Salento al gusto di Petit Verdot: le solite ricette dei soliti winemaker

Nel lontano Perù (acciperbacco, si produce vino anche lì, nella terra dove “el condor pasa”…) è stato recuperato, al punto da riuscire a farlo tornare in produzione, un rarissimo clone di Petit Verdot, importato dalla Francia oltre una ventina di anni orsono e poi dimenticato.
La notizia, diffusa dalla rivista inglese Decanter, nelle news del suo sito Internet, è sicuramente curiosa e singolare, anche per noi lettori normali. Però potrebbe addirittura diventare interessante e stuzzicante per qualche enologo, pardon, wine maker di casa nostra, che sbarcato anche in Salento (dove mai non li troviamo in azione certi wine wizard?), ha pensato “bene” di suggerire ai produttori locali di impiantare, accanto ai soliti e polverosi (e probabilmente per loro superati) vitigni tradizionali tipo Negroamaro, Primitivo, Sussumaniello, Aglianico, nientemeno, leggete qui e poi ancora qui, una quota, guarda te, di Petit Verdot.
Proprio una di quelle uve che qualcuno, incautamente, aveva mischiato al
Sangiovese nei Brunello di Montalcino di quello scandalo che ora si vorrebbe cancellare con un italico colpo di spugna… Evidentemente, per i Michel Rolland de noantri, il Merlot non era più sufficiente, o forse era già passato di moda…
p.s.
scopro, cercando su Internet, non perché della manifestazione si sia avuta notizia, che si é aperta sabato a Lecce Apulia Wine, che si é protratta sino a lunedì. Maggiori notizie tramite questi link: 1 e 2
Non cercate il programma della manifestazione sul blog dedicato, perché anche se la manifestazione ha avuto inizio, del programma nessuna traccia per la serie, evviva la comunicazione!Un altro esempio di pessimo utilizzo del denaro pubblico, che vergogna!

0 pensieri su “Salento al gusto di Petit Verdot: le solite ricette dei soliti winemaker

  1. una domanda che mi son posta e riposta fino a provarne nausea è proprio quella che affiora nella nota odierna del suo post.
    la domanda, quanto mai elementare è: ma perché denaturare dei vini tipici, di grande fama, o destinati ad avere successo con la riscoperta e conseguente valorizzazione del tipico italico, mescolandoli con altre uve, che tipiche non sono, e avviandoli ad un destino di omologazione?
    la risposta, oltre che nella natura dell’uomo che è inquieto e un po’ fesso (anche noi signore ovviamente), mi pare che stia proprio nei pruriti dei wine wizards, che sono spinti da altrettanto pruriginosi committenti a INNOVARE, verbo frequentemente frainteso, come fare cose nuove.
    ma, caspiterina!, nessuno ha ancora capito che ciò che concerne l’innovazione non ha a che fare con i contenuti, bensì appartiene al modus?
    e, ancora caspiterina, nessuno guarda la tv, o legge i giornali? ci sarebbe tanto da fare, nel mondo del vino, per innovare davvero e PIACERE AL MERCATO.
    ci sarebbe tanto da fare nelle vigne.

  2. Bella l’Italia dei monopoli! Non ho mai sentito nessuno enologo che si sia lamentato dello stregone o che abbia avuto da dire qualcosa in contrario.

  3. Caro Franco,
    perchè stupirsi! tutti lo fanno e nessuno lo dice. Nell”esempio da te citato almeno il produttore non lo nasconde e mi sembra già molto (poi ognuno decide come gli pare). Anche in impianti che non sono entrati ancora in produzione ci sono filari di Petit Verdot, Sirah ed altro e questo mentre noi ci affanniamo a dimostrare anche dal punto di vista del marketing la superiorità strategica dei vitigni autoctoni.
    Ma il Petit Verdot non è l’unica “primula rossa”, vogliamo parlare del Lambrusco, pompato a piè sospinto in molte bottiglie anche “nobili”?.
    Quello che è successo a Montalcino non è che un piccolo anche se mediaticamente importante esempio di come vanno le cose in tutta Italia e non solo in Puglia o in Toscana. Ce ne sarebbero cose da raccontare!
    Quanto alla manifestazione “Apulia Wine” appartiene alla serie ” se la cantano e se la suonano”
    Insomma nulla di nuovo!

