. Saluti.

  24. Per quanto riguarda il “sounds italian” siamo molto più indietro di quanto dice Silvana e di molto.
    Vado OT, ma è un esempio lampante di quanto poco si faccia anche al parlamento europeo. Alcuni anni fa a Verona si svolse il salone internazionale del formaggio di montagna. Al convegno sul tema “Come difendere le produzioni d’alpeggio” erano presenti il presidente della relativa commissione UE, francese, il segretario, valdostano, e l’allora ministro dell’agricoltura Alemanno. Non venendone a capo in commissione UE, il presidente chiese ai partecipanti le loro opinioni. Io dissi che la cosa più semplice mi pareva fosse applicare una fascetta con la scritta “prodotto in montagna” nelle varie lingue. Lui rispose che ci avevano già provato, ma era risultato impossibile farlo perchè in Europa non era stato possibile stabilire da che altitudine parte la montagna. Pare incredibile, ma mentre Italia e Francia erano concordi dai mille metri in su, gli altri paesi no. Non venendone a capo, tutto fu demandato ai singoli paesi, con il risultato che ognuno misurò le proprie cime e per la Spagna la montagna inizia a 450 metri s.l. Questa, che può sembrare una barzelletta, è invece una vicenda tragica!
    Io ho conosciuto l’avvocato, un simpatico ed arzillo vecchietto emiliano, che prese in mano la causa europea a difesa del termine grappa che anni fa stava per esserci scippato dai sudafricani. Ebbene, dopo anni di dibattimenti, il parlamento europeo legiferò che grappa è un distillato fatto di sole vinacce italiane e che nessun altro paese, UE o non UE, ma che intende importare in UE, può usare quel termine.
    Adesso vi sarà chiaro che è impossibile impedire a Francis Ford Coppola, il regista, di produrre la Zia Amelia’s sauce che altro non è che una banale pummarola con tanto di striscia tricolore sulla lattina. Almeno la sua è fatta col pomodoro, coltivato nel nord della California, ma sempre pomodoro è.

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