  4. Leggendo parecchi dei Suoi articoli ed avendoLa, pure, ascoltata, personalmente, un paio di volte quando Lei ha parlato nella mia città, Brescia, ho sempre avuto l’impressione che provasse una sorta di orrore per i vitigni internazionali, quando questi sono coltivati nel nostro territorio, non parliamo, poi, di quando qualcuno osa utilizzarli per “migliorare” i vini nostrani.
    Questa Sua posizione mi lascia un pò perplesso.
    I vitigni internazionali, cosiddetti, sono presenti nel nostro paese da quasi due secoli, in alcune regioni, addirittura, dal periodo prefillossera, come lei sa bene.
    Vi sono zone d’Italia, prenda per esempio il Friuli, dove fanno parte del sentire comune e la gente entra nelle osterie ordinando un Merlot, un Cabernet ecc… da secoli e se Lei chiede ad un Carnico quali sono i vini tipici friulani, Le verrà risposto, appunto, che sono questi, naturalmente pronunciati con la ..t.. finale, non alla francese, mentre pochi conoscono il tazzelenghe, il terrano ed i vitigni autoctoni in generale che sono oggetto di riscoperta solo recente, da parte dell’enologia moderna, ma non fanno parte del sentire comune.
    Io non vedo cosa ci sia di male se qualche enologo italiano lavora bene con le uve internazionali, magari utilizzandole in uvaggi con uve autoctone.
    Cotarella, secondo il mio modesto parere, lavora molto bene ed ho un profondo rispetto per lui ed i Suoi prodotti.
    Quelli dell’azienda Falesco li conosco tutti e sono, a mio avviso, molto buoni. In particolare va rilevato che ve ne sono parecchi con un ottimo rapporto prezzo qualità e Lei sa quanto questo parametro sia importante nella valutazione di un vino.
    Le Sue, sicuramente, encomiabili e meritorie battaglie per la tutela dei vini storici del nostro paese, sono condotte con tanta foga e veemenza (ed accanimento) che alle volte si potrebbe pensare che per Lei esistano solo i Sangiovese ed i Nebbiolo in purezza (anche se devo dire che sono i vini che amo maggiormente) e tutto il resto sia il nulla.
    La storia vinicola del nostro paese, Lei mi insegna, è molto recente, per la maggior parte delle regioni direi, quasi, allo stato primitivo e ve ne sono alcune come ad esempio la Puglia, la Sicilia e la Campania, che solo negli ultimi anni stanno emergendo( scrollandosi di dosso quell’etichetta di produttrici di vini da taglio), anche grazie alle nuove tecniche ed agli uvaggi che Lei mi sembra non gradire.
    Credo che paralizzare il neue course con regole rigide impedirebbe la crescita, nel settore vinicolo, del nostro paese, mentre la tutela dei prodotti storici potrebbe avvenire tramite l’utilizzo di altri mezzi consentiti dalla nostra legislazione, anche se nel passato (si veda l’esempio del Chianti che potremo, però, considerare un caso pilota) non hanno dato grandi risultati.

  5. Al punto come stanno le cose tanto vale azzerare ogni disciplinare di produzione e fare una sola nuova regola che valga per tutti: fate e metteteci quel che vi pare, con le tecniche di vinificazione e i prodotti che volete purchè non facciano male alla salute e soprattutto dichiarate quel che fate in etichetta.
    Se ad un controllo quanto dichiarato non collima con il contenuto, solo ricche pedate nei ginocchi e divieto di imbottigliamento per l’azienda in questione.

  6. @Diego Sburlino. A mio avviso in effetti non c’è nulla di male se qualche enologo lavora bene con i vitigni internazionali. Non ci sarebbe nulla di male anche se non lavorasse bene. Il problema sta nella rivendicazione di identità dei nostri vini. Ma non per un astratto sentimento nazionalista, semplicemente, per essere diretti, perchè perdendo identità territoriale i nostri prodotti non si capisce più che appeal potrebbero avere sui mercati internazionali. In Australia e Cile fanno vini buoni come quelli di Falesco con i vitigni internazionali, e costano di meno. Allora per cortesia, lasciamo in pace le denominazioni storiche, anzi credo che per le denominazioni storiche dovremmo addirittura adottare disciplinari più selettivi, poi al di fuori di queste esercitiamoci pure con i mischioni. Non nuoce a nessuno. E siamo tutti liberi di berli o non berli.

  7. perdonatemi se da produttore mi intrometto.
    e premetto che quanto dirò non vuole essere un giudizio nei confronti di alcuno, non mi compete e non mi spetta, essendo parte in causa.
    Il problema però è esattamente come lo ha ben descritto Massimiliano Taddeini, non sono un problema i vitigni internazionali, maggiormente se dichiarati dai produttori, il problema è il rischio omologazione e snaturamento dei vitigni autoctoni.
    Sono appena tornato da un viaggio promozionale in Inghilterra e quello che sembrava una tendenza si è confermata una vera e propria verità consolidata.
    Il mercato inglese è da sempre uno dei più “civili” del mondo.
    Grande competenza nel consumatore medio, grande attenzione a quello che c’è dentro e dietro la bottiglia, influenza dei media notevole ma non DECISIVA. Alla fine il consumatore medio è un acquirente consapevole.
    La risultanza? I supertuscan, superpuglian, super super sono in crisi totale, la gente vuole bere IL NEBBIOLO PIEMONTESE, IL GRECO O IL FIANO CAMPANO, L’AGLIANICO DEL VULTURE, IL PRIMITIVO PUGLIESE, IL NERO D’AVOLA SICILIANO IL NEGROAMARO DEL SALENTO, IL CANNONAU DI SARDEGNA, IL VERMENTINO DI GALLURA, IL PECORINO MARCHIGIANO ECC ECC ed è, SORPRESA SORPRESA, in grado di distinguere, nella maggiorparte dei casi IL TAROCCO cioè non accetta il Primitivo che sa di Merlot o il Cannonau che sa di Cabernet o il Greco che sa di Chardonnay.
    Anche io nella mia gamma ho un taglio in cui ci sono e dichiarati Merlot e Cabernet o Chardonnay e sapete una cosa? Riesco a venderli solo in Italia, all’estero, i miei importatori li hanno assaggiati, trovati ottimi ma non comprati, non c’è più spazio. Ovviamente è moooolto difficile lavorare con gli autoctoni, renderli un pò meno spigolosi, un pò più “facili” però la mia grande consolazione è 15 anni fa, quando proponevo il mio Gravina 5 consumatori su 10 ai tasting si “spaventavano” per un gusto a cui non erano abituati, oggi si “spaventa” e dice “is not for me” 1 consumatore su 10.
    Conclusione, mia personale, ragazzi si fatica un po’ piu’ ma vuoi mettere la soddisfazione?…

  8. Il mio libertarismo non puo’ che portarmi a condividere l’idea di Andrea Pagliantini: si faccia il vino come si vuole, basta (1) non nuocere (2) dirlo, dirlo e ancora dirlo. Sanzioni medievali a chi tradisce la fiducia, perche’ il danno fatto sarebbe non al vino bensi’ al sistema.
    Tuttavia credo che le osservazioni di Diego Sburlino meritino molta attenzione, soprattutto alla luce delle obiezioni possibili delle quali buon esempio e’ l’intervento di Massimiliano Taddeini. Secondo Diego (e anche secondo me) sarebbe inopportuno ingessare con regole rigide la fantasia, la voglia di esplorare, il bisogno di tentare nuove vie possibili. Chi meglio di un produttore conosce cosa e’ possibile e cosa non e’ possibile fare con le carte (leggi: il terroir) che si trova disponibile? In nome di quale principio non dovrei poter piantare e vinificare i piu’ strani vitigni, alloctoni o autoctoni che si vogliano dire, se ritengo di intravedere delle potenzialita’?
    E pero’ il discorso non finisce qui. Ci sono, e’ evidente, anche altri valori da tutelare. E allora, volendo andare a precisare, ci si scontra subito con la grande confusione che a livello europeo (bene ricordarlo: possiamo legiferare e normare soltanto entro i limiti e le facolta’ che l’Unione Europea assegna agli stati membri, i quali molto spesso sono sinonimo di “regioni”) e a livello italiano in modo particolare, la fa da signora nel campo delle denominazioni dei vini, e quindi dei concetti fondamentali che sono alla base della normativa vigente in materia di denominazioni.
    Mi pare evidente che nel campo delle denominazioni e dei possibili disciplinari che i vini possono darsi, incontriamo a ogni pie’ sospinto non meno di tre concetti-valori ben distinti (e che sarebbe opportuno mantenere ben separati e distinti!) e che purtroppo sono inestricabilmente legati dall’attuale regime normativo. Essi sono: la qualita’, l’origine territoriale, la tipicita’. Viene addirittura teorizzato, perversamente, che il concetto di qualita’ racchiuda in se’ per lo meno anche l’altro di tipicita’, quando e’ chiaro a chiunque che un vino puo’ essere buono da un punto di vista organolettico (cioe’: puo’ piacere) a prescindere dalla sua esistente o meno tipicita’. E’ discutibile (nel senso positivo di questa espressione, cioe’ che se ne puo’ parlare) che la tipicita’ sia legata alla garanzia di una determinata origine territoriale, ossia che la prima presupponga la seconda. Gia’ non si vede per quale motivo non si deve poter avere la garanzia di un’origine territoriale determinata prescindendo dal carattere di tipicita’ che un vino puo’ benissimo avere o non avere, pur senza per questo diventare senza radici. Se si osserva il sistema delle denominazioni dei VQPRD non si puo’ negare che i due valori di “origine territoriale garantita” (il solo che dovrebbe essere d’interesse per una tale denominazione, se i nomi non sono parole vuote) e “tipicita’” sono ineffabilmente legati. Ineffabilmente perche’ non si capisce quale tipicita’ stia dietro alle scelte di alcune commissioni d’assaggio di passare come idonei un campionario talmente variegato di caratteri per una sola denominazione da far dubitare anche sull’utilita’ commerciale di simili operazioni. L’esempio fatto da Diego Sburlino del Chianti, addirittura da lui considerato come esperienza “pilota”, e’ effettivamente lampante. L’unico concetto univocamente sottendibile alla parola “Chianti”, l’unico tutelabile, e’ stato invece la prima vittima sacrificale sull’altare di questo contenitore che risponde oggi al nome di Chianti: la corrispondenza con un territorio ben preciso. Come il famoso coltello che cambiava prima il manico, poi la lama, poi di nuovo il manico, eccetera, pur rimanendo sempre lo stesso coltello, anche il Chianti e’ passato alternativamente a seconda delle stagioni e delle convenienze a indicare una regione, poi uno stile di vino prodotto in quella regione, poi la regione (allargata) in cui si produce il vino di quello stile, poi un nuovo stile (che col primo ha poco a che vedere) di vino prodotto nella zona (allargata) che ha tale nome, poi nuovamente la zona (ulteriormente allargabile?) in cui tale vino (nuovo) si produce, eccetera.. Tutto le varie denominazioni avente la parola Chianti nel nome possono indicare, tranne l'”origine territoriale determinata”. E neppure la tipicita’, se per questo. Parlo di Chianti ma e’ evidentemente solo una scusa, le argomentazioni valgono in generale. Come quella sulla possibilita’ che ci sarebbe stata di tutelare allo stesso tempo l’origine territoriale garantita, la tipicita’ e la qualita’, pur mantenendole ben distinte e autonome: la ridicolezza di una denominazione che presa da sola quasi vale come diminutio, Chianti appunto, la quale senza che sia presente almeno un “Colli qualcosa” vale piu’ o meno la scritta IGT (in alcuni casi neppure tanto), che per aspirare ad avere ascolto collettivamente presa deve apporsi l’aggettivo “Classico”.. questi fatti parlano da soli: confrontiamoli con una situazione ideale (inesistente oggigiorno, domani chi lo sa?) in cui “Chianti” identifica un vino fatto nel Chianti punto e basta (rosso, bianco, rosato, spumante, merlot, cabernet in purezza, quel che si vuole), in cui “Classico” identifica (come dovrebbe) appunto una classicita’ di stile che evolve molto lentamente, con passo epocale, in cui sia possibile parlare non di “Colli aretini” o di “Colli pisani” o quant’altro (che c’incastra il Chianti a Pisa o ad Arezzo??) bensi’ di “riva destra del Massellone” o di “riva settentrionale della Pesa”, o “alta Arbia occidentale” o simili; in cui sia cioe’ possibile parlare di zonazione con un minimo di speranza di intendersi..La strada per la tutela della tipicita’, della qualita’ e della garanzia delle origini, sarebbe gia’ tracciata e battuta, solo da percorrere.
    Le parole, aveva ragione Moretti, sono importanti. Dovremmo evitare di sprecare importanti termini per significare il vuoto.

  9. Vent’anni fa un bravissimo vignaiuolo di Puegnago del Garda , Gianfranco Comincioli , mi faceva questo discorso . Io giro e assaggio , mi capita di trovare cabernet e chardonnay di paesi dell’altro mondo che costano pochissimo , per l’occidente , e sono buoni . Anch’io potrei mettere cabernet nel mio groppello e addirittura migliorare la qualità . Però assomiglierebbe a quelli e , con i costi che ho , dovrei farlo pagare molto di più . Il mercato mi manderebbe al diavolo . Oltretutto io amo i vini della mia terra . Per quale motivo dovrei abbandonarli , rischiando anche di perdere l’azienda ? E continua a fare degli ottimi , per chi li apprezza , vini del Garda .

  10. Sono abbastanza d’accordo con quanto scritto da Taddeini e gli altri che lo seguono ma qualche precisazione fa fatta.
    Io per primo mi schiero a difesa dei vini italiani d’antan ma si deve considerare che questi, in alcuni casi, sono diventati famosi, uscendo dalla nicchia nella quale erano rimasti per anni, grazie (nel bene e nel male) alla notorietà che alcuni produttori hanno loro conferito. Prendete l’esempio del Brunello, del quale su questo blog si è tanto discusso e tanto si discute tutt’ora, prima che arrivasse Banfi era un fenomeno di nicchia da circa 150.000,00 bottiglie l’anno, del quale i più (soprattutto all’estero) avevano solo sentito parlare senza avere il piacere ma soprattutto la possibilità, di degustarne un sorso (a questo proposito ho scritto qualche riga sul mio blog). La notorietà conquistata grazie a Banfi (non lo si può negare) ha prodotto “par ricochet” effetti favorevoli anche per tutti gli altri produttori della zona che hanno iniziato a vendere i loro vini nei mercati stranieri (a prezzi diversi), con indubbi vantaggi economici, anche se oggi sembra che nessuno lo voglia ammettere apertamente. Bisogna, poi, considerare che una bottiglia di Banfi (o degli altri 4 indagati dalla Procura della Repubblica di Siena) non costa come una bottiglia di Soldera e questa differenza consente a tutti di metter sulla tavola una bottiglia con sopra scritto Brunello anche se contenente un vino che si discosta, parzialmente, dal nome che porta.
    Naturalmente chi ha prodotto non rispettando le regole (e non avrebbe potuto fare diversamente poiché il rispetto delle regole gli avrebbe impedito di produrre quel vino) dovrebbe essere punito, ma questo problema, nonostante sembri interessare molto qualcuno, non è, a mio avviso, di competenza di un appassionato o esperto del settore. Quello che dovrebbe interessare di più tutti noi è la possibilità di comporre i contrasti esistenti, attualmente, sul tema, consentendo lo sviluppo e l’evoluzione della storia enologica del nostro Paese (appena nata) qualunque essa sia pur salvaguardando le realtà storiche esistenti. Il mondo del vino è in continua evoluzione, noi non abbiamo la storia della Francia, chi siamo noi per dire che certi vini devono essere prodotti solo in un certo modo e che i disciplinari non possono essere modificati, quando lo sono stati continuamente nel passato? Come possiamo dire che l’evoluzione di quel dato vino è giunta al capolinea e lo stesso deve essere cristalizzato in un disciplinare rigido? E noto a tutti che il Barolo prima che vi mettesse mano la Marchesa Falletti di Barolo era un vino dolce. Non si potrebbe, per esempio ( anche se l’argomento è già stato dibattuto), tutelare il Brunello d’antan (prodotto nelle zone storicamente vocate) con la menzione classico (scelta legislativa che tra l’altro consentirebbe una una regolamentazione autonoma all’interno della stessa Docg)? Io credo che facento tesoro degli esempi negativi del passato, in questo senso, sarebbe possibile adottare una soluzione di questo tipo. Dobbiamo ricordarci che senza i Castello Banfi, i Gaja e i Rivetti vari il nostro vino all’estero ( ma anche in Italia) non sarebbe conosciuto come lo è oggi e i meriti che questi signori hanno devono essere riconosciuti anche se la critica (quella costruttiva però) non può che fare bene.

  11. naturalmente aspettiamo che il Signor Sburlino c’insegni lui a fare critica costruttiva. Da “distruttori”, come veniamo additati da lui, aspettiamo di essere istruiti dal novello maestro, che a proposito del sottoscritto scrive: “Il personaggio è noto ai più per le sue prese di posizione estreme e per la vis polemica che fa da sfondo a quasi tutti i suoi interventi, sono famose le sue ripetute contestazioni alle maggiori e più diffuse guide di vini oltre che alle manifestazioni di livello mondiale tipo Vinitaly e la saccenza con la quale liquida i pareri di esperti mitici, tipo Robert Parker e nell’occasione di cui sopra non poteva astenersi dal professare”…
    Poi ognuno, se ne é contento, si tenga gli “esperti mitici” che vuole, dando del “saccente” a vanvera. E con questo considero chiuso il discorso con questa persona

  12. Sono totalmente in disaccordo con Diego Sburlino: il nostro vino all’estero, quello che in questo blog consideriamo vino ovviamente, è totalmente sconosciuto e paradossalmente oggi i consumatori stranieri lo vorrebbero bere. I 3 produttori che lui cita hanno fatto una grande pubblicità a sè stessi e dobbiamo riconoscere che sono stati bravi nel promuoversi, ma non hanno affatto conoscere gli altri vini italiani, anzi hanno fatto sì che gli altri non comparissero proprio nelle carte dei vini, monopolizzando il settore con la loro forza economica, dato che potevano spendere cifre in pubblicità che gli altri nemmeno immaginavano. Allora mi sta bene se qui facciamo un discorso teorico-economico, ne nascono 3 case-histories con tanto di belle slides da proiettare, e analizziamo i dati ed i metodi del product placement che possono anche essere di esempio ad altre aziende, ma non venitemi a dire che quei 3 rappresentano il vero vino italiano, per favore, perchè stiamo parlando di tutt’altra cosa.

  13. Vedo che discutere con Ziliani è impossibile e che per la seconda volta non risponde a tono alle mie domande.
    Credevo fosse possibile discutere, forse polemizzare e scontrarsi senza urtare la suscettibilità di nessuno ma vedo che non è così.
    Del resto mi era già sembrato che affrontasse le discussioni con una forte vis polemica….non l’avevo forse scritto?
    Per quanto riguarda il resto..bè fate voi.

  14. Caro Franco, meno male il petit verdot era solo “una quota”, in purezza sarebbe stato sì veramenta insupportabile! tanti saluti e… bona festa!

  15. Sono in piena sintonia con l’amico Beniamino,ormai è finita l’epoca dei supermacerati,dei superalcolici,dei supertutto…,noi produttori dobbiamo educare il consumatore a “bere”il territorio.Ho un’idea tutta mia riguardo al marketing del vino e cioè che non bisogna soddisfare i bisogni del consumatore,ma indirizzarli a capire quello che viene proposto in bottiglia, costa fatica, tanta…..,ma alla fine premia.Riguardo al Petit Verdot forse era necessario,per l’enologo,trovare un’altro vitigno visto che di merlot aveva riempito fin troppe bottiglie.

  16. Ottavianello, sussumaniello, uva di troia, primitivo di Gioia, primitivo di Manduria, negroamaro, aglianico, malvasia nera, verdeca, bianco d’alessano, fiano minutolo… hai voglia a giocarci con questi vitigni storici! C’è davvero, in Puglia, il bisogno di importarne altri? Per esportare i vini? Davvero qualcuno chiederà il petit verdot di Monteparano o il grenache di Santeramo in colle? Ai posteri l’ardua sentenza…

  17. Bargelloni, il Petit Verdot qualche wine wizard ha consigliato di piantarlo alle aziende di cui é consulente anche nella zona del Salice Salentino… E qui mi taccio per non passare alle male parole

  18. Pagliantini, mi hai tolto le parole di bocca.
    E sono d’accordo con Taddeini su una ulteriore restrizione dei disciplinari.
    Siamo davvero così in pochi a voler bere un barolo che sia barolo, un brunello che sia brunello, un nobile che sia nobile, senza magheggi? Dobbiamo per forza modernizzare tutto? Dopo la cucina molecolare vedremo il vino molecolare?

  19. “Dal Salento a Bruxelles per rilanciare il vino salentino” sottolinea una webtv che fa da cassa risonanza all’evento annunciando ai quattro venti la presenza di Tinto Brass prima di una bella intervista all’assessore all’agricoltura della Provincia di Lecce, Cosimo Durante. Apulia wine in cui tutto è protagonista tranne il vino?
    Il rischio è che una serie di eventi che hanno per oggetto il vino siano specchietto per le allodole e per ben altro (il messaggio portante è glocalizzare – ! -). Bravo Tinto Brass nel suo settore, ma con la qualità dei prodotti di Puglia, in particolare il buon nettare di Bacco, tecnicamente non c’entra nulla. Tirato in ballo solo per una strategia generalizzata dello scalpore. Sì ma il vino che c’entra?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